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sabato 31 maggio 2014

L'unità d'Italia? Fu fatta grazie al canale di Suez

di Fernando Riccardi

Il canale di Suez, in Egitto, è un budello artificiale navigabile lungo 193 km. Va da Porto Said, sul mar Mediterraneo, a Suez, sul mar Rosso, e consente la navigazione dall'Europa all'Asia senza dover circumnavigare l'Africa sulla rotta del capo di Buona Speranza, come si faceva in precedenza. L'apertura del canale è datata 17 novembre 1869. Fu la Francia che molto si adoperò per la realizzazione e l'apertura dello stesso.
inaugurazione del Canale
L'idea fu partorita da Napoleone Bonaparte al tempo della spedizione in Egitto (1799) anche se i primi progetti vennero approntati dagli ingegneri francesi nel 1833. Nel 1846 fu costituita una “Société d'étude pour le canal de Suez”, che rilevò con grande precisione la topografia del terreno e, soprattutto, dimostrò che la differenza d'altitudine tra le superfici dei due mari era trascurabile e non superiore ai 10 metri, come si pensava in precedenza. Il che, rendendo superfluo l'allestimento di un complicato sistema di chiuse, faceva di molto abbassare i costi di realizzazione. Il progetto definitivo fu redatto dall'ingegnere trentino, anzi tirolese, Luigi Negrelli. Nel 1854 Ferdinand de Lesseps, diplomatico francese in Egitto, ottenne dal sovrano Said Pascià la concessione per costituire una società che realizzasse un canale marittimo aperto a navi di ogni nazione da gestire per 99 anni. Il canale fu costruito tra il 1859 e il 1869 dalla “Compagnie universelle du canal maritime de Suez”, diretta dallo stesso de Lesseps. 
una stampa d'epoca raffigurante il Canale
Alla realizzazione dell'opera lavorarono un milione e mezzo di egiziani: di essi più di 125 mila morirono specie a causa di frequenti epidemie di colera. Il canale restava di proprietà del governo egiziano (44%) mentre il resto era della Francia che partecipò all'investimento con più di 20 mila azionisti. L'inuaugurazione ci fu, come già detto, il 17 novembre 1869, alla presenza della imperatrice Eugenia, consorte di Napoleone III di Francia, anche se la prima nave era transitata già nel febbraio del 1867. Per l'occasione il noto compositore austriaco Johann Strauss jr. compose la “marcia egizia”. 
il frontespizio dell'Opera Egizia di Johann Strauß
Said Pascià, ad onor del vero, aveva chiesto a Giuseppe Verdi di comporre un inno per l'occasione. Ma il geniale emiliano, sempre restio a comporre musica su ordinazione, rifiutò. E, forse, fu per una sorta di “risarcimento” che il 24 dicembre del 1871 portò in scena l'Aida al Teatro dell'Opera del Cairo. 
la locandina della prima rappresentazione dell'Aida
Nel 1875 l'elevatissimo debito estero contratto dall'Egitto costrinse Ismail Pascià a vendere la quota del suo paese all'Inghilterra per 4 milioni di sterline. Questa, in rapida sintesi, la storia del canale di Suez. Ora la domanda che si impone è la seguente: che cosa c'entra tale vicenda con gli accadimenti che nella seconda metà del 1860 sconvolsero il meridione della penisola italica? O, per meglio dire, cosa c'entra il canale di Suez con l'invasione del sud Italia che consegnò il Regno delle Due Sicilie ai Savoia? Per comprendere in maniera corretta gli eventi storici si deve sempre e comunque gettare lo sguardo ben al di là dell'angusto scenario fisico dove essi si materializzano. Quando Garibaldi prima e i piemontesi dopo abbatterono “manu militari” il regno borbonico nell'Italia meridionale, le grandi manovre per la costruzione del canale di Suez erano già iniziate da tempo. E la Francia, come abbiamo visto, si stava dando molto da fare in tale direzione. Con un unico e solo scopo: acquisire il controllo totale del bacino del Mediterraneo. Scontrandosi, però, con le ambizioni dell'Inghilterra che non poteva di certo permettersi di lasciare campo libero a Napoleone III. Proprio per questo motivo il Regno Unito decise di appoggiare e di finanziare generosamente l'aggressione piemontese ai danni del Borbone. Così facendo, infatti, sperava di assumere il controllo, sia pure non diretto, dell'Italia meridionale adagiata nel punto nevralgico del Mediterraneo. Senza dimenticare l'importanza strategica della Sicilia, dove gli inglesi avevano enormi interessi commerciali, e che già in passato era stata oggetto di feroci contrasti con la Francia, come bene attesta il contenzioso per lo sfruttamento delle miniere di zolfo. E poi, agevolando l'impresa di occupazione sabauda del meridione, l'Inghilterra avrebbe definitivamente sottratto il nuovo stato che andava a formarsi dalla potente sfera di influenza transalpina.
veduta del Canale
 Al tirar delle somme, dunque, si può dire che il Regno d'Italia a connotazione sabauda nacque nel 1860 a causa del contrasto tra Francia ed Inghilterra innescato proprio (e non solo) dalla costruzione e dalla successiva apertura del canale di Suez. Un evento di portata gigantesca che andò a stravolgere dalle fondamenta i precari equilibri che fino ad allora avevano caratterizzato i rapporti tra le potenze del continente europeo. Eppure di ciò si parla pochissimo. Così come poco o niente se ne è parlato in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia. Sicuramente per non correre il rischio di adombrare o di annacquare la sempre ridondante retorica risorgimentale. Così come ci si è dimenticati di far notare che soltanto la disfatta subita da Napoleone III a Sedan, contro i prussiani di Bismark (30 agosto 1870), spianò ai bersaglieri di Cadorna la strada che conduceva a Roma. E allora l'afflato risorgimentale, l'abbraccio fraterno tra nord e sud all'insegna del tricolore e l'esemplare cacciata del “tiranno” borbonico dal suo regno retrogrado ed incivile? Tutte cose da libro “Cuore”. La storia, signori miei, quella vera, è tutta un'altra cosa.

martedì 27 maggio 2014

26 maggio 1934 - 26 maggio 2014 LXXX Anniversario della morte di SAR il Principe Alfonso di Borbone Due Sicilie, Conte di Caserta

PER MOTIVI TECNICI NON È STATO POSSIBILE PUBBLICARE QUESTO POST LUNEDI 26 MAGGIO 2014, LXXX ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL PRINCIPE



Il giorno 26 maggio dell'anno 1934, giusto ottant'anni fa, a Cannes, tornava alla Casa del Padre S.A.R. il Principe Alfonso di Borbone delle Due Sicilie, de iure Sua Maestà Alfonso I, Re del Regno delle Due Sicilie. 
Il nostro Istituto ha promosso diverse manifestazioni per ricordare l'Augusto personaggio, bisnonno dell'attuale Capo della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie: S.A.R. il Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Castro, Gran Maestro degli Ordini Dinastici.
Nel giorno dell'Anniversario della Sua dipartita ripubblichiamo lo scritto del nostro Amico Gabriel Bellizzi dedicato alla vita delPrincipe.


la locandina del I annuncio della manifestazione di Capua



S.M. Alfonso I delle Due Sicilie : Glorie , onori e vicende di un Re in esilio.


 
Alfonso di Borbone , 
Conte di Caserta  (1858).
 Don Alfonso Maria Giuseppe Alberto di Borbone delle Due Sicilie, Conte di Caserta, nacque a Caserta il 28 marzo 1841, terzogenito di Re Ferdinando II delle Due Sicilie e della di lui  seconda moglie l'Arciduchessa Maria Teresa d'Asburgo-Teschen. 
Come tutti i Principi della Casa di Napoli, egli nacque soldato : il 3° Reggimento fanteria di linea (Principe) lo accolse fanciullo. Il 9 ottobre 1853 fu promosso alfiere; secondo tenente il 23 di dicembre dell'anno seguente; primo tenente il 1° settembre 1857; capitano il 23 di novembre del 1858, sempre in quel Reggimento. Secondo una tradizione che vigeva anche in Russia , egli ed il fratello Conte di Trani furono nominati , il 3 giugno 1859, aiutanti di campo di S.M. Francesco II , loro augusto fratello.
Il Conte di Caserta predilesse l'Artiglieria ; nel 1856 chiese al Re suo padre di servire la Patria in quell'arma; nel 1859, compiuti gli studi superiori , il 5 di dicembre , fu trasferito dal suo reggimento di fanteria  all'Artiglieria a cavallo , ottenendo il grado di Capitano. Nei primi mesi del 1860 ebbe parte nella "Commisione per lo studio e la costruzione dè cannoni rigati". La missione affidatagli insieme ad altri espertissimi ufficiali Napoletani, superando ostacoli gravissimi, fu compiuta in modo egregio tanto da meritar le lodi dell'allora Ministro della Guerra Tenente Generale Pianell , cui parve, poi, più comodo inchinarsi ai nuovi padroni , quando la Rivoluzione portò i subbalpini sciacalli nel Golfo di Napoli. Il Conte di Caserta così meritò la promozione a Maggiore , che ottenne il 10 agosto di quell'anno; e fu destinato al comando di due batterie a cavallo. La sera del 5 settembre 1860 , il Conte di Caserta partiva da Napoli alla testa delle sue due batterie , insieme alla divisione di cavalleria alla quale erano aggregate.
 
Combattimenti della Campagna sul Volturno.
 
Il Conte di Caserta iniziò la sua vita di campo nella guerra per difendere il suo Paese, il suo Regno che veniva invaso da orde mercenarie e da un'esercito di uno Stato che si diceva "amico". Nelle Campagne del Volturno e del Garigliano il Conte di Caserta primeggiò , e nella presa di Caiazzo il 21 settembre, e nella presa di Santamaria il 1° ottobre diede prova di coraggio e di conoscenza militare singolare, si che il 3 ottobre di quell'infausto anno fu nominato Tenente Colonnello, ed il 16 dello stesso mese Colonnello. Egli non si riposò di certo sugli allori dopo aver ottenuto codeste onorificenze ma raddoppiò l'ardore , e nei fatti d'armi del Volturno , e in quelli principalmente di Trifrisco, si comportò con coraggio e onore giovando ulteriormente al nome della sua Casa.
Il 29 ottobre sul Garigliano , mentre cadeva eroicamente il prode Generale Matteo Negri , Alfonso di Borbone parve il Genio della guerra ; il 21 novembre ebbe la Croce di Ufficiale dell'Ordine di San Giorgio della Riunione. 
L'esercito delle Due Sicilie , stanco dopo cinque mesi di guerra , seguì il suo Re Francesco II a Gaeta, e con esso vi era Alfonso. Nei combattimenti di Trifrisco , Pontelatone , Caiazzo , Sant'Angelo e Santa Maria , l'esercito duosiciliano fronteggiò vittoriosamente le orde garibaldesche ; ma Garibaldi era soltanto  il precursore della Rivoluzione. Dall'alto degli Abruzzi il Cialdini entrava nel Regno con un poderoso esercito piemontese; entrava fedifrago , rompendo le dighe del diritto delle genti, senza dichiarazione di guerra; egli era un altro "eroe" , e sappiamo benissimo come si comportò. Il 26 ottobre la retroguardia napoletana aveva respinto l'avanguardia piemontese , nella gola di Cascano; ma questo non era il nemico di "ieri" ma ben si un nemico fresco, in forze e ben armato.
 
La Fortezza di Gaeta.
 Intanto Gaeta divenne l'asilo del buono e provato Re Francesco II , dell'eroica Regina Maria Sofia, e di un esercito valoroso. Il Conte di Caserta chiamato a far parte della Guarnigione , prese posto in tutta la difesa della Piazza, comandando la seconda sezione , composta dal Bastione Sant'Antonio , cortina a denti di sega S. Antonio , Batteria Cittadella , cortina Cappelletti-Cittadella e Controguardia Cittadella , alle quali vennero aggiunti poco dopo la Batteria Addolorata e il nuovo trinceramento a Porta di Terra . 
Il Ministro della Guerra , Tenente Generale Casella , pubblicò il 17 gennaio 1861 un Ordine nel quale vi si leggeva fra l'altro: "La Maestà del Re N.S. riserbandosi al finir della guerra il rimunero del giusto e del prode, ora mi comanda di rendere palesi all'universale i nomi di coloro cui toccò fortuna di maggiormente distinguersi, a capo dè quali è bello al vostro vecchio e veterano Ministro segnare il nome dell'intrepido Principe S.A.R. il Conte di Caserta , Colonnello d'Artiglieria, che con l'esempio e le indefesse cure si ben sa infondere l'emulazione nella sua nobile Arma."
 
 
Scoppio del magazzino di munizioni <<Cortina denti di 
sega Sant'Antonio>> a Gaeta.
  
Il Conte di Caserta era sempre fra i primi , pronto , prode , sollecito , invitto: "Alle 4 p.m. (del 5 febbraio) [scrive il Quandel nel suo Giornale], uno scoppio ed una scossa violentissimi, nugoli di fumo , e pietre cadenti, annunziano novello terribile disastro. Il magazzino di munizioni della <<Cortina a denti di sega Sant'Antonio>> il quale oltre le munizioni di quest'opera contenea pure quelle della Batteria Cittadella ed intorno a 40.000 cartucce da carabina e da fucile, è saltato in aria facendo crollare porzione della cortina e degli edifizi attigui , e trascinando nelle rovine e seppellendo uomini ed artiglierie: la cinta principale dalla parte di mare è aperta.
Al vedere lo scoppio , il fuoco nemico diviene furioso , e la più gran parte dei colpi è diretta sul luogo del disastro, ove bombe e granate cadendo senza posa , rendono estremamente difficile  o pericoloso l'arrecar soccorso ai giacenti sotto le rovine. 
Non isgomentate dallo sparo nemico e dalla patita sciagura, le nostre Batterie raddoppiano la vivacità del fuoco, e mostrano che le più atroci sventure non abbattono l'animo di coloro che, difendendo Gaeta, difendono la causa della Religione e del Re , e la terra nativa. Fra le batterie son da notare specialmente quella Cittadella , prossima al sito dell'esplosione, e rimasta del tutto isolata per essere state distrutte le comunicazioni, e la stessa cortina a denti di sega <<Sant'Antonio>> di cui una parte è crollata. S.A.R. il Conte di Caserta , sotto il cui comando sono quelle Batterie, accorsovi al fragore dello scoppio, dà ordine che non si ristia dal trarre, e col suo nobile esempio incita e sprona il valore degli Artiglieri." 
Così il 9 febbraio S.M. Francesco II commutava la Croce di Ufficiale di S. Giorgio della Riunione, ottenuta dal Conte di Caserta durante la Campagnia del Garigliano , in Commenda dello stesso Ordine. I Principi Napoletani guadagnavano sul campo di battaglia i loro gradi militari e cavallereschi; il Conte di Caserta ebbe , in quella circostanza e per la sua virtù militare, la medaglia Commemorativa delle campagne di settembre ed ottobre 1860, la Croce di 4° Classe laureata del R. Ordine di S. Fernando di Spagna, quella dell'I.R.O. di Maria Teresa d'Austria , l'altra dell'O. militare di San Giorgio di Russia, divenendo una delle più mirabili figure di quel dramma eroico che fu la difesa di Gaeta. Il Conte di Caserta amava la causa che difendeva e, dimenticandosi di sè, andava dritto , con l'occhio fisso sul nemico incalzandolo con valoroso ardore. 
Alle 7 del mattino del 14 febbraio 1861, dovette, insieme al Re Francesco II e alla Regina Maria Sofia,  lasciare Gaeta e il suo Regno.
I Borbone delle Due Sicilie ripararono a Roma ospitati paternalmente da S.S. Pio IX il quale ricambiava l'ospitalità da egli ricevuta a Gaeta nel 1849. Il Conte di Caserta seguì l'augusto fratello e la R. Casa nella Città Eterna.
 
S.A.R. Alfonso di Borbone-Due Sicilie
fotografato durante l'esilio romano.
 Le guerre per la Chiesa, combattute contro la Rivoluzione essenzialmente antireligiosa, ebbero nel braccio e nella mente del Conte di Caserta opera e consiglio preziosissimi, chè, entrato egli come Colonnello nelle Milizie Pontificie , servì il Papa con fede di Principe , con ardore di Cristiano Cattolico mirabilissimo. 
La Rivoluzione, dopo aver rovesciato i legittimi Troni d'Italia , puntava l'occhio su Roma. A Mentana il Conte di Caserta diede prova di tanto coraggio e trepidezza che il Generale de Pholes glie ne espresse pubblica ammirazione , ed il proministro Generale Kanzler nel suo rapporto scriveva: "In primo luogo debbo citare S.A.R. il Conte di Caserta , il quale fin dal principio dell'iniqua invasione si era messo a mia disposizione , con preghiera di essere impiegato ove il pericolo fosse meggiore . S.A.R. nella spedizione di Mentana si fece ammirare dalla nostra truppa e diede prova di discernimento e di cognizioni militari ." E qui sentiamo cosa disse il Mencacci: "Fermo al suo posto-il Conte di Caserta- al fianco dell'intrepido Ministro , durante tutta la battaglia si tenne sempre nelle prime file sotto un nembo continuo di palle. A pochi metri dalle mura di Mentana , da dove usciva a torrenti il fuoco nemico , il giovinetto Borbone si mostrò più intrepido dei più vecchi militari. Gli stessi Uffiziali di Stato Maggiore, anche i più consumati nel mestiere delle armi, sogliono smontare da cavallo nei luoghi di troppo pericolosi; ma il Conte di Caserta , egualmente che il Generale Kanzler ed altri Uffiziali Romani, restò sempre a cavallo insieme coi suoi aiutanti di campo[...] Nè la presenza del Principe fu senza utilità; poichè espertissimo Uffiziale d'Artiglieria , come è, in più di un incontro coi suoi consigli diè pruova, come disse il Generale Proministro nel suo rapporto, di discernimento e di cognizione militare; senza dire che il suo bell'esempio servì d'incoraggiamento a tutti: lieti , come erano, di vedere fra le loro file un figlio e fratello di Re combattere per la Santa Sede". Così egli ebbe la Croce commemorativa Fidei et virtuti , il Papa lo creò Cavaliere dell'Ordine di Cristo , e il Duca di Modena, Francesco V, Cavaliere Gran Croce dell'Aquila Estense. 
 
Battaglia di Mentana (3 novembre 1867).
 
L'Avant-Garde , un giornale parigino , nel suo N° del 15 luglio 1867 , pubblicò un articolo del signor Du Puget , dal titolo: Le Comte de Caserte et l'Armèe Pontifical. La figura militare dell'augusto Principe vi fu ritratta felicemente : il 3 novembre del 1867 , verso il mezzodì, il Generale Kanzler chiese al Conte di Caserta se volesse recare un ordine ad altra parte del campo : il Principe accettò prontamente. Qualcuno , però, gli fece osservare che la via da percorrere per giungere al posto indicato era assai pericolosa per lui, che sarebbe stato esposto al fuoco nemico;  ed egli subito rispose: "Io guardo innanzi a me , al Generale cui debbo render conto della mia missione, e non mi occupo del luogo dov'è il nemico" e ciò detto spinse al galoppo il suo cavallo e disparve. Lo videro infatti i Garibaldini ed un nembo di palle giunse presso a lui che andava, ratto come il baleno. Ma l'ordine giunse in tempo; i cacciatori formarono così la testa della colonna e s'unirono alla brigata che operava : i Garibaldini esinaniti si dispersero. I francesi, mirando quel giovinetto in abito da Colonnello d'Artiglieria - la divisa Napoletana era del tutto conforme a quella francese - si chiedeano l'un l'altro chi mai fosse quel prode, e udito ch'egli era fratello del Re di Napoli , plaudendo, osannando, gridavano <<C'est un Bourbon , c'est un des notres!>> .
 
Maria Antonietta di Borbone-Due Sicilie.
 

L'8 giugno del 1868 il Conte di Casera sposò sua cugina la Principessa Maria Antonietta delle Due Sicilie (1851-1938) figlia di Francesco, Conte di Trapani ultimogenito di Francesco I delle Due Sicilie, e di Maria Isabella d'Asburgo-Lorena di Toscana, dalla quale ebbe l'anno seguente il primo di dodici figli. 
Nel 1870, quando la Rivoluzione investì Roma, Don Alfonso di Borbone tornò al suo posto d'onore, offrendosi volontario nell'esercito del Papa; ma il protettorato estero concesso alle proprietà romane di Casa Borbone, obbligò il Conte a tenersi in quella guerra neutrale.
Il comportamento onorevole tenuto dal Conte di Caserta in difesa della Santa Sede e dei suoi legittimi Stati era stato di valore inestimabile; ma , a far compiuta la figura marziale del Principe invitto, la Spagna gloriosa si offrì teatro di magnifiche scene.
Il Conte di Caserta , al fianco di S.M.C. Carlo VII di Spagna e dell'esercito Carlista, combattè il governo usurpatore della Prima Repubblica Spagnola e successivamente contro l'usurpatore isabellino Alfonso "XII". Il 20 settembre 1874 Don Alfonso di Borbone , eletto Colonnello d'Artiglieria, fu aggregato alla Maggioria Generale di quell'arma. Poco dopo fu trasferito al comando delle Batterie che operavano in Guipuzcoa e partecipò a tutti i fatti d'armi ed ai combattimenti che ebbero luogo intorno alla posizione trincerata della linea dell'Orio.

L'opera sua fu così efficace da obbligare le forze nemiche ad abbandonare ai Carlisti quelle importantissime posizioni. Cosi poterono questi ultimi stringere il blocco al campo trincerato di San Sebastiano ,  che valse al Conte di Caserta la Croce di Seconda Classe del Merito Militare per servizio di guerra.
Da sinistra a destra in  piedi: 
il Duca Roberto I di Parma; 
S.A.R. Enrico di Borbone Parma ;
S.A.R. Alfonso di Borbone -Due Sicilie.
Seduto: S.M.C. Carlo VII di Spagna.
 
Con immenso ardore il Conte di Caserta diresse l'attacco contro la Piazza Forte di Gaetaria dove le sue artiglierie parvero fatate. Per questo il 13 maggio 1875 fu eletto Generale di Brigata e destinato alla Divisione di Castiglia che operava nella provincia di Burgos. Il 9 luglio dello stesso anno , per l'infermità del valoroso Generale Fortan , fu mandato come Capo delle operazioni nella provincia di Alava , e preposto alla divisione alavese. La resistenza di Alava somigliò a quella dei trecento alle Termopili: la sproporzione tra i due eserciti era rilevante in quanto le forze a disposizione del Conte di Caserta erano ridotte. Nonostante ciò egli riuscì vittoriosamente a contenere le forze nemiche seguendole poi in Navarra dove ai primi di settembre si erano ritirate; seguendole e vincendole spesso, fronteggiandole sempre.

Il 17 di quello stesso mese poderose forze nemiche strinsero in Guipuzcoa l'esercito Carlista, e l'avrebbero sopraffatto , tanto numerose erano tali forze; ma il Conte di Caserta giunse improvviso con la sua Brigata; giunse , assunse il comando della Divisione, batte il nemico , trionfò nella vittoria di San Marcos il giorno 28, ed il 30 ripartì con la Brigata per la Navarra , per unirla al resto della sua divisione. 
Durante la guerra successe un fatto singolare: nell'esercito Carlista , nel quale militavano anche stranieri , come spesso accadeva in tutti gli eserciti che combattevano per un'idea suprema e non per conquista, corse fra uno spagnolo, un francese e un bizzantino la scommessa di andare a prendere un caffè agli avamposti nemici. Essi, che erano tutti Ufficiali, si recarono dal loro Generale , che era il Conte di Caserta, chiedendogli il permesso per fare sfarzo del loro coraggio. Il Principe ascoltò, dopodichè rimandò i tre  indicandogli il luogo dove il giorno seguente avrebbero ricevuto i suoi ordini. Essi si presentarono nel luogo pattuito ove il Principe disse loro <<Ecco, avrò il piacere di offrir loro una tazza di caffè presso al campo nemico>> e andò con loro , e pagò il caffè, e tornarono tutti e quattro alle loro tende sani e salvi. 
Ad uno che chiese al Principe perchè si fosse esposto così tanto , per cosa inutile, egli rispose che gli era parso di non poter permettere , lui presente, una prova di coraggio ad uno spagnolo , un francese e un turco , senza mostrare che sopra ogni altro fosse buono a farla un Napoletano.
Il 22 ottobre l'esercito Carlista vinse nella Battaglia di Lumbier , ed il Conte di Caserta che valorosamente concorse alla vittoria, fu eletto Generale di Divisione il 28 dello stesso mese, e l'8 novembre venne richiamato in Alava , dove il nemico aveva di nuovo concentrato le sue forze.
Intanto la guerra volgeva al termine: Catalogna , Valenza, ed Aragona erano tornate sotto il controllo nemico; tutte le forze dell'usurpatore Alfonso "XII" si concentrarono sulle Province Basche ed in Navarra; al Conte di Caserta fu imposto di assumere la suprema direzione dell'esercito del Nord, come Capo di Stato Maggiore Generale (11 dicembre 1875) , ufficio che disimpegnò con grande energia e valore ormai da tutti riconosciuto.  Ma per disparità di vedute ai primi di febbraio del 1876 , dimesso quel grado, andò a comandare la Divisione Castigliana , rimasta acefala per via dell'infermità del bravo Generale D. Francesco Cavero, divisione , sopra ogni altra di tutta la Spagna ammirevole, per coraggio e disciplina; divisione che ebbe l'onore di proteggere e custodire la persona di S.M.C. Carlo VII di Spagna , e accompagnarlo in Francia. 
Al termine della Terza Guerra Carlista , S.M. Francesco II delle Due Sicilie scisse al fratello Alfonso la seguente lettera: 

"Park Wien , 2 marzo 1876
Mio carissimo Alfonso ,
Cosa posso dirti in questi momenti? Dopo aver ringraziato Iddio e la SS. Vergine per averti conservato incolume ed averti fatto uscire in buona salute , io non so dirti che due cose: l'una, che divido le impressioni dolorose di chi trovasi in quelle circostanze , che io ho passato una volta soltanto , e tu tre ; l'altra cosa che posso dirti è che , indipendentemente da politica, la tua persona ed il tuo nome, hanno guadagnato una nuova bella pagina di meriti e reputazione militare. 
Pochi sono quelli che possono dire aver guadagnato dal loro 19° anno tutti i gradi militari sul campo di battaglia , e tra questi pochi tu sei il solo Principe, a quanto ricordo. 
Tra tanti miei dolori , qualche volta ho dei conforti, e la tua condotta militare me ne ha fornito uno.
Ora non mi resta che augurarti la consolazione che proverai rientrando in seno alla tua famiglia , ed abbracciarti di tutto cuore , e dirmi 
Il tuo affezionatissimo 
Franceso"

 
File:Afonso de Bourbon-Duas Sicílias.jpg
S.M. Alfonso I delle Due Sicilie (1907 circa).
 
Dopo le imprese in Spagna , il Conte di Caserta si ritirò nella sua Villa a Cannes con la numerosa famiglia. Il 21 settembre 1878 , Don Alfonso indirizzò una lettera al Cardinale di Napoli Guglielmo Sanfelice d'Acquavella per preannunciargli di aver disposto interventi caritatevoli in danaro a favore degli abitanti di Afragola colpita da calamità naturali e per la Chiesa da edificarsi in Roma al Sacratissimo Cuore di Gesù in memoria del Sommo Pontefice Pio IX. Nonostante fosse in esilio e nelle avversità si prodigò per i suoi popoli e la sua Patria.
L'8 giugno 1886 il fratello Luigi morì, lasciando come unica erede la figlia Maria Teresa di Borbone-Due Sicilie, esclusa dalla successione al Trono secondo legge salica. Alfonso divenne l'erede  dell'augusto fratello suo S.M. Francesco II e il 27 dicembre 1894, alla morte di quest'ultimo, benchè in esilio , per legittimo diritto, divenne  Capo della Real Casa Borbone Due Sicilie e Re col nome di S.M. Alfonso I delle Due Sicilie.
 
Nel 1900 S.M. Alfonso I autorizzò il matrimonio tra il suo secondogenito Carlo Tancredi e una Principessa spagnola del ramo liberale isabellino María de las Mercedes Isabel Teresa Cristina Alfonsa Jacinta di Borbone (Carlo Tancredi  rinunciò così ai propri diritti di successione al Trono delle Due Sicilie, e ai diritti connessi, il 14 dicembre 1900 firmando il cosiddetto "Atto di Cannes": poco dopo, il 7 febbraio 1901, fu creato Infante di Spagna.).
 
Il suo consenso al matrimonio apparve, agli occhi dei Tradizionalisti spagnoli , come un tradimento della causa Carlista e legittimista. E come tale fu pubblicamente tacciato dai legittimisti spagnoli. Alfonso I sentì tutto il peso della scelta e non mise mai più piede in Spagna.
Intanto gli anni passavano ed anche l'ardore dell'invitto Principe Napoletano si affievoliva lentamente. Dopo i Patti Lateranensi del 1929 , Alfonso I decise di cambiare gli Statuti dell'Ordine Costantiniano per confermare che capo dell'Ordine non era più il Re del Regno delle Due Sicilie ma il Capo della Casa Reale  Borbone Due Sicilie: questo atto del tutto criticabile va in netto contrasto con il comportamento di un altro Borbone, Alfonso Carlo di Spagna, fratello del defunto Carlo VII di Spagna, che , una volta stipulati i sudetti patti dalla Santa Sede , decise di rompere i contatti con Roma.
Alfonso passò i suoi ultimi anni di vita nella "Villa Maria Teresa" a Cannes dove si spense il 26 maggio 1934 all'età di 93 anni e dove è tutt'ora sepolto nel suo Mausoleo. 


Fonte:

Gaetano De Felice - Il Re Alfonso di Borbone Conte di Caserta (a cura di Giuseppe Catenacci e Francesco Maurizio di Giovine). D'Amico Editore.

Scritto da:

Presidente e fondatore dell'A.L.T.A. Amedeo Bellizzi.

martedì 20 maggio 2014

XVII COMMEMORAZIONE DEI SOLDATI DELLE DUE SICILIE CADUTI NELLA BATTAGLIA DEL VOLTURNO





N.B.: I PATROCINII SONO IN CORSO DI OTTENIMENTO

Una bella iniziativa in onore della Beata Maria Cristina, Regina delle Due Sicilie

(Orem – Portogallo)Per la dedizione e la volontà organizzativa del cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio Angelo Musa, congiuntamente al commendator Arturo Canavacciuolo della delegazione di Ostia - è nata l’idea di far realizzare un busto reliquario della beata Maria Cristina – da poco divenuta beata – per donarlo, al Pantheon portoghese, sito nel Castello di Orem; nei pressi di Fatima in Braganza; dove riposano i sovrani Portoghesi. La reliquia che sino ad ora era stata gelosamente custodita dal sacerdote padovano Don Carlo Cecchin; consistente in una ciocca di capelli della ex Sovrana delle Due Sicilie, che è stata posta all’interno di un busto.

il reliquario raffigurante la Beata Maria Cristina, Regina del Regno delle Due Sicilie. A destra il cav. Angelo Musa
I rapporti fra le Case sovrane del Portogallo e delle Due Sicilie, sono stati da sempre improntati dalla massima stima reciproca; confermata anche dallo scambio delle massime onorificenze. Fra gli ospiti illustri, presenti al solenne rito di promulgazione del decreto riguardante il miracolo attribuito alla Beata, ratificato da Papa Francesco e alla precedente firma dell’Accordo di Conciliazione e riconoscimento della titolarità del Gran Magistero dell’Ordine Costantiniano in capo a S.A.R. il duca di Castro Carlo di Borbone delle Due Sicilie, e il Duca di Braganza Dom Duarte Pio.
Il cavaliere Angelo Musa, ha organizzato l’evento con la Real- segreteria trramite del cavalier Carlos Evaristo – che si è impegnato per il coordinare l’evento in Portogallo – , raccogliendo la pronta adesione di Don Duarte, che da subito ha assicurato la sua presenza all’avvenimento informando il custode del Castello di Orem e l’ Arciprete titolare della chiesa del Castello.

Tramite la Rete, l’invito è stato rivolto a tutti i cavalieri Costantiniani.
Hanno dato la loro adesione e hanno partecipato oltre ai due organizzatori, i cavalieri: Giampaolo Guida di Bologna e Rimauro di Grosseto. Per la Delegazione del Sicilia il commendator Aurelio Badolati, e il cav. Giuseppe Matranga. (Diversi Cavalieri in tutta Italia, non potendo partecipare ma condividendo il progetto, hanno spontaneamente offerto un contributo economico all’iniziativa). La statua è stata costruita dall’artista leccese Ciardo Stella, dopo approvazione dei bozzetti da parte del sacerdote Don Carlo Cecchin, che ha curato con passione tutto l’iter canonico.

foto di gruppo di alcuni cavalieri, accanto al Reliquiario. da sin. i cav. Cannavacciuolo, Aurelio Badolati, Angelo Musa (accovacciato), Gennaro Rimauro, Giuseppe Matranga e Giampaolo Guida
Il 12 Aprile scorso dopo la Santa Messa con una cerimonia solenne alla presenza di Dom Duarte si è proceduto all’ostensione del Busto raffigurante la Beata Cristina. L’opera è stata poi collocata accanto alle tombe dei sovrani Portoghesi. Presenti molti invitati, tra cui vari appartenenti alla nobiltà portoghese, e agli Ordini di Casa Braganza. Per dare maggior solennità all’evento i cavalieri presenti sono stati premiati da S.A.R. Dom Duarte con l’ammissione nella Real confraternita di San Nuno Alvares Pereira. Santo particolarmente venerato in Portogallo. Da comandante dell’Esercito, Nuno salvò l’indipendenza della nazione dagli invasori spagnoli, e successivamente da frate carmelitano visse in povertà e in sintonia con lo spirito evangelico, è stato altresi’ il fondatore della dinastia dei Braganza, per cui al duca Dom Duarte spetta la gran maestranza per diritto di nascita. L’evento si è concluso con la consegna del gran Collare e del relativo diploma al cavalier Musa.

Alla cerimonia religiosa è seguito un pranzo di Gala presieduto da Dom Duarte; presso il salone di rappresentanza dell’Hotel “Domus Pace”. Al termine sono state consegnate onorificenze a tutti i partecipanti al pellegrinaggio, e ha insignito, per i meriti nei confronti della Real casa portoghese, con la medaglia al merito dell’Ordine” di Nossa Senhora da Conceicao de Vila Vicosa” personalmente il cavaliere Angelo Musa.

lunedì 12 maggio 2014

La Monarchia necessaria di Julius Evola

Articolo di Julius Evola comparso su "Il Borghese" del 24 Ottobre 1968
E' un articolo "forte" come "forti" erano le posizioni di Evola. 
Sicuramente ha una notevole importanza anche laddove vi sono passaggi non completamente condivisibili.

JULIUS EVOLA
NELL'INTENTO di individuare i contributi che, dottrinalmente, i principali partiti oggi considerati in Italia come di Destra potrebbero eventualmente dare alla definizione e alla costruzione di un vero Stato di Destra, dopo aver esaminato, nel precedente articolo, il liberalismo, analizzeremo ora il partito monarchico. In un terzo ed ultimo scritto ci occuperemo del MSI.
Circa il partito monarchico, vi è da rilevare una incongruenza fra il suo peso numerico, contando esso oggi, rispetto agli altri qui considerati, il minor numero di membri e il peso che potrebbe invece avere la corrispondente idea. E' abbastanza enigmatico il declino numerico dei fautori della monarchia in Italia. Infatti si sa che nel referendum istituzionale la repubblica ebbe il sopravvento di stretta misura, sembra perfino con manipolazione dei risultati e non aspettando, a ragion veduta, il ritorno di un gran numero di prigionieri di guerra che avrebbero votato quasi tutti per la monarchia. Dove è dunque andata a finire quella minoranza considerevole, di molti milioni, che anche in regime repubblicano avrebbe potuto fornire una fortissima base ad un partito monarchico unitario? Alcuni vorrebbero che la dispersione sia dovuta ad un supino assuefarsi al clima sfaldato e materialistico generale, venuto subito a prevalere nell'Italia « libera ». Altri vedono la causa nell'incapacità e nella divisione dei partiti monarchici, il che, peraltro, farebbe ricadere buona parte della responsabilità sul sovrano in esilio, il quale avrebbe avuto il dovere di rimettere risolutamente le cose a posto e di affidare la sua causa a uomini qualificati e coraggiosi. In fatto di mancanza di coraggio, è caratteristico che si era perfino giunti a sopprimere la denominazione di «monarchico » al partito, mentre, in un servile omaggio al nuovo idolo, il « democratico » è stato sottolineato.

il barone Giulio Cesare Andrea Evola, meglio conosciuto come Julius Evola  (Roma19 maggio1898 – Roma11 giugno 1974),

Ma quel che forse è ancor peggio, non vi è stato nessuno, in Italia, che si sia presa la pena di formulare una dottrina precisa della monarchia e dello Stato monarchico. Come eccezione, abbiamo ascoltato alcuni discorsi di propaganda di dirigenti monarchici nelle ultime elezioni politiche. Ebbene, se sono state avanzate critiche contro il regime di centrosinistra al governo (analoghe più o meno a quelle dei liberali e del MSI) della monarchia non si è affatto parlato, non è stato detto, cioè, in che termini l'esistenza di un regime monarchico porterebbe ad una modificazione essenziale dello Stato attuale, in che modo la monarchia dovrebbe essere concepita, quali dovrebbero essere la stia forma e la sua funzione, il resto essendo, in fondo, secondario, consequenziale e contingente.
Non vi è dubbio che una nazione passata da un regime monarchico ad un regime repubblicano sia una nazione « declassata », e ciò non può non essere avvertito da chiunque abbia una sensibilità per valori i quali, per essere sottili e immateriali non per questo sono meno reali. Il contributo ideologico di un vero partito monarchico sarebbe d'importanza essenziale perché, a nostro parere un vero Stato della Destra non potrebbe essere che monarchico come è stato prevalentemente nel passato. Solo che secondo quanto abbiamo detto, la forma e le funzioni della monarchia dovrrebbero essere ben definite.
In un noto studio sulla monarchia nello Stato moderno Karl Loewenstein è giunto alla conclusione che. se oggi una monarchia deve essere ancora possibile essa dovrebbe essere «democratica» e del tipo presentato dai piccoli Stati dell'Europa settentrionale, dal Belgio e dall'Olanda. Se così stessero veramente le cose, tanto varrebbe chiudere la partita, con la monarchia. In tempi come gli attuali, la monarchia come una specie di sovrammobile decorativo e inoperante sovrapposto al « sistema », sarebbe qualcosa di frivolo e di privo di una vera ragion d'essere. Bisognerebbe invece difendere una concezione coraggiosa e rivoluzionaria della monarchia.
Con l'avvento del Terzo Stato l'idea monarchica è stata completamente depotenziata e svuotata. La nota formula, che il re «regna ma non governa», esprime in modo caratteristico questa menomazione. Il significato e la funzione fondamentale della monarchia tradizionale è di assicurare la « trascendenza », la stabilità e la continuità dell'autorità politica, tanto da creare un immutabile e supremo punto di riferimento e di gravitazione per tutto l'organismo politico, di là da ogni interesse particolare. In tempi normali, a ciò poteva bastare l'aspetto puramente simbolico della monarchia; esisteva una atmosfera di lealismo per via del quale la funzione come tale sovrastava, in un certo modo, la persona che l'incarnava tanto da non essere pregiudicata dalla eventuale insufficiente qualificazione umana di quest'ultima.
Ci si deve ben guardare, però, dal confondere questo carattere distaccato e quasi diremmo « olimpico » della vera monarchia con la limitazione imposta all'istituzione secondo l'accennata formula del regnare senza però governare, la quale fu introdotta proprio in un periodo in cui sarebbe stato richiesto l'opposto, ossia una attività della Corona che valesse a ordinare forze divergenti, a rettificare le carenze degli istituti. Peraltro, a ragione Benjamin Constant volle già attribuire alla monarchia un quarto potere, sovraordinato ai tre noti nella dottrina costituzionalistica (potere legislativo, giudiziario ed esecutivo), potere a carattere arbitrale e moderatore. In una difesa dell'idea monarchica questo punto dovrebbe stare in prima linea.
Poi si dovrebbero considerare i limiti del costituzionalismo. Non è certo il caso di fare macchina indietro fino a voler difendere il tipo della monarchia assoluta (peraltro, di solito presentata unilateralmente, mettendone in risalto solamente i lati negativi). Ma vi è costituzionalismo e costituzionalismo. Anzitutto noti si deve fare della costituzione un feticcio e un tabù, come si è detto esaminando il liberalismo. I1 costituzionalismo mantiene un valore soltanto finché le acque del mondo politico non sono agitate. Supremo potere, la Corona dovrebbe avere il diritto e il dovere di intervenire, in casi di emergenza, ed è proprio con ciò che può venire prevenuto ogni rivolgimento sia dittatoriale, sia rivoluzionario. In secondo luogo si deve distinguere il costituzionalismo quale sussistette fino alla prima guerra mondiale nell'Europa centrale e quello che ha prevalso negli Stati occidentali democratizzati ad oltranza, e posto sotto il segno della cosiddetta « volontà popolare » e della sovranità parlamentare. Nel primo caso le rappresentanze politiche della nazione potevano bensì essere elette col sistema democratico, ma nelle loro funzioni esse erano responsabili, in prima linea di fronte al sovrano, non al parlamento. Così al sovrano restava il diritto di appoggiare e confermare una certa linea politica anche quando essa non aveva l'approvazione e la cosiddetta « fiducia » della maggioranza parlamentare. Per citare un noto esempio, è quel che avvenne nel caso di Bismarck. Egli ebbe l'appoggio del sovrano e svolse per anni un programma di stanziamenti militari malgrado la maggioranza parlamentare avversa. Dopo le sue guerre vittoriose e la creazione del secondo Reich, Bismarck fu esaltato come un simbolo nazionale e una nuova costituzione, per la quale non si mancò di tener presente l'esperienza attraversata, sostituì la precedente.
Affinché il principio monarchico abbia un senso, bisognerebbe dunque ripristinare una situazione analoga. Il re dovrebbe avere una parte attiva nel governo e coi poteri a lui propri dovrebbe far da remora al sistema della democrazia assoluta parlamentare, alle sue deviazioni e ai suoi eccessi. Oltre al suo significato come simbolo e come custode dell'idea astratta di una suprema autorità, egli dovrebbe, nell'epoca moderna, essere così qualificato da poter controllare il sistema delle forze politiche della sua nazione e contribuire alla determinazione della linea politica. E in questa sua funzione, da esercitare in vario grado a seconda delle circostanze, egli non dovrebbe mai dimenticare l'antica massima: Rex est qui nihil metuit (è re chi di nulla ha paura). Che in casi estremi scorra perfino il sangue (il che verosimilmente non potrà essere evitato nel caso del rialzarsi di una nazione in cui la cancrena marxista e comunista abbia già avuto una forte presa), ciò non dovrebbe angosciarlo, nella sua coscienza di rappresentare e difendere sempre una idea superiore e impersonale.
Dopo di ciò va messo in evidenza quel che si riferisce alla dignità intrinseca della monarchia e al clima generale spirituale che deve esserne la necessaria controparte. Quando esiste una vera monarchia, vengono in risalto valori che in qualsiasi altro regime possono essere soltanto parodiati. « Servire il proprio sovrano » combattere per lui, essere il rappresentante o ministro di un re, ecc., tutto ciò diviene grigio e impoverito quando si tratta invece dì un presidente di repubblica. Un presidente di repubblica è, come il tribuno del popolo, « uno di noi », non esiste una « distanza », quindi nemmeno quella maestà che è condizionata appunto dalla distanza, non dalla popolarità democratica. Il giuramento al sovrano è assai diverso dal giuramento ad una astrazione, come la costituzione. Appunto l'etica del «servizio » riveste, in regime monarchico, una particolare dignità: vedere nel servire lo Stato e il sovrano un onore e un privilegio, non un dato impiego retribuito. Non occorre dire lo speciale risalto che tutto ciò ha nell'esercito e nel corpo degli ufficiali. Il senso della responsabilità, la libera
dedizione, l'impersonalità attiva, la fedeltà e l'onore trovano nel clima monarchico il suolo naturale pel loro sviluppo.

In effetti, il declino della monarchia è andato essenzialmente di pari passo col materialismo e l'apatia della società moderna di massa, col venir meno, nei più, di forme superiori di riconoscimento e di sensibilità. Una vera monarchia potrebbe avere, pertanto, una influenza rettificatrice sul clima politico nazionale, ma d'altra parte si ha quasi un circolo vizioso perché per ogni ritorno ad essa una condizione essenziale sarebbe un mutamento di clima; e ciò forse si verificherà solamente se crescendo il disordine attuale, venendo ben percepito il carattere disanimato e assurdo di ciò che oggi viene chiamato il « sistema », si verrà ad un punto di crisi e di rottura e al superamento positivo di esso. Allora forse una idea superiore potrà attrarre, potrà far presa. Una restaurazione positivamente rivoluzionaria (rivoluzionaria rispetto alla condizione attuale di sovvertimento), non può essere realizzata che in questo presupposto, non per astratte vie giuridiche procedurali.
Ebbene, se le idee qui sommariamente accennate sono essenziali per la causa monarchica, chi, fra i monarchici italiani, se ne prende cura e ne fa la controparte dichiarata dell'azione politica opposizionale corrente? Purtroppo, anche nel caso dei monarchici, si può parlare di «nostalgici»; essi mantengono un rispettabile lealismo generico, spesso a fondo sentimentale, da vecchia generazione, senza disporre di una forza d'urto, né di miti animatori. D'altra parte, se si riconosce l'alternativa in precedenza indicata, ossia che si deve accantonare definitivamente la causa monarchica, ovvero si deve restituire alla monarchia una buona parte del suo significato, della sua dignità e della sua funzione originaria, quand'anche i tempi, grazie ad una congiuntura come quella poco sopra ipotizzata, offrissero una situazione favorevole, dove trovare mani capaci di reggere veramente uno scettro? Qualcuno scrisse che « occorre avere una grande fede per credere nella monarchia malgrado i re dei nostri giorni ». Ma questo è un diverso discorso, che esula dal quadro delle presenti considerazioni, nelle quali doveva essere considerato soltanto l'aspetto dottrinale dei problema.

sabato 10 maggio 2014

182 anni fa. il 10 maggio 1832



Il 10 maggio 1832, in una splendida giornata di sole, come sono quelle che il Signore regala alla nostra terra, il giovane Re ventiduenne Ferdinando II inaugurava il nuovo ponte sospeso sul Garigliano. Il Ponte Real Ferdinando, questo il suo nome, ha una storia che comincia, però, qualche anno prima.
una bella foto del ponte Real Ferdinando
Nel 1828 il Re Francesco I di Borbone incaricò l'ingegnere di stato Luigi Giura, lucano di Moschitodi progettare un ponte per l’attraversamento del Garigliano. Il Giura riprese un progetto di Carminantonio Lippi la cui prima stesura risaliva al 1817 e che era stato precedentemente bocciato e deriso dagli ingegneri del Corpo Borbonico di Ponti e Strade, lo rianalizzò facendo riferimento al ‘Ponts des Invalides’ di Parigi e ne apportò numerose variazioni. 

Il 14 aprile 1828 presentò il suo progetto che, approvato dalla Direzione Nazionale delle Strade e dei Ponti, ottenne il placet entusiastico del Re, che ne comandò l'avvio immediato delle gare di appalto, a condizione che venissero utilizzati esclusivamente ditte e materiali del Regno delle Due Sicilie.


Il progetto, assolutamente all’avanguardia per quei tempi, prevedeva la realizzazione del primo ponte sospeso a catenaria di ferro, realizzato in Italia e il secondo in Europa (il primo era stato costruito 4 anni prima in Gran Bretagna).

I lavori iniziarono il 20 maggio 1828, mentre i componenti costruttivi metallici venivano prodotti nelle ferriere calabresi di Cardinale, di proprietà di Carlo Filangieri principe di Satriano con una spesa di 75 000 ducati. Si conclusero il 4 maggio del 1832, sotto il regno di Ferdinando II, succeduto al padre nel 1830.

I giornali Inglesi che nel frattempo avevano dovuto registrare una serie di problemi con i loro ponti, accusarono gli ingegneri napoletani di aver realizzato l’opera solo per la loro voglia di primeggiare, mentre in realtà erano degli sprovveduti. Affermarono quindi che il ponte era stato costruito ma non collaudato nel timore di un suo sicuro crollo.
i disegni dei due ponti
Allo scopo di mettere fine a tali dicerie, il 10 maggio 1832, S.M. il Re Ferdinando II si presentò davanti alle torri di sostegno del ponte alla testa di due squadroni di lancieri a cavallo e 16 carri pesanti di artiglieria, colmi di materiali e munizioni; le due rive del Garigliano erano stracolme di ambasciatori, militari, personalità politiche e religiose, nonché una folla proveniente dai centri vicini.
Il sovrano si piazzò al centro del ponte con la sciabola alzata e, con voce ferma, comandò agli uomini di passare il ponte più volte in ambo le direzioni, prima al trotto, poi al galoppo e, infine, alla carica. Al termine passarono i carri e le truppe.
Terminato il collaudo si passò alla benedizione da parte vescovo di Gaeta seguito dal popolo in processione, quindi iniziarono i festeggiamenti. 


Ciò che gli inglesi non sapevano era che il Giura aveva studiato accuratamente il materiale da utilizzare e per aumentare la resistenza del ferro dolce fece produrre dalle fonderie una lega al nichel. Le travi così composte furono irrigidite meccanicamente con trafilamento a mezzo di una apposita macchina "astatesa" progettata da lui stesso.
Il doppio trattamento, chimico e meccanico, conferì al materiale caratteristiche tecniche impensabili per quei tempi, ed anche una notevolissima resistenza alla corrosione ed all'invecchiamento. 

Il ponte sospeso rendeva possibile attraversare il fiume senza dover più ricorrere all’antico sistema della “scafa”, portando, per i tempi, una notevolissima innovazione nello scorrimento del traffico su quella che era, ed è tutt'oggi, una delle principali strade di comunicazione tra la parte settentrionale e la parte meridionale di in territorio, all’epoca, parte di Terra di Lavoro (che arrivava a comprendere Sora e Arpino, al limite con gli Abruzzi, e, sul mare, arrivava a comprendere Sperlonga sul fiume Canneto che segnava il confine con lo Stato Pontificio).


Un secondo ponte simile fu costruito subito dopo  con lo stesso progettista, direzione lavori, materiali e altro – sul fiume Calore, chiamato Ponte Cristino in omaggio alla Regina Maria Cristina, la Santa.
lo stile "egizio" del ponte è evidente in questa foto
Il ponte, orgoglio delle Due Sicilie, resistette fino al 1943 quando i tedeschi, dopo averci fatto transitare il 60% della propria armata in ritirata compresi carri e panzer, ne minarono la campata e lo fecero saltare. Tuttavia i piloni e le relative basi non subirono danni irreparabili. Anche il Ponte Cristino subì un'identica sorte.

un'altra foto del bellissimo ponte
Il Ponte Cristino è stato ricostruito secondo regole ordinarie su pilastri e dell’antico resta solo una lapide marmorea che ne racconta la storia, i piloni e i leoni di pietra che sorreggevano le catene, ormai solo come decorazioni.


Il ponte Real Ferdinando è stato invece completamente restaurato con un progetto finanziato dalla Comunità europea. Il restauro è terminato nel 1998, ma il ponte è stato riaperto alle visite solo nel 2008.
E le foto a corredo mostrano che il Ponte, restituito all'antico splendore, rende ancora testimonianza dell'ingegnosità e delle capacità dei Popoli delle Due Sicilie.
A conclusione di questi brevi cenni, oggi nel 182° anniversario di quella cerimonia, esprimo, a nome dell’Istituto di ricerca storica Due Sicilie, dell’Associazione Capitano De Mollot ed a nome mio personale un pensiero devoto di ricordo per quanti contribuirono, Sovrani, progettista, tecnici e operai, a realizzare un’opera come quella, che ancora oggi ci permette di avere tanto orgoglio identitario di "regnicoli" napoletani .
l'autore dello scritto, il nostro Presidente comm. Giovanni Salemi
Con il ricordo del Ponte voglio  riportare i nomi di due Eroi Napoletani: il Generale Matteo Negri e il Capitano Domenico Bozzelli, ed insieme con loro, ricordare i tanti altri Ignoti, che a fianco a quel Ponte caddero combattendo per difendere dall'invasione la Patria nostra.

Capua   10 maggio 2014                  Giovanni   Salemi


la lapide a ricordo del gen. Matteo Negri e del capt.Domenico Bozzelli