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lunedì 30 novembre 2015

Si parla di Brigantaggio postunitario a Teano



TEANO: continuano le iniziative dell'inarrestabile Claudio Saltarelli con la sua associazione "Alta Terra di Lavoro".
 Questa volta, a Teano, sabato 5 dicembre si parlerà di brigantaggio postunitario.
Sarà la volta buona per esaminare seriamente "le conseguenze" sciagurate di un (in)-famoso incontro che la stessa Teano e Caianello (Taverna Catena) si disputano l'onore(?) di aver ospitato.
Lo spunto è la presentazione del libro del nostro amico (e vicepresidente dell'Istituto) Fernando Riccardi "Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere", giunto alla V edizione.
Oltre all'autore ed all'instancabile organizzatore ne parleranno Vincenzo Giannone, dirigente scolastico della Scuola Primaria "Ferdinando II" di Scafati e Fiorentino Bevilacaqua.
Questo sì che sarà un incontro da non perdere.



giovedì 19 novembre 2015

STORIA E IDENTITA’ / L’Albergo dei Poveri fu rivoluzionario laboratorio, casa d’accoglienza e molto di più



NAPOLI: Ancora una volta pubblichiamo un ottimo articolo ripreso dal sito di "Identità insorgenti" (con cui abbiamo condiviso la battaglia per salvare l'Istituto Caselli di Capodimonte).
Questa volta si parla del “Regium Totius Regni Pauperum Hospitium”, il Real Albergo dei Poveri e ci sembra giusto sia perché fu un ottima iniziativa (manco a farlo apposta fu voluta da un Borbone. Ma che non fossero così cattivi, allora?) sia perché voluta da Carlo di Borbone di cui il prossimo anno 2016 celebreremo il terzo centenario della nascita.
L’architetto Ferdinando Fuga venne coadiuvato nel suo lavoro da Giuseppe Galbiani (sostituito dal figlio Ferdinando nel 1778) fino al 1781 quando, a causa del a morte dell’architetto fiorentino, la direzione venne affidata per un breve periodo a Mario Gioffredo e, successivamente, a Carlo Vanvitelli. Quest’ultimo, essendo impegnato anche nel cantiere di Palazzo Reale, delegò un suo fidato collaboratore, Francesco Maresca, di occuparsi dell’Albergo dei Poveri. Quest’ultimo, vista la mancanza di fondi, ridimensionò l’originale progetto del Fuga e, nel 1803, i lavori vennero sospesi, anche se la struttura cominciava ad espletare le proprie funzioni.
Buona lettura


Chi passa per piazza Carlo III non ha alcuna probabilitá di non notarlo. É uno degli edifici piú grandi d´Europa, addirittura la sua facciata é 100 metri piú lunga di quella della reggia di Caserta, nonostante l´opera rappresenti solo un quinto del progetto originale.
L'arch. Ferdinando Fuga
Progettato da Ferdinando Fuga per volere di Carlo III di Borbone, la struttura era volta all´accoglienza, al mantenimento, ed alla formazione scolastica e lavorativa delle masse povere del Regno delle Due Sicilie. Uno dei tanti scopi era anche quello di assicurare agli orfani della casa dell´Annunziata, i mezzi necessari per il sostentamento e l´insegnamento di un mestiere che li avrebbe potuti rendere autonomi nella vita quotidiana.
il Real Albergo dei Poveri e Piazza Carlo III (*)
Iscritto nella Heritage world list, rientrando nel centro storico di Napoli (Lista Unesco dei patrimoni dell´umanitá) oggi all´interno si trovano palestre, una scuola calcio, alla via Bernardo Tanucci si accede ad un grande parcheggio interno, si organizzano eventi, ma nulla che possa veramente rendere onore alla struttura, tenendo conto dello scopo per cui venne progettata. Ma come era in passato l´albergo dei poveri? I primi segni di degrado dell´albergo portano al 1861, ed una descrizione abbastanza dettagliata di come era prima del 1861, e dopo, la si púo leggere in una serie di articoli del 1871 de “Lo Trovatore” :
i disegni dell'edificio (utilizzati per il restauro)
“Trattando noi di questa vastissima opera Pia che fu l´Albergo dei Poveri, eccellente creazione della caritá cittadina e del patriottismo dei nostri venerati maggiori, oggi purtroppo per la tristezza degli uomini divenuta oggetto di speculazioni, poiché non piú risponde all´alto concetto per cui venne formata, DISCACCIANDONE I POVERI…nel primo articolo dicevamo: Che le arti principali donnesche erano nell´albergo dei poveri fin dal 1815 mantenute sempre fiorenti e lucrative su vasta scala, ondé le leggende apposte sotto i saggi di esse, messi in mostra nell´esposizione Marittima, che ne indicavano l´introduzione all´albergo erano erronee, false, bugiarde… Nel secondo articolo dimostrammo come moltissime altre arti appropriate alla condizione del Pio luogo, e tutte sorgenti di pubblica utilitá e ricchezza, sono ormai scomparse dall´albergo, e ripetiamo quali esse furono: Stamperia, litografia, ponzoni in acciaio, matrici di carattere a stampa, fabbrica di spilli, idem di piccoli chiodi, idem di piastre di fucili, idem di lime e raspe. Spaccio di piccoli lavori di bronzo, lavori di pietre del Vesuvio, fabbrica di vetro bianco e colorato, lanificio, manifattura di telerie, fucine. Scuola ed esercizio di fabbri muratori, fabbrica di matite e lapis, oreficeria, ed officina di bigiotteria. Dalla vasta fabbrica di panni tenuta da Raffaele Sava in S. Caterina a formiello periodicamente all´albergo arrivavano balle di tessuti, pannini, affinché un numero sufficiente di donne, meno atte al lavoro, venissero applicate utilmente ad una specie di apparecchio di quei tessuti. Or bene, a tante specie di fabbriche, d´industrie, a tanti e si svariati mezzi d´insegnamento pratico che mentre educavano l´individuo al lavoro, ed erano per gli operai sorgente di lucro, poiché nella massima parte questo a vantaggio dei lavoratori andava, oggi che potrá contrapporre l´attuale albergo dei poveri, del quale ben puó dirsi EI FU ?
Carlo di Borbone, "the King who started it all" (anche se il primo Borbone a regnare su Napoli e Sicilia fuel padre Felipe V)

STAMPERIA: introdotta nel 1827, vi lavoravano 26 giovani, aveva 6 torchi, 40 cantaja di lettere di ogni specie, si lavorava per conto del ministero dell´Interno (ABOLITA DA 5 ANNI)
LITOGRAFIA: Vi lavoravano 10 disegnatori e 15 allievi dell´albergo (SPENTA DA ANNI)
PONZONI IN ACCIAIO: Introdotti a Napoli da un Siciliano istruito in Parigi presso il conosciuto artefice DIDOT, maestralmente manifatturati nell´albergo. Nel 1835 questa industria aveva acquistato un grado di importanza cosí alto che nei loro magazzini erano esposti DICIOTTOMILA LIBBRE DI METALLO LAVORATO, il quale importava la somma di 45 mila ducati, pari a 191.250 lire…Vi lavoravano piú di 100 operai (OGGI NON É PIÚ)
FABBRICA DI SPILLI: Produceva ogni anno 12mila Libbre di spilli, producenti 9600 Ducati pari a 40800 Lire, vi lavoravano oltre 100 lavoratori( ED OGGI? NON ESISTE)
FABBRICA DI CHIODI: Si producevano le “punte di Parigi”, piú di 100 operai (SPENTA) LAVORI IN BRONZO: Un ingegnoso VENEZIANO eseguiva con un suo ritrovato, bellissimi lavori, copiandoli spesso dall´antico, 9 lavoratori dell´albergo. (CHIUSO)
FABBRICA DI PIASTRE DI FUCILI: Due maestri, 5 allievi per gli ordini, 53 per lavorare, tutti dell´albergo( É SPENTA)
FABBRICA DI VETRO BIANCO E COLORATO: 10 allievi dell´albergo e 20 esterni, sin dal primo anno della sua istallazione si vendettero oggetti per la cifra di 8mila Ducati pari a 34.000 lire(OGGI SPENTA)
LAVORI DI PIETRE DEL VESUVIO: Un maestro con allievi dell´albergo mantenevano viva questa industria(SPENTA)
LANIFICIO: 120 operai tutti dell´albergo, si producevano particolarmente i “peloncini”(spenta)
MANIFATTURA DI TELA: 50 telai, per 30 uomini e 20 donne, ove lavoravano 100 uomini e 50 donne senza contare i maestri Il direttore di questo ospizio in una mostra pubblica meritó la medaglia d´oro, e due volta quella d´argento, come venne decorato della medaglia d´oro anche il direttore della fabbrica di cristalli(OGGI NON ESISTONO)
FUCINE DI FABBRI FERRAI: 20 operai (ABOLITE)
FABBRI MURATORI: 40 operai (ABOLITI) Ecco in abbozzo cosa era l´Albergo dei Poveri quando ne reggevano le sorti , e ne amministravano le rendite uomini severi, e non capricciosi, ed impari all’ impresa; i quali ponendo in cima a tutto la soddisfazione della propria volontà, per un opera così stupenda di carità cittadina, di filantropia, di civile educazione , di benessere non solo dei poveri reclusi, ma siwero del popolo tutto,che nel decoro ed incremento di sì grandioso Istituto, andava superbo di mostrare allo straniero come l’ Italia fu sempre culla del bello, e che sotto allo incantato Cielo di questa voluttuosa Napoli fioriron sempre : CARITÁ, GENIO, E LAVORO
Le disposizioni che riguardano il vitto, l´alloggio, il vestiario, il mantenimento, la formazione scolastica e lavorativa degli “ospiti” dell`albergo sono davvero innumerevoli, ed un quadro di come doveva essere la politica sociale nel mezzogiorno d´Italia pre-unitario la si puó leggere dall´Almanacco del Regno delle Due Sicilie per l´anno 1842 : “I mendici, gli accattoni, crescenti in numero o perché loro manca un lavoro ed il modo di procurarselo, o perché inclini all´ozio, o perché malori e fisiche deformitá li inabilitano a faticare, hanno determinato il Re a volgere verso di essi le sue paterne cure per chiamare i primi a vita laboriosa e utile, per allontanare gli altri dal vizio, e per soccorrere gli ultimi nelle loro sventure, miglioranto la sorte e la salute di tutti…con tali vedute si é ordinato lo stabilimento di 4 grandi depositi destinati con apposite dotazioni ad accogliere individui dei due sessi e qualsiasi etá:
1 – nella Capitale (Napoli) 2 – Terra di lavoro per il principato Ulteriore, Molise, Capitanata e Abruzzo 3 – Principato Citeriore, Basilicata e Calabria 4 – Terra di Bari e Terra d´Otranto Per quanto riguarda la Sicilia: Palermo, Monreale, Caltagirone
Stendhal (1783-1842) sull´Albergo dei poveri scriveva cosí: « Albergo dei Poveri, primo edificio. È molto più impressionante di quella bomboniera, tanto vantata, che si chiama a Roma “Porta del Popolo”
Carmine Sadeo
Note
– Collezione leggi e decreti emanati nelle province continentali dell´Italia meridionale, D.Antonio Vacca, 1841 – Lo trovatore, giornale del Popolo, 1871, Napoli – Il Reale Albergo dei Poveri di Napoli. Un edifizio per le arti della città, Napoli, 1999 – unesco.org/en/list/726 – Almanacco del Regno delle Due Sicilie 1842, pagina 638-639 – Citazione di Stendhal tratta dal libro: Rome, Naples, Florence 1817 Parigi

(*) questa foto è l'unica presente nell'articolo originale, le altre, di pubblico dominio sono state aggiunte da noi.

martedì 17 novembre 2015

Interessante convegno a Roccasecca

ROCCASECCA: "Secca per modo di dire" diceva Totò in uno dei suoi film. Ed aveva ragione viste le attività culturali che fervono nell'Alta Terra di Lavoro.
Sabato 21 novembre ci sarà il III convegno di Studi Storici "Brigantaggio, le conduzioni delle Due Sicilie prima dell'Unità d'Italia".
Per noi, motivo di grande soddisfazione è la presenza, accanto al nostro Fernando Riccardi, di Roberto Della Rocca che contribuiranno, ne siamo certi, insieme con la nostra amica Maria Scerrato, alla riuscita di questo interessante convegno.





domenica 15 novembre 2015

Convegno a Palermo su gli ultimi anni del Regno




E' con vivo piacere che pubblichiamo la locandina di un bellissimo evento che si terrà il 27 novembre in Palermo,  a cura dell'Associazione Naz. Ex Allievi Nunziatella e della Delegazione per la Sicilia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.



sabato 14 novembre 2015

PUCCIANIELLO: II GIORNATA DI STUDI DESIVIANI


Giacinto de' Sivo (1814-1867)di Francesco Pappalardo

l'articolo originale sul sito di Alleanza Cattolica

1. Dalla letteratura alla storia attraverso la politica
Giacinto de' Sivo, scrittore e storico napoletano, nasce a Maddaloni, in Terra di Lavoro, il 29 novembre 1814, da una famiglia di militari devota alla dinastia borbonica. Il nonno, pure di nome Giacinto, aveva armato a proprie spese soldati per la difesa del regno in occasione dell'aggressione giacobina e francese, e lo zio Antonio era stato fra gli ufficiali del card. Fabrizio Ruffo (1744-1827), che nel 1799 aveva animato e guidato l'impresa della Santa Fede; anche il padre, Aniello, era stato un valoroso ufficiale dell'esercito napoletano, ma aveva dovuto lasciare il servizio attivo a causa di un infortunio.
Il giovane Giacinto preferisce l'arte della penna a quella delle armi e frequenta a Napoli la scuola del marchese Basilio Puoti (1782-1847), maestro di lingua e di elocuzione italiana. Di tale insegnamento si possono riconoscere le tracce in tutti i suoi scritti, in prosa o in versi: la classica armonia delle strutture, la purezza delle voci e le preziosità lessicali, che rendono il suo stile non sempre agevole, ma denso e caustico. Nel 1836, poco più che ventenne, dà alle stampe un volumetto di versi, cui segue, quattro anni dopo, la prima di otto tragedie, alcune delle quali saranno rappresentate con discreto successo e stampate più volte; quindi pubblica un romanzo storico, Corrado Capece. Storia pugliese dei tempi di Manfredi. Nel 1844, sposa Costanza Gaetani dell'Aquila d'Aragona, figlia del conte Luigi, maresciallo di campo e aiutante generale del re, dalla quale avrà tre figli.
Parallelamente all'attività letteraria, entra a far parte della Commissione per l'Istruzione Pubblica e, nel 1848, è nominato consigliere d'Intendenza della provincia di Terra di Lavoro. L'anno seguente è capitano di una delle quattro compagnie della Guardia Nazionale di Maddaloni, fino allo scioglimento di questa milizia, quindi comanda per alcuni mesi la ricostituita Guardia Urbana. Gli avvenimenti del biennio rivoluzionario 1848-1849, che recano le prime gravi minacce all'integrità dell'antico Stato napoletano, turbano il giovane letterato e lo inducono a dedicarsi alla riflessione storica per comprendere le ragioni dell'immane tragedia che sconvolge l'Europa. Sospende per qualche tempo la composizione tragica e comincia a scrivere una monografia sugli avvenimenti recenti, che non pubblica immediatamente "[...] per non parer di percuotere i vinti e inneggiare a' vincitori", e che rappresenterà il nucleo generatore della Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861. I tristi presentimenti diventano presto realtà e, nel 1860, aggredito dalle bande garibaldine e dall'esercito sardo, il Regno delle Due Sicilie cessa di esistere dopo una storia sette volte secolare.
De' Sivo, fedele alla dinastia legittima, è destituito dalla carica di consigliere d'Intendenza e imprigionato. Scarcerato alcune settimane dopo, è nuovamente arrestato il 1° gennaio 1861; finalmente liberato due mesi dopo, vuole sperimentare la "vantata libertà della parola" e inizia la pubblicazione di un giornale legittimista, La Tragicommedia. Il vessillo del giornale è il "prepotente amore" alla patria, che non è la "Patria" astratta e letteraria dei rivoluzionari, bensì "idea semplice cui ciascuno intende senza dimostrazione; è il suolo ove siam nati, ove stan l'ossa degli avi, la terra de' padri". La Tragicommedia, che nasce anche con l'intento di "[...] ricordar le ricchezze dileguate, l'armi perdute, fra' rimbombi de' cannoni, e i gemiti de' fucilati, e i lagni de' carcerati", viene soppresso dalle nuove autorità dopo i primi tre numeri. Imprigionato per la terza volta, lo storico napoletano sceglie la via dell'esilio e il 14 settembre 1861 parte per Roma, da dove non farà più ritorno. Gli ultimi anni della sua vita sono dedicati alla difesa, spesso polemica, dell'identità nazionale del paese - appartengono a questo periodo gli opuscoli Italia e il suo dramma politico nel 1861 e I Napolitani al cospetto delle nazioni civili - e, soprattutto, alla riflessione e alla ricostruzione storica. Dà alle stampe una Storia di Galazia Campana e di Maddaloni e porta a termine la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che rappresenta il culmine della sua produzione letteraria e storica. Il primo volume è recensito su La Civiltà Cattolica dal gesuita Carlo Maria Curci (1809-1891), che lo giudica lavoro di "altissimo pregio" quanto "a sanità di principii, a nobili sentimenti di onestà e di religione, a coraggiosa franchezza nel qualificare le cose e le persone coi proprii loro nomi, e, per ciò che noi possiamo giudicarne, eziandio quanto a veracità di fatti narrati".
De' Sivo intraprende quindi un nuovo lavoro, una difesa storica del Papato contro le calunnie rivoluzionarie, ma la morte lo raggiunge a cinquantadue anni, il 19 novembre 1867, proprio nei giorni in cui - come fu scritto nel necrologio apparso su Il Veridico. Foglio popolare, il settimanale antirisorgimentale la cui prima serie venne pubblicata a Roma dall'agosto del 1862 all'11 settembre 1870, sotto la direzione di monsignor Giuseppe Troysi - "la gloriosa vittoria di Mentana gli allegrava la magnanima ira e il settenne dolore d'ingiusto esilio e gli stenti di morbo rincrudito".

2. La "damnatio memoriae"
Il trattamento inflitto all'opera di de' Sivo è conseguenza dello sforzo compiuto dalla cultura dominante per manipolare o per cancellare la memoria storica del popolo italiano attraverso l'inquinamento del patrimonio culturale della nazione e l'abbandono nell'oblio di avvenimenti e di personaggi particolarmente significativi.
Per circa sessant'anni sull'opera dello storico di Maddaloni ha gravato una coltre di silenzio, sollevata da Benedetto Croce (1866-1952) - partenopeo di adozione ma privo di una comprensione adeguata della storia napoletana, a causa dei suoi pregiudizi storicistici - con un breve saggio, Uno storico reazionario: Giacinto De Sivo, che ne offre però un'interpretazione riduttiva e deformante. Soltanto nel secondo dopoguerra viene data alle stampe, un secolo dopo la prima edizione, la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861; e vede la luce la prima biografia dell'autore, scritta con affettuosa "compassione" dallo storico Roberto Mascia, scomparso nel 1972. Seguono quindi le riedizioni de I Napolitani al cospetto delle nazioni civili e dell'Elogio di Ferdinando Nunziante, e la ristampa dei tre numeri del periodico La Tragicommedia.

3. L'insegnamento storico e morale
L'opera storica di de' Sivo non si esaurisce nello sterile rimpianto del passato e nella difesa incondizionata della dinastia borbonica, ma costituisce un'aperta denuncia della malizia e della strategia rivoluzionarie, nonché dell'inettitudine e dell'impreparazione di quanti avrebbero dovuto opporre prima una resistenza e poi, eventualmente, una reazione agli accadimenti.
Anche quando prevalgono lo sdegno per la violazione del diritto e la protesta contro l'"iniquo servaggio" che grava sulle contrade napoletane, non viene meno la consapevolezza del carattere rivoluzionario dell'aggressione al Regno delle Due Sicilie, che è soltanto un episodio - anche se macroscopico - dello scontro gigantesco in atto fra la religione e l'ateismo. La "cruenta e atrocissima" lotta che contrappone italiani a italiani passa in secondo piano di fronte a un male più grave, cioè il "dileggio" che lo Stato unitario fa del diritto, della morale e della religione. L'unità politica, dunque, non è sempre un bene, anzi è un male quando viene realizzata contro la Chiesa e le autorità legittime, a danno dei valori spirituali e civili della nazione. In opposizione al piano rivoluzionario, che vuole "l'unità geografica e la disunione morale", egli prospetta l'ipotesi di una confederazione, sul modello di quella svizzera e degli Stati germanici, affinché possano sopravvivere le autonomie, le leggi, le tradizioni di ciascun popolo della penisola "[...] e l'Italia cristiana riederà al suo naturale primato", alla sua vocazione storica, che è quella di accogliere e di proteggere la Cattedra di Pietro.
De' Sivo apporta alla cultura cattolica contro-rivoluzionaria un contributo non trascurabile sia per la comprensione della dinamica delle ideologie, che si affermano nella storia - come ebbe a scrivere Papa Giovanni Paolo II nel messaggio per la XVIII Giornata Mondiale della Pace, dell'8-12-1984, al n. 6 - attraverso "disegni nascosti" - accanto ad altri "apertamente propagandati" - "miranti a soggiogare tutti i popoli a regimi in cui Dio non conta", sia per la conoscenza dei meccanismi di tale dinamica, messi in moto soprattutto da circoli settari di origine massonica, che - dopo avere sradicato la religione dalle classi dirigenti nel corso del secolo XVIII - perseguono l'obiettivo della "democratizzazione dell'irreligione". Anche la dinastia borbonica e le classi dirigenti del regno hanno gravi colpe, la cui "confessione" non è meno utile della denuncia delle manovre settarie. Le calamità del secolo XIX sarebbero incomprensibili senza gli errori del secolo precedente: l'adesione degli intellettuali all'illuminismo, la decadenza colpevole della Nobiltà, il contributo decisivo dato dalla monarchia assoluta all'opera di laicizzazione dello Stato e di secolarizzazione della società, hanno indebolito il regno, che nel momento decisivo non seppe resistere all'aggressione interna ed esterna.

4. "Tacito della tirannide settaria"

Poiché la Rivoluzione - cioè l'opera plurisecolare tesa alla distruzione della Cristianità e alla costruzione di una realtà storica a essa diametralmente opposta nei princìpi e nei fatti - ha potuto procedere solo grazie all'occultamento del suo volto e dei suoi fini ultimi, il mezzo più efficace per combatterla - secondo la lezione del pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) nell'opera Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, del 1959 - consiste nel denunciarne lo spirito e la strategia: "Strapparle, dunque, la maschera significa sferrarle il più duro dei colpi". Ebbene, de' Sivo ha svolto tale compito con efficacia, meritando l'appellativo di "Tacito della tirannide settaria" - attribuitogli dall'anonimo estensore del citato necrologio - per aver "strappato coraggiosamente all'ipocrita la rossa camicia e il tricolore paludamento, disvelando sott'esso di che lagrime grondi e di che sangue". Inoltre, insegna a Napoli e a tutto il Mezzogiorno d'Italia che l'attesa rinascita religiosa e civile può essere perseguita e conseguita soltanto compiendo un profondo esame di coscienza nazionale e ricuperando le proprie radici storiche e spirituali, da tempo conculcate e disprezzate, non solamente da parte di allogeni.


Per approfondire: fra le opere principali di Giacinto de' Sivo, ripubblicate negli ultimi decenni, vedi Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Berisio, Napoli 1964; I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, Borzi, Roma 1967, e, con una introduzione di Silvio Vitale, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 1994; Storia di Galazia Campana e di Maddaloni, La Fiorente, Maddaloni (Caserta) 1986; Elogio di Ferdinando Nunziante, presentato e pubblicato da Bruno Iorio con il titolo Un "eroe" borbonico, Galzerano, Casalvelino Scalo (Salerno) 1989; e il periodico La Tragicommedia, ristampato - a cura di Francesco Maurizio Di Giovine e di Gabriele Marzocco - dall'Editoriale il Giglio, Napoli 1993; di Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 vedi due recensioni su La Civiltà Cattolica, una al primo volume, a firma di padre Carlo Maria Curci S. J. (anno XV [1864], serie V, vol. X, fasc. 340, pp. 444-463), e l'altra al terzo volume, a firma di padre Francesco Berardinelli S. J. (1816-1892) (anno XVII [1866], serie VI, vol. VII, fasc. 392, pp. 200-212); l'unica biografia completa dello storico napoletano è Roberto Mascia, La vita e le opere di Giacinto de' Sivo (1814-1867). Il narratore - Il poeta tragico - Lo storico, Berisio, Napoli 1966; il saggio di Benedetto Croce, Uno storico reazionario: Giacinto De Sivo, Tipografia Giannini, Napoli 1918, è ora in Idem, Una famiglia di patrioti ed altri saggi storici e critici, Laterza, Bari 1949, pp.147-160.



mercoledì 11 novembre 2015

ATTO DI CANNES IMPOSTO DALLA SPAGNA E PRETESO DALL'ITALIA

Giovanni Grimaldi














CASERTA: Sempre con l'intento di capire e di far capire (ed anche, consentitecelo, per amor di verità), pubblichiamo un ulteriore post del nostro amico Giovanni Grimaldi a proposito dell'Atto di Cannes.


Gentili signori,
vorrei sottoporre alla vostra attenzione questi interessantissimi documenti che confermano la mia tesi esposta nel mio studio dinastico edito sulla XXXII ed. Annuario nobiltà Italiana.

Giovanni Grimaldi (con il microfono), durante il suo apprezzatissimo intervento alla presentazione del libro del Marchese de Felice dedicato a SAR il Conte di Caserta in occasione dell'LXXX anniversario della morte (1934-2014). Accanto, a dx, il comm. Giovanni Salemi, Presidnte del nostro Istituto, ed a sin. l'avv.Alberto Zaza d'Aulisio, presidente della Società di Storia Patria di Terra di Lavoro. All'estrema destra il nostro Fernando Riccardi che moderava l'evento.


Infatti a ribadire la veridicità di quanto ho scritto e dei documenti rintracciati, vi trascrivo qui (scusandomi per il frettoloso spagnolo) quanto riporta Fernando García Sanz, Historia de las relaciones entre España e Italia: imágenes, comercio y política exterior: 1890-1914, Editorial CSIC - CSIC Press, 1994, pagg. 226-228:

"...la Reina había puesto dos condiciones para dar su asenso a la
boda: que D. Carlos se nacionalizara español y que hiciese explícita renuncia (que sería mantenida en secreto) a cualquier eventual derecho proveniente de la condición de su familia; por último, la Reina accedió a la petición que le hacia Collobiano (por orden del ministro Venosta) en el sentido de que se tratase de impedir que D. Carlos luciese las condecoraciones y los títulos de los borbones del antiguo Reino de Nápoles"

Anche ONLINE
ed anche SCARICABILE (pagine 286-289)
http://biblioteca.ucm.es/tesis/19911996/H/0/AH0013101.pdf
(si faccia una bella lettura)
Dai quali altri documenti si evince in maniera inoppugnabile che le condizioni affinchè la Regina reggente permettesse tale matrimonio erano:
1) che Carlo doveva naturalizzarsi spagnolo
2) che Carlo facesse rinuncia esplicita (da tener segreta) a QUALUNQUE diritto proveniente dalla sua famiglia
3) che Carlo rinunciasse ad usare qualsiasi titolo e decorazione dei Borbone Due Sicilie.
Pertanto tale rinuncia di Carlo Tancredi per sposare la Principessa delle Asturie si configura anche come un atto di valenza di accordi fra Stati sovrani.

sabato 7 novembre 2015

LA DISPUTA DUOSICILIANA: LA MOSSA DI DON PEDRO

Le leggi dinastiche sono un argomento ostico ai più. Di fronte alla complessità dell'argomento sono in molti a spaventarsi e a lasciarsi sedurre dalle lusinghe di alcuni che, supponiamo in buona fede, aprono la bocca e pontificano su argomenti di cui non sanno nulla.
Uno degli argomenti più dibattuti è quello che riguarda chi sia il Capo della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie a volte unito, a volte separato, all'altro grande quesito "a chi spetti il Gran Magistero dell'Ordine Costantiniano".
Molto è stato detto su questo argomento e, alcune volte, è dato detto un cumulo di sciocchezze.
Per coloro che fossero interessati pubblichiamo uno scritto di Giovanni Grimaldi, apprezzato studioso di diritto dinastico e di genealogia, che stimiamo molto e di cui apprezziamo l'ottimo lavoro ma sopratutto la chiarezza, requisito essenziale quando vengono trattati argomenti difficili come questo:



E' appena passato un mese dalla scomparsa di S.A.R. l'Infante Don Carlos Borbone Spagna (ex Due Sicilie), ed a questo punto ci chiediamo che posizione ufficiale prenderà suo figlio Don Pedro(*).
Continuerà la disputa con la Real Casa delle Due Sicilie, continuando le pretese che furono del compianto padre Carlo Maria (1938-2015) e del nonno l'Infante Alfonso Maria (1901-1964)?
Innanzitutto vorremmo rendere evidente la strana “intitolazione” dell’Infante Alfonso Maria, che fu poi "ereditata" dal figlio ed erede Don Carlos. 
Infatti Don Carlos, come il padre Alfonso Maria, utilizzava impropriamente il titolo di “Duca di Calabria”.
Ma tale titolo era riservato SOLO al Principe ereditario delle Due Sicilie!
Non al Capo e Sovrano. 
Per fare un paragone sarebbe come se il pretendente Re di Spagna si facesse chiamare invece Principe delle Asturie, oppure il Re di Francia come Delfino, e via di seguito.

Infatti Alfonso Maria e Don Carlos dopo di lui, avrebbero dovuto invece dichiararsi “Duca di Castro”, in quanto pretendenti alla carica di Capo della R. Casa e Pretendente al trono. 
In quanto SM Francesco II dichiarò che tale titolo di “Duca di Castro” doveva servire a identificare il titolare di tali supreme dignità.

Ancora una volta vi è stata una confusione fra il concetto di titolo dinastico e titolo nobiliare?
In realtà questa intitolazione dell’Infante Alfonso Maria prima e di Don Carlos dopo, rivela altri errori di fondo della loro pretensione. 
Infatti siccome Alfonso Maria si era dichiarato quale successore di Ferdinando Pio (1960), anche se costui aveva continuato ad usare pubblicamente ma impropriamente il titolo di “Duca di Calabria” (che era riservato solo al Principe ereditario), Alfonso Maria avrebbe dovuto dichiararsi “Duca di Castro”, in quanto pretendeva di essere il nuovo Capo della R. Casa. Giacchè, come è noto, il titolo dinastico di “Duca di Calabria” era riservato al Principe erede al trono. Quindi tecnicamente fu come se Alfonso Maria da un lato si fosse dichiarato Capo della R. Casa e Pretendente e dall’altro erede al trono, ovvero come se fosse erede di Ranieri. Perché certamente non poteva sommarsi nella stessa persona la dignità di Capo e Pretendente e quella di suo stesso erede!

Anche perchè se Alfonso Maria e poi Carlo Maria deteneva il titolo di Duca di Calabria, ovvero il titolo dinastico dell’erede al trono, chi era allora, secondo loro, il Capo e Pretendente legittimo della R. Casa e Dinastia??
Chiarito quindi l'errore nell'uso improprio del titolo (dinastico, non nobiliare!) di "Duca di Calabria" dobbiamo notare che allo stesso modo e conseguentemente anche il titolo di “Duca di Noto” (preteso da Carlo Maria e poi da Don Pedro) è improprio.
Infatti il titolo dinastico di “Duca di Noto” spettava solo ed esclusivamente all'erede eventuale del Principe erede della Real Casa.
Oltre i detti problemi di impropria ed erronea intitolazione, vi sono altri problemi dinastici che non riusciamo a comprendere.
Infatti la posizione dinastica di Pedro non ci appare, purtroppo, molto chiara. 
Innanzitutto bisogna ricordare che non si è Principe di una Real Casa semplicemente perché si è figli (anche se legittimi e naturali) di un Principe di tale Real Casa. 
Si nasce infatti Principe della R. Casa solo se il Principe genitore era nella condizione legittima, dal punto di vista delle leggi dinastiche, di poter tramandare il suo status alla propria discendenza (cd. "legittimità dinastica"). 


Ma chiariamo la questione secondo i vari diritti dinastici che potrebbero interessare Don Pedro:
1) DUE SICILIE: considerando l’ipotesi che il Principe Carlo Maria (1938-2015) non fu mai Principe delle Due Sicilie (in quanto non nato da matrimonio dinasticamente valido per quella Real Casa, in quanto esclusivamente Principe della Real Casa e Dinastia di Spagna), non avrebbe quindi potuto trasmettere ovviamente al figlio lo status ed il rango di Principe delle Due Sicilie. 
Conseguentemente Don Pedro, non essendo nella linea di successione duosiciliana non poteva avere il titolo dinastico di “Duca di Noto”, così come il padre non potè nemmeno conferirgli il titolo dinastico di “Duca di Noto” (titolo che non si conferiva, ma al massimo riconosceva), non essendo il Capo della R. Casa e Dinastia delle Due Sicilie. 


Pertanto dovremmo considerare solo lo status di Pedro nella Real Casa di Spagna. 
2) SPAGNA ATTUALE NORMATIVA: le attuali normative spagnole che regolano tale materia sono basate sul Regio decreto 1368/1987 (che ha specificato e ristretto i titoli ed i trattamenti della Familia Real e dei suoi parenti). 
In base a tale normativa, allo stato attuale, non sembra che Pedro rientri tra i Principi della Real Casa di Spagna. 
Perché infatti, oltre al trattamento di cortesia di “Altezza Reale” che gli viene attribuito in via informale, non ci risulta che il sovrano di Spagna lo abbia mai ed ufficialmente riconosciuto come Principe. 
Infatti Don Pedro non è un INFANTE, ma essendo figlio di Carlo Maria, che invece Infante lo era, godrebbe quindi del solo titolo di Grande di Spagna (art. 4 del detto R.D. 1368/87), con trattamento di “eccellenza”. 
Ma forse qui potrebbe aiutarci a capire meglio il Vice Cancelliere del suddetto ordine.

3) BORBONE DI SPAGNA: anche riguardo alle antiche Leggi della R. Casa Borbone di Spagna, la posizione di Pedro risulta delicata. Infatti, in base alla citata Pragmatica Sanzione del 1776 (secondo la quale i Principi della R. Casa di Spagna dovevano contrarre matrimoni tra pari, pena la decadenza irrimediabile dal rango del Principe inadempiente), Pedro, avendo contratto un matrimonio diseguale, sarebbe escluso da tale dinastia dei Borbone di Spagna (considerata “dinastia storica” dalla attuale normativa spagnola, anche se l’attuale R. Casa di Spagna non sembra che tenga più in riguardo le proprie antiche normative dinastiche). Allo stato attuale quindi diventa difficile qualificare lo status di Pedro, così come quello dei figli del detto Don Pedro. Soprattutto perché lo stesso Re di Spagna non si è ancora formalmente espresso in merito.
Anche qui potrebbe dovrebbe spiegarci la situazione il Vice Cancelliere dell'Ordine spagnolo che, benchè ci ha dimostrato di conoscere poco il diritto dinastico duosiciliano sembra ferratissimo su quello spagnolo (infatti ci ha citato altrove solo quello).

Infine aggiungiamo che anche la posizione di Jaime non ci appare, purtroppo, molto chiara. 
Innanzitutto, nell’ipotesi che Pedro suo padre non sia un Principe delle Due Sicilie non gli avrebbe potuto trasmettere tale status. 
Considerando poi che il Principe Carlo Maria (1938-2015) non fu il Capo e Pretendente di tale R. Casa nemmeno avrebbe potuto conferirgli il titolo (di ispirazione dinastica) di “Duca di Capua”. 
Quale sarebbe allora lo status di Jaime nella R. Casa di Spagna? 
Il padre Don Pedro non è un Infante, né è riconosciuto ufficialmente Principe, ma godrebbe personalmente del solo titolo di Grande di Spagna in quanto figlio di un Infante. Inoltre in base alla Pragmatica Sanzione del 1776 i Principi della R. Casa dovevano contrarre matrimoni tra pari, pena la decadenza e dunque la nascita di Jaime, non da una Principessa e prima del matrimonio dei genitori è considerata dinastica o meno, secondo la R. Casa di Spagna? Diventa quindi difficile pertanto anche qualificare il detto Jaime (*1993), così come tutti gli altri figli del detto Don Pedro. Anche perché, come abbiamo già detto, lo stesso Re di Spagna non si è ancora formalmente espresso in merito.

Chiediamo ancora una volta alVice Cancelliere se cortesemente ci fornisce il suo parere in merito.
In chiusura ci sono altre domande che ci poniamo:
1) L'Ordine cavalleresco Costantiniano di San Giorgio di Spagna (ovvero la Sagrada Orden Militar Constantiniana de San Jorge) è riconosciuto ufficialmente dal Regno di Spagna come un Ordine cavalleresco legittimo? Ovvero i cittadini spagnoli o stranieri se ne possono fregiare sul territorio spagnolo e/o all'estero? Oppure è riconosciuto solo dalla Real Casa di Spagna, magari a titolo privato?
2) Quali sono i trattamenti ed i titoli riconosciuti ufficialmente in Spagna a Don Pedro de Borbón y de Borbón, figlio del compianto Infante Don Carlos? Don Pedro risulta ufficialmente Altezza Reale e Principe appartenente alla Casa Reale di Spagna? Ed in caso positivo, in merito a quali riconoscimenti ufficiali?
3) I titoli nobiliari concessi dal compianto Infante Don Carlos sono riconosciuti ufficialmente in Spagna? Ad esempio quello di “Duca di Noto” e “Duca di Capua”? Allo stesso modo il citato Don Pedro de Borbón y de Borbón potrebbe concedere titoli validamente riconosciuti in Spagna?
Sarebbe molto bello se gli studiosi interessati alla vicenda, senza faziosità e con la massima onestà e sincerità, esprimessero serenamente i loro pareri.
Siamo qui per capire.
E magari per sperare che sia questa l'occasione giusta, per Don Pedro, di spiegare le sue intenzioni, risolvere magari la amara ed annosa disputa (proprio nello spirito riconciliatorio di Napoli, altrove tanto decantato).
Anche solo per capire cosa ne pensa il re di Spagna di questo suo parente e delle dette pretensioni dinastiche.



Grazie davvero.

G. G.

(*) dopo la stesura di questo scritto, Don Pedro ha rivendicato i titoli vantati dal padre. Ma gli argomenti sostenuti dall'amico Giovanni Grimaldi rimangono validi ugualmente.





 Si riporta di seguito il testo integrale dell'Atto sovrano n. 594 dato a Napoli il 4 gennaio 1817, così come pubblicato sulla Collezione delle leggi, mediante il quale Ferdinando I ha rivestito i membri della famiglia reale dei corrispondenti titoli:


COLLEZIONE DELLE LEGGI E DE' DECRETI REALI del Regno delle Due Sicilie, anno 1817



"L'ordine ristabilito nella Monarchia mentre da una parte ha mosso l'animo nostro a ricomporla in un solo Stato, onde l'unione delle forze e l'uniformità di governo producano la felicità vicendevole di tutte le parti, come avvenne allorché il di lei fondatore Ruggieri con questo mezzo estinse il germe d'infiniti disordini, ci ha fatto nel tempo stesso rivolgere lo sguardo al gran bene che Iddio ci ha conceduto, moltiplicando la nostra Famiglia. E sull'esempio di quel Monarca, e di altri nostri augusti Progenitori, abbiamo determinato di rivestire de' corrispondenti titoli i nostri Figli e Nipoti, onde la dignità della Famiglia reale sia quella stessa qual fu ne' lieti tempi della Siciliana Monarchia. Mossi da queste considerazioni abbiamo risoluto di ordinare ed ordiniamo col presente atto quanto siegue: 

Art. 1. Il Figliuolo primogenito del Re del Regno delle Due Sicilie, immediato erede della Corona, giusta la legge di successione del Re Carlo III da Noi confermata colla nostra legge del dì 8 di dicembre 1816, porterà il titolo di Duca di Calabria. 

2. Il figliuolo primogenito del Duca di Calabria assumerà sempre il titolo di Duca di Noto. Al dilettissimo nostro Figliuolo primogenito D. Francesco, e al di lui primogenito D. Ferdinando concediamo da ora i titoli anzidetti; e vogliamo che così venga sempre osservato nel tempo avvenire.

3. I due titoli di Duca di Calabria e di Duca di Noto non si risguarderanno come titoli trasmissibili, ma come distintivi del successore immediato alla Corona, e del di lui figliuolo primogenito, o di chi ne terrà il luogo.

4. Al nostro carissimo Figlio secondogenito D. Leopoldo concediamo il titolo di Principe di Salerno

5. Al figlio secondogenito del Duca di Calabria nostro Nipote D. Carlo concediamo il titolo di Principe di Capoa

6. Al di lui figliuolo terzogenito nostro Nipote D. Leopoldo concediamo il titolo di Conte di Siracusa

7. Al di lui figliuolo quartogenito nostro Nipote D. Antonio concediamo il titolo di Conte di Lecce.

8. I titoli di Principe di Salerno, Principe di Capoa, Conte di Siracusa e Conte di Lecce, di cui abbiamo investiti il nostro Figlio D. Leopoldo, ed i nostri Nipoti D. Carlo, D. Leopoldo e D. Antonio, saranno trasmessibili a' loro figliuoli primogeniti, ciascuno nella propria linea, ed a tutti i loro discendenti di maschio in maschio, colla inalterabile prerogativa del sesso e del grado; di modo che nel caso che non avessero figli maschi, o che la loro discendenza de' maschi discendenti da' maschi venga a cessare, né anche le figliuole primogenite potranno portare alcuno de' titoli anzidetti; ma resterà estinto nella persona dell'ultimo maschio discendente, e tornerà a disposizione del Sovrano, che si troverà allora sul trono.

9. I titoli come sopra conceduti non daranno alcun dritto a' concessionarj né su i beni né sulle persone esistenti nelle provincie e nelle città suddette, che resteranno, come lo sono attualmente, nel pieno dominio della Corona, senza alcuna differenza.

10. Questo atto solenne riguardante la nostra Real Famiglia, sottoscritto da Noi, riconosciuto dal nostro Consigliere e Segretario di Stato Ministro di grazia e giustizia, munito del nostro gran sigillo, e contrassegnato dal nostro Consigliere e Segretario di Stato Ministro Cancelliere, sarà registrato e depositato nella Cancelleria generale del regno delle Due Sicilie, la quale ne formerà i corrispondenti diplomi tanto pel nostro secondogenito D. Leopoldo, quanto pe' secondogeniti del Duca di Calabria, che attesteranno la concessione de' titoli anzidetti alle loro persone ed alle loro famiglie".




venerdì 6 novembre 2015

SEMINARIO SUL BRIGANTAGGIO POST-UNITARIO A SIENA


SIENA: la reazione che seguì alla conquista "manu militari" (per meglio dire "manu largitioni") del più grande degli Stati sovrani della penisola italica fu un fenomeno che durò, con alterne vicende per circa un decennio e su cui solo da poco si comincia a far piena luce.
Fu una realtà molto complessa e articolata che si tentò, come fecero i francesi con la reazione vandeana, di far passare come mero fenomeno delinquenziale, negando oltre ogni evidenza qualsiasi connotazione politica.
Che il problema, invece, fosse essenzialmente politico  e che, a differenza di quanto sbandierato dalla stampa di regime, i cosiddetti fratelli d'italia assomigliassero molto più a feroci "conquistadores" piuttosto che a "liberatori" non sfuggì agli osservatori dell'epoca se è vero come è vero che il Marchese Massimo Taparelli d'Azeglio ebbe a dire: 
  • "A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono e sembra che ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti o non briganti, niuno vuol saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani un'altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no. Capisco che gli italiani hanno il diritto di fare la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia, ma agli italiani che, restando italiani, non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare archibugiate, salvo si concedesse ora, per tagliare corto, che noi adottiamo il principio nel cui nome Bomba (Ferdinando) bombardava Palermo, Messina, ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, dico ciò che penso". (da Franco Alberti, Due costituzioni, da Napoli a Torino: note storiche e considerazioni sullo Zeitge, Guida, 2002, pag. 73).
Più onesto di tanti suoi "colleghi",  "dopo aver tanto gridato: Fuori lo straniero, fu preso dal dubbio d'esser egli straniero",  come dice Federico De Roberto, autore de I Vicerè.

Ahimé non servì a molto, come non servì l'interrogazione del Duca di Maddaloni Francesco Marzio Proto Carafa Pallavicino, eletto deputato alla Camera del Regno d'italia che ebbe a dire:
  • «Gli uomini di Stato del Piemonte e i partigiani loro hanno corrotto nel Regno di Napoli quanto vi rimaneva di morale. Hanno spoglio il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore... e lasciato cadere in discredito la giustizia... Hanno dato l'unità al paese, è vero, ma lo hanno reso servo, misero, cortigiano, vile. Contro questo stato di cose il paese ha reagito. Ma terribile ed inumana è stata la reazione di chi voleva far credere di avervi portato la libertà... Pensavano di poter vincere con il terrorismo l'insurrezione, ma con il terrorismo si crebbe l'insurrezione e la guerra civile spinge ad incrudelire e ad abbandonarsi a saccheggi e ad opere di vendetta. Si promise il perdono ai ribelli, agli sbandati, ai renitenti. Chi si presentò fu fucilato senza processo. I più feroci briganti non furono certo da meno di Pinelli e di Cialdini.»
Se il D'Azeglio o il Duca Proto che pure in un primo momento sostenne la "causa italiana" (mi viene in mente una battuta di Antonio de Curtis nel film: "Totò sceicco": le cause costano, le cause costano un occhio!!) si accorsero che la versione ufficiale dei fatti aveva gravi lacune e se ancora oggi sappiamo che al di la delle parole ci sono "italiani" di serie A e di serie B, non possiamo non apprezzare questo seminario che proprio a questo fenomeno del brigantaggio postunitario è dedicato.
A parlarne, tra gli altri,  il nostro amico Fernando Riccardi,  giornalista studioso ed autore di numerosi libri sull'argomento nonché vice presidente del nostro Istituto.
A tutti gli organizzatori, ai relatori ed in particolare al bravo Fernando un caloroso BUON LAVORO!






domenica 1 novembre 2015

CORREVA L'ANNO 1860. Il proclama del generale Casella all'Europa rimasto inascoltato: i pirati di Garibaldi, le violenze di Cialdini e i trasferimenti in Piemonte dei soldati fedeli al Re e alla Patria



Il Tenente Generale Francesco Casella, illustrazione tratta da "Nomi e volti di un esercito dimenticato" di Roberto Maria Selvaggi


E' grazie al lavoro dello storico Francesco Maurizio di Giovine, di Giuseppe Catenacci, presidente onorario dell'Associazione ex Allievi della Nunziatella, e all'editore Vincenzo D'Amico se oggi possiamo rileggere il proclama che il 1 novembre 1860, l'allora primo ministro del Regno delle Due Sicilie, il generale Francesco Casella, inviò alle corti europee. Un testo raccolto nella riedizione della Cronaca Civile e Militare delle Due Sicilie elaborata da monsignor Del Pozzo.

Le speranze di recuperare il Regno, già flebili dopo l'incerto esito del Volturno al principio del mese di Ottobre, con l'ingresso sulla scena del Piemonte erano ridotte al lumicino. Francesco II continuò a prolungare la difesa, e l'avrebbe prolungata entrando nella storia insieme ai suoi soldati fino a febbraio a Gaeta (e ancor più a lungo avrebbero resistito le milizie nelle fortezze di Messina e Civitella del Tronto), nella speranza che l'Europa non fosse stata ferma e immobile di fronte alla violenza del diritto pubblico europeo che si stava consumando a Napoli e in Sicilia.

Una aggressione i cui caratteri violenti erano noti a tutti ma, purtroppo per le Due Sicilie, le potenze conservatrici erano state annichilite da almeno due decenni di interessi e scontri contrapposti, sublimati nel sempre sottovalutato scontro di Crimea. Una rottura del fronte, quello tra Prussia, Russia e Austria, che avrebbe prodotto prima la caduta di Napoli e poi la rovina dei tre Imperi nel primo conflitto mondiale che avrebbe visto prima la caduta delle rispettive monarchie e poi, addirittura, la frantumazione dei propri territori, con la conseguente apertura di questioni etniche, politiche e sociali ancora di difficile composizione. 

Il Re Francesco II di Borbone

La resistenza che l'esercito delle Due Sicilie portava avanti al Garigliano subì un colpo micidiale proprio il 1 novembre 1860, quando l'ammiraglio francese Le Barbier de Tinan comunicò al Re Francesco di aver ricevuto, da Napoleone III (più che mai ambiguo in quel passaggio storico fondamentale), l'ordine di portarsi nella rada di Gaeta. Scoperti dal lato del mare i napoletani non poterono far altro che ritirarsi e arretrare sugli spalti della Fedelissima. Il Generale Casella, che da ex allievo della Nunziatella ben conosceva l'importanza del rispetto delle leggi di guerra e il significato dell'onore, non poté non denunciare, in questo proclama, il becero comportamento dei piemontesi e del Luogotenente del Re Savoia. 

E' desolante constatare che a oltre un secolo e mezzo da quelle giornate, quelle parole non abbiano trovato ancora oggi la giusta collocazione. Il comportamento del generale Cialdini (e del suo paese) fu inqualificabile. Il diritto pubblico europeo venne violentato nella sua interezza e ancora oggi, come bene scriveva Casella, al trattamento di riguardo riservato a veri e propri pirati si contrappose la violenza, lo spergiuro e forzati viaggi verso il Piemonte dove i soldati che scelsero di restare fedeli al proprio giuramento furono destinati a campi di prigionia e fortezze in attesa di una quasi mai giunta "rieducazione" al nuovo ordine di cose. Ulteriori commenti, come scriveva Casella, sarebbero superflui.

r.d.r.


L'ammiraglio francese Adelbert Le Barbier de Tinan

"Il sottoscritto, presidente del Consiglio dei ministri, incaricato degli affari esteri, si pregia di dar contezza a Vostra Eccellenza di taluni fatti che accompagnarono l'ingresso delle truppe piemontesi nel territorio del regno, e che bastano esse sole a definire il carattere di questa ingiusta invasione.
Dopo il primo scontro con le reali truppe, il generale Cialdini, avendo fatto prigioniero il generale Scotti, credette essere nel suo dritto ordinare che il Giudice regio di Venafro indirizzasse un comunicato al luogotenente generale Ritucci, in forza del quale si dichiarava che se si fosse toccato soltanto un capello dei prigionieri garibaldini, avrebbe usato rappresaglia sul generale Scotti e sopra gli altri prigionieri Regi.
Senza parlare del carattere offensivo di questa comunicazione indirizzata da un generale comandante un corpo di truppe regolari ad un altro generale che rattrovavasi nella stessa posizione di lui, egli è manifesto che queste minacce non erano affatto giustificate dai precedenti fatti, poiché tutti conoscono il modo umano e generoso con il quale sono trattati per ordine del Re, a Gaeta, i prigionieri nemici. Gli stessi prigionieri e feriti garibaldini, che per legge di guerra, riconosciuta e praticata da ogni potenza civile, avrebbero senza dubbio meritata la pena con la quale si colpiscono i pirati, furono trattati con tutti i riguardi possibili, nutriti, vestiti ed alloggiati meglio dei soldati fedeli del Re, come possono renderne testimonianza essi medesimi, mentre i prigionieri Regi fatti da Garibaldi il 2 ottobre e condotti a Napoli venivano costretti a partire per il Piemonte, dove contro ogni legge militare, erano forzatamente arruolati nelle milizie Sarde.


Enrico Cialdini


Un altro fatto, relativamente al quale il sottoscritto si dà premura di richiamarvi sopra tutta l'attenzione di Vostra Eccellenza, poiché esso è contrario interamente alle più elementari nozioni del dritto di guerra, alla consuetudine e all'onor militare, è la condotta serbata dal generale Cialdini, nel convegno, da lui medesimo sollecitato col generale Salzano, comandante provvisorio in capo dell'esercito. Questo generale della reali truppe si condusse al luogo fissato all'abboccamento presso Caianello, accompagnato da un drappello di scorta che lasciò a Teano, giusta il desiderio espresso da Cialdini che si presentasse solo al convegno. Incontrando a Teano un distaccamento di truppe garibaldine, il Generale Salzano rivolgendosi ai loro capi li avvertiva che questo drappello formava la sua scorta, che egli lasciava colà per condursi solo al convegno.
E' inutile ripetere le parole proferite dal generale Cialdini, dirette solo a dimostrare la inutilità della lotta, basandosi sulla vasta estensione dell'occupazione piemontese e sugli angusti limiti dentro i quali si estendeva l'autorità di Sua Maestà Siciliana. Il generale Salzano rispondendo a siffatte proposizioni con quel sentimento di fedeltà ed onore che lo distinguono, disse che il suo Re legittimo era a Gaeta, e che esso ne difenderebbe l'autorità e lo Stato, finché rimanesse un soldato in vita per combattere vicino a sé.
Ma non bastava a Cialdini di scuotere, con mezzi ben noti ai luogotenenti di Vittorio Emanuele, la costanza delle truppe rimaste fedeli al re, non che quella dei loro capi; egli permise pure che si commettesse un delitto senza esempio nell'attuale civilizzazione, e contro il quale ognuno che pregia l'onor militare rimarrà colpito di ben giusto sdegno.
Dopo che Salzano, finito questo convegno che non poteva produrre nessun utile risultato, si apparecchiava a ritornare a Sant'Agata di Sessa, ritornando a Teano, non trovò più la sua scorta. Era stata fatta prigioniera dal capo del distaccamento garibaldino, che fu veduto venire a colloquio con gli avamposti piemontesi, durante l'abboccamento dei due generali.
L'ultimo fatto che come i precedenti, deve essere lasciato al severo apprezzamento di tutta l'Europa civile è un recente proclama del generale Cialdini, mercé il quale tutti i contadini sorpesi con l'armi alla mano per difendere il loro legittimo sovrano, sarebbero senza pietà fucilati. 
la sola esistenza di queste truppe di volontari realisti, non denegate dallo stesso nemico e che ormai sono divenute numerose, prova assai bene quanto sia sincera la pretesa umanità del voto popolare a fine di ottenere un cambiamento di governo; ma convien pure notare che il Piemonte, con questo suo nuovo diritto di guerra, pretende di dar vita, ad esclusivo suo privilegio, della facoltà d'istituire un elemento militare inventato da lui, cioè le milizie volontarie.
Ed aggiungiamo pure che mentre Sua Maestà Siciliana serba in vita non solo gli stranieri che in guerra di brigantaggio, sono stati fatti prigionieri, ma anche i suoi stessi sudditi datisi al partito rivoluzionario ed ingaggiatisi alle truppe garibaldine, il luogotenente del Re di Sardegna si arroga il diritto di dar la morte ai fedeli sudditi del legittimo sovrano, i quali, eccitati da un giusto e santo sdegno prendono le armi per la difesa del loro Re e della patria loro contro la più inique invasione nemica.
Il sottoscritto si astiene da ogni altra considerazione delle cose esposte; bastano esse a dare contezza della ingiustizia di una guerra fatta dal Piemonte a Sua Maestà il Re del Regno delle Due Sicilie: questa guerra, sotto il riflesso dell'idea rivoluzionaria che l'ha ispirata, spezza ogni fede ed ogni ingiustizia ed arriva fino a violare le leggi militari che nobilitano la vita ed il mestiere del soldato"