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mercoledì 23 marzo 2016

Il 17 marzo già passato di moda, l’unità d’Italia e i simboli borbonici



Chi se lo ricorda l’anniversario del 17 marzo? Quante associazioni ed enti hanno organizzato manifestazioni per celebrare questo giorno? Pochissimi, quasi nessuno. Eppure, cinque anni fa questa data venne strombazzata e ufficializzata come momento per ricordare l’unità d’Italia. Ma, si sa, cinque anni fa ricorreva il centocinquantenario della legge che nominava Vittorio Emanuele II re d’Italia per sé e i suoi eredi.
Tutto svanito, ora, nell’effimero delle mode celebrative dal sapore mediatico che non affondano nel sentire diffuso. Quest’anno, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, era in Camerun a parlare d’altro. Altri hanno rimosso la scelta del governo di allora che avrebbe voluto fare del 17 marzo ricorrenza fissa annuale. Ma la nostra Repubblica ha già il 2 giugno per ricordarne l’avvento e dare memoria alla Costituzione che ha, tra i suoi princìpi, quello dell’Italia “una e indivisibile”.
Il resto probabilmente è eccesso, per dare lustro e credibilità alla storia unitaria che, oltre i giudizi contrastanti, avverte il bisogno di continue riletture contro luoghi comuni e pregiudizi persistenti. Non è un caso, forse, che il 2011 abbia dato più impulso a diffuse curiosità su come la penisola divenne unica Nazione, soprattutto al Sud, che vigore all’identità unitaria. E’ evidente che quelle curiosità nascono dal bisogno di approfondire, oltre verità preconfezionate, anche le origini storiche di certi pregiudizi che ancora inquinano i rapporti tra italiani del Sud e quelli delle altre aree della penisola.

A chi spaventa la voglia di conoscenza, in ogni dettaglio e da ogni angolo visuale, della storia risorgimentale? A chi fanno paura simboli del passato, che richiamano solo l’avvicendarsi fisiologico di epoche? Le bandiere delle Due Sicilie sequestrate all’ingresso degli stadi, o lo spostamento dal balcone del Comune di Pimonte della stessa bandiera fanno pensare. A Pimonte, il sindaco Michele Palummo esibisce la bandiera della fu Nazione della Due Sicilie nel suo ufficio. Qualche giorno fa, la stessa bandiera fu affiancata a quella italiana fuori il balcone del Municipio.


Il prefetto Gerarda Pantalone l’ha fatto spostare, spiegando che la bandiera italiana non può essere associata a simboli di movimenti o associazioni politiche. E la bandiera delle Due Sicilie è stata sistemata altrove, anche se è simbolo storico d’identità meridionale. Proprio come la bandiera confederata nel Sud degli Stati Uniti che pure è consentito esporre negli edifici pubblici. Da noi permane la paura della storia e di pericoli secessionisti inesistenti e vietati dalla Costituzione. Pericoli che furono in passato del Nord e ritengo siano privi di fondamento al Sud.

I simboli politici di vari movimenti definiti “meridionalisti”, che proprio dal 2011 si sono moltiplicati a vista d’occhio, hanno varie simbologie. Lo dimostrano i logo dei tre partiti che si preparano ad appoggiare il sindaco uscente Luigi De Magistris alle prossime elezioni napoletane, tutti di ispirazione “meridionalista”, con storie differenti anche se comune matrice di lettura storica del passato meridionale. Il mondo di associazioni, movimenti, partiti cresciuti negli ultimi cinque anni è variegato. Non tutti sono convinti che l’approdo elettorale sia maturo.




 Luigi Di Fiore detto Gigi (Napoli, 2 gennaio 1960) è un giornalista e saggista napoletano. Oltre all'attività giornalistica, si dedica alla ricerca storica, soprattutto su due argomenti: la criminalità organizzata e la storia del Risorgimento italiano e del Mezzogiorno in generale, con attenzione alla fine del regno delle Due Sicilie e al brigantaggio post-unitario. Numerosissimi i premi ed i riconoscimenti per le opere che su questi temi ha pubblicato. Tra le tante opere ricordiamo: "Potere camorrista" (Age, Napoli); "Io Pasquale Galasso" (Tullio Pironti, Napoli); "1861-Pontelandolfo e Casalduni un massacro dimenticato" (Grimaldi & C., Napoli). Poi, con la Utet: "I vinti del Risorgimento" (Torino, 2004) e "La camorra e le sue storie" (Torino, 2005). Nel 2007, per Rizzoli, "Controstoria dell'unità d'Italia", "L'impero" nel 2008, "Gli ultimi giorni di Gaeta" nel 2010 e Controstoria della Liberazione nel 2012.
Le sue ultime fatiche sono "La Nazione napoletana. Controstorie borboniche e identità sudista" (UTET), e, ultimissima, "L'esilio del re Borbone nell'Italia dei Savoia" (Focus) 


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