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domenica 1 novembre 2015

CORREVA L'ANNO 1860. Il proclama del generale Casella all'Europa rimasto inascoltato: i pirati di Garibaldi, le violenze di Cialdini e i trasferimenti in Piemonte dei soldati fedeli al Re e alla Patria



Il Tenente Generale Francesco Casella, illustrazione tratta da "Nomi e volti di un esercito dimenticato" di Roberto Maria Selvaggi


E' grazie al lavoro dello storico Francesco Maurizio di Giovine, di Giuseppe Catenacci, presidente onorario dell'Associazione ex Allievi della Nunziatella, e all'editore Vincenzo D'Amico se oggi possiamo rileggere il proclama che il 1 novembre 1860, l'allora primo ministro del Regno delle Due Sicilie, il generale Francesco Casella, inviò alle corti europee. Un testo raccolto nella riedizione della Cronaca Civile e Militare delle Due Sicilie elaborata da monsignor Del Pozzo.

Le speranze di recuperare il Regno, già flebili dopo l'incerto esito del Volturno al principio del mese di Ottobre, con l'ingresso sulla scena del Piemonte erano ridotte al lumicino. Francesco II continuò a prolungare la difesa, e l'avrebbe prolungata entrando nella storia insieme ai suoi soldati fino a febbraio a Gaeta (e ancor più a lungo avrebbero resistito le milizie nelle fortezze di Messina e Civitella del Tronto), nella speranza che l'Europa non fosse stata ferma e immobile di fronte alla violenza del diritto pubblico europeo che si stava consumando a Napoli e in Sicilia.

Una aggressione i cui caratteri violenti erano noti a tutti ma, purtroppo per le Due Sicilie, le potenze conservatrici erano state annichilite da almeno due decenni di interessi e scontri contrapposti, sublimati nel sempre sottovalutato scontro di Crimea. Una rottura del fronte, quello tra Prussia, Russia e Austria, che avrebbe prodotto prima la caduta di Napoli e poi la rovina dei tre Imperi nel primo conflitto mondiale che avrebbe visto prima la caduta delle rispettive monarchie e poi, addirittura, la frantumazione dei propri territori, con la conseguente apertura di questioni etniche, politiche e sociali ancora di difficile composizione. 

Il Re Francesco II di Borbone

La resistenza che l'esercito delle Due Sicilie portava avanti al Garigliano subì un colpo micidiale proprio il 1 novembre 1860, quando l'ammiraglio francese Le Barbier de Tinan comunicò al Re Francesco di aver ricevuto, da Napoleone III (più che mai ambiguo in quel passaggio storico fondamentale), l'ordine di portarsi nella rada di Gaeta. Scoperti dal lato del mare i napoletani non poterono far altro che ritirarsi e arretrare sugli spalti della Fedelissima. Il Generale Casella, che da ex allievo della Nunziatella ben conosceva l'importanza del rispetto delle leggi di guerra e il significato dell'onore, non poté non denunciare, in questo proclama, il becero comportamento dei piemontesi e del Luogotenente del Re Savoia. 

E' desolante constatare che a oltre un secolo e mezzo da quelle giornate, quelle parole non abbiano trovato ancora oggi la giusta collocazione. Il comportamento del generale Cialdini (e del suo paese) fu inqualificabile. Il diritto pubblico europeo venne violentato nella sua interezza e ancora oggi, come bene scriveva Casella, al trattamento di riguardo riservato a veri e propri pirati si contrappose la violenza, lo spergiuro e forzati viaggi verso il Piemonte dove i soldati che scelsero di restare fedeli al proprio giuramento furono destinati a campi di prigionia e fortezze in attesa di una quasi mai giunta "rieducazione" al nuovo ordine di cose. Ulteriori commenti, come scriveva Casella, sarebbero superflui.

r.d.r.


L'ammiraglio francese Adelbert Le Barbier de Tinan

"Il sottoscritto, presidente del Consiglio dei ministri, incaricato degli affari esteri, si pregia di dar contezza a Vostra Eccellenza di taluni fatti che accompagnarono l'ingresso delle truppe piemontesi nel territorio del regno, e che bastano esse sole a definire il carattere di questa ingiusta invasione.
Dopo il primo scontro con le reali truppe, il generale Cialdini, avendo fatto prigioniero il generale Scotti, credette essere nel suo dritto ordinare che il Giudice regio di Venafro indirizzasse un comunicato al luogotenente generale Ritucci, in forza del quale si dichiarava che se si fosse toccato soltanto un capello dei prigionieri garibaldini, avrebbe usato rappresaglia sul generale Scotti e sopra gli altri prigionieri Regi.
Senza parlare del carattere offensivo di questa comunicazione indirizzata da un generale comandante un corpo di truppe regolari ad un altro generale che rattrovavasi nella stessa posizione di lui, egli è manifesto che queste minacce non erano affatto giustificate dai precedenti fatti, poiché tutti conoscono il modo umano e generoso con il quale sono trattati per ordine del Re, a Gaeta, i prigionieri nemici. Gli stessi prigionieri e feriti garibaldini, che per legge di guerra, riconosciuta e praticata da ogni potenza civile, avrebbero senza dubbio meritata la pena con la quale si colpiscono i pirati, furono trattati con tutti i riguardi possibili, nutriti, vestiti ed alloggiati meglio dei soldati fedeli del Re, come possono renderne testimonianza essi medesimi, mentre i prigionieri Regi fatti da Garibaldi il 2 ottobre e condotti a Napoli venivano costretti a partire per il Piemonte, dove contro ogni legge militare, erano forzatamente arruolati nelle milizie Sarde.


Enrico Cialdini


Un altro fatto, relativamente al quale il sottoscritto si dà premura di richiamarvi sopra tutta l'attenzione di Vostra Eccellenza, poiché esso è contrario interamente alle più elementari nozioni del dritto di guerra, alla consuetudine e all'onor militare, è la condotta serbata dal generale Cialdini, nel convegno, da lui medesimo sollecitato col generale Salzano, comandante provvisorio in capo dell'esercito. Questo generale della reali truppe si condusse al luogo fissato all'abboccamento presso Caianello, accompagnato da un drappello di scorta che lasciò a Teano, giusta il desiderio espresso da Cialdini che si presentasse solo al convegno. Incontrando a Teano un distaccamento di truppe garibaldine, il Generale Salzano rivolgendosi ai loro capi li avvertiva che questo drappello formava la sua scorta, che egli lasciava colà per condursi solo al convegno.
E' inutile ripetere le parole proferite dal generale Cialdini, dirette solo a dimostrare la inutilità della lotta, basandosi sulla vasta estensione dell'occupazione piemontese e sugli angusti limiti dentro i quali si estendeva l'autorità di Sua Maestà Siciliana. Il generale Salzano rispondendo a siffatte proposizioni con quel sentimento di fedeltà ed onore che lo distinguono, disse che il suo Re legittimo era a Gaeta, e che esso ne difenderebbe l'autorità e lo Stato, finché rimanesse un soldato in vita per combattere vicino a sé.
Ma non bastava a Cialdini di scuotere, con mezzi ben noti ai luogotenenti di Vittorio Emanuele, la costanza delle truppe rimaste fedeli al re, non che quella dei loro capi; egli permise pure che si commettesse un delitto senza esempio nell'attuale civilizzazione, e contro il quale ognuno che pregia l'onor militare rimarrà colpito di ben giusto sdegno.
Dopo che Salzano, finito questo convegno che non poteva produrre nessun utile risultato, si apparecchiava a ritornare a Sant'Agata di Sessa, ritornando a Teano, non trovò più la sua scorta. Era stata fatta prigioniera dal capo del distaccamento garibaldino, che fu veduto venire a colloquio con gli avamposti piemontesi, durante l'abboccamento dei due generali.
L'ultimo fatto che come i precedenti, deve essere lasciato al severo apprezzamento di tutta l'Europa civile è un recente proclama del generale Cialdini, mercé il quale tutti i contadini sorpesi con l'armi alla mano per difendere il loro legittimo sovrano, sarebbero senza pietà fucilati. 
la sola esistenza di queste truppe di volontari realisti, non denegate dallo stesso nemico e che ormai sono divenute numerose, prova assai bene quanto sia sincera la pretesa umanità del voto popolare a fine di ottenere un cambiamento di governo; ma convien pure notare che il Piemonte, con questo suo nuovo diritto di guerra, pretende di dar vita, ad esclusivo suo privilegio, della facoltà d'istituire un elemento militare inventato da lui, cioè le milizie volontarie.
Ed aggiungiamo pure che mentre Sua Maestà Siciliana serba in vita non solo gli stranieri che in guerra di brigantaggio, sono stati fatti prigionieri, ma anche i suoi stessi sudditi datisi al partito rivoluzionario ed ingaggiatisi alle truppe garibaldine, il luogotenente del Re di Sardegna si arroga il diritto di dar la morte ai fedeli sudditi del legittimo sovrano, i quali, eccitati da un giusto e santo sdegno prendono le armi per la difesa del loro Re e della patria loro contro la più inique invasione nemica.
Il sottoscritto si astiene da ogni altra considerazione delle cose esposte; bastano esse a dare contezza della ingiustizia di una guerra fatta dal Piemonte a Sua Maestà il Re del Regno delle Due Sicilie: questa guerra, sotto il riflesso dell'idea rivoluzionaria che l'ha ispirata, spezza ogni fede ed ogni ingiustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere del soldato"

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