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domenica 6 luglio 2014

5 luglio 1830, lo zolfo siciliano va a Parigi!




FERDINANDO II
per la grazia di dio re del regno delle due sicilie,
di gerusalemme ec. duca di parma, piacenza, castro ec. ec.
gran principe ereditario di toscana ec. ec. ec.

Dovendosi stipulare il contratto di società con la compagnia Taix Aycard e Comp. per lo spaccio degli zolfi de’nostri reali dominii di là del Faro; Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto segue:
art. 1. Il nostro Ministro Segretario di Stato degli affari interni è autorizzato ad intervenire nel nostro real nome alla stipula dell’anzidetto contratto.
art. 2 Lo stesso nostro Ministro è incaricato della esecuzione del presente decreto.
Firmato, FERDINANDO.
Il Ministro Segretario di Stato degli affari interni. Firmato, Nicola Santangelo.
Il Conigliere Ministro di Stato Pres. Interino del Cons. de’Ministri. Firmato, Marchese Ruffo.”

E’ con questo decreto, firmato dal Re delle Due Sicilie Ferdinando II di Borbone il 5 luglio 1838, che si apre uno degli scontri economici e politici più duri tra Sua Maestà Siciliana e il Governo Britannico. Uno scontro passato alla storia come “Guerra degli zolfi” e che sarebbe potuto rapidamente trasformarsi in guerra se non ci fosse stata la mediazione della monarchia francese. Durante uno dei suoi viaggi in Sicilia, Ferdinando II, aveva visto con i propri occhi la miseria generata dallo sfruttamento britannico dello zolfo siciliano. Uno sfruttamento che trovava le proprie radici all’epoca della rivoluzione francese, quando il Regno di Napoli si trovò a dipendere dalla protezione della flotta inglese, e che negli anni ’30 dell’ottocento non trovava più giustificazioni. Le ragioni erano di carattere morale ma soprattutto economico.

LO ZOLFO E LA SUA ESTRAZIONE
Conosciuto già in epoca antica, furono i romani a utilizzare lo zolfo a fini bellici impiegandolo come miscela con altri combustibili. Nulla di paragonabile all’uso che se ne sarebbe fatto a partire dalla fine del 1700 quando la scoperta del metodo Leblanc consentì una produzione su scala industriale. Ad ideare il sistema fu il chimico Nicolas Leblanc che partecipò con esso ad un concorso promosso dall’Accademia Francese delle Scienze. Il processo produttivo prevedeva la formazione di solfato sodio cui veniva aggiunto, in un secondo momento, carbone e carbonato di calcio i quali, riscaldati, consentivano di ottenere il carbonato di sodio, utilizzato poi nell’industria bellica. A rendere il metodo Leblanc un problema erano i prodotti di scarto, acido cloridrico e solfuro di calcio altamente inquinanti e tossici, ma, nonostante questo, esso rimase attivo fino al 1863 quando il metodo Solvay, che otteneva gli stessi risultati senza scarti inquinanti, venne adottato dal sistema produttivo inglese (il governo Palmerston stipulò l’Alkali Act, una vera e propria legge antinquinamento che favorì la scomparsa del Leblanc). Durante i primi anni dell’800 lo zolfo divenne un prodotto ricercatissimo soprattutto da quelle potenze proto-imperialistiche che mantenevano in piedi il proprio impero coloniale ed economico grazie all’uso della forza, come l’Inghilterra e la Francia.

S.M. Ferdinando II Re del Regno delle Due Sicilie


LO ZOLFO SICILIANO
Circa l’80% dello zolfo prodotto all’inizio del XIX secolo in Europa, era frutto del lavoro dei siciliani. Le attività estrattive si erano intensificate durante l’epoca napoleonica. Spinti in Sicilia per un decennale esilio, i Borbone si giovarono del sostegno inglese e gli inglesi estesero la propria influenza sull’isola e sulle sue attività. Numerosi industriali britannici cominciarono ad acquistare sempre più fasce di terreno siciliano che si aggiunsero a quelle concesse dal Sovrano ai più meritevoli tra i suoi alleati (a Nelson fu concessa la Ducea di Bronte su cui nel 1860-61 si sarebbe verificata la nota repressione garibaldina) e questa espansione in Sicilia continuò fino al 1812 quando, con la costituzione siciliana, gli inglesi elessero l’isola a loro protettorato creando allarme e malumore nella corte borbonica in esilio. La situazione si modificò radicalmente con il Congresso di Vienna che restituì Napoli a Ferdinando e soppresse l’indipendenza politica siciliana. Le concessioni inglesi non vennero ritirare ma, in un clima di rinnovata concordia con il restaurato Luigi XVIII, anche i francesi cominciarono ad interessarsi al commercio dello zolfo diventato, a partire dal 1820 una produzione industriale vera e propria. Tra il 1828 e il 1830, stima il De Blasi, che quasi 40.000 tonnellate di materiale estratto e lavorato in Sicilia, giunse in Francia per essere lavorato ma la mancanza di imprese produttive e la concorrenza delle piriti estratte (nonché lavorate) tra l’Umbria e la Toscana, alla fine provocò un altalenante andamento dei prezzi. Quando Ferdinando II visitò la Sicilia orientale nel 1836 si fece un quadro ben chiaro della situazione e cercò di trovare una soluzione cercando una sponda da Parigi.




IL CAOS FRANCESE
La trattativa tra il Re delle Due Sicilie e quello dei Francesi non costituiva un mero passaggio formale. Molte cose erano cambiate, a Parigi. Sostenitore dei Borbone di Francia, i Sovrani di Napoli nel corso della storia avevano mantenuto un lungo e complesso rapporto politico e familiare con la Casa di Francia. Rapporti familiari interrotti dalla rivoluzione e ripresi, seppure con minore slancio (a causa del nuovo ruolo di potenza minore imposto ai francesi dal Congresso di Vienna), nel 1815 quando divenne Re di Francia Luigi XVIII, fratello del defunto Luigi XVI. Con Ferdinando I e suo figlio Francesco i rapporti erano stretti e intimi tanto che la sorella di Ferdinando II Maria Carolina, sposò, nel 1816, il principe francese Carlo Ferdinando e, 4 anni dopo, gli aveva dato un figlio (il futuro Enrico conte di Chambord, pretendente al trono). La rivoluzione del 1830 spazzò via i Borbone lasciando spazio a Luigi Filippo d’Orleans, figlio di quel "Philippe Égalité" che aveva più che flirtato con la rivoluzione del 1789 e che era stato in seguito ghigliottinato. I rapporti si erano così freddati ma l’Orleans, per quanto considerato usurpatore dai legittimisti, aveva la corona e gestiva gli affari di Francia (seppure fosse, più demagogicamente, solo Re dei Francesi) e il Re delle Due Sicilie con Luigi Filippo avrebbe dovuto relazionarsi. Tanto più che proprio Luigi Filippo aveva in simpatia Napoli e i suoi Sovrani perché era stato loro ospite in Sicilia negli anni dell’impero Napoleonico e di quella frequentazione aveva conservato un bel ricordo.


L’ACCORDO CON I FRANCESI
Tanto importante era diventata la questione degli zolfi siciliani che Ferdinando II dimentico delle pretese della sorella, ormai in esilio chiamata Duchessa di Berry (tale era il suo titolo matrimoniale), si recò a Parigi aprendo un canale di dialogo stabile con il Re dei Francesi e, in prossimità della chiusura dell’accordo, evitò di incontrare la sorella che era arrivata a Napoli per protestare partendo per un improvvisato viaggio verso le province pugliesi. Le condizioni che i francesi presentavano erano ottime per i Siciliani. Con l’esplosione della produzione tessile in Francia ed Inghilterra, crebbe la domanda dello zolfo finalizzato alla creazione di acido solforico indispensabile a quel settore. Il costo del cantaro di zolfo siciliano passo in dodici mesi da 11 a 53 carlini, mentre la produzione triplicò toccando i 900mila cantari estratti. Talmente tanto ne venne prodotto che non si sapeva a chi vendere i minerali che furono ceduti sottocosto. La costruzione di 25 Km di strada carozzabili da realizzare ogni anno, l’impegno di aprire industrie in Sicilia per la lavorazione dello zolfo, nonché una revisione al rialzo degli incassi destinati alle Due Sicilie con aumenti dell’importazione dall’isola verso la Francia, convinsero Ferdinando alla concessione del monopolio alla Taix & Aycard con decreto reale del 10 luglio 1838.

LA REAZIONE INGLESE
Una decisione, quella napoletana, che giungeva mentre stava per chiudersi un trattato commerciale con gli inglesi che miravano a far diminuire i dazi doganali imposti da Napoli per tutelare le produzioni nazionali. L’accordo con la Taix minava la capacità britannica di procurarsi lo zolfo. I francesi avrebbero acquistato ogni anno 600mila cantari di zolfo a 23 carlini l’uno, e “acquistando” i restanti 300mila cantari di zolfo non estratto a 4 carlini. Sui mercati lo zolfo cominciò a vendersi a 43 carlini il cantaro, più del triplo rispetto all’anno precedente. Il ministro degli esteri inglese, Lord Palmerston (che nel 1860 avrebbe brigato con Garibaldi e i piemontesi), fu durissimo e, dopo aver scatenato la prima guerra dell’oppio, era pronto ad aprire un nuovo fronte nel Mediterraneo, tanto da inviare una serie di rimostranze ufficiali annunciando l’uso della flotta militare contro i mercantili bianco gigliati. Approfittando dello slancio di Ferdinando II verso l’appeasement gli inglesi alzarono il tiro cominciando a chiedere una riduzione dei dazi e lamentandosi della chiusura economica delle Due Sicilie che non garantiva la reciprocità commerciale. Le rimostranze sarebbero state inaccettabili per qualsiasi sovrano e Ferdinando II prese tempo, avviando trattative con Londra e Parigi. Il 14 aprile 1840, rovesciando il tavolo del confronto, la tante volte annunciata squadra navale britannica giunse a Napoli e tre giorni dopo cominciarono le rappresaglie.


LA CRISI DELLO ZOLFO

Da quel momento si aprì la vera e propria crisi dello zolfo che per alcuni mesi avrebbe potuto condurre alla guerra aperta tra la Gran Bretagna e le Due Sicilie. Ferdinando II non accettò la pressione inglese e ai furti messi in atto dagli inglesi ai mercantili napoletani davanti Capri il giorno 17 aprile rispose con un decreto militare con cui ordinava l’armamento delle coste del Regno e aumentando, giorno 19, le truppe in Sicilia. Il giorno seguente Ferdinando seguiva la diplomazia accettando la mediazione che, da Parigi, Luigi Filippo d’Orleans, gli offriva. Nonostante l’apertura di una trattativa ufficiale le navi inglesi continuarono a minacciare il Golfo di Napoli e Ferdinando il giorno 22 aprile, ne dispose il sequestro costringendo gli inglesi a sbarcare. Fu l’ambasciatore britannico a risolvere la situazione arrivando a stipulare il 26 aprile una convenzione preliminare di accordo con Napoli con cui otteneva la fine del sequestro della squadra inglese assicurando (come poi effettivamente fu) la fine delle rappresaglie. A quel punto si doveva capire come uscire da quel cul de sac. Ferdinando non avrebbe accettato la prepotenza inglese e per ben due volte, a maggio e a luglio, si recò in Sicilia per una visita articolata tra Palermo, Messina e Siracusa (una terza volta vi si recò ad ottobre. La Sicilia che contava era favorevole all’accordo e meno propensa allo scontro militare. Il 16 maggio si aprì ufficialmente la trattativa a Parigi che il 21 luglio giunse ai risultati sperati. Il contratto tra il governo siciliano e la Taix fu annullato dietro pagamento di una forte indennità all’impresa francese ma gli inglesi dovettero accettare il dazio di estrazione fissato a 20 carlini a quintale che avrebbero coperto l’abolizione del dazio sul macinato. Un vero e proprio  rinvio ai supplementari visto che, se Ferdinando era stato costretto ad una marcia indietro, gli inglesi non apprezzarono l’operato di Palmerston. Il partito Whig perse le elezioni del 1841 e il nuovo governo Tory riprese con maggiore vigore la trattativa commerciale con Napoli. Nell’accordo del 1845 l’Inghilterra ottenne libertà di commercio e navigazione ma, non solo avrebbe dovuto garantire condizioni di lavoro meno massacranti, ma anche una revisione al rialzo degli incassi dei napoletani (che ottennero l’esclusiva sul commercio di cabotaggio). Una conseguenza politica fu l’apertura, nel Governo del regno, di un dibattito politico sull’impostazione economica da dare alle Due Sicilie. Il principe Cassaro, responsabile degli Esteri, capeggiava il fronte di quelli che avrebbero voluto una maggiore apertura commerciale del Regno alle altre potenze. Il suo partito venne sconfitto e Cassaro rassegnò le proprie dimissioni. La politica delle Due Sicilie era però cambiata e si era aperta visto che libertà di commercio e navigazione fu sancita anche da accordi con Francia e Russia (sempre nel 1845) e, negli anni seguenti, ad altri stati europei.

ROBERTO DELLA ROCCA

2 commenti:

  1. grazie del bell'articolo... mi rimane la curiosità: perchè l'estrazione venne appaltata e non gestita in proprio dalle Due Sicilie... frencesi o inglesi, sempre stranieri sono in casa propria... forse c'entra la tecnologia, forse la proprietà dei suoli... magari allora la proprietà di quanto c'è nel sottosuolo non era normata...

    Dieci anni dopo i Francesi aprono il canale di Suez, altre rivalità e le Due Sicilie al centro di interessi internazionali nel cuore del Mediterraneo... col senno di poi diventa tutto più chiaro come potesse stimolare gli appetiti stranieri... se vogliamo, Cavour li avrebbe giocati tutti spingendo i Savoia a Teano...

    caterina

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  2. I sabaudi hanno semplicemente seguito le regole del gioco imposte dai figli di Albione. Che Agesilao Milano sia dannato in eterno. Ci fosse stato Ferdinando al posto di Francesco II, l'italia si sarebbe fatta partendo da Napoli.

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