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venerdì 28 novembre 2014

Quella prima domenica d’Avvento del 1969…

Quella prima domenica d¹Avvento del 1969Š

Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 95/14 del 28 novembre 2014, San Giacomo della Marca

Quella prima domenica d’Avvento del 1969…

A partire dalla prima domenica d’Avvento del 1969 Paolo VI impose il Novus Ordo Missae in sostituzione della Messa Romana. 
Sull’argomento: Michel Louis Guérard des Lauriers, “Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, dei cardinali Ottaviani e Bacci” 



Da 1600 anni, di Mario Taglioni

Ci piacerebbe certamente molto iniziare il nostro scritto così: era il Pontificato di Marcellino, durante la grande persecuzione di Diocleziano, e la Messa romana era già nella quasi totalità la stessa identica di ieri.
Potremmo farlo; potremmo farlo perché se nessun documento d’archivio ce lo conferma, nessuno ce lo contesta. Ma noi, moderni, anche se non modernisti, noi che non abbiamo mai mitizzato nulla e nemmeno gli archivi, ma che siamo stati sempre rispettosissimi di tutto ciò che ne fosse degno, e quindi anche degli archivi, non cominceremo così. Ma poiché negli archivi, e ce lo conferma uno studioso quale lo Jungmann, si trovano documenti che pure qualcosa di assai valido dicono, a questi documenti ci atterremo, e dall’epoca a cui questi documenti risalgono, partirà il nostro scritto.
Siamo dunque agli albori del V secolo; è papa S. Innocenzo I, ed è imperatore romano d’Occidente Onorio; è l’epoca in cui Alarico e i Visigoti occupano e saccheggiano Roma e la Messa romana era già nella quasi totalità la stessa identica di ieri
Siamo alla metà del secolo; è pontefice S. Leone Magno; Attila, flagellum Dei, già battuto dal romano Ezio, irrompe di nuovo su Roma fermato solamente, questa seconda volta, dalla mano del Santo Pontefice e la Messa romana era già, nella quasi totalità, la stessa identica di ieri.
Siamo quasi alla fine del secolo. E’ pontefice S. Simplicio. Cade l’Impero Romano d’Occidente; si chiude un periodo storico che è intrecciato in maniera non districabile con la storia stessa della umana civiltà e la Messa romana da almeno cento anni era già, nella quasi totalità, la stessa identica di ieri.
Siamo nel primo quarto del VI secolo. E’ pontefice S. Giovanni I. S. Benedetto fonda Montecassino. Regge l’Italia l’ariano Teodorico: è un’epoca di lotta ed anche di persecuzione. E la Messa romana resta, immutata, la stessa.
Siamo agli inizi del VII secolo. Non troppo lontano dal Mediterraneo, e, quindi, da Roma, è nato Maometto. Occupano l’Italia i Longobardi e siede sul trono di Pietro l’intrepido S. Gregorio Magno. E la Messa romana resta, immutata, la stessa.
Siamo nel primo quarto dell’VIII secolo. Nella Chiesa i primi demitizzatori, gli Iconoclasti, infuriano guidati da Leone, imperatore di Oriente, che crede “... così di rendere più civile il suo popolo, di rafforzare l’unità e di avvicinarsi con scaltra politica all’impero mussulmano”. Ma la Messa romana è la stessa di sempre.
E’ la notte di Natale dell’800. Risorge, o sorge sotto altra forma, con l’incoronazione di Carlo Magno da parte di S. Leone III papa, l’impero di Occidente e la Messa romana, sempre uguale a se stessa, in nulla cambia.
La metà del IX secolo è superata da poco più di 15 anni. Siede sul trono di Pietro, S. Nicolò I il Grande. Fozio, dall’Oriente, fa sorgere il più importante o, addirittura, il primo vero scisma. Ma anche ora la Messa romana resta integralmente la stessa.
Siamo alla fine del secolo IX, epoca tragica per la Chiesa, con papi incapaci e indegni come Formoso, Bonifacio VI e Stefano VI. Ma la Messa romana resta immutata.
Ci avviciniamo a quell’anno Mille in cui tanti credevano che l’universo sarebbe crollato ed è pontefice Giovanni XV, tutt’altro che eroe, pastore inetto se non vogliamo definirlo vile. Malgrado tale pontefice, malgrado tale epoca, la Messa romana non cambia.
Siamo intorno alla metà dell’XI secolo e, con il divino eterno miracolo della Sua stessa esistenza, la Chiesa va da un papa bambino, indegno ed ignorante, quale Benedetto IX, al santo Brunone di Nordgau, pontefice con il nome di Leone IX e ad Ildebrando di Soana, pontefice con un nome evocatore di grandi pagine di Storia: Gregorio VII. E la Messa romana resta sempre identica a se stessa.
Siamo alla fine dell’XI secolo. “Levatevi, volgete le vostre spade intrise di sangue fraterno contro i nemici della Fede cristiana... Dio lo vuole!”. Così parla ai Crociati Urbano II papa. Il 15 luglio del 1099 cade Gerusalemme. E la Messa romana non cambia.
Passano 75 anni. E’ l’età di Federico Barbarossa e di Alessandro III papa, della Lega Lombarda, del giuramento di Pontida e della battaglia di Legnano: sul Carroccio un sacerdote celebra durante la battaglia; su quel Carroccio sventola un drappo tutto bianco completamente traversato da una Croce rossa sul cui braccio orizzontale campeggia la parola latina Libertas. Non è simbolo di partito, è bandiera di guerra di un esercito schierato in sanguinosa battaglia, senza compromessi, senza patteggiamenti; ed anche allora, in mezzo a lotte e devastazioni, la Messa romana resta quella di sempre.
E’ l’età di Valdo e di Francesco d’Assisi, tutti e due alfieri della povertà cristiana, l’uno ribelle ed eretico, l’altro rispettoso dell’autorità, nella più rigida ortodossia. E’ l’età di Francesco e di Domenico, quasi coetanei, uno italiano l’altro spagnolo, fondatori in quei giorni, dei loro Ordini, Ordini così differenti fra loro, così identici nella meta ultima ricercata, così determinanti ambedue nella storia della Chiesa e di tutta l’umana civiltà. E la Messa romana resta immutata.
Passano meno di cento anni da Francesco e da Domenico. E’ l’età di Dante e siede sul trono di Pietro Bonifacio VIII. Fervono le lotte tra Guelfi e Ghibellini. Avviene la celebrazione del primo Giubileo. La Messa romana resta la stessa.
E giunge la lunga cattività babilonese, il lungo esilio in Avignone che si protrarrà per un secolo. Giunge l’infiammata parola di Caterina a Gregorio XI: sii arboro fruttifero, sii homo virile. Ma anche durante quell’amaro lunghissimo secolo la Messa romana non cambia.
Siamo alla fine del primo quarto del XV secolo. E’ pontefice un Colonna, Martino V, il papa che riportò definitivamente la Sede di Pietro in Roma, in un borgo chiamato Roma, in una Roma che, per la verità, più quasi non esisteva, né negli abitanti, né nei suoi gloriosi monumenti, e nemmeno nelle sue antichissime, sacrosante ma fatiscenti basiliche; quel Martino V che vide la gloria di Giovanna d’Arco e morì pochi mesi appena prima di dover assistere allo scempio spirituale e fisico che della santa Pulzella fece un tribunale ecclesiastico composto di altissimi Dignitari. Ma la Messa romana rimaneva quella dei secoli lontani e quella che rimarrà nei secoli futuri.
Siamo nella seconda metà del XV secolo, epoca gravida di grandi eventi. Il 29 maggio dei 1453 l’ultimo imperatore romano, l’imperatore d’Oriente Costantino, cade da eroe combattendo contro l’Islam e con lui cade Costantinopoli e cessa l’ultima vestigia diretta di quello che fu l’Impero di Roma; il 2 gennaio 1492, con la caduta di Granada, gli Spagnoli, compiendo la loro unità nazionale, liberano l’ultimo lembo dell’Europa occidentale da quello stesso Islam che, quarant’anni prima, aveva messo piede da Oriente in Europa. E la Messa romana non cambia.
E’ il periodo di transizione tra il XV ed il XVI secolo. E’ l’epoca che viene, quasi come uno stretto confine, assegnata al passaggio tra l’evo medio e l’evo moderno. E’ l’ora in cui la divina Provvidenza permette, con Alessandro VI, “ ... che divenisse rappresentante di Cristo sulla terra un uomo che la Chiesa antica, per la vita scostumata, non avrebbe ammesso agli infimi gradi del Clero”, è l’ora in cui, per la Chiesa romana, “cominciano i giorni dell’obbrobrio e dello scandalo”, è l’ora in cui, incoraggiata, permessa o soltanto tollerata, avverrà la “vendita delle indulgenze”, e l’ora in cui Colombo, varcando l’Oceano, pianta la Croce di Cristo Re su un nuovo mondo ed è anche l’ora in cui esplode il grande scisma del mondo germanico, e Lutero, mentre indica, come prima muraglia da abbattere per colpire la Chiesa di Roma, la distinzione netta tra laici e preti, nega che la Messa sia un sacrificio. Ma la Messa romana non cambia.
Passano pochi anni e Roma, non ancora risorta, malgrado l’opera dei sommi artisti dell’epoca, dallo sfacelo materiale in cui era caduta nel periodo della cattività avignonese, da appena cento anni terminato, viene nuovamente pressoché distrutta, nel contesto delle lotte tra Francesco I e Carlo V, dai Lanzichenecchi luterani e vede invasori camuffati con abiti papali farsi, con sacrilego sarcasmo, venerare da altri invasori camuffati da Cardinali, mentre in S. Pietro vien gridato Papa Martin Lutero e mentre Clemente VII è rinchiuso in Castel S. Angelo. Ma, mentre vede tutto ciò, Roma vede anche, in quelle Chiese dove si riesce a celebrare, che la sua Messa, la Messa romana, è, ancora e sempre, la stessa.
Non siamo ancora alla metà del XVI secolo e Clemente VII, lo stesso Pontefice del Sacco di Roma, deve assistere al distacco dal Soglio di Pietro della Chiesa d’Inghilterra, della quale sì erige capo Enrico VIII, al quale un solo Vescovo si oppone, John Fischer, ed un solo laico d’importanza, Tommaso Moro. La codardia della totalità dei Vescovi e della grande maggioranza del Clero resero estremamente facile lo scisma, ma per i Martiri che resistettero una sola Messa rimase vera e valida: l’inalterata Messa romana.
Siamo nel 1540: un eroico soldato basco, Ignazio de Loyola, fonda una Compagnia di Combattenti, decorati del nome di Gesù, che vogliono lottare sotto il Vessillo della Croce.
E siamo finalmente al 1545, anno in cui, pietra angolare della Chiesa, si apre il Concilio di Trento, che, nel settembre del 1562, definisce la Messa, che è rimasta e rimane tuttora sempre uguale a se stessa, “vero Sacrificio espiatorio, per il quale i fedeli acquistano i frutti del sacrificio della Croce“ ed afferma che essa “viene offerta non solo per i viventi, ma anche per le anime del Purgatorio e in onore dei Santi” e dichiara che “il Canone della Messa stabilito dalla Chiesa per la degna celebrazione del Sacro Sacrificio è immune da errori”.
E da questo momento potrebbe non essere necessario ricordare il resto. Potremmo non ricordare la testa di Niccolò Dandolo gettata a Marc’Antonio Bragadin, e l’eroico e fidente Miserere mei del Bragadin di fronte al Martirio. Potremmo non ricordare la disfatta di Cipro ed il trionfo di Lepanto. Potremmo non ricordare la litania Auxilium Christianorum. Potremmo non ricordare martiri, confessori: missionari, Santi, Pontefici. Potremmo non ricordare i Teologhi. E potremmo ignorare anche la Storia civile.
Ma giunse, quasi duecento anni dopo la chiusura del Concilio Tridentino, un 14 luglio, in cui parve che un nuovo Vangelo, nuovi Messia, nuove luci avrebbero illuminato il mondo. Fu l’inizio della fine della Civiltà, fu l’inizio di una tremenda guerra civile che tuttora dura, sempre più divenendo crudele, armata di un odio quale mai sì era visto, e di mezzi tecnici ogni ora perfezionati. Pure la Messa romana rimase fino a ieri totalmente uguale a se stessa ed aiutò le anime a superare le lotte ed a vivere in mezzo alla bufera.
E venne la prima domenica d’Avvento del 1969.

(Da Vigilia Romana, Anno II, n. 1, 15 gennaio 1970)


Oristano: altare distrutto

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