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mercoledì 10 luglio 2013

A Fenestrelle aleggia lo spirito indomito del soldato napoletano


La Storia, quella vera, con la "S" maiuscola, anzi, tutta maiuscola voglio scriverla, LA STORIA, è magistra vitae ma non ha sempre vita facile. Si dice infatti "è fatta da i vincitori". Esiste quindi una Storia, (basata su fatti, documenti, testimonianze) ed esiste una "storia", basata su falsità, menzogne, falsificazione sistematica della realtà. imposta a sostituire l'altra. 
Questa seconda, come nel nostro caso, si avvale di una serie di supporti che "i vincitori" hanno SEMPRE a loro disposizione: scuola, mezzi di comunicazione di massa e.... "la sindrome di Stoccolma" di cui sono colpite le vittime di queste menzogne.
Un bellissimo libro (che consiglierei a tutti ma soprattutto a Marco Marchi) dell'ottimo Luciano Salera si intitola "La Storia Manipolata" (L. Salera, La Storia Manipolata, Controcorrente, Napoli, 2009) può servire a discernere tra queste due "storie", quella vera.
Certo, persone che fondano la loro cultura storiografica su filmetti come "Ferdinando I Re di Napoli" (pessimo filmetto del 1959, in cui le falsità e le sciocchezze iniziano dal titolo: Ferdinando I di Napoli era della Casa d'Aragona e regnò dal 1458 al 1494, che per avvalorare le scempiaggini proposte si avvale di un cast di attori di tutto rispetto e...(ahimè) meridionali) diranno che "è abbastanza stupido", che "non incantiamo nessuno" con il nostro lavoro "revisionista".
Non vogliamo incantare nessuno semmai proporre una Storia basata su documenti d'archivio piuttosto che una storia basata su "Ferdinando I Re di Napoli".
Perché non succeda ciò che scrive uno scrittore boemo (ceco) naturalizzato francese:

"Per liquidare i popoli" diceva Milan Hübl "si comincia col privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un'altra cultura, inventa per loro un'altra storia. Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E, intorno, il mondo lo dimentica ancora più in fretta."
Milan Kundera  "Il libro del riso e dell'oblio"



Riceviamo dal nostro Fernando Riccardi alcune considerazioni che volentieri riportiamo.

NB.: il commento di Marco Marchi a cui ci si riferisce è stato inviato ad un post dello scorso ano che trovate clikkando qui Dalla Fortezza di Fenestrelle

E' difficile capire a quale “manovra politica” o a quale “bassa speculazione” si riferisca tale Marco Marchi (nome vero o pseudonimo? Chissà...) nel commentare la descrizione che il presidente Giovanni Salemi fece della cerimonia, semplice ma toccante, che si è tenuta nel luglio dello scorso anno nella fortezza piemontese di Fenestrelle per ricordare i soldati napoletani che lì sono stati rinchiusi dopo quello strappo violento e prevaricatore che condusse all'unità della Penisola italica. Si vuole forse negare che in quel lugubre fortilizio adagiato sulle montagne della Val Chisone siano stati rinchiusi, e non certo con un trattamento da Grand Hotel, migliaia di soldati duosiciliani colpevoli soltanto di essere rimasti fedeli al loro re e di non aver accettato di trasmigrare armi e bagagli nell'esercito sabaudo? Si vuole negare che tali soldati siano stati sottoposti ad un durissimo regime carcerario? Si vuole negare ancora che furono trasportati verso il nord trattati come animali e compressi fino all'inverosimile nelle luride stive delle navi sabaude, con addosso i panni laceri con i quali avevano partecipato alle ultime operazioni di guerra? Negare tutto ciò significa negare la realtà storica. Basta, del resto, sfogliare i non pochi organi di informazione dell'epoca (uno per tutti “L'Armonia”) per trovare senza troppa fatica tracce inequivocabili di quanto sopra detto. Quanto ai morti napoletani di Fenestrelle non ha troppa importanza il numero. Di certo non furono né poche decine (come ritiene il dotto prof. Barbero, limitandosi a citare nel suo libro una parte molto limitata di documentazione archivistica) né migliaia come sostiene chi si diverte a giocare in maniera un po' troppo disinvolta con i numeri. “Anche se a Fenestrelle ne fosse morto soltanto uno dei quei soldati duosiciliani sarebbe giusto ricordarlo”: così l'amico Gigi Di Fiore ebbe a dire qualche tempo fa incrociando le armi della dialettica con l'esimio prof. Barbero. Ed è questa la molla che ogni anno spinge fin lassù tanti meridionali desiderosi di visitare quella fortezza dove tanti soldati di re Francesco vennero ingiustamente rinchiusi e patirono il freddo e la fame a causa della loro fedeltà alla monarchia borbonica. Tali soldati, nel corso degli anni e malgrado il rigore del regime carcerario sabaudo (Lord Vernon, visitando nel marzo del 1860 una prigione piemontese, così scrisse: “Non vorrei che il mio cane fosse sottoposto a simile pena”) si mantennero sempre tenacemente fedeli al giuramento fatto a sua maestà borbonica. E se parecchi ufficiali superiori fecero il salto della quaglia, in pochissimi fra i militari di truppa passarono nell'esercito sabaudo. Atteggiamento questo che indusse le grandi menti savoiarde ad escogitare un espediente, quello che io chiamo la “soluzione finale”, per liberarsi definitivamente di quello stuolo putrido ma ostinato di meridionali. A più riprese, infatti, si cercò di spedire quei poveretti in un'isola sperduta nel bel mezzo dell'Oceano Atlantico o nella inospitale Patagonia. Lì, lontani mille miglia dalle loro case, chiusi in un orrido bagno penale, avrebbero ben presto smesso di dare fastidio in maniera definitiva e senza neanche fare troppo rumore. La manovra, per fortuna, non andò in porto anche perché la cosa suscitò la riprovazione e lo sdegno dell'intero continente europeo. Ciò non toglie, però, che i tentativi vennero fatti.  Ecco, alla luce di questi fatti (i carteggi corposi tra gli ambasciatori in Portogallo ed in Argentina e il governo italo-sabaudo sono disponibili in quantità industriale: basta soltanto andarli a scovare con neanche troppa difficoltà) ha ancora senso parlare di quanti soldati morirono a Fenestrelle? Perché invece non parlare di quelli che erano i veri sentimenti dei “fratelli” piemontesi nei confronti dei meridionali? E del piano perfettamente orchestrato per ridurre il sud ad una colonia nordista? Dopo 150 anni da quegli eventi non bisogna più avere paura di dire come andarono le cose in quel drammatico decennio. Né, tanto meno, ci si deve vergognare di omaggiare a Fenestrelle, ma anche a Capua, a Gioia del Colle, a Civitella del Trono, a Messina ed a Gaeta, il valore e l'ardimento del soldato napoletano che se ben guidato e diretto non era di certo secondo a nessuno. Per tutte queste ragioni Fenestrelle è, e resterà negli anni a venire, un luogo simbolo. Il simbolo del meridionale che non si arrende, che non tradisce, che non rinnega il suo re, la sua patria ed i suoi ideali, che non si vende per trenta denari e per un tozzo di pane. E non sarà di certo un arido calcolo matematico a cambiare la realtà dei fatti, né le subdole mavovre mistificatrici dei ringhiosi molossi dell'ortodossia risorgimentale sempre in servizio permanente ed effettivo. La verità, infatti, prima o poi viene sempre a galla con una forza che non si può arginare, nascondere o reprimere come è stato fatto per tanto, anzi per troppo, tempo. Mi dicono che a Fenestrelle è misteriosamente andata in frantumi una lapide marmorea che ricordava il sacrifico di quegli umili eroi senza nome che lì furono rinchiusi. Mi dicono, altresì, che è stata rimossa, non si sa bene come e perché, un'altra similare targa in ottone. Per cui chi oggi si reca in pellegrinaggio nella fortezza non troverà più traccia di esse. Un'altra palese dinostrazione di come, ancora dopo così tanto tempo, l'Italia non riesca a fare i conti con il proprio passato. Ma il vento sta cambiando ed anche rapidamente. E così se quelle lapidi oggi non ci sono più, presto ne verranno affisse delle altre. E se qualcuno si adopererà per fermare il tutto (e può succedere) non sarà poi la fine. In quei lugubri e spettrali cameroni di Fenestrelle aleggerà sempre immortale lo spirito indomito del soldato napoletano. Di quel soldato che non volle arrendersi alla prepotenza dell'invasore. Di quel soldato che preferì andare in prigione per non tradire il suo re. E quello spirito nessuno, neanche il più feroce dei molossi, potrà mai rimuovere.

Fernando Riccardi

1 commento:

  1. e lo spirito presente anche a Pontelandolfo, Casalduni, gaeta, messina, Civitella ecc ecc e in tutti gli emigtanti che in 150 anni sono andati via per sopravvivere che ha armato le mani che hanno distrutto la lapide per farci capire che hanno paura, hanno le gambe tremanti e hanno perso. il tempo della resa dei conti e molto vicino perché e sempre galantuomo

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