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venerdì 22 agosto 2014

UNA PIAZZA PER FERDINANDO II: LETTERA DEL PROF. GIANNONE AL SINDACO DE MAGISTRIS

il prof. Vincenzo Giannone


SCAFATI: Il prof. Vincenzo Giannone, dirigente scolastico della scuola primaria “Ferdinando II di Borbone” e della scuola dell’ infanzia “Maria Cristina di Savoia” di Scafati (Salerno) ha inviato una lettera al sindaco di Napoli Luigi De Magistris che riproduciamo integralmente.

Stimato Sig. Sindaco De Magistris.

tutto giusto è ciò che si fa ma sarebbe un bene che noi "meridionali" cominciassimo a conoscere la nostra storia, la storia di un popolo o per meglio dire di un Regno, nato nel 1130 per il coraggio e la forza di Ruggiero II il normanno e distrutto dai Piemontesi e dagli esiliati anti borbonici nel 1861.
Da allora siamo diventati meridionali "affricani" per dirla con il gen. piemontese Cialdini. Da allora è nata la questione meridionale.
Da allora milioni di persone sono state costrette a emigrare nel mondo, e ancora oggi i nostri figli sono costretti a emigrare, e lo sappiamo perché! Io stesso nel 1977 fui costretto a emigrare in Piemonte per poi ritornare nella nostra terra nel 1995.
Che cosa c'è rimasto della nostra gloriosa storia plurisecolare, ricca di arte e cultura e perché no anche di eccellenze economiche e sociali? Basti pensare all'Albergo dei Poveri che Carlo III in uno slancio di umanità sociale fece costruire nel 1751 con soldi propri.
Oggi i nostri poveri vivono abbandonati nelle stazioni ferroviarie e in ogni altro luogo nascosto nell'indifferenza generale e totale della politica. Si spendono milioni per "cattedrali nel deserto" ma i nostri ragazzi, quelli così detti svantaggiati, figli di famiglie povere sono abbandonati alla strada e ignorati fino a che non vengono arrestati per "reati minorili".

il prof. Giannone con S.A.R. il Principe Carlo, Duca di Castro, in occasione della visita del Principe alla scuola intitolata a Re Ferdinando II

Perché tutto questo? Perché non interessa a nessun governo. Un tempo c'erano collegi, convitti, orfanotrofi e istituzioni pie che li accoglievano, oggi lo Stato ha chiuso tutte queste istituzioni. Era migliore un re assoluto, Carlo III, della nostra democrazia repubblicana? So che lei si è prodigato con generosità personale alla questione della reggia del Carditello, sconosciuto a molti, che fa parte della nostra storia patria. Se non abbiamo un'identità storica non ameremo mai il nostro paese Italia. Se non ci sentiamo figli di una famiglia non ameremo mai la nostra casa. L'Italia fu fatta ma gli Italiani ancora no, perché fummo costretti con la forza a far parte di un nuovo stato che non era il nostro e che ancora non sentiamo nostro. 150 di storia non sono bastati a fare gli italiani eppure noi "meridionali" nonché detti napoletani siamo più italiani di tutti perché siamo un popolo sincero e generoso.
Per 150 siamo stati italiani per forza, è giunta l'ora di unificare il paese, l'Italia, dicendo la verità, rappacificando le famiglie, facendo conoscere la nostra storia senza timori perché ancora oggi i Borbone fanno paura! Sviliti e calunniati ad arte per giustificare il furto, la rapina progettata per distruggerli e conquistare le loro terre, le nostre terre. Chi è senza peccato scagli la prima pietra e certamente a quel tempo i Borbone non avevano più peccati di quanti ne avessero le altre dinastie regnanti italiane e europee. I Borbone scelsero di non "fare l'Italia" per un senso di giustizia, lealtà e legalità (di cui tanto si parla oggi) nei confronti degli altri Stati italiani, e soprattutto verso il Papa, diversamente dall'ambizioso Vittorio Emanuele II, e dalle mire espansionistiche di uno staterello italiano sostenuto dagli interessi francesi e inglesi.
Noi che amiamo la legalità non possiamo condividere il motto "il fine giustifica i mezzi", tanto caro a Cavour e ai liberali rivoluzionari del tempo. Non intendo fare insegnarle nulla, ma convinto che per far conoscere al popolo la nostra storia non c'è modo migliore che intitolare strade e monumenti a coloro che governarono l'Italia meridionale dalla Sicilia agli Abruzzi dal 1734 al 1861 con tutte le buone intenzioni, basti vedere che ancora oggi essi aiutano i napoletani con le loro proprietà: la Reggia di Caserta, San Leucio, Palazzo reale di Napoli, ecc. e danno lavoro a centinaia di persone, la invito con tutto il rispetto che le è dovuto a non dimenticare di intitolare qualche strada, piazza o scuola ai Borbone e a coloro che non tradirono il loro paese e il popolo nel 1861.
Quanto sopra le scrivo perché ho saputo che è stato deliberato di intitolare “una strada, una piazza o un giardino di Napoli” all’ex beatles John Lennon.

Con stima e grande rispetto le porgo distinti saluti.

Vincenzo Giannone, dirigente scolastico della scola primaria "Ferdinando II di Borbone" e della scuola dell'infanzia Maria Cristina di Savoia di Scafati (2 circolo didattico).

martedì 19 agosto 2014

IRREDENTE A CHI?/ La dichiarazione di indipendenza veneta e la "supremazia" dello stato debole


VENEZIA - Con la nostra rubrica, dopo aver visto il caso di Trieste, passiamo ad occuparci del Veneto che è stato "restituito" all'Italia (almeno in larga parte) nel 1866 al seguito della sconfitta austriaca nella guerra contro la Prussia. Lo facciamo non parlando della lunga e gloriosa storia della Serenissima ma lasciando spazio alla dichiarazione di indipendenza letta il 21 marzo scorso dagli organizzatori del referendum consultivo on line che ha visto la vittoria degli indipendentisti veneti. A margine l'unica riflessione che va fatta riguarda la risposta che il Governo italiano ha saputo dare di fronte a questa "voglia di andare via" (che smentisce in pieno lo spirito con cui si celebreranno, in questi 4 anni, il centenario della prima guerra mondiale). Il Governo della Repubblica, di fronte alla crisi sempre più evidente della propria credibilità ma soprattutto, dopo le numerose istanze che arrivano dai territori periferici dello Stato di maggiore autonomia e di maggiori spazi di libertà, ha risposto nel peggiore dei modi possibili. Una chiusura, senza se e senza ma, ad un intelligente modifica dell'attuale assetto istituzionale e organizzativo delle competenze nazionali e regionali. Particolarmente importante, sotto quest'ottica, è l'introduzione della clausola di supremazia. Un passaggio delicatissimo ma che è passato in sordina sepolto sotto le polemiche politiche e i voti sugli emendamenti di una pessima riforma istituzionale che ancora non ha completato il suo percorso e che, per questo motivo, è ancora ben lungi dal diventare realtà. L'introduzione della supremazia nazionale, versione edulcorata e moderna dell'antico centralismo burocratico, distrugge il principio di sussidiarietà che vede agire, nelle politiche statali, l'Ente più vicino al cittadino. Inoltre priva ogni collettività e minoranza territoriale della possibilità di decidere dei propri destini, smentendo clamorosamente il diritto all'autodeterminazione dei popoli sanzionato perfino dalle sgangheratissime Nazioni Unite (Carta di San Francisco capitolo I, articolo 1, comma 2) come irrinunciabile ed elemento fondamentale delle relazioni internazionali. La clausola di supremazia voluta dal Governo Renzi (sostenuta e votata in Senato da Partito Democratico, Forza Italia, Nuovo Centrodestra, Per l'Italia, Udc e Grandi Autonomie e Libertà) prevede la possibilità per lo stato di intervenire tout court in qualsiasi materia, anche in quelle di competenza regionale, e avendo sempre ragione (impedendo così il diritto al ricorso). Perché tout court? Perché le motivazioni che giustificherebbero l'intervento a gamba tesissima dello Stato nazionale sono ufficialmente 2: quando lo richiede la tutela dell'unità giuridico-economica della Repubblica; e quando lo richiede la tutela dell'interesse nazionale! Due formule che lasciano spazi di manovra amplissimi al centralismo burocratico di invadere, ancora di più, gli ultimi spazi di libertà locale. Una vera e propria violenza che punisce e colpisce anche le ragioni a statuto speciale e che, per il momento, scontenta tutti. Dalla stessa parte della barricata si sono ritrovati i Governatori di ogni colore politico. Ma lo stato non si fermerà né di fronte alle richieste di dialogo né davanti alle minacciate marce su Roma. Ne va dell'unità nazionale e della sopravvivenza stessa della Repubblica. Il momento è delicatissimo e il fatto stesso che il Governo abbia deciso di auto-tutelarsi in questo modo così autoritario, è indicativo di uno stato di malessere diffuso, di un sistema che sta marcendo ma che non riesce a salvare sé stesso. Sia chiaro che non stiamo qui a difendere l'attuale sistema istituzionale, farraginoso, burocratico, complesso e in larga parte inefficace. La vera questione è che invece di affrontare seriamente, e una volta per tutte, il problema istituzionale di un paese mai unito (se non per forza, ideologia e convenienza economica di una sua parte o di alcune potenze straniere) si tergiversa tentando di imporre, di comandare, di tenere insieme per forza punendo il dissenso. L'unico risultato sarà una accelerazione  e un rafforzamento delle forze centrifughe che si nutriranno del malcontento e del malessere dovuto alla gestione economica del paese e che, a questo punto è un auspicio, spaccheranno questo paese. Una di queste forze viene dal Nord, dal Veneto. Il testo seguente, adottato come dichiarazione di indipendenza del popolo veneto, parla da solo e fa capire come, anche per il Veneto si trattò di annessione e non di libera associazione. Una dichiarazione che dal punto di vista istituzionale non ha, finora, prodotto risultati ma che è pregna di principi sacrosanti, qual'è quello all'autodeterminazione, che lo stato italiano, oggi come ieri, vuol negare ai suoi "sudditi".

ROBERTO DELLA ROCCA



DICHIARAZIONE DI INDIPENDENZA VENETA

"Quando la testimonianza della Storia viene convocata dal Tribunale del Presente come retaggio e forte voce di Libertà e modello di Serenità e Giustizia;

Quando un Popolo invoca il diritto di autodeterminazione come diritto naturale e fondamentale dell’individuo, e che da questi si estende alla famiglia, alla comunità, e alla Nazione;

Quando il Popolo, attraverso i suoi naturali rappresentanti, ovvero tutti i componenti del popolo stesso di maggiore età, si esprime a maggioranza assoluta nella forma Sacra e Vincolante della parola latrice di volontà:

La decisione di tale Popolo e di ogni popolo rispetto al proprio futuro acquista un valore assoluto, che nessun altro popolo, nessun’altra entità, sia esso Stato straniero, o confederazione o unione di Stati stranieri, o individuo o potere diverso, potrà mai negare o invalidare.

La Nazione Veneta per quattro millenni si e’ organizzata in forme originali e ininterrotte di auto-governo.

La Veneta Libertà originaria si e’ conservata e continuata nel patto federativo con la potenza romana, tanto nel Senato di Roma che in quello di Costantinopoli.

A partire dalla fine del VII secolo e fino al 1797 la Libertà Veneta si identifica con la Serenissima Repubblica Veneta, la cui storia gloriosa è stata faro per le civiltà e le liberta’ del mondo, aprendo il primo ponte tra l’Oriente e l’Occidente, e continuando a risplendere per due secoli fino ad ora.

Dal 1797 la Repubblica Veneta ha continuato ad esistere manifestandosi secondo propria storia e tradizione e tra il 1848 e il 1849 si e’ affiancata ai moti Europei nell’auspicare le liberta’da ogni dominio straniero e, nel segno dei tempi, formulando altresì l’auspicio che ognuno debba essere governato da rappresentanti scelti dal proprio popolo e da nessun Governo o Signore straniero, o lontano dai propri valori di liberta’, e dunque abbia solo interesse a sfruttarlo in modi arbitrari e contrari al diritto naturale e al diritto delle genti.

La Sovranità e l’Esistenza stessa del Popolo Veneto, ripetutamente riconosciuta anche dai Governi di Vienna, e’ stata invece sempre perseguitata e combattuta dai Governi Italiani, qui insediatisi organizzando il Plebiscito Truffa del 1866.

Poiché da quel tempo sono trascorsi quasi 150 anni e dunque sei generazioni, e poiché tutto cio’ è contrario al diritto di natura, in quanto sia la natura sia il diritto sono entita’ viventi che si applicano al mondo dei viventi, un patto di sottomissione che sia stato stretto sei generazioni fa, indipendentemente dal modo e dalle forme con cui esso sia stato stretto; ritenendo che un patto costitutivo di uno stato o di una colonia non possa essere vincolante aldilà dello spazio di una generazione, onde i morti non condizionino il destino dei vivi.

Poiché lo Stato dominante italiano non ha mai chiesto al Popolo Veneto , né a nessuno degli altri popoli e delle altre nazioni che ha posto sotto il suo giogo, di esprimere la propria volontà attraverso votazione popolare riguardo alla Costituzione di cui ha voluto dotarsi nel 1948, riguardo all’ingresso nella Comunità Europea poi evoluta in Unione Europea, riguardo all’appartenenza ad altre organizzazioni internazionali, e riguardo alla rinuncia alla propria sovranità monetaria nel 2002 con tutte le conseguenze a tale rinuncia connesse, in termini di autodeterminazione e autogoverno.

Poiché lo Stato dominante italiano sottrae ai popoli che costringe entro i propri confini la scelta tramite libera elezione dei propri Governi, tradisce la parola e la lettera dei padri fondatori della Carta Costituzionale, la quale dunque ha perso il suo potere vincolante e sacrale.

Poiché tra i diritti naturali, come appare auto-evidente, vi è quello alla felicità, e al godimento dei frutti del proprio lavoro, vi è quello alla vita, propria e delle proprie discendenze, vi è quello alla serenità, e alla libera espressione del proprio pensiero, e poiché tali diritti ora e da decenni sono manifestamente violati dalla compagine statuale a cui i Veneti furono sottomessi nel 1866.

Poiché il Plebiscito del 1866, ancorche’ invalido in forma e sostanza, fu l’ultima deliberazione popolare del Popolo Veneto, e poiché il Regno d’Italia nel 1866 differiva per forma dello Stato, per confini, per costituzione e per un numero di altri rispetti dalla Repubblica italiana sorta nel 1946, a tal punto da poter legittimamente e storicamente ritenere che si tratti di due Stati differenti, e che dunque l’annessione del Popolo Veneto al Regno d’Italia non possa ritenersi direttamente estensibile alla Repubblica italiana sorta nel 1946.

Su iniziativa, dunque, di cittadini e comunita’ venete, come sempre accade nella storia, che si sono fatti spontaneamente latori dell’istanza di libertà del proprio popolo, inteso estensivamente come tutto il popolo che attualmente risiede nella regione amministrativa denominata “Veneto” e posta in essere dalla Costituzione italiana del 1948, non essendovi altra alternativa.

Ben consapevoli tali cittadini della sovranità popolare che è sancita come tale da tutte le leggi internazionali che il concerto delle nazioni del mondo ha inteso darsi a partire dal secondo dopoguerra, e considerando gerarchicamente superiore la fonte della Nazioni Unite, con il Patto internazionale del 1966 divenuto legge dello Stato italiano il 25 ottobre 1977, che qui riportiamo:

Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale.

Per raggiungere i loro fini, tutti i popoli possono disporre liberamente delle proprie ricchezze e delle proprie risorse naturali senza pregiudizio degli obblighi derivanti dalla cooperazione economica internazionale, fondata sul principio del mutuo interesse, e dal diritto internazionale. In nessun caso un popolo può essere privato dei propri mezzi di sussistenza.

Ben consapevoli tali cittadini dell’esistenza del popolo veneto, cui lo stesso Stato italiano ha conferito tale dignità al pari del popolo sardo, attraverso lo Statuto della Regione Veneto.

Ben consapevoli tali cittadini dell’importanza delle nuove tecnologie informatiche nel processo democratico, del peso dell’opinione pubblica e individuale che in esse si esprime, e volendo ancorare la decisione di sovranità agli sviluppi della scienza, onde per sempre si costituisca un legame tra la modernità e il progresso e la possibilità per il cittadino di esprimere la propria volontà politica, ovvero di decidere sul proprio presente e sul proprio futuro.

Avendo liberamente convocato, con le proprie forze e con il sostegno economico di volontari, un plebiscito per via telematica, che è durato dal 16 al 21 marzo 2014, e i cui risultati sono stati certificati nella loro veridicità; avendo il plebiscito posto ad ogni cittadino residente in Veneto, in omaggio al principio estensivo e non etnico della nazionalità che comprende la residenza legale, un quesito principale:

Vuoi tu che il Veneto diventi una repubblica federale indipendente e sovrana?

Avendo considerato come auto-evidente il fatto che la risposta alla domanda implicava una volontà, vincolante ed esplicita, di trasformare l’attuale Regione amministrativa italiana denominata “Veneto” nei suoi attuali confini in una entità statuale indipendente – confini peraltro non determinati dal popolo veneto ma entro i quali il popolo veneto risiede talora da secoli – e altresì in un’entità statuale essa stessa dotata di propria sacra sovranità, al pari di tutte le altre nazioni del mondo, e federata al suo interno sul modello della Repubblica Serenissima nelle forme che una futura Assemblea Costituente intenderà dare ad essa, a partire ancora una volta dalla volontà del popolo.

Preso atto e comunicato nei modi dovuti al mondo, che oggi, giorno 21 Marzo 2014, alle ore 19, vi sono stati NUMERO VOTANTI, e che il risultato è il seguente:

VOTI VALIDI: 2.360.235, pari al 63,23% degli aventi diritto al voto

SI: 2.102.969, pari all’89,10% dei voti validi espressi

NO: 257.266, pari al 10,90% dei voti validi espressi

VOTI NON VALIDI: 6.815, corrispondenti allo 0,29% dei voti validi espressi

e che tale risultato si pone in contrasto con il risultato dell’ultimo plebiscito vincolante del 1866 a cui il popolo veneto è stato chiamato per decidere del proprio destino

in cui vi era stato il seguente risultato

SI’: 641,758 - NO: 69 - NULLI: 273

Ben consapevoli tali Cittadini che le procedure, le modalità, e i risultati di tale plebiscito sono a disposizione di ogni ente internazionale legittimo di controllo, e mettendo tali risultati a disposizione dello Stato italiano e dell’Unione europea, in prima istanza e come atto dovuto, per i controlli di cui sopra che intenda effettuare, in un contesto di osservazione internazionale e monitoraggio come previsto dalle norme internazionali cui ogni Stato deve legittimamente conformarsi. 

Considerata Sovrana la volontà popolare, in Nome di San Marco, del Popolo Veneto e del Diritto delle Genti, in omaggio alla democrazia e alla volontà generale, noi, oggi, venerdì 21 marzo 2014, decretiamo decaduta la sovranità italiana sul popolo e sul territorio veneto, e altresì ne decretiamo conseguentemente decadute le relative magistrature politiche, dichiarando contestualmente l’indipendenza del Popolo Veneto e del suo territorio, con queste stesse parole presenti in questa dichiarazione, confermiamo e proclamiamo la Repubblica Veneta e demandiamo al Popolo Veneto la scelta dei suoi rappresentanti nell’Assemblea Costituente che darà al popolo veneto ora libero e al territorio veneto ora libero la forma di Stato che sarà, per volontà generale, e a maggioranza assoluta, ritenuta la più conforme, nei modi e nei tempi che il Popolo Veneto intenderà darsi.

TREVISO, 21 MARZO 2014"

VISTI DA LONDRA/ Ferdinando II il Re Bomba bigotto, crudele, mediocre, infido, brutale... in sostanza, non un galantuomo (e meno male!)



CASERTA - Avendo avuto tra le mani quella che viene riconosciuta universalmente come la più lustra e illustrata (per dirla alla Totò) fonte di sapere cartaceo disponibile, l'Encyclopaedia Britannica, abbiamo provato a capire come potesse essere letta da Londra la nostra storia. In particolare su come ne uscissero fuori i sovrani del Regno delle Due Sicilie appartenenti alla dinastia borbonica. Non perché non ci interessi sapere cosa ne pensano oltre la Manica di Angioini, Aragonesi, Asburgo e delle altre case reali, ma semplicemente per testare l'accuratezza, l'affidabilità e l'attinenza alla realtà degli storici curatori delle voci dell'opera britannica di personaggi fortemente osteggiati in vita dall'elité culturale e politica inglese. Cominciando dal più odiato tra i Re, Ferdinando II, il quadro non è esaltante. La tanto sbandierata imparzialità e correttezza sparisce e lascia spazio ad una voce enciclopedica degna del miglior Mazzini. L'edizione presa in considerazione, quasi ad aggravare il tutto, è quella degli anni '60, presente e consultabile presso la Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, appartenente alla terza generazione dell'enciclopaedia, quella su cui maggiormente si è esercitata l'influenza del pensiero americano a causa del passaggio di proprietà dei diritti editoriali passati, nel 1911, a imprenditori d'oltreoceano. Il testo della Britannica è fazioso, parziale e lapidario. Colpevolmente silente su alcune questioni, basato su una bibliografia di parte e, in parte, infondata. Prima di altre valutazioni ecco la "Britannica" alla voce Ferdinand II:


"FERDINAND II (1810-1859), nicknamed King Bomba, king of the Two Sicilies, son of Francis I, was born at Palermo on Jan. 12, 1810. In 1832 he married Cristina, daughter of Victor Emmanuel I, king of Sardinia, and shortly after her death in 1836 he took for a second wife Maria Theresa, daughter of the archduke Charles of Austria. After his Austrian alliance the bonds of despotism were more closely tightened; there were various abortive attempts at insurrection; in 1837 there was a rising in Sicily in consequence of the outbreak of cholera, and in 1843 the Young Italy Society organized a series if isolated outbreaks. The expedition of the Bandiera brothers in 1844, was followed by cruel sentences on the rebels. In Jan. 1848 a rising in Sicily was the signal for revolutions all over Italy and Europe; it was followed by a movement in Naples, and the king granted a constitution which he swore to observe. Serious disturbances broke out in the streets of Naples on May 15; the king withdrew his promise and dissolved the national parliament on March 13, 1849. He retired to Gaeta to confer with various deposed despots, and the Austrian victory at Novara (March 1849) strengthened his determination to return to a reactionary policy. Sicily was subjugated by General Filangieri, and the chief cities were bombarded, an expedient which won Ferdinand the epithet of "King Bomba". In 1851 the political prisoners of Naples were calculated by Mr. Gladstone in his letters to Lord Aberdeen (1851) to number 15.000 (probably the real figure was nearer 40.000), and the scandalous reign of terror, and the abominable treatment of the prisoners led France and England to make diplomatic representations to the King, but without success. An attempt was made by a soldier to assassinate Ferdinand in 1856. He died on May 22, 1859, just after declaration of war by France and Piedmont against Austria, which was to result in the collapse of his kingdom and his dynasty. He was bigoted, cruel, mean, treacherous, tough not without a certain bonhomie. BIBLIOGRAPHY - See Corrispondence respecting the Affairs of Naples and Sicily, 1848-1849, presented to both Houses of Parliament by Command of Her Majesty, May 4, 1849; Two letters to the Earl of Aberdeen, by the Right Hon. W. E. Gladstone, 1st ed., 1851; N. Nisco, Ferdinando II il suo regno (Naples 1884); H. Remsen Whitehouse, the collapse of the Kingdom of Naples (1899); R. de Cesare, La caduta d'un Regno, vol I (città di Castello, 1900), which contains a great deal of fresh information, but is badly arranged and not always reliable; see also M. Schipa, il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone (1904)."

Al di là di tutte le imprecisioni e della propaganda retorica (e gli insulti gratuiti aggiunti alla fine della nota biografica sono di uno squallore propagandistico infinito), sono due le anomalie più gravi per un testo che vuole essere riferimento per il mondo della cultura (sorvoliamo ogni discorso sul 1848 dove l'errore più abnorme del Re fu quello di concedere la costituzione senza garanzie come avrebbe poi dimostrato nuovamente la storia nel 1860). Il dato più mostruoso è il numero di prigionieri che la "nota fonte del sapere" vede rinchiusi nelle carceri napoletane all'indomani del 1849. Non sono sufficienti nemmeno i 15mila millantati da Gladstone, che un carcere napoletano in vita sua non lo ha mai nemmeno visitato, e si arriva a parlare di ben 40.000 prigionieri politici, una enormità. Una intera città rinchiusa dietro le sbarre, come se Napoli si fosse d'improvviso trasformata nell'Irlanda o nell'India britannica! Secondo punto dolente è il far risalire alla questione dei prigionieri politici e alle politiche interne  napoletane la rottura delle relazioni diplomatiche tra le due potenze occidentali (Francia e Inghilterra) e il Regno delle Due Sicilie senza citare, come invece andrebbe fatto, la guerra di Crimea, evento storico fondamentale anche per la storia inglese. Che la nota dell'Enciclopaedia sia sbilanciata, scorretta e ingiusta appare oggi evidente anche agli autori della stessa (resta sempre ingiustificabile e ingiustificato il livore inglese a oltre 100 anni da quei fatti) tanto che nelle recenti edizioni, così come in quella on line Ferdinando II viene rivisto. Non diventa il miglior sovrano possibile ma si tratta di un notevole passo in avanti. Ci sono accenni alle politiche "liberali" degli anni '30 e alle numerose riforme. Sparisce la connotazione iniziale caratterizzante e faziosa di re bomba (che ritorna solo più avanti nel testo) e spariscono i calcoli sui prigionieri politici anche se resta in piedi la tesi della "negazione di Dio" a cui gli inglesi, evidentemente, tengono molto perché rispecchia certi tratti e certi modi di Governare, contro Dio e contro la ragione (con la r piccola, niente a che fare con la Ragione rivoluzionaria), tipici dell'Inghilterra dai tempi di Enrico VIII Tudor. Ma c'è sempre modo di migliorarsi e non è detto che tra qualche decina di edizioni della Britannica...

ROBERTO DELLA ROCCA



Dal sito www.britannica.com

"Ferdinand II, (born January 12, 1810, Palermo [Italy]—died May 22, 1859, Caserta), king of the Two Sicilies from 1830. He was the son of the future king Francis I and the Spanish infanta María Isabel, a member of the branch of the house of Bourbon that had ruled Naples and Sicily from 1734.

Ferdinand II’s initial actions on ascending the throne on November 8, 1830, raised the hopes of the liberals in the kingdom. He granted amnesty to political prisoners, reinstated army officers suspected of republicanism, and showed himself eager to provide good government and to institute reforms. But he gradually came to adopt an authoritarian policy. He severely repressed a number of liberal and national revolts (including that of the Bandiera brothers in 1844). Even his marriage to an Austrian, the Archduchess Theresa, in 1837 (after the death of his first wife, the Piedmontese Maria Cristina), was taken as a sign of his growing conservatism.

A successful revolution at Palermo on January 12, 1848, and subsequent agitation among Neapolitan liberals forced Ferdinand to grant a constitution on January 29. After his army defeated a group of Neapolitan rebels on May 15, 1848, Ferdinand regained his confidence. He ignored the constitution, recalled troops sent by his liberal ministers to help expel the Austrians from northern Italy, and regained control of Sicily. The heavy bombardment of Sicilian cities in this campaign gained him the name of “King Bomba,” while his harsh treatment of the participants in the revolts earned him the dislike of many Europeans, notably of the future British prime minister William Ewart Gladstone, who denounced Ferdinand’s regime as “the negation of God erected into a system of government.”

During the final years of his life, Ferdinand became more and more isolated from his people and fearful of conspiracies against his life. The increasingly absolute character of his government denied theKingdom of the Two Sicilies a role in the Risorgimento (movement for Italian unification) and contributed directly to the easy collapse of the kingdom and its incorporation into Italy in 1860, only shortly after Ferdinand’s death".

sabato 16 agosto 2014

XVII COMMEMORAZIONE DEI CADUTI DELL'ESERCITO NAPOLETANO - II ANNUNCIO

II ANNUNCIO
CAPUA: A 153 anni dall'Occupazione, le note del nostro Inno Nazionale, l'Inno del Re del Regno delle Due Sicilie, composto dal grande Giovanni Paisiello, risuonano sulle fortificazioni e tra le vie di Capua. "PER LA MEMORIA, CONTRO L'OBLIO" è il motto di questa importante manifestazione giunta alla sua XVII edizione. E noi NON DIMENTICHIAMO!!!
VIVA 'O RRE!!!!


martedì 5 agosto 2014

6 agosto 1863 l’eccidio di Pietrarsa:


«Perché del braccio straniero a fabbricare le macchine, mosse dal vapore il Regno delle Due Sicilie più non abbisognasse»




Una delle prime preoccupazioni di Ferdinando II di Borbone, dal 1830 sul trono di Napoli, fu quella di varare un poderoso piano industriale destinato a svincolare il suo regno dalla dipendenza tecnologica inglese.

particolare del monumento a S.M. Ferdinando II alla cui base possono leggersi quelle parole riportate all'inizio dell'articolo e che dimostrano chiaramente come il Sovrano non considerasse la ferrovia "un suo giocattolo personale"

 I risultati non tardarono ad arrivare. Nell’ottobre del 1839 venne inaugurata la tratta ferroviaria Napoli-Portici, di soli 7 km e mezzo, ma la prima nella penisola italiana. Gia da qualche anno, poi, a Torre Annunziata, funzionava a pieno regime un'officina che produceva materiale meccanico (proiettili, affusti per cannoni, macchine a vapore) destinato all’esercito e alla marina militare. 

Qui lavoravano operai specializzati che niente avevano da invidiare alle maestranze di tutta Europa. Per non disperdere cotanta professionalità il re pensò di ingrandire la fabbrica spostandola a Portici. Nacque così, nel 1837, proprio in riva al mare, il “Reale Opificio di Pietrarsa” che sfornava prodotti in ghisa ma, soprattutto, macchine e locomotive a vapore. L’entrata in funzione della strada ferrata, poi, favorì non poco lo sviluppo del sito industriale: il materiale da lavorare, infatti, poteva giungere in loco sia via mare che via terra, servendosi, appunto, della ferrovia. In poco tempo Pietrarsa, grazie anche ad una rigorosa politica protezionistica, diventò il primo nucleo industriale della Penisola precedendo, e di parecchi anni, colossi quali Fiat, Breda o Ansaldo. Nel momento del suo massimo fulgore l’opificio dava lavoro a 850 operai, molti dei quali specializzati. Poi, però, come un fulmine a ciel sereno, le cose nel meridione d’Italia presero una piega inaspettata. 

Nel 1860 dal nord scese Garibaldi e poi l’esercito di Vittorio Emanuele II di Savoia. I Borbone furono costretti alla resa e a cedere il passo agli invasori piemontesi. Lo stato sabaudo inglobò con la forza delle armi la parte meridionale dello Stivale e nacque il Regno d’Italia. Il che per la popolazione del Sud non fu di certo un grande affare. E la lotta aspra e senza quartiere che infuriò per un lungo decennio in quelle lande, fu uno dei segni più evidenti del malcontento diffuso e della cupa disperazione che colpì quelle genti. Anche l’industria dovette fare i conti con il nuovo scenario. Il governo piemontese non aveva alcun interesse a mantenere in vita il sistema creato dai Borbone che, presentando punte di eccellenza (si pensi, accanto a Pietrarsa, ai lanifici e alle cartiere della valle del Liri ma anche agli impianti siderurgici di Mongiana, sulle serre calabre), arrecava non poco fastidio agli stabilimenti dell’Italia settentrionale. Per questo si decise di privatizzare Pietrarsa svendendola a tale Iacopo Bozza. Fu l’inizio della fine. Il nuovo proprietario diminuì la paga degli operai portandola da 35 a 30 grana al giorno. In breve lasso di tempo, con una drastica politica di licenziamenti, di 850 dipendenti ne restarono solamente la metà. Il malumore dei lavoratori montava poderoso fino a che giunse il 6 agosto del 1863. Di fronte all’ennesimo sopruso della proprietà, alle tre del pomeriggio, qualcuno fece risuonare a distesa la campana della fabbrica. 

La riproduzione della locomotiva Bayard, esposta al museo di Pietrarsa
Alcune centinaia di operai, abbandonato il posto di lavoro, si radunarono nel cortile lanciando urla e parole di disapprovazione nei confronti del padrone. Spaventato Bozza si precipitò a richiedere l’intervento dei bersaglieri di stanza a Portici. 
I militari, in breve tempo, giunsero davanti allo stabilimento e, superato il cancello, baionetta in canna, si lanciarono sugli operai menando fendenti e sparando ad altezza d’uomo. In quel caldo pomeriggio d'agosto morirono 7 operai mentre altri 20 riportarono ferite più o meno gravi. Dopo quel tragico accadimento si decise di concedere la gestione dell’opificio alla Società Nazionale di Industrie Meccaniche.
Ormai, però, la gloriosa fabbrica aveva intrapreso la strada del declino.
Nel 1875 erano rimasti solo 100 operai. Eppure, appena due anni prima, una locomotiva costruita a Pietrarsa aveva vinto la medaglia d’oro alla esposizione universale di Vienna. Qualche tempo dopo lo Stato, per non chiudere lo stabilimento, decise di assumerne la gestione. 
Dopo la seconda guerra mondiale la crisi si accentuò ulteriormente fino a che, nel 1975, fu varata la definitiva chiusura. Oggi quello che fu il glorioso “Opificio Reale di Pietrarsa” è diventato la sede di un museo ferroviario. 
Pochi, però, ricordano la triste sorte di quegli operai spazzati via dai proiettili e dalle baionette dei bersaglieri soltanto per aver osato reclamare un sacrosanto diritto: la tutela del posto di lavoro. Tale evento, anzi, è sconosciuto ai più. Anche a quelli che sono soliti festeggiare con tanta enfasi e tripudio il primo maggio, icona intoccabile dei lavoratori. Un’ultima annotazione. 
Molti dei morti e dei feriti di quel 6 agosto 1863 furono colpiti alla schiena o alla nuca mentre cercavano di mettersi in salvo. 
Davvero un atto eroico da parte dei militi piemontesi che non si fecero scrupolo di aprire il fuoco su inermi operai. Forse credevano, come ha scritto Antonio Ghirelli, di trovarsi ancora alla Cernaia. Eppure ci fu chi, proprio grazie a quell'orribile misfatto, fece carriera. Stiamo parlando del questore di Napoli Nicola Amore che, invece di essere sollevato dall’incarico e sottoposto a processo come avrebbe meritato, nel 1866 venne nominato direttore della Pubblica Sicurezza.

il monumento fatto apporre nel 1996 dall'Amministrazione Comunale di Portici

In seguito fu anche senatore del Regno e sindaco di Napoli. Nel nostro bel paese accadono cose davvero strane: mentre a Nicola Amore sono state dedicate piazze ed innalzati monumenti (la celebre Piazza Quattro Palazzi, lungo Corso Umberto, a Napoli, porta anche il suo nome, così come un busto marmoreo di cotanto eroe fa bella mostra di sé nei giardini di Piazza della Vittoria), niente di niente, né una lapide né una semplice scritta, ricordava fino al 1996 l’eccidio di Pietrarsa e i nomi di quei sette operai che lì persero la vita. Un’altra colossale ingiustizia della nostra storia a cui il Comune di Portici ha finalmente avuto il coraggio di porre fine. 

Fernando Riccardi

lunedì 4 agosto 2014

Irredente a chi? / Trieste, la perla dell'Adriatico contesa tra Venezia e l'Austria (e finita all'Italia!)

Un manifesto delle assicurazioni austriache a Trieste

In questo 2014 vivremo dei rigurgito del disperato patriottismo che abbiamo già avuto modo di vivere nel corso dei festeggiamenti per i 150 anni della (finta) unità d'Italia nel 2011. Tutto questo perché, quest'anno, ricorrono i 100 anni dallo scoppio della prima guerra mondiale. Una guerra stupida in cui centinaia di migliaia di giovani meridionali furono utilizzati come carne da macello per i biechi interessi politici ed economici di una dinastia, quella sabauda, che nel corso della sua storia ha fatto del tradimento, dell'inganno e della guerra, gli strumenti del proprio agire. Ricorderemo le storie delle terre irredente che irredente non si sentivano affatto perchè mai avevano fatto parte di uno stato italiano. Vedremo come queste, Trieste, Trento, il Sud Tirolo, lo stesso Veneto, la Venezia Giulia e l'Istria, si siano comportate nel corso della propria storia e come sono state trattate dallo stato unitario che tanto sangue ha sparso sulle Alpi per "ricondurle" a casa.

L'emblema comunale della Trieste austriaca

Divenne una vera e propria città solo in epoca romana, durante l'epoca di Augusto, e l'apice del proprio potere fu raggiunto sotto l'impero di Traiano quando Tergeste contava più di 12mila abitanti. Un numero impressionante che sarebbe stato toccato nuovamente solo nel XVII secolo. E' senza alcun dubbio il periodo  medievale quello in cui la città si caratterizza, in modo determinante, scegliendo liberamente, sulla base di considerazioni storiche ben definite e precise, di "darsi" all'Austria, stando almeno alla tradizione storiografica comunale a cui nessuno, fino alla fine dell'ottocento, si era opposto. Dopo aver fatto parte dei regni di Odoacre e Teodorico, Tregeste fu occupata dai bizantini che ne fecero una colonia militare e commerciale utilizzata anche per controbilanciare il peso crescente delle isole veneziane i cui abitanti erano gelosissimi della propria autonomia e indipendenza. L'arrivo dei Longobardi sconvolse la comunità romano-barbarica e i nuovi dominatori distrussero quasi completamente il centro abitato che riuscì a ricostituirsi sotto il dominio dei Franchi, riconosciuto perfino da Costantinopoli. La cristianizzazione, dopo la caduta dell'Impero Romano, è il secondo momento fortemente caratterizzante della storia della città visto che Lotario II, re d'Italia (un Italia profondamente diversa da come la intendiamo oggi come si evince dalla mappa in basso), concesse una larga autonomia affidando la gestione della città al vescovo Giovanni III. Il passaggio del potere politico e amministrativo alla chiesa locale suscitò gli appetiti del vicino patriarcato di Aquileia da cui erano partiti i missionari che ne avevano convertito le popolazioni. Il Patriarca non era il solo a voler ottenere il controllo di Trieste visto che i conti di Gorizia e la nascente potenza veneziana cominciarono ad esercitare pressioni politiche, economiche e, infine, militari sul vescovato triestino. Tanto che alla metà del Duecento i vescovi rinunciarono alle prerogative politiche e amministrative che passarono, da quel momento, all'elite commerciale e aristocratica della città. Questo elemento di maturazione culminò nel 1295 quando il vescovo Brissa de Toppo formalmente rinunciò al potere temporale sulla città che si costituì ufficialmente, e riconosciuta dagli ingombranti vicini, come libero comune. L'autonomia non fu però facile da mantenere e i triestini dovettero barcamenarsi non poco tra gli ingombranti vicini sia politicamente che militarmente.

La dedizione di Trieste all'Austria

La crisi vera e propria giunse intorno alla metà del '300 quando una serie di nodi politici vennero al pettine in tutta Europa. La potenza veneta stava crescendo e dalle piccole isole della laguna i veneziani avevano saputo costruire un poderoso impero commerciale e coloniale e, dal 1200 avevano iniziato, quella che pareva una inarrestabile avanzata verso la terraferma. A frenare le ambizioni venete i Carrara di Padova che, assieme a Genova, rappresentavano le principali avversarie della Serenissima. Il potere del patriarcato di Aquileia era drasticamente ridotto dalle ingerenze degli Asburgo e da quelle dell'Ungheria che si era fatta largo lungo le coste dalmate e la Slovenia. Treviso divenne territorio di scontro per il controllo delle vie commerciali terrestri tra Germania e Italia. In Francia la guerra con l'Inghilterra dilaniava due tra le monarchie più forti e ambiziose del medioevo favorendo il rafforzamento delle entità feudali della Francia, prima tra tutte la Borgogna di Filippo II in cerca di alleanze per garantire il proprio potere. La peste e la cattività Avignonese, contribuì ad aumentare il disordine e la confusione. La più lontana di tutte dal panorama politico e diplomatico europeo pareva essere proprio Trieste che ormai si era ridotta ad avere poco più di 5mila abitanti. Stretta tra i prepotenti vicini, la classe dirigente comunale, sempre più dipendente dal commercio marittimo, attirò le attenzioni di Venezia. Nel 1368 fu una disputa commerciale il casus belli con cui la Serenissima strinse d'assedio la vicina Trieste e la costrinse, il 3 settembre 1368, alla resa e alla conseguente apertura di una complicata trattativa politica e diplomatica. I veneziani volevano assoggettare Trieste e i suoi abitanti rifiutarono aprendo nuovamente le ostilità. Nella primavera del 1369 le navi veneziane riapparvero all'orizzonte  e, questa volta, il comune non esitò a chiedere un sostegno agli arciduchi Alberto e Leopoldo d'Asburgo con un atto scritto, passato alla storia come prima "dedizione" di Trieste, all'interno del quale si sosteneva che "gli illustri e magnifici Principi e nostri graziosi Signori Alberto e Leopoldo erano, fin dai loro progenitori, da sempre i nostri veri e naturali ed ereditari Signori e li riconosciamo come tali e li vogliamo avere come signori per sempre".  Il documento, stilato in latino, reca la data del 31 agosto e il 10 settembre si registrava l'accettazione dell'Arciduca Alberto che inviò, dopo due mesi, una forza militare a sostegno dei triestini ma, dopo neanche una settimana, Venezia riuscì ad ottenere non solo la resa del comune ma anche un atto di dedizione simile a quello che i triestini avevano voluto inviare agli Asburgo. Il 12 novembre 1370 la seconda dedizione venne riconosciuta dagli Arciduchi d'Austria che incamerarono da Venezia ben 75mila zecchini in cambio della rinuncia a Trieste. I nuovi rapporti tra Venezia e gli Asburgo furono stimolati anche dalla richiesta veneziana di intervento contro i Carrara di Padova che avevano messo sotto la propria tutela Treviso, una richiesta che, alla fine si ritorcerà contro la serenissima. All'inizio degli anni '80 i  territori asburgico sono divisi a metà tra il conte Leopoldo (che ottiene la Stiria, Carinzia, Carniola, Windischmark e il Tirolo) e Alberto (che esercitava il controllo sull'area asburgica al confine con la Svevia e la Baviera) e Venezia fece ricorso proprio al primo Arciduca. I dogi avevano impegnato la Serenissima in una guerra contro Genova che si sarebbe conclusa con la vittoria veneziana ma, non potendo occuparsi direttamente dei Carrara, chiesero sostegno a Leopoldo che, l'otto maggio 1381, fece il suo trionfale ingresso a Treviso. Al fatidico 1382, che avrebbe consegnato Trieste agli Asburgo, si giunse così in una situazione di caos politico. I Carrara erano immobilizzati a Padova bloccati dalla presenza delle milizie asburgiche a Torino. Venezia aveva ottenuto ciò che voleva ma con la pace di Torino, si era impegnata a non minacciare i liberi comuni a sud del Patriarcato. Non per questo Venezia si arrese, anzi. Giudicò maturi i tempi di prendere definitivamente i liberi comuni quando il patriarca Marquando di Randeck, improvvisamente, morì aprendo un duro contrasto alla successione che avrebbe visto contrapposti Urbano VI e Clemente VII, Papa e Antipapa durante la cattività avignonese, un contrasto che non avrebbe fatto altro che complicare la situazione triestina, portando a prevalere, la fazione filo asburgica che così giunse alla terza dedizione, indirizzata a Leopoldo d'Asburgo. Tra le altre cose è opportuno precisare che di questa dedizione non esiste il documento originale ma solo quello dell'accettazione, vale a dire il messaggio con cui Leopoldo accetta il dominio sulla città.

Un immagine di Trieste a metà '800

Al momento della concessione ai Duchi d'Austria, Trieste era una piccolissima città caratterizzata esclusivamente dalla Chiesa di San Giusto e dalla Rocca, abitata da poco più di 6mila anime. L'autonomia di Trieste era larga e la città non si giovò particolarmente del "dominio" nominale degli Asburgo fino a quando l'Austria non emerse come potenza di caratura europea. Questo avvenne a partire dalla fine del '600 quando, dopo una serie di vittoriose guerre condotte contro il Sultano di Costantinopoli, l'aquila austriaca (che con apposito diploma del 24 febbraio 1464 era stata inserita nell'arma municipale triestina) riuscì ad affermare la propria potenza nei balcani conquistando l'Ungheria ed espandendosi in Dalmazia. Anzi, proprio a causa dei lunghi contrasti col Sultano, Trieste era andata progressivamente perdendo di importanza e la popolazione fuggì. Particolarmente terrorizzante fu l'invasione del 1470 quando i turchi devastarono il piccolo paese di Prosecco a soli 8 Km dalla città. Nei duecento anni successivi le cose non migliorarono e nel 1700 si contavano solo 3mila abitanti la maggior parte dei quali dediti alla viticoltura. A cambiare radicalmente l'assetto triestino fu, nel 1719, la decisione di trasformarla in porto franco, con conseguente impennata del traffico commerciale. Carlo VI d'Asburgo e i suoi successori estesero tali privilegi prima al distretto camerale (1747) e poi a tutta l'area cittadina (1769). A quegli anni, pregni delle teorie e delle riforme illuministiche promosse dall'Imperatrice Maria Teresa e a suo figlio Giuseppe, risale la rinnovata grandezza di Trieste che si configurò nell'espansione urbanistica con i tratti che la caratterizzano ancora oggi e che sviluppò una nuova borghesia mercantile che seppe dirigere gli affari cittadini orientandone gli sviluppi culturali ed economici. Malgrado questa rinascita fosse dovuta all'impegno di Casa d'Austria Trieste e i suoi abitanti, gelosi della propria autonomia e indipendenza, non si lasciarono mai germanizzare. Fra il 1758 e il 1769 venne eretto un nuovo forte e si realizzarono diverse opere di difesa. Sorse la borsa cittadina (1755), il Palazzo della Luogotenenza e il primo cantiere navale, lo squero di San Nicolò. La rivoluzione francese e l'avventura Napoleonica rallentò il processo di crescita della città. Occupata per ben tre volte dalle truppe francesi (1797, 1805 e 1809), durante l'impero perse la propria autonomia e lo status di porto franco. Nel 1813 ritornò all'Austria e ricominciò a crescere con la realizzazione della ferrovia che la collegava a Vienna. "A Trieste c'è fiera tutto l'anno" era il nuovo motto della città che nel 1849, nell'ottica della ristrutturazione del sistema costituzionale imperiale voluto dal giovane imperatore Francesco Giuseppe, divenne land autonomo all'interno del Kronland del Kustenland, regione imperiale che comprendeva anche Gorizia e l'Istria, assumendone anzi il controllo come capoluogo della regione adriatica imperiale (l'Adriatisches Kustenland). Con un provvedimento senza precedenti, il 21 dicembre 1867 l'imperatore Francesco Giuseppe stabiliva che "tutte le nazioni dello Stato hanno eguali diritti, e ogni singola nazione ha l'inviolabile diritto di conservare e coltivare la propria nazionalità e il proprio idioma". Tanto è vero che Trieste continuò a considerarsi triestina e non italiana in senso lato come dimostrato dal fatto che l'italiano parlato fosse, a dir poco, approssimativo. Non sarebbe stato inusuale rintracciare cartelli con su scritto "Quà suso in tel terzo piano de fitar camere, cucina e costo" o ancora "la incisa bottega straslogada in tel canton in dove che iera el petesser" segno evidente che il dialetto triestino (molto simile al Veneto) aveva sostituito il tergestino, tipicamente retroromanzo di origine latina. Tanto gelosa della propria autonomia e caratteristica storica che, nel 1882, in occasione dei 500 anni dalla dedizione a Leopoldo, venne realizzato davanti alla stazione ferroviaria un obelisco con emblemi caratteristici dell'epoca romana, in ricordo dell'antica Tregeste. Anche la vita culturale rifiorì. Tra i venti caffè, le otto librerie, le nove scuole popolari cittadine, i tre teatri d'opera, il teatro di varietà, il cabaret e un cinema, sempre più numerosi erano gli uomini di cultura e d'arte che scelsero di trasferirsi in città per brevi o lunghi periodi. Divenne così la città multietnica e multilingue dell'Impero Asburgico. Il 51,8% dei suoi abitanti era italofona, il 24,8% slovena, il 5,2% tedesca e tra le restanti comunità minori, oltre a una consistenza presenza di immigrati dalla penisola italiana (circa il 12%) si contavano serbi, croati, armeni, ruteni, slovacchi, cechi, valacchi, ebrei, greci, ungheresi, inglesi e svizzeri. I 3mila abitanti scarsi del 1700 erano solo un ricordo quando, nel 1897 Trieste poteva vantarsi di essere il quarto centro urbano dell'Impero Austro-Ungarico con i suoi 165mila abitanti (Vienna primeggiava con 1 milione e mezzo di cittadini seguita da Budapest, 570mila, e Praga 365mila). 

Durante la seconda metà dell'ottocento cominciarono i problemi. La conquista piemontese dell'Italia non poteva lasciare Trieste isolata. Un copioso dibattito storiografico si è svolto attorno alla questione irredentista che ha coinvolto la città dal 1861 al 1918, anno della definitiva annessione all'Italia. Le tensioni politiche e sociali crebbero quando la politica austriaca marcò la propensione anti italiana a partire dal provvedimento del febbraio 1861, quando ormai l'unità italiana era un dato di fatto acquisito dalle potenze europee, con il quale si ridusse l'autonomia delle Diete locali per procedere ad una centralizzazione dell'apparato decisionale e burocratico dell'Impero. Con la guerra del 1866 le cose, se possibile peggiorarono, con un generale senso di diffidenza e aperta ostilità da parte, non solo degli austriaci, ma anche delle altre minoranze che, a partire dal 1866, cominciarono a sfruttare questa diffidenza per acquisire sempre maggiore forza all'interno dello stato imperiale. Il 12 novembre 1866 lo stesso imperatore Francesco Giuseppe, durante la consueta riunione del consiglio della Corona, raccomandò i suoi ministri di germanizzare e slavizzare il più possibile le aree miste dell'Impero. Una proposta che divenne operativa con sempre maggiore puntualità, in particolare durante il cancellierato del conte Eduard Taaffe che governò dal 1879 al 1893 appoggiando e sostenendo le attese della popolazione slava che, specie nel contado triestino, costituivano un elemento portante della società della regione Adriatica. Politica che fu favorita dal diffondersi dell'austro-slavismo, vale a dire la tendenza (da parte delle popolazioni slave) di risolvere i propri obiettivi nazionali nell'ottica della monarchia universale asburgica e con la propria collaborazione. La perdita del Veneto aveva rafforzato ulteriormente l'importanza di Trieste e, di conseguenza, gli sforzi austriaci di sostenere la frazione slava e germanofila aumentò notevolmente anche se i Luogotenenti Imperiali vennero scelti sempre tra le maggiori personalità triestine di tendenza filoasburgica. L'incremento della produzione navale e la sempre maggiore importanza delle assicurazioni, complicarono la questione triestina che ormai era una vera e propria perla incastonata nella corona imperiale. Le tensioni si ridussero, anche se solo in superficie, quando Austria e Italia sottoscrissero con la Germania una Alleanza politica e militare che avrebbe poi contribuito a portare i due paesi in guerra. La nomina a Governatore Imperiale del Principe Konrad di Hoenlohe, nel 1904, fu un vero e proprio autogol per Vienna. Il Principe era un sostenitore del trialismo, ovvero favorevole alla formazione di una terza corona accanto a quella d'Austria e d'Ungheria. Il nuovo regno asburgico si sarebbe dovuto chiamare Slavia e avrebbe incluso anche Trieste e la regione adriatica, un disegno che non dispiaceva all'erede al trono designato Francesco Ferdinando d'Asburgo Este che non poteva soffrire l'Italia e i Savoia, essendo egli figlio della Principessa Maria Annunziata di Borbone Due Sicilie sorella dell'ultimo Re Francesco II. Le direttive viennesi finirono per consentire, al movimento nazionale, di acquisire sempre più consenso presso i triestini e molti tentarono attentati contro le autorità viennesi e, addirittura, contro l'Imperatore come nel caso di Guglielmo Oberdan che fu processato e impiccato nel 1882. La Lega Nazionale, associazione privata filo italiana, arrivò a contare, poco prima dello scoppio della guerra mondiale, oltre 12mila iscritti nella città di Trieste segno che i tempi erano profondamente cambiati. 

Le manifestazioni per celebrare la vittoria italiana nel 1918

Quando esplose il conflitto l'Italia scelse l'ambigua formula del non intervento, ambigua come tutte le mosse di politica estera fin dai tempi del Piemonte e di D'Azeglio.  Più di mille triestini rifiutarono di combattere nell'esercito imperiale e l'anno successivo, quando l'Italia compì il grande tradimento e fece guerra all'Austria e alla Germania, si arruolarono sotto lo scudocrociato dei Savoia. Il 4 novembre 1918, con una marcia rapida per consentire l'ingresso in città prima dell'armistizio, le truppe italiane occupavano Trieste. Era la fine della Trieste, perla dell'Adriatico. Cominciava la storia di Trieste italiana. 

ROBERTO DELLA ROCCA


200° anniversario della nascita di Giacinto de'Sivo, il 29 novembre le celebrazioni a Maddaloni (CE)


MADDALONI - In occasione del 200esimo anniversario della nascita dello storico Giacinto de'Sivo, l'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, in collaborazione con l'associazione Unione Due Sicilie e l'associazione Capt. De Mollot eroe del Volturno, organizza un convegno che si svolgerà il 29 novembre a partire dalle ore 10.00, presso il Convitto Nazionale "G. Bruno" di Maddaloni, città natale del de'Sivo che, oltre ad essere uno storico di primaria importanza, è stato anche un fine letterato e un pensatore politico. Al convegno, prenderanno parte come relatori il Dott. Giuseppe de Nitto (La critica letteraria al de'Sivo), l'Ing. Luigi Cobianchi (de'Sivo politico, dalle Due Sicilie all'Europa delle nazioni) e il Prof. Emilio Gin (Giacinto de'Sivo, uno storico da rivalutare). La manifestazione prevederà anche una commemorazione da parte delle autorità civili e religiose il cui programma è in via di definizione. Un appuntamento da non perdere per lo spessore del personaggio e per l'importanza che esso riveste per la tradizione storica, culturale e religiosa delle Due Sicilie.

Michelina Di Cesare e le altre "Regine dei boschi", il ricordo a Mignano Montelungo


MIGNANO MONTELUNGO - Si svolgerà sabato e domenica la manifestazione del Campo dei Briganti, l’iniziativa allestita dal museo Historicus che vedrà, per una due giorni appassionante, il ritorno dei briganti nella frazione di Caspoli.

 Il campo dei briganti verrà allestito, dagli amici del museo e dai componenti delle altre associazioni culturali interessate all’iniziativa, a partire dalle ore 14.00 di sabato in modo da poter essere tutto pronto per le 16 quando si aprirà al pubblico che potrà non solo osservare un vero e proprio campo brigantesco ricostruito nei minimi dettagli ma anche apprendere qualcosa in più su una parte spesso nascosta, e molte volte mistificata, della nostra storia. Con il termine di briganti si vogliono infatti definire coloro i quali, a seguito del processo di unificazione nazionale nel 1860-61, non rinnegarono la propria storia e la propria Patria ma continuarono ad opporre resistenza agli invasori piemontesi in nome di Francesco II di Borbone, ultimo Re delle Due Sicilie. Seppur certa è la presenza consistente (soprattutto a partire dal 1866) di elementi criminali e degli emarginati è altrettanto vero che il termine brigante, specie nei primi tempi della rivolta, fu utilizzato come un marchio infamante per tanti giovani regnicoli (così erano chiamati i cittadini dell’ex Regno delle Due Sicilie) che desideravano ritornare alla loro vera Patria e servire il proprio Re. Al convegno storico, incentrato sulla figura delle brigantesse (cui è dedicata la nostra iconografica “Regine del bosco”) e in particolare su Michelina Di Cesare (originaria di Caspoli), prenderanno parte lo storico Fernando Riccardi, la docente Ida Di Ianni, la Direttrice della Biblioteca di Castel di Sangro, Maria Domenica Santucci e il professor De Luca, già Sindaco di Mignano Montelungo. Seguirà, alle 21, la cena con canti e balli briganteschi. La domenica mattina sarà dedicata alla natura con un percorso naturalistico e storico che condurrà i presenti alla grotta delle ciavicotte, conosciuta anche come grotta delle ciape (oggi ribattezzata grotta dei briganti). Dopo il pranzo conviviale la visita al mercatino dell’artigianato e, alle 18, piccolo tour alle case natali della brigantessa Michelina Di Cesare e dei briganti Pace e Ciccone. Una buona occasione per stare a contatto con la natura e, allo stesso tempo, conoscere la nostra storia.