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martedì 2 dicembre 2014

Le grandi personalità della tradizione civile napoletana GIACINTO DE SIVO

In occasione del Convegno "Giacinto de' Sivo: storico letterato politico" organizzato dal nostro Istituto per ricordare il II centenario della nascita dello storico, pubblichiamo un bellissimo articolo del compianto prof. Gabriele Marzocco.

Giacinto de'Sivo


Le grandi personalità della tradizione civile napoletana
GIACINTO DE SIVO


Napoli è stata grande fin quando ha avuto una Monarchia rispettosa delle tradizioni e delle leggi patrie. Fra alterne vicende, la Monarchia ha retto il Sud d'Italia dal 1130 al 1860; quella sabauda, alleata delle forze liberal-borghesi, che aveva annesso il Sud al Piemonte, declassando Napoli da capitale a capoluogo di provincia, non poteva certo essere considerata dai Napoletani una monarchia legittima.
Giacinto de' Sivo (Maddaloni 1814  Roma 1867) è stato uno dei testimoni più lucidi di queste vicende. Autore di tragedie storiche, redattore del giornale La Tragicommedia (uscito nella  Napoli occupata dai Piemontesi e fatto chiudere dopo pochi numeri), pubblicò dopo il 1861 importanti opuscoli e la sua opera maggiore, Storia del Regno delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che dimostra una chiarezza di analisi e un grande rigore morale.
De' Sivo denunzia come il dramma di Napoli non sia iniziato tanto con lo sbarco di Garibaldi a Marsala, quanto con la concessione, anzi con la rimessa in vigore della Costituzione liberale, da parte di Francesco II, il 25 giugno 1860. La Costituzione fu vista come una resa della monarchia e come un'arma in mano ai traditori filopiemontesi. Fatale, del resto, era stata la svolta assolutistica di Ferdinando IV, con l'abolizione dei Sedili, risoluzione che aveva eliminato ogni rappresentanza ai vari ceti della nazione.
La Costituzione del 1860 consegnò il potere nella mani dei liberal-borghesi, che stavano dalla parte degli invasori garibaldino-piemontesi e operavano attivamente per la fine dell'indipendenza napoletana. La "libertà di stampa", proclamata dalla Costituzione, diede la stura ad una miriade di giornali unitari, cavurriani, garibaldini, mazziniani. I fedeli alla causa napoletana non avevano ancora capito l'importanza della battaglia delle idee. Pur tuttavia sorse anche un gran numero di giornali cattolici e legittimisti, L'Aurora, La Croce Rossa, l'Unità Cattolica, Il Flavio Gioia, L'Equatore, molti dei quali furono perseguitati e costretti a ultimare le pubblicazioni per la repressione operata dai nuovi governanti.
Nel giugno 1861 esce La Tragicommedia, giornale diretto da Giacinto de' Sivo, con il quale lo storico napoletano esprime il dolore per la perduta indipendenza ed esalta il clima insurrezionale che si respira in tutto il Sud: «Il Nigra (il luogotenente che aveva definito brigantaggio la lotta in corso) denigra i Napoletani; e per averne egli subissato, dichiara a sua difesa la nostra corruzione e ignoranza [...]. E una schiera di re, nati re, potentissimi e sublimi, né in cinquant'anni incarcerarono mai quanti il Nigra carcerava in tre mesi, né fucilarono nessuno senza giudizio, né osarono nella loro onnipotenza insultare con un gesto l'ultimo de' sudditi loro». Di fronte allo smantellamento di tutte le istituzioni dello Stato napoletano, de' Sivo denunzia: «Oh sventurati Napolitani, per farci italiani abbiamo disfatta la società e siamo discesi alla condizione delle belve», ricordando un passato in cui fiorivano «la ricchezza, la pace, le leggi, le arti, i costumi e la religione». Significativo questo brano di un suo articolo: «Questo popolo amava la pompa del trono, e voi, dopo aver abbattuto il trono, avete messo un Nigra! La parola regno empiva le bocche de' contadini, e voi l'obbligate a dire provincia... Il contadino nominava il re dopo Dio; e voi avete permesso vituperi sulla regia sventura. Il contadino amava il suo vescovo, il curato, il ricco benestante che lo soccorreva nei suoi bisogni; e voi avete Gli articoli de La Tragicommedia erano ispirati alla dottrina monarchica, che si oppone alla rivoluzione, senza accettare compromessi: «Lo spirito rivoluzionario scalza per demolire, non conosce differenza tra il bene e il male». Il quarto numero del giornale non poté essere stampato perché fu sequestrato direttamente in tipografia: nella "rigenerata" Napoli non c'era posto per de' Sivo, che fu costretto ad andarsene in esilio a Roma.
De' Sivo ha le idee chiare; sa che dietro questi avvenimenti c'è il progetto perverso delle sette massoniche, magari in lotta fra loro, ma unite dall'odio per la verità e l'ordine naturale delle cose. Esse pretendono di rappresentare la nazione italiana (che non esiste, essendo l'Italia un mosaico di popoli, uniti dalla fede cattolica, ma divisi politicamente); sbandierando bei paroloni, come Libertà, Fraternità, Uguaglianza, Unità, Indipendenza, in realtà hanno lo scopo di «subissare le nazioni e derubarle, e far poi di tutte una famiglia sociale, senza Dio e senza leggi». De' Sivo scrive che la massoneria «tende a cassare la religione, va promettendo libertà, e mentisce; perché un popolò senza Dio, anziché essere libero, neanche può essere sociale, se non ha despota che lo corregga. La libertà e la religione vanno insieme: fiacchi questa, distruggi quella».
Giacinto de' Sivo ha combattuto per tutta la vita, usando la penna come un'arma, per denunciare i nemici della nazione napoletana, esaltando una monarchia che, rispettando la Chiesa e la tradizione, aveva reso grande Napoli, facendola amare e rispettare in Europa.

Gabriele Marzocco


Il Re di Napoli, gennaio 2008, numero 1, pag. 4


l'articolo di Marzocco

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