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mercoledì 2 luglio 2014

La rivoluzione (breve) nel 1820 a Napoli


E’ un uomo magro con i capelli neri quello che si aggira nella notte tra il primo e il due luglio 1820 a Nola, appena fuori le caserme militari dove dimorano i soldati del Re di Napoli. Si tratta di Michele Morelli, sottotenente nel reggimento di cavalleria Real Borbone di stanza nel comune della Terra di Lavoro. Ufficiale con il “vizietto” della carboneria, ambiente massonico e segreto in cui era entrato negli anni della giovinezza quando, a 16 anni, serviva nell’esercito dell’occupante francese. Un vizietto che la politica dell’amalgama voluta da Ferdinando di Borbone, al suo rientro a Napoli dopo la chiusura del congresso di Vienna, aveva tollerato e non visto. Una scelta politica conciliante che avrebbe portato ad effetti nefasti sugli ultimi 40 anni di vita dei plurisecolari domini di Sua Maestà Siciliana. Morelli parla molto assieme agli altri confratelli carbonari. Negli ultimi mesi le riunione si sono intensificate e i contatti con le città del Regno moltiplicati. C’è tutto un mondo in fermento, gli ufficiali militari come i fratelli Pepe (Florestano e Guglielmo), Pietro Colletta, Giuseppe Silvati e Michele Carrascosa, giuristi del calibro di Giustino Fortunato, letterati e pensatori e anche esponenti del clero, come il prete “anarchico” Luigi Minichini. Quello che bolle in pentola è qualcosa di più di una riunione carbonara. Ringalluzziti dall’esperienza costituzionale spagnola, i carbonari napoletani mettono in piedi una vera e propria congiura per costringere Ferdinando I a fare come l’Augusto parente spagnolo e concedere quelle riforme costituzionali che consentirebbero all’alta borghesia di limitare i poteri del Sovrano e arraffare il più possibile all’interno dello stato napoletano. Tutto si muove da Nola dove Morelli e Silvati con poco meno di 150 soldati si mettono in marcia per fare proseliti nelle campagne e nelle città. La marcia non è fortunata: Minichini e Morelli litigarono sulla strategia da seguire circondati dall’indifferenza più completa del popolo napoletano, stanco di nuovi tumulti e di altro caos dopo il decennio francese. Nemmeno la protezione di San Teobaldo di Provins riuscì a favorire la riconciliazione e il prete anarchico lasciò la compagnia quando, entrati i rivoltosi ad Avellino (dove li attendeva il Generale Pepe), i vertici militari tennero a precisare che Ferdinando sarebbe rimasto Re e che avrebbe concesso una Costituzione su modello spagnolo. Il 5 luglio la rivolta giunse a Salerno e a Napoli dove numerosi reparti militari si schierarono con il Generale Pepe, in parte per la sua autorevolezza (indiscussa) in parte per la laboriosa opera degli ufficiali figli del decennio. Il giorno seguente Ferdinando I, ultimo figlio dell’ancien regime e più anziano sovrano d’Europa, dovette concedere la Costituzione. Fu un fuoco di paglia. La rivoluzione del 1820 non aveva né capo né coda. Mancava il supporto del popolo. Apertamente ostile la monarchia. Intimidita e all’opposizione l’aristocrazia conservatrice ma anche larga parte dell’apparato produttivo napoletano che non era intenzionato a farsi trascinare in una nuova folle stagione politica. L’impianto era fragile e Ferdinando I, ai cui occhi non era stato risparmiato nulla durante il suo lungo regno, lo sapeva molto bene. Colse così una duplice occasione per risolvere il problema. Sulla base di un articolo segreto del Trattato di Vienna stipulato nel 1815 dalle potenze alleate vittoriose su Napoleone, il neo costituito Regno delle Due Sicilie si impegnava a non alterare l’equilibrio politico interno adottando costituzioni di tipo francese ma restando aderente al modello delle monarchie conservatrici dell’Europa centro orientale. In questo modo decise di partire per Lubiana dove l’Imperatore d’Austria, il Re di Prussia e lo Zar di Russia si sarebbero incontrati per un congresso figlio della politica del concerto che, dal 1816, promuoveva la Santa Alleanza. Prima di partire Ferdinando rassicurò tutti lasciando al figlio Francesco la reggenza. Diede ordine inoltre di schiacciare i rivoltosi che, in Sicilia, si erano messi al seguito di Giuseppe Alliata di Villafranca e del Principe di Paternò Castello, esponenti di quel baronato che malamente aveva digerito l’annessione di fatto della Sicilia a Napoli decisa a Vienna. Agli ordini di Florestano Pepe e poi di Pietro Colletta, entrambi liberali simpatizzanti del moto napoletano, le truppe sbaragliarono i rivoltosi e ripresero Palermo entro la fine dell’anno. La reazione in Sicilia servì ad alienare ancora di più le simpatie degli estremisti verso gli ufficiali al comando a Napoli. Nessuno si stupì, e pochi se ne ebbero a male, quando, agli inizi del 1821, fu Ferdinando I a chiedere aiuto agli alleati e ad ottenere l’invio di un esercito austriaco poderoso, oltre 50mila uomini, con cui si mise immediatamente in marcia verso Napoli. Attendere l’arrivo degli austriaci sarebbe stato controproducente. Per questo motivo Pepe e Carrascosa, con l’esercito costituzionale, si avvicinarono agli Abruzzi e affrontarono, alle gole di Antrodoco, i soldati stranieri. Il 7 marzo 1821, poco meno di nove mesi dall’avvio della marcia di Nola, tutto era finito. Il 24 marzo gli austriaci entrarono a Napoli e riportarono sul trono Ferdinando che poté chiudere il Parlamento napoletano che non lasciò rimpianti in molti. Alcune cose sono da aggiungere. Al rientro nella capitale Ferdinando affidò la gestione della salute pubblica al nuovo ministro della Polizia, il Principe di Canosa, uomo dalla fama oscura e negativa. A smentire la forza del tiranno l’esempio del giovanissimo musicista Vincenzo Bellini che, trovandosi a Napoli come studente del Real Collegio della musica di San Sebastiano, aveva preso parte alla rivoluzione. Gli bastò, come prescriveva la “dura legge del tirannico Borbone”, ritrattare la sua adesione alla rivolta e ottene, come molti altri (la maggior parte dei quali insinceri), il condono. L’arrivo degli austriaci creò un serio problema economico per le casse dello stato napoletano. Problema che riuscì a risolvere il Re Francesco, una volta arrivato sul trono alla morte del padre. Senza suscitare le ire dell’imperatore d’Austria (che anzi volle fargli l’onore di concedergli il Toson d’Oro) ottenne, nel 1827, il rientro delle forze alleate (che si trovavano a Napoli a spese delle Due Sicilie). Diversamente andò per i vertici militari della rivolta. Pepe e numerosi altri emigrarono all’estero. Morelli e Silvati tentarono anch’essi la fuga. 


Il 10 aprile con una nave di fortuna si imbarcarono verso l’Albania ma il maltempo li dirottò su Ragusa e, da lì, raggiunsero la Bosnia. Morelli tornò in Italia ma, arrivato in Abruzzo, fu assalito da un gruppo di banditi e, per chiamare soccorso finì per essere riconosciuto e arrestato. Tradotto prima al carcere di Foggia e poi a Napoli, dovette affrontare, assieme a Silvati finito anche lui agli arresti, il processo. Entrambi accusati di cospirazione furono condannati a morte e impiccati il 12 settembre 1822. Per quanto piccolo e breve, il 1820 napoletano, diventa importante se esaminato soprattutto allargando la visuale al contesto europeo. Solo così si possono recepire le differenze tra i tanti 1820 che si hanno in Europa. Fondamentale chiarire che il fallimento dei moti del ’20-’21 fu solo una battuta d’arresto del programma d’azione liberale che, da quel momento, avrebbe marciato in modo molto più organico e molto più pericoloso.

Roberto Della Rocca

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