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mercoledì 24 dicembre 2014

SS. Feste 2014


Con i bellssimi (in lingua Napoletana e, forse, bellissimi proprio per questo) versi tratti da "Quanno Nascette Ninno" di Sant'Alfonso Maria de'Liguori, auguriamo a Tutti un sereno Natale ed un meraviglioso Anno Nuovo.

Per facilitare la lettura dei versi di Sant'Alfonso li riportiamo qui

A buje è nato ogge a Bettalemme
d' 'o Munno l’aspettato Sarvatore.
Dint’i panni 'o trovarrite,
nu' potite maje sgarrà,
arravugliato,

e dinto a lo Presebio curcato. 

e qui di seguito un aiuto alla comprensione per chi non conoscesse la nostra lingua:

Per voi è nato oggi, a Betlemme,
l'atteso Salvatore del mondo.
Tra le fasce
lo troverete,
non potrete sbagliare,
avvolto
e nel Presepio adagiato.


giovedì 18 dicembre 2014

Milazzo, intitolazione della Via Gen. Ferdinando Beneventano del Bosco


MILAZZO: Un’ardua battaglia. Una grande vittoria. Così si potrebbe riassumere la laboriosa vicenda che si è felicemente conclusa con l’intitolazione di una via cittadina in Milazzo al Gen. Ferdinando Beneventano del Bosco. Questi, all’epoca dei fatti del 20 luglio 1860, rivestiva il grado di Colonnello dell’esercito delle Due Sicilie ed era di stanza a Milazzo con le sue truppe. Il Beneventano fu uno dei pochi ufficiali di rango che non misero in vendita la loro fedeltà al Re, ma si batterono valorosamente e con onore, sebbene invano, per respingere l’avanzata dei garibaldini.
Nonostante siano trascorsi ormai 154 anni, a Milazzo il conflitto sembra essere ancora aperto, e per questo l’iter che ha portato alla dedicazione della via al Beneventano è stato irto di ostacoli e non privo di insidie e difficoltà di ogni genere. Come ideatore e fautore del progetto, lo scrivente ha dovuto sostenere una vera e propria battaglia culturale, spesso degenerata in guerriglia, fatta di tanti ed aspri duelli corpo a corpo con quanti, sulla scia della mistificazione risorgimentale, sono ancora oggi schierati a difesa della favola del biondo chiomato eroe venuto a liberare l’Isola.
il cav. Salvatore Italiano, promotore dell'iniziativa, ed il Cav. Gr. Croce di Grazia, nob. dr. Antonio di janni
Partecipare alla cerimonia di dedicazione della via al Generale Ferdinando Beneventano del Bosco è stato quindi motivo di profondo orgoglio e ineffabile soddisfazione, una sorta di grande e irripetibile rivincita morale, dato che si tratta della via che conduce al Castello di Milazzo, quella stessa via che il Colonnello discese a piedi e tra lo scherno dei garibaldini il 26 luglio del 1860, essendo stata trattata la resa del forte al quale il Clary non volle inviare rinforzi da Messina.
All’evento, tenutosi lo scorso 12 Dicembre alla presenza di autorità civili e militari, hanno preso parte i diretti discendenti dell’intrepido Ufficiale, il Barone Ettore Beneventano del Bosco e il Barone Pietro Beneventano del Bosco, che era già stato ospite d’onore al Convegno Storico “Conversando con Beneventano del Bosco”, tenutosi per iniziativa e cura del sottoscritto lo scorso anno nel Duomo Antico del Castello.
Tra gli ospiti più graditi non poteva mancare la Delegazione Sicilia del Sacro Ordine Costantiniano di San Giorgio, nella persona del Nobile Delegato Vicario Nobile Dott. Antonio di Janni, Cav. Gr. Cr. di Grazia, che ha rappresentato anche la Real Casa Borbone Due Sicilie. Il Rev. P. Mario Savarese, Cav. di Grazia Ecclesiastica ha benedetto la targa dedicatoria, mentre gli facevano corona i Cavalieri Costantiniani Salvatore Italiano, Giovanni Bonanno coordinatore di Messina e provincia, Giuseppe Matranga, Franz Riccobono, Manlio Corselli, la Dama Carmela Munda e numerosi Benemerenti.
il Delegato Vicario per la Sicilia del S.M.O.Costantiniano di San Giorgio, intervistato durante la cerimonia
L’ambizioso progetto appena realizzato dalla Rappresentanza Costantiniana di Milazzo ben si inserisce, infatti, nell’ambito delle molteplici iniziative della Delegazione Sicilia, di cui è nota la grande dedizione alla Real Casa Borbone Due Sicilie, e costituisce una pietra miliare nel percorso di recupero della identità duo siciliana, calpestata e vilipesa per oltre un secolo e mezzo dalle mistificazioni risorgimentali. Nel consegnare al Sindaco una pregevole medaglia commemorativa dell’Ordine, il Nobile Dott. Antonio di Janni si è congratulato con l’Amministrazione Comunale, che, con la delibera della dedicazione, “ha inteso compiere un atto di giustizia e di verità storica”, come affermato dallo stesso Primo Cittadino.
Viva commozione e profonda riconoscenza sono stati i sentimenti espressi dal Barone Pietro Beneventano del Bosco, che ha inteso ringraziare il Sindaco, il Prof. Italiano e il Delegato Vicario dell’Ordine Costantiniano per “l’encomiabile opera di valorizzazione e promozione della nostra storia, e del nostro patrimonio, per una iniziativa che riveste una grande importanza nel processo di pacificazione post-unitaria”.
A corredo della delibera con cui il Sindaco di Milazzo Avv. Carmelo Pino ha dato luogo all’intitolazione della via, è stato richiesto al cav. Salvatore Italiano di redigere una breve scheda biografica del Beneventano, comprensiva delle motivazioni a supporto del provvedimento. Il testo, di cui è stata data lettura nella cerimonia di dedicazione, è il seguente:
“Generale Ferdinando Beneventano del Bosco (Palermo, 3 Marzo 1813 – Napoli, 8 Gennaio 1881).
Nato a Palermo da nobile famiglia siciliana originaria di Siracusa, già dall’adolescenza si trasferì a Napoli, dove entrò nel Collegio Militare della Nunziatella. Lì conobbe il milazzese Stefano Zirilli con cui strinse una sincera amicizia e con il quale si sarebbe poi travato a trattare nel 1860, in occasione dell’assedio dei garibaldini al forte di Milazzo.
Terminati gli studi militari il Beneventano fu immesso nei ruoli dell’esercito con il grado di secondo tenente dei granatieri della Guardia. Da subito dimostrò di essere dotato di tutte le qualità necessarie per un buon militare e nel 1848 fu promosso al grado di capitano, distinguendosi per il suo valore sia nella campagna di Sicilia dello stesso anno, sia durante l’assedio di Messina, nel corso del quale fu anche ferito.
Le sue capacità e lo zelo profuso nell’adempimento del dovere gli ottennero di essere decorato da Ferdinando II con la medaglia d’oro di prima classe e insignito delle onorificenze di S. Ferdinando e di S. Giorgio.
Il suo attaccamento all’esercito fu autentico e generoso e lo portò ad avere il massimo rispetto per ogni militare, tanto che nel 1857 chiese l’abolizione delle pene corporali per i soldati.
Nel 1857 fu temporaneamente trasferito in Sicilia, e l’anno successivo, con la promozione a maggiore, fu assegnato al comando del 9º battaglione di linea, rimanendo di stanza a Monreale. Qui il 6 Aprile 1860 respinse i primi attacchi dei Palermitani insorti, il 12 aprile resistette a un nuovo assalto e contrattaccò con successo nei pressi di Carini.
Dopo lo sbarco garibaldino e la prima sconfitta borbonica di Calatafimi, il Beneventano fu in prima linea assieme al colonnello svizzero Von Mechel nell’attaccare le avanguardie che puntavano su Palermo, ove il 30 maggio tentò un assalto contro le prime barricate della città già occupata, ma fu immediatamente frenato dalla notizia della tregua chiesta dal Lanza a Garibaldi.
Il 10 giugno il Beneventano fu promosso colonnello, e subito dopo si imbarcò con i suoi soldati verso Messina, da dove a metà luglio il generale Clary lo inviò a presidiare il forte di Milazzo con tre battaglioni. Il 20 luglio dava battaglia al Medici nella piana di Milazzo e, dopo una strenua resistenza, era costretto a ritirare nel forte, da dove chiese invano rinforzi al Clary. Il 23 giunse invece da Napoli un ufficiale che trattò la resa del forte con i garibaldini. Il Beneventano uscì da Milazzo insultato e sbeffeggiato dai nemici e con le sue truppe si imbarcò per Napoli. Qui ebbe la terza promozione in pochi mesi, ottenendo il grado di generale di brigata. Il suo impegno, condiviso pienamente dal Sovrano Francesco II, fu quello di evitare inutili spargimenti di sangue con battaglie improduttive e far sì che la popolazione inerme dei civili non avesse a subire ingiusti patimenti a causa delle manovre militari in corso. Convinse quindi Francesco II della inutilità di mettersi a capo dell’esercito e lo indusse a non opporre resistenza ai garibaldini che avanzavano, fino a ritirarsi in Gaeta.
il barone Piero Beneventano del Bosco con il nipote Ettore
Nell’ultima roccaforte borbonica il Beneventano condusse una strenua ma vana difesa, sino alla resa alle truppe di Cialdini. Dopo la capitolazione seguì il suo re in esilio volontario a Roma, rifiutando di entrare nell’esercito sabaudo con lo stesso grado che gli era stato già conferito.
Ferdinando Beneventano del Bosco è ancora oggi ricordato a Milazzo per essere stato il Comandante della guarnigione borbonica di stanza al Castello di Milazzo nei fatti del 20 Luglio 1860. Gli studi della più schietta tradizione bibliografica lo descrivono come ufficiale integerrimo e valentissimo, che, pur adempiendo fedelmente al proprio incarico di fronteggiare l’avanzata dei garibaldini, ebbe il massimo riguardo per la Città di Milazzo e per la sua popolazione, evitò qualsiasi azione che potesse danneggiarla o procurare vittime tra i civili, e dimostrò altresì mitezza e magnanimità nei confronti degli stessi comitati rivoluzionari presenti nell’ambiente cittadino. Si distinse per la condotta eroica in combattimento, per la lealtà al suo Sovrano e per l’altissimo senso della giustizia e del dovere, che animò ogni sua azione.
Il suo atteggiamento è ancora oggi chiaro esempio di alti ideali: servizio alla Patria, rispetto per la collettività, passione per la propria professione, che svolse con onestà intellettuale, animo integerrimo, spirito di abnegazione e capacità di sacrificio.” 

Al termine della cerimonia il sindaco ha accompagnato gli intervenuti ad una visita della fortezza di Milazzo,

il tricolore viene, finalmente, tolto scoprendo la bella lapide


martedì 9 dicembre 2014

BRAVISSIMO!!!!



MILAZZO: Riceviamo dal Cav. Gr. Cr. di Grazia, Nob. dr. Antonio di Janni, Delegato Vicario per la Sicilia, del Sacro Militare ordine Costantiniano di San Giorgio, una splendida notizia di cui dobbiamo essere grati al bravissimo cav. Salvatore Italiano di Milazzo.

Don Ferdinando Beneventano del Bosco
Dando finalmente compimento al progetto di cui il nostro confratello è stato ideatore e propugnatore, con la delibera n. 133 del 05/12/2014, la Giunta Municipale di Milazzo dispone l'intitolazione di una via cittadina in Milazzo al Gen. Ferdinando Beneventano del Bosco. La Cerimonia di dedicazione avrà luogo Venerdì 12 Dicembre alle ore 11,30.

Un applauso caloroso, quindi, al capacissimo Salvatore Italiano.

Salvatore Italiano con il mantello del Sacro Miliatre Ordine Costantiniano di San Giorgio

Un soldato pronto a battersi con grande coraggio e abnegazione, forte del suo spirito di lealtà e sorretto dal giuramento prestato al suo re. Quest'uomo era il colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco. Il coraggio e lo spirito di ardimento del colonnello Bosco fu riconosciuto anche dai memorialisti garibaldini e dallo stesso Cesare Abba, cronista partigiano dell'impresa dei Mille.

L'eroe borbonico che i testi di storia sul Risorgimento in Sicilia hanno ignorato o volutamente emarginato in qualche piccola nota di appendice, era nato a Palermo il 3 marzo del 1813 da Aloisio Beneventano dei baroni del Bosco e da Marianna Roscio. Apparteneva ad una nobile ed antica famiglia siracusana; il padre era un alto funzionario della Corte di Napoli al tempo di S.M. Ferdinando I, Re delle Due Sicilie. 

Ufficiale coraggioso, leale e capacissimo, con le sue azioni seppe conquistare una tale fama che nell'aprile del 1866 a Palermo si parlava ancora della possibilità di un suo sbarco in Sicilia e le stesse voci si diffondevano nell'aprile e nel maggio del 1870 a Mezzoiuso e a Palermo di nuovo. Intatto era quindi il mito, legato ai giorni in cui era stato uno tra i pochi ufficiali borbonici che non erano fuggiti di fronte a Garibaldi: il nome del vecchio generale era diventato il simbolo ricorrente della rivolta contro il nuovo ordine.






ed ecco la bellissima targa

Gazzetta del Sud del 13 dicembre 2014 - articolo dedicato all'evento












giovedì 4 dicembre 2014

II Centenario della morte della Regina Maria Carolina. Importante convegno organizzato dalla SUN



SANTA MARIA C.V.: Nel bicentenario della morte di Maria Carolina d'Asburgo Lorena, Regina di Napoli, la Sun organizza una giornata di studi a lei dedicata. Segnò un'epoca, nel bene e nel male. Quando la nostra amica Nadia Verdile iniziò ad occuparsene le dissero che era matta. "Ho ricevuto insulti e sberleffi per aver trascorso molti anni della mia vita a cercare di capire che donna fosse", confessa la bravissima giornalista. Il 17, finalmente, se ne parlerà, per un'intera giornata, a Santa Maria Capua Vetere. A Giulio Sodano e a Rosanna Cioffi il merito di averci creduto.


Questo il programma della giornata:
Sessione mattutina
Introduzione
GIULIO SODANO
DOCENTE DI STORIA MODERNA - SUN Io, la Regina. La regalità femminile nell’età moderna
LUIGI MASCILLI MIGLIORINI
DOCENTE DI STORIA MODERNA – UNIVERSITÀ DI NAPOLI L’ORIENTALE L’Europa e i suoi equilibri nello sguardo di Maria Carolina
PAOLOGIOVANNI MAIONE
DOCENTE DI STORIA DELLA MUSICA – CONSERVATORIO DI AVELLINO L’ammirazione dei popoli per l’ostensione della “virtuosa” Maria Carolina (Vienna – Napoli 1768)
PAOLA ZITO
DOCENTE DI ARCHIVISTICA - SUN Maria Carolina e la sua blaue Bibliothek
VEGA DE MARTINI
STORICA DELL’ARTE I gioielli napoletani alla corte di Maria Carolina
NADIA VERDILE
DOCENTE E GIORNALISTA C’eravamo tanto amati…46 anni di matrimonio per un sì mai scelto


Sessione pomeridiana
GIUSEPPE CIRILLO
DOCENTE DI STORIA MODERNA - SUN Riforme ed istituzioni nel Regno di Napoli nel periodo di Ferdinando e Maria Carolina
FRANCESCO COTTICELLI
DOCENTE DI STORIA DEL TEATRO - SUN “L’illusion de cette musique me charme pour des moments”: il teatro nella corrispondenza di Maria Carolina alla figlia Maria Teresa
SIMONETTA CONTI
DOCENTE DI GEOGRAFIA - SUN Territorio, cartografia e Siti Reali
GIULIO BREVETTI
DOTTORE DI RICERCA - SUN Antonia e Carlotta. Iconografie parallele di due regine sorelle

Presiede ROSANNA CIOFFI

PRORETTORE VICARIO – SUN

A Scafati un bel convegno su Re Francesco in occasione dei 120 anni dalla morte




martedì 2 dicembre 2014

L’EVENTO. “Giacinto de’ Sivo: letterato, storico, politico” sabato il convegno al Convitto Nazionale Giordano Bruno

Giacinto de' Sivo


Le grandi personalità della tradizione civile napoletana GIACINTO DE SIVO

In occasione del Convegno "Giacinto de' Sivo: storico letterato politico" organizzato dal nostro Istituto per ricordare il II centenario della nascita dello storico, pubblichiamo un bellissimo articolo del compianto prof. Gabriele Marzocco.

Giacinto de'Sivo


Le grandi personalità della tradizione civile napoletana
GIACINTO DE SIVO


Napoli è stata grande fin quando ha avuto una Monarchia rispettosa delle tradizioni e delle leggi patrie. Fra alterne vicende, la Monarchia ha retto il Sud d'Italia dal 1130 al 1860; quella sabauda, alleata delle forze liberal-borghesi, che aveva annesso il Sud al Piemonte, declassando Napoli da capitale a capoluogo di provincia, non poteva certo essere considerata dai Napoletani una monarchia legittima.
Giacinto de' Sivo (Maddaloni 1814  Roma 1867) è stato uno dei testimoni più lucidi di queste vicende. Autore di tragedie storiche, redattore del giornale La Tragicommedia (uscito nella  Napoli occupata dai Piemontesi e fatto chiudere dopo pochi numeri), pubblicò dopo il 1861 importanti opuscoli e la sua opera maggiore, Storia del Regno delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che dimostra una chiarezza di analisi e un grande rigore morale.
De' Sivo denunzia come il dramma di Napoli non sia iniziato tanto con lo sbarco di Garibaldi a Marsala, quanto con la concessione, anzi con la rimessa in vigore della Costituzione liberale, da parte di Francesco II, il 25 giugno 1860. La Costituzione fu vista come una resa della monarchia e come un'arma in mano ai traditori filopiemontesi. Fatale, del resto, era stata la svolta assolutistica di Ferdinando IV, con l'abolizione dei Sedili, risoluzione che aveva eliminato ogni rappresentanza ai vari ceti della nazione.
La Costituzione del 1860 consegnò il potere nella mani dei liberal-borghesi, che stavano dalla parte degli invasori garibaldino-piemontesi e operavano attivamente per la fine dell'indipendenza napoletana. La "libertà di stampa", proclamata dalla Costituzione, diede la stura ad una miriade di giornali unitari, cavurriani, garibaldini, mazziniani. I fedeli alla causa napoletana non avevano ancora capito l'importanza della battaglia delle idee. Pur tuttavia sorse anche un gran numero di giornali cattolici e legittimisti, L'Aurora, La Croce Rossa, l'Unità Cattolica, Il Flavio Gioia, L'Equatore, molti dei quali furono perseguitati e costretti a ultimare le pubblicazioni per la repressione operata dai nuovi governanti.
Nel giugno 1861 esce La Tragicommedia, giornale diretto da Giacinto de' Sivo, con il quale lo storico napoletano esprime il dolore per la perduta indipendenza ed esalta il clima insurrezionale che si respira in tutto il Sud: «Il Nigra (il luogotenente che aveva definito brigantaggio la lotta in corso) denigra i Napoletani; e per averne egli subissato, dichiara a sua difesa la nostra corruzione e ignoranza [...]. E una schiera di re, nati re, potentissimi e sublimi, né in cinquant'anni incarcerarono mai quanti il Nigra carcerava in tre mesi, né fucilarono nessuno senza giudizio, né osarono nella loro onnipotenza insultare con un gesto l'ultimo de' sudditi loro». Di fronte allo smantellamento di tutte le istituzioni dello Stato napoletano, de' Sivo denunzia: «Oh sventurati Napolitani, per farci italiani abbiamo disfatta la società e siamo discesi alla condizione delle belve», ricordando un passato in cui fiorivano «la ricchezza, la pace, le leggi, le arti, i costumi e la religione». Significativo questo brano di un suo articolo: «Questo popolo amava la pompa del trono, e voi, dopo aver abbattuto il trono, avete messo un Nigra! La parola regno empiva le bocche de' contadini, e voi l'obbligate a dire provincia... Il contadino nominava il re dopo Dio; e voi avete permesso vituperi sulla regia sventura. Il contadino amava il suo vescovo, il curato, il ricco benestante che lo soccorreva nei suoi bisogni; e voi avete Gli articoli de La Tragicommedia erano ispirati alla dottrina monarchica, che si oppone alla rivoluzione, senza accettare compromessi: «Lo spirito rivoluzionario scalza per demolire, non conosce differenza tra il bene e il male». Il quarto numero del giornale non poté essere stampato perché fu sequestrato direttamente in tipografia: nella "rigenerata" Napoli non c'era posto per de' Sivo, che fu costretto ad andarsene in esilio a Roma.
De' Sivo ha le idee chiare; sa che dietro questi avvenimenti c'è il progetto perverso delle sette massoniche, magari in lotta fra loro, ma unite dall'odio per la verità e l'ordine naturale delle cose. Esse pretendono di rappresentare la nazione italiana (che non esiste, essendo l'Italia un mosaico di popoli, uniti dalla fede cattolica, ma divisi politicamente); sbandierando bei paroloni, come Libertà, Fraternità, Uguaglianza, Unità, Indipendenza, in realtà hanno lo scopo di «subissare le nazioni e derubarle, e far poi di tutte una famiglia sociale, senza Dio e senza leggi». De' Sivo scrive che la massoneria «tende a cassare la religione, va promettendo libertà, e mentisce; perché un popolò senza Dio, anziché essere libero, neanche può essere sociale, se non ha despota che lo corregga. La libertà e la religione vanno insieme: fiacchi questa, distruggi quella».
Giacinto de' Sivo ha combattuto per tutta la vita, usando la penna come un'arma, per denunciare i nemici della nazione napoletana, esaltando una monarchia che, rispettando la Chiesa e la tradizione, aveva reso grande Napoli, facendola amare e rispettare in Europa.

Gabriele Marzocco


Il Re di Napoli, gennaio 2008, numero 1, pag. 4


l'articolo di Marzocco

venerdì 28 novembre 2014

Quella prima domenica d’Avvento del 1969…

Quella prima domenica d¹Avvento del 1969Š

Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 95/14 del 28 novembre 2014, San Giacomo della Marca

Quella prima domenica d’Avvento del 1969…

A partire dalla prima domenica d’Avvento del 1969 Paolo VI impose il Novus Ordo Missae in sostituzione della Messa Romana. 
Sull’argomento: Michel Louis Guérard des Lauriers, “Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, dei cardinali Ottaviani e Bacci” 



Da 1600 anni, di Mario Taglioni

Ci piacerebbe certamente molto iniziare il nostro scritto così: era il Pontificato di Marcellino, durante la grande persecuzione di Diocleziano, e la Messa romana era già nella quasi totalità la stessa identica di ieri.
Potremmo farlo; potremmo farlo perché se nessun documento d’archivio ce lo conferma, nessuno ce lo contesta. Ma noi, moderni, anche se non modernisti, noi che non abbiamo mai mitizzato nulla e nemmeno gli archivi, ma che siamo stati sempre rispettosissimi di tutto ciò che ne fosse degno, e quindi anche degli archivi, non cominceremo così. Ma poiché negli archivi, e ce lo conferma uno studioso quale lo Jungmann, si trovano documenti che pure qualcosa di assai valido dicono, a questi documenti ci atterremo, e dall’epoca a cui questi documenti risalgono, partirà il nostro scritto.
Siamo dunque agli albori del V secolo; è papa S. Innocenzo I, ed è imperatore romano d’Occidente Onorio; è l’epoca in cui Alarico e i Visigoti occupano e saccheggiano Roma e la Messa romana era già nella quasi totalità la stessa identica di ieri
Siamo alla metà del secolo; è pontefice S. Leone Magno; Attila, flagellum Dei, già battuto dal romano Ezio, irrompe di nuovo su Roma fermato solamente, questa seconda volta, dalla mano del Santo Pontefice e la Messa romana era già, nella quasi totalità, la stessa identica di ieri.
Siamo quasi alla fine del secolo. E’ pontefice S. Simplicio. Cade l’Impero Romano d’Occidente; si chiude un periodo storico che è intrecciato in maniera non districabile con la storia stessa della umana civiltà e la Messa romana da almeno cento anni era già, nella quasi totalità, la stessa identica di ieri.
Siamo nel primo quarto del VI secolo. E’ pontefice S. Giovanni I. S. Benedetto fonda Montecassino. Regge l’Italia l’ariano Teodorico: è un’epoca di lotta ed anche di persecuzione. E la Messa romana resta, immutata, la stessa.
Siamo agli inizi del VII secolo. Non troppo lontano dal Mediterraneo, e, quindi, da Roma, è nato Maometto. Occupano l’Italia i Longobardi e siede sul trono di Pietro l’intrepido S. Gregorio Magno. E la Messa romana resta, immutata, la stessa.
Siamo nel primo quarto dell’VIII secolo. Nella Chiesa i primi demitizzatori, gli Iconoclasti, infuriano guidati da Leone, imperatore di Oriente, che crede “... così di rendere più civile il suo popolo, di rafforzare l’unità e di avvicinarsi con scaltra politica all’impero mussulmano”. Ma la Messa romana è la stessa di sempre.
E’ la notte di Natale dell’800. Risorge, o sorge sotto altra forma, con l’incoronazione di Carlo Magno da parte di S. Leone III papa, l’impero di Occidente e la Messa romana, sempre uguale a se stessa, in nulla cambia.
La metà del IX secolo è superata da poco più di 15 anni. Siede sul trono di Pietro, S. Nicolò I il Grande. Fozio, dall’Oriente, fa sorgere il più importante o, addirittura, il primo vero scisma. Ma anche ora la Messa romana resta integralmente la stessa.
Siamo alla fine del secolo IX, epoca tragica per la Chiesa, con papi incapaci e indegni come Formoso, Bonifacio VI e Stefano VI. Ma la Messa romana resta immutata.
Ci avviciniamo a quell’anno Mille in cui tanti credevano che l’universo sarebbe crollato ed è pontefice Giovanni XV, tutt’altro che eroe, pastore inetto se non vogliamo definirlo vile. Malgrado tale pontefice, malgrado tale epoca, la Messa romana non cambia.
Siamo intorno alla metà dell’XI secolo e, con il divino eterno miracolo della Sua stessa esistenza, la Chiesa va da un papa bambino, indegno ed ignorante, quale Benedetto IX, al santo Brunone di Nordgau, pontefice con il nome di Leone IX e ad Ildebrando di Soana, pontefice con un nome evocatore di grandi pagine di Storia: Gregorio VII. E la Messa romana resta sempre identica a se stessa.
Siamo alla fine dell’XI secolo. “Levatevi, volgete le vostre spade intrise di sangue fraterno contro i nemici della Fede cristiana... Dio lo vuole!”. Così parla ai Crociati Urbano II papa. Il 15 luglio del 1099 cade Gerusalemme. E la Messa romana non cambia.
Passano 75 anni. E’ l’età di Federico Barbarossa e di Alessandro III papa, della Lega Lombarda, del giuramento di Pontida e della battaglia di Legnano: sul Carroccio un sacerdote celebra durante la battaglia; su quel Carroccio sventola un drappo tutto bianco completamente traversato da una Croce rossa sul cui braccio orizzontale campeggia la parola latina Libertas. Non è simbolo di partito, è bandiera di guerra di un esercito schierato in sanguinosa battaglia, senza compromessi, senza patteggiamenti; ed anche allora, in mezzo a lotte e devastazioni, la Messa romana resta quella di sempre.
E’ l’età di Valdo e di Francesco d’Assisi, tutti e due alfieri della povertà cristiana, l’uno ribelle ed eretico, l’altro rispettoso dell’autorità, nella più rigida ortodossia. E’ l’età di Francesco e di Domenico, quasi coetanei, uno italiano l’altro spagnolo, fondatori in quei giorni, dei loro Ordini, Ordini così differenti fra loro, così identici nella meta ultima ricercata, così determinanti ambedue nella storia della Chiesa e di tutta l’umana civiltà. E la Messa romana resta immutata.
Passano meno di cento anni da Francesco e da Domenico. E’ l’età di Dante e siede sul trono di Pietro Bonifacio VIII. Fervono le lotte tra Guelfi e Ghibellini. Avviene la celebrazione del primo Giubileo. La Messa romana resta la stessa.
E giunge la lunga cattività babilonese, il lungo esilio in Avignone che si protrarrà per un secolo. Giunge l’infiammata parola di Caterina a Gregorio XI: sii arboro fruttifero, sii homo virile. Ma anche durante quell’amaro lunghissimo secolo la Messa romana non cambia.
Siamo alla fine del primo quarto del XV secolo. E’ pontefice un Colonna, Martino V, il papa che riportò definitivamente la Sede di Pietro in Roma, in un borgo chiamato Roma, in una Roma che, per la verità, più quasi non esisteva, né negli abitanti, né nei suoi gloriosi monumenti, e nemmeno nelle sue antichissime, sacrosante ma fatiscenti basiliche; quel Martino V che vide la gloria di Giovanna d’Arco e morì pochi mesi appena prima di dover assistere allo scempio spirituale e fisico che della santa Pulzella fece un tribunale ecclesiastico composto di altissimi Dignitari. Ma la Messa romana rimaneva quella dei secoli lontani e quella che rimarrà nei secoli futuri.
Siamo nella seconda metà del XV secolo, epoca gravida di grandi eventi. Il 29 maggio dei 1453 l’ultimo imperatore romano, l’imperatore d’Oriente Costantino, cade da eroe combattendo contro l’Islam e con lui cade Costantinopoli e cessa l’ultima vestigia diretta di quello che fu l’Impero di Roma; il 2 gennaio 1492, con la caduta di Granada, gli Spagnoli, compiendo la loro unità nazionale, liberano l’ultimo lembo dell’Europa occidentale da quello stesso Islam che, quarant’anni prima, aveva messo piede da Oriente in Europa. E la Messa romana non cambia.
E’ il periodo di transizione tra il XV ed il XVI secolo. E’ l’epoca che viene, quasi come uno stretto confine, assegnata al passaggio tra l’evo medio e l’evo moderno. E’ l’ora in cui la divina Provvidenza permette, con Alessandro VI, “ ... che divenisse rappresentante di Cristo sulla terra un uomo che la Chiesa antica, per la vita scostumata, non avrebbe ammesso agli infimi gradi del Clero”, è l’ora in cui, per la Chiesa romana, “cominciano i giorni dell’obbrobrio e dello scandalo”, è l’ora in cui, incoraggiata, permessa o soltanto tollerata, avverrà la “vendita delle indulgenze”, e l’ora in cui Colombo, varcando l’Oceano, pianta la Croce di Cristo Re su un nuovo mondo ed è anche l’ora in cui esplode il grande scisma del mondo germanico, e Lutero, mentre indica, come prima muraglia da abbattere per colpire la Chiesa di Roma, la distinzione netta tra laici e preti, nega che la Messa sia un sacrificio. Ma la Messa romana non cambia.
Passano pochi anni e Roma, non ancora risorta, malgrado l’opera dei sommi artisti dell’epoca, dallo sfacelo materiale in cui era caduta nel periodo della cattività avignonese, da appena cento anni terminato, viene nuovamente pressoché distrutta, nel contesto delle lotte tra Francesco I e Carlo V, dai Lanzichenecchi luterani e vede invasori camuffati con abiti papali farsi, con sacrilego sarcasmo, venerare da altri invasori camuffati da Cardinali, mentre in S. Pietro vien gridato Papa Martin Lutero e mentre Clemente VII è rinchiuso in Castel S. Angelo. Ma, mentre vede tutto ciò, Roma vede anche, in quelle Chiese dove si riesce a celebrare, che la sua Messa, la Messa romana, è, ancora e sempre, la stessa.
Non siamo ancora alla metà del XVI secolo e Clemente VII, lo stesso Pontefice del Sacco di Roma, deve assistere al distacco dal Soglio di Pietro della Chiesa d’Inghilterra, della quale sì erige capo Enrico VIII, al quale un solo Vescovo si oppone, John Fischer, ed un solo laico d’importanza, Tommaso Moro. La codardia della totalità dei Vescovi e della grande maggioranza del Clero resero estremamente facile lo scisma, ma per i Martiri che resistettero una sola Messa rimase vera e valida: l’inalterata Messa romana.
Siamo nel 1540: un eroico soldato basco, Ignazio de Loyola, fonda una Compagnia di Combattenti, decorati del nome di Gesù, che vogliono lottare sotto il Vessillo della Croce.
E siamo finalmente al 1545, anno in cui, pietra angolare della Chiesa, si apre il Concilio di Trento, che, nel settembre del 1562, definisce la Messa, che è rimasta e rimane tuttora sempre uguale a se stessa, “vero Sacrificio espiatorio, per il quale i fedeli acquistano i frutti del sacrificio della Croce“ ed afferma che essa “viene offerta non solo per i viventi, ma anche per le anime del Purgatorio e in onore dei Santi” e dichiara che “il Canone della Messa stabilito dalla Chiesa per la degna celebrazione del Sacro Sacrificio è immune da errori”.
E da questo momento potrebbe non essere necessario ricordare il resto. Potremmo non ricordare la testa di Niccolò Dandolo gettata a Marc’Antonio Bragadin, e l’eroico e fidente Miserere mei del Bragadin di fronte al Martirio. Potremmo non ricordare la disfatta di Cipro ed il trionfo di Lepanto. Potremmo non ricordare la litania Auxilium Christianorum. Potremmo non ricordare martiri, confessori: missionari, Santi, Pontefici. Potremmo non ricordare i Teologhi. E potremmo ignorare anche la Storia civile.
Ma giunse, quasi duecento anni dopo la chiusura del Concilio Tridentino, un 14 luglio, in cui parve che un nuovo Vangelo, nuovi Messia, nuove luci avrebbero illuminato il mondo. Fu l’inizio della fine della Civiltà, fu l’inizio di una tremenda guerra civile che tuttora dura, sempre più divenendo crudele, armata di un odio quale mai sì era visto, e di mezzi tecnici ogni ora perfezionati. Pure la Messa romana rimase fino a ieri totalmente uguale a se stessa ed aiutò le anime a superare le lotte ed a vivere in mezzo alla bufera.
E venne la prima domenica d’Avvento del 1969.

(Da Vigilia Romana, Anno II, n. 1, 15 gennaio 1970)


Oristano: altare distrutto

lunedì 24 novembre 2014

Per GOOGLE MAPS è già corso Ferdinando II di Borbone!




Quando un giornalista dell’ANSA me lo ha comunicato, ieri, stentavo a crederci.

Ho appena verificato, ed è proprio vero: GOOGLE MAPS, anticipando tutti, ha già recepito il cambio di odonimo da me proposto per il corso Trieste.

Per GOOGLE MAPS è già corso Ferdinando II di Borbone!

E’ proprio il caso di dire: vox Populi…..

A questo punto, anche in ragione del consenso plebiscitario che l’iniziativa ha raccolto, auspico che nessuno opponga resistenza al corso della Storia e che si lasci ai Casertani il sogno di una rinascita vera e duratura che riparta dalle origini, dall’ambizioso progetto dei Borbone di fare di Caserta una moderna Capitale, pronta a reggere il confronto con le più belle Città d’Europa.

Luigi Cobianchi


Quando l'amico Gigi, ci ha comunicato la bellissima notizia dell'approvazione all'unanimità del ripristino dell'odonimo originale, e lo abbiamo comunicato attraverso il nostro blog, ricordavo di aver visto una mappa di Caserta, prima della colonizzazione, in cui il nome "corso Ferdinando II" era chiaramente indicato, dimostrando INEQUIVOCABILMENTE che l'operazione proposta dal cons. Cobianchi era ed è un semplice ripristino della originaria denominazione e che solo quest'ultima era quella che, più forte anche rispetto a "Campano", aveva, ed HA, legami con il territorio e con la sua Storia.

Con un po' di fatica sono riuscito a ritrovare l'antica mappa pubblicandola nello stesso post.

Sono felice, ora, leggendo la comunicazione sopra riportata, di proporne una versione decisamente più moderna.

la mappa, versione aggiornata,  che testimonia l'importanza che Google Maps alla proposta del consigliere Cobianchi

Ed è la prova provata che Google Maps battendo tutti sul tempo merita il nostro plauso.

questa invece la mappa originale



Gaeta: ultimo prestito pubblico del Regno delle Due Sicilie

Dal nostro amico Daniele Iadicicco, che lo ha pubblicato sul sito della Sua associazione (http://www.terraurunca.it/cultura/documenti/1377-gaeta-ultimo-prestito-pubblico-del-regno-delle-due-sicilie.html) riprendiamo e pubblichiamo un interessante nota su gli ultimi momenti del nostro antico Regno.

Centocinquattaquattro anni fa a Gaeta veniva emanato l’ultimo prestito pubblico del Regno delle Due Sicilie. Il 10 Ottobre 1860 le Reali Finanze di Re Francesco II emanavano un Prestito di Cinque Milioni di Ducati, per cercare fondi per sostenere le spese per la difesa del Regno.

Il ricordo al debito pubblico, ieri come oggi è un fatto del tutto naturale per uno stato sovrano. Ma quando si tratta di atti ufficiali emanati da Gaeta, da Re Francesco II nei mesi dell’assedio tutto cambia. Elementi come questo rappresentano un tassello importante per ripercorrere una delle pagine belliche più raccontate del risorgimento, eppure pronte ancora oggi a far parlare di se per nuove scoperte.
Il 20 ottobre (come da foto) il pegno fu emesso su cartelle con cedole in franchi, che in quel frangente storico era più piazzabile e solido, per la vendita all’estero. I 5 milioni di ducati, circa 21 milioni di franchi, erano difficilmente piazzabili all’epoca, data la situazione bellica in atto. 
Le “cartelle di Gaeta” sono oggi davvero introvabili, ed è tra i cimeli più rari da trovare dell’assedio di Gaeta. Non interessando le banche, queste fedi di credito furono piazzate presumibilmente tra Ambasciatori e Sovrani amici per un sostegno al Sovrano, che si pensa possano poi averle fatte sparire, in quanto elemento di imbarazzo, dato l’epilogo di Gaeta. Gli alti ufficiali o semplici investitori vicini al Re, che avessero sottoscritto tale prestito, non valendo di fatto più nulla con nascere del Regno d’Italia avranno senz’altro fatto sparire le prove di questi infruttuosi investimenti.
Un funzionario dell’epoca appellò questi investimenti  "prestito di simpatia politica", essendo davvero rischioso quel tipo di investimento in quell’epoca e un puro atto di sostegno alla causa borbonica. Risulta nondimeno che  “nel 1866 ancora "innumerevoli" erano i titoli rimasti senza collocazione sul mercato, è pur vero che diversi furono regolarmente emessi, come furono pagate anche le relative cedole. (1) 
Dei capitali non si quanti e se furono rimborsati, fatto sta che nelle cartelle tutta l’organizzazione delle rendite e relative cedole era demandata a Roma, dove essenzialmente furono gestite e depositate presso la Banca dello Stato Pontificio. Le cartelle del prestito furono vendute (o comunque proposte sul mercato anche dopo la loro scadenza (1866), nell 1867 il ministro Carbonelli si recò a Parigi per tentare ancora di collocare le cartelle del prestito decretato a Gaeta.(2)
la fede di Credito "di Gaeta"
Si tratta di una rendita del 5% con cedole incassabili da Dicembre 1861 sino al 1866. Nella copia (in allegato) è stata ritirata solo la cedola del 1861, quando il Re era già in esilio a Roma.
Nel film “O’ Re”  di Luigi Magni (3), il generale José Borjes parla a Re Francesco II delle Fedi di Credito di Gaeta, con il quale la Regina Maria Sofia l’aveva pagato per la sua spedizione.

Ricerche, testo e documento originale di
Daniele E. Iadicicco

(1) parvapolis.it
(2) Treccani.it
(3) ‘O Re è un film del 1989 scritto e diretto da Luigi Magni, vincitore di un Nastro d'Argento per i migliori costumi (Lucia Mirisola) e di due David di Donatello per il miglior attore non protagonista (Carlo Croccolo) e i migliori costumi.

martedì 18 novembre 2014

A Maddaloni un convegno per il II centenario della nascita di Giacinto de' Sivo



"Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi venuti qui a depredar l'altrui? Il padrone di casa è brigante, e non voi piuttosto venuti a saccheggiare la casa? "
(Giacinto de' Sivo, da I napolitani al cospetto delle Nazioni civili)


Il giorno 29 novembre di quest'anno 2014 ricorrono duecento anni dalla nascita dello storico e letterato Giacinto de' Sivo.
Nato il 29 novembre 1814 in Maddaloni, provincia di Terra di Lavoro, da Aniello, ufficiale dell'Esercito delle Due Sicilie e da Maria Rosa Di Lucia. La famiglia de' Sivo ha una tradizione di fedeltà alla dinastia borbonica. Il nonno, anch'egli di nome Giacinto, nel 1799 aveva combattuto i repubblicani tra le file dell'esercito sanfedista del Cardinale Fabrizio Ruffo. Anche lo zio Antonio era un militare.

Per lo storico di Maddaloni, il processo che ha portato all'unità d'Italia è stato, più che una rivoluzione o uno scontro militare tra italiani, un'aggressione contro due istituzioni legittime, il Regno delle Due Sicilie e la Chiesa. Oltre alla violazione del diritto, de' Sivo ravvisa nel piano risorgimentale, anche una violazione dei valori spirituali e civili della nazione napoletana.

Alla caduta di "Napoli", de' Sivo si proclamò fedele alla dinastia borbonica. Fu destituito dalla carica di consigliere d'Intendenza e arrestato (14 settembre 1860). La sua casa fu occupata per tre mesi da Nino Bixio, poi da Giuseppe Avezzana e, infine, da Carbonella. Gli venne resa dopo essere stata saccheggiata. I garibaldini gli sequestrarono anche il manoscritto che de' Sivo aveva redatto sugli avvenimenti del 1848-1849.
Scarcerato, fu arrestato nuovamente il 1º gennaio 1861 ed imprigionato per due mesi. Tornato libero, decise di lanciare la sua aperta sfida al nuovo regime fondando una rivista, la Tragicommedia, con la quale espresse pubblicamente la propria visione politica patriottica (che lui intendeva come il ripristino dei Borbone sul trono di Napoli). Il giornale fu soppresso dopo soli tre numeri. De' Sivo fu nuovamente arrestato il 6 settembre 1861. Posto di fronte alla scelta tra la sottomissione alla dinastia sabauda e l’esilio, il giorno 14 successivo partì per Roma, città che ospitava già Francesco II, assieme alla sua corte.

A Roma, capitale dello Stato Pontificio, continuò nell'esilio la sua attività pubblicistica.
Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alla difesa dell'identità nazionale del paese in cui era nato. Appartennero a questo periodo altre opere di ricostruzione storica. Nel 1863 de' Sivo portò a termine la Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che rappresenta il culmine della sua produzione letteraria e storica.

Morì a cinquantadue anni, il 19 novembre 1867. Fu sepolto inizialmente nel cimitero del Verano. Nel maggio del 1960 le sue spoglie furono traslate nella natia Maddaloni.
Per ricordarlo, il nostro Istituto insieme con il Comune di Maddaloni, organizza per Sabato 6 dicembre, alle ore 10,00, un convegno che ha ricevuto l'Alto Patronato dell'A.N.C.C.I. (l'Associazione dei Cavalieri Costantiniani) ed il patrocinio, oltre quello del Comune, della Provincia, della Diocesi di Caserta e dell'Università degli Studi di Salerno.