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giovedì 23 febbraio 2012

Brigantaggio, il dibattito sul periodico Storia in Rete


Sul periodico "Storia in rete" si sta sviluppando un interessante dibattito tra storici e appassionati del periodo storico del Brigantaggio. A "dar fuoco alle polveri" è stato Sergio Boschiero, Segretario dell'Unione Monarchica Italiana (vicino a casa Savoia) il quale, sul numero della rivista di Dicembre 2011 è intervenuto in merito ai fatti di Pontelandolfo. In questa occasione, su segnalazione dell'amico Nestore Spadone, vi proponiamo il suo intervento e la replica, inviata alla redazione della rivista e pubblicata il mese successivo, dell'avvocato Gaetano Marabello, attento conoscitore della materia. Nei prossimi giorni seguiranno gli altri interventi.

Il doppio massacro di Pontelandolfo

Lo scorso settembre il consiglio comunale di Pontelandolfo, caratteristico paese del beneventano con poco più di duemila abitanti, si è attribuito lo status di città martire, nel ricordo della dura rappresaglia del regio Esercito, seguita all’eccidio di 44 giovani militari impegnati nella guerra al brigantaggio. Già il 14 agosto, per la commemorazione ufficiale del 150° anniversario della rappresaglia, il Comune ha avuto la partecipazione di Giuliano Amato in veste di presidente del Comitato dei Garanti per i 150 anni dell’Unità d’Italia e di rappresentante del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Amato, a nome della Repubblica Italiana, ha chiesto ufficialmente scusa alla piccola comunità per i fatti del 1861. Ma cosa avvenne davvero 150 anni fa e perché si è voluto un atto pubblico riparatore? Il paese si chiamava e si chiama Pontelandolfo, nell’alto Sannio, in provincia di Benevento. Nel 1861 era punto di ritrovo di briganti. Il 7 agosto 1861, celebrandosi a Pontelandolfo la festa di San Donato, patrono locale, il paese si risvegliò con il suono delle campane di tutte le chiese e la processione divenne per i briganti, accorsi a centinaia, l’attesa occasione per mimetizzarsi fra i fedeli e scatenare l’insurrezione contro lo Stato e le ancora giovani istituzioni unitarie. I briganti assalirono gli uffici municipali, la polizia e deprederanno le botteghe. Riuscirono così ad annientare la presenza dello Stato e ad impadronirsi del paese. Anche due comuni limitrofi insorsero: Casalduni e Campolettere. Fu imperativo per le istituzioni, allora intervenire e, alla guida del luogotenente Luigi Augusto Bracci vennero mandati 40 bersaglieri del 36° reggimento e 4 carabinieri per ristabilire l’ordine nella zona. I soldati italiani giunsero l’11 agosto 1861 a Pontelandolfo e non trovarono, come ci si poteva aspettare, un paese assediato dai briganti ma un villaggio schierato coi briganti in cui la popolazione – aizzata anche dal clero locale – accolse i militari attaccandoli. I soldati dovettero ritirarsi nella torre medievale, simbolo di Pontelandolfo. Gli ultimi resti architettonici di un castello edificato nel XIV secolo e distrutto da un terremoto nel giugno 1688. Non riuscendo a sostenere la situazione i militari decisero di ripiegare verso la limitrofa Casalduni, zona a torto ritenuta sicura. Questa scelta fu la loro condanna. Nello spostamento vennero attaccati dai briganti, supportati dai contadini di Pontelandolfo. Gli abitanti di Casalduni aspettavano imboscati l’arrivo dei militari e, forti per quantità, ci misero poco ad ottenere la loro resa e ad arrestarli. Poi ebbe inizio il massacro. Soltanto un bersagliere riuscì a fuggire. Gli altri 39 soldati, i 4 carabinieri e il luogotenente Bracci vennero letteralmente fatti a brandelli con una ferocia inaudita. Rendendosi conto della reale situazione in cui versavano le zone sulle rive del Cerreto, il 13 agosto giunsero a Pontelandolfo e Casalduni – guidati dal colonnello Pier Eleonoro Negri – 400 bersaglieri, commilitoni dei militari massacrati due giorni prima. Lo scenario fu agghiacciante: esposti alle finestre delle case e addirittura nella chiesa vi erano i sanguinanti ricordi a testimonianza dell’eccidio perpetrato ai danni dell’Esercito. Non so trovarono i cadaveri dei soldati ma solo brandelli di essi. Il tenente Bracci, agonizzante, venne assassinato da una donna che ne sfondò la testa a colpi di pietra per poi essere staccata. Il macabro trofeo era nella chiesa di Pontelandolfo, infilzato su una croce, orribile ex-voto sanfedista. Era troppo. Dopo la fucilazione di alcuni briganti, venne presa la drastica decisione di dare alle fiamme i due paesi. Il 14 agosto 1861 tutta l’Irpinia guardò gli altissimi fumi dell’incendio di Pontelandolfo e Casalduni, i due antichi paesi del Sannio diventati rifugio, malgrado i tanto onesti, dei briganti filo-borbonici e anti-unitari. Era la dura rappresaglia dell’Esercito di fronte al massacro di quasi 50 giovani soldati della nuova Italia, catturati a tradimento. C’erano fra loro Carabinieri e Bersaglieri che difesero la bandiera fino all’ultimo. Il massacro dei nostri militari avvenne a Casalduni ma i soldati fuggivano da Pontelandolfo. Vi fu correità. Scrive Carlo Alianello (autore di libri “reazionari” come “L’Alfiere”, “L’Eredità della priora”, “I soldati del Re” – tutti caratterizzati da un avvincente stile letterario e pieni di passione borbonica) ne “La conquista del Sud” (Rusconi, 1972): “il 7 agosto 1861, a Pontelandolfo, per opera dell’arciprete Epifanio De Gregorio e dei reazionari locali, si fecero le solite cerimonie. Si alzò la bandiera bianco-gigliata dei Borbone, si bruciò in piazza la bandiera Sarda (quella tricolore Italiana n.d.r.) e il prete cantò il te Deum, per festeggiare l’auspicato ritorno di Francesco II di cui si espose il ritratto.” E’ attendibile in questo caso la prosa di Alianello? Non c’è alcun dubbio, nessuno l’ha contestata. Ma nelle cronache dell’insanguinato 1861 un altro scrittore presentò con un verismo asciutto gli avvenimenti che visse da vicino nella qualità di inviato speciale al seguito del Regio Esercito Italiano nella guerra contro il brigantaggio. Questo scrittore era Marc Monnier e la sua opera più nota fu “Notizie storiche documentate sul Brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di Fra’ Diavolo fino ai giorni nostri” (Firenze, G. Barbera editore, 1862). Marc Monnier era nato a Firenze nel 1829, studiò a Napoli, a Parigi, a Berlino, a Ginevra, dove insegnò lettere straniere e divenne rettore della locale prestigiosa università. Fu amante dell’Italia e di Napoli. Ha goduto della fama di essere stato sempre obbiettivo nei suoi rapporti. Scrive Maria Grazia Greco, autrice di una documentata recente pubblicazione intitolata “Il ruolo e la funzione dell’Esercito nella lotta al brigantaggio (1860 – 1868)”, prefazione di Aldo Alessandro Mola, nella collana curata dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito: “questo studio sistematico del brigantaggio rappresenta forse quanto di più obbiettivo e fedele si possa trovare sulla essenza di questo fenomeno”. Nel capitolo VII, alle pagine 96-98, così scrive Marco Monnier:”…La reazione repressa – il brigantaggio diminuisce – storia di cannibali – Pontelandolfo e Casalduni – loro delitto e loro castighi. (…) Il 7 agosto i briganti chiamati da cinque canonici e da un arciprete invasero Pontelandolfo, comune sulla destra del Cerreto, nelle montagne. Accolti con gridi di gioia, al ritorno da una processione, saccheggiarono l’ufficio municipale, la polizia, il corpo di guardia, le botteghe, il precettore Filippo Lombardi, settuagenario, fu strappato dalle loro mani da sua moglie: entrarono di viva forza in casa, dell’esattore Michelangelo Perugino, e dopo averlo ucciso, mutilato, spogliato, bruciarono la casa di lui e gettarono il cadavere nudo nelle fiamme. Ma questo non è nulla; tremila mascalzoni costituirono il governo: due villaggi vicini, Casalduni e Campolettere, insorsero. Quattro giorni appresso, l’11 agosto, 40 soldati italiani e quattro carabinieri furono inviati a Pontelandolfo per arrestare i briganti nella loro fuga. Non ebbero la pazienza di attendere, vollero attaccarli. Tutto Pontelandolfo fu sotto le armi. L’Ufficiale italiano (Luigi Augusto Bracci, Luogotenente del 36°) e i suoi quarantadue uomini furono assaliti e dovettero rifugiarsi in una torre. Dopo una vigorosa resistenza, ripiegarono sopra Casalduni. (…) Per via furono stretti e attaccati ai fianchi dalla gente di Pontelandolfo, poi arrestati da quelli di Casalduni, che eransi imboscati per attenderli. Circondati allora, sopraffatti dal numero, furono scannati tutti, eccetto un solo che ebbe il tempo di gettarsi in una siepe e narrò poi questa orribile storia. Non fu una carneficina, ma un eccidio. I contadini erano 100 contro uno e volevano tutti il loro pezzo di carne. – non invento nulla, anzi cerco di attenuare. La mattina giunge il colonnello Negri cogli italiani: chiesero dei loro compagni; fu loro risposto che avevano cessato di vivere; domandarono i loro cadaveri: non furono trovati; essi stessi li cercarono e sorpresero membra tagliate, brani sanguinosi, trofei orribili appesi alle case ed esposti alla luce del sole. Appresero che avevano impiegato otto ore a dare morte a poco a poco al tenente ferito soltanto nel combattimento. Allora bruciarono i due villaggi, “Giustizia è fatta contro Pontelandolfo e Casalduni” tale fu il dispaccio del colonnello Negri”. Ancora sulla strage dei soldati da “Storia dei fatti di Pontelandolfo” del già sindaco di Pontelandolfo Ferdinando Melchiorre Pulzella (edizioni Sannite, Morcone, 2004): “Il sindaco filo borbonico di Casalduni Luigi Orsini, che provvedeva i briganti di tutto quanto avessero bisogno, pagò alcuni di essi per far sorvegliare i soldati fatti prigionieri. E quando il capo brigante Angelo Pica si rivolse a lui per chiedere cosa bisognasse fare dei prigionieri, rispose di fucilarli. Così quei poveri soldati caddero sotto colpi di fucile, di scure, di zappe e di pietre”. La cronache di Monnier e di Melchiorre Pulzella trovano l’autorevole riscontro nei verbali del regio esercito, conservati dallo Stato Maggiore ella Difesa. Il capo dell’Ufficio Storico, colonnello Antonio Zarcone, nella presentazione del libro di Maria Grazia Greco scrive: “Fu una vera e propria guerra che venne condotta dai briganti, che spesso animarono anche gli animi e le armi della popolazione civile, contro i militari “rei” di essere servitori dello Stato e di aver aggravato la già difficile situazione economica delle regioni del meridione. Nonostante gli errori e gli innegabili eccessi di violenza, subiti e, purtroppo, anche commessi, con le inevitabili, conseguenti polemiche sociali e politiche, ancora attuali, questa dolorosa pagina della storia del Regno d’Italia non deve e non può essere negata o dimenticata ma va approfondita e discussa sulla base di documentazione scientifica ed ufficiale”. Quanto scritto dal colonnello Zarcone ben si adatta ai fati di Pontelandolfo e Casalduni. I verbali della rappresaglia sono ancora conservati e, come è prassi dell’Esercito, sono minuziosi, precisi e chiari riguardo al modus operandi dei nostri soldati. E’ tutto nero su bianco, nessun mistero o tentativo di censura sull’azione dell’Esercito. E di attennero ad una prassi che ben rifletteva lo spaccato dell’epoca. Nelle zone meridionali dell’Italia il brigantaggio deve farsi risalire alla dominazione spagnola, seguita alla pace di Cateau-Cambresis (1559). Detta pace consentì di stabilire il governo diretto della Spagna sulla metà della penisola, compresi i regni di Napoli e la Sicilia. Scrive lo storico Giorgio Spini: “Soffocatrice nel campo politico, la dominazione spagnola doveva rivelarsi assolutamente distruttiva dal punto di vista economico”. Spini scrive – sempre a proposito della Spagna – “nella sua ottusa rapacità militaresca, il governo spagnolo adoperava i propri domini altro che per spremere sempre nuovo denaro e per trarre soldati per le sue guerre. I Borbone ereditarono questa situazione e spesso si accordarono con i briganti, chiudendo un occhio sulle illegalità commesse”. Nell’estate 1828, regnando Francesco I, nel Cilento esplosero nuovamente proteste e richieste di una costituzione. Il parroco del paese di Bosco (Salerno) era uno dei promotori di queste manifestazioni che si estesero ai paesi circonvicini. Da Napoli furono inviati ben ottomila soldati, comandati dal maresciallo Francesco Saverio del Carretto. Logicamente gli insorti furono sgominati ed in parte arrestati. Il 7 luglio il paese fu interamente dato alle fiamme e fu sparso del sale sulle rovine. Numerosi gli insorti fucilati, a cominciare da don Antonio De Luca, parroco di Bosco. Altri 27 insorti furono decapitati e le loro teste esposte nella piazza. Il paese non fu più ricostruito, a seguito di un decreto di soppressione del 4 agosto 1828” (da H. Acton, “Gli ultimi Borboni di Napoli”, Martello, 1962). Nell’agosto del 1861 nostri soldati erano stati catturati e imprigionati nella torre angioina di Pontelandolfo e, avvicinandosi due battaglioni di bersaglieri per liberali, furono ceduti a Casalduni, sempre zona di brigantaggio, dove furono massacrati e dove il reato “più leggero” fu il vilipendio dei cadaveri. Mentre Pontelandolfo si è data la qualifica di “città martire” con un provvedimento avvallato il 14 agosto 2011 dalle scuse del professor Giuliano Amato, il comune di Casalduni non ha mai espresso una simile intenzione, avendo ben presente che il massacro dei soldati della nuova Italia ebbe luogo proprio a Casalduni, di fronte a centinaia di testimoni. Verbali d’epoca alla mano, l’Esercito non ha reputato accoglibile la richiesta di scuse espressa da Pontelandolfo e non ha mandato nessun suo rappresentante. Nell’Italia unita le Forze armate, soprattutto i corpi di élite come i Bersaglieri, venivano sempre difesi dalle istituzioni dello Stato. Così facendo l’Italia superò le gravissime difficoltà incontrate nelle Guerre d’Indipendenza, trovandosi sempre in sintonia con le sue Forze Armate. Alla fine un enigma: Marc Monnier, ripreso anche da altre pubblicazioni, scrive esplicitamente “volevano tutti il loro pezzo di carne”. Può essere questa frase contestualizzata nelle disparate testimonianze su il cannibalismo brigantesco? Sui fatti del 1861 probabilmente non è ancora stato scritto tutto… 

Sergio Boschiero 
Segretario Nazionale 
Unione Monarchica Italiana

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La replica dell'avvocato Marabello:

PONTELANDOLFO 1861. SI APRE IL DIBATTITO

Sul numero di novembre/dicembre di “Storia in rete” il segretario nazionale dell’UMI Sergio Boschiero ha tracciato una ricostruzione filosabauda dell’eccidio di Pontelandolfo del 13 agosto 1861. L’autore supporta il suo dire con i verbali dell’Esercito italiano e con le notizie storiche documentarie sul Brigantaggio dello svizzero Marc Monnier. Per la loro provenienza si tratta di fonti da prendere con qualche cautela. I verbali destano dubbi circa la loro obbiettività, essendo scontato che i responsabili dei massacri e degli incendi di ben due località (fu distrutta anche la limitrofa Casalduni) descrivano i fatti da una visuale che tende ad allontanare ogni sospetto d’aver ecceduto nel loro operato. A sua volta, Marc Monnier va annoverato tra quegli “scrittori salariati” cui alludeva Gramsci in un editoriale del 18 febbraio 1920 n. 42 all’edizione piemontese dell’” Avanti!” . Non per nulla le sue “Notizie”, uscite all’inizio del 1862, recavano già in coda il diario dello spagnolo Jose Borges da poco ucciso a Tagliacozzo dalle truppe. E’ la dimostrazione che Monnier riceveva a tempo di record omaggi tanto graziosi quanto preziosi dal governo sabaudo, messo sotto pressione dalle proteste internazionali contro le repressioni in corso nel Mezzogiorno. Lo scrittore si prestò al gioco. A riprova delle “simpatie” dello svizzero, basti dire che i presunti episodi di cannibalismo, la vista dei quali avrebbero indotto alle rappresaglie in questione, s’inquadrano in un genere di accusa ai moti reazionari che ricorre in tutta la pubblicistica del tempo. Essa era tesa a suscitare, da un lato, un moto di orrore verso la inciviltà dei meridionali e, dall’altro, a solleticare la curiosità di lettori e lettrici in cerca d’emozioni morbose. Del resto, neanche certe analisi forzate del Monnier sono inappuntabili, come l’equivalenza da lui stabilita tra Camorra e Brigantaggio che non sta assolutamente in piedi. Ciò precisato, scendiamo nel dettaglio del testo in causa. Boschiero non indica da quale fonte abbia tratto tutti i macabri dettagli, che fornisce circa le membra dei fanti e il cranio del tenente Bracci e che qui non è il caso di ripetere. A suo dire, essi, dopo l’uccisione, sarebbero stati “esposti alle finestre delle case e addirittura nella chiesa”. Però, neanche nel testo di Monnier si rinvengono tali e tante scene raccapriccianti. Con riferimento all’episodio, in ogni caso, osserviamo che un’antropofagia condivisa e praticata dalle popolazioni, in due paesi che assommavano a ben 12 mila abitanti, difficilmente avrebbe consentito a qualche misero resto di salvarsi dal selvaggio banchetto. L’esposizione, poi, alla stregua di panni al sole… suvvia! Comunque, certi particolari granguignoleschi hanno probabilmente una loro logica. Servono a Boschiero per dedurne che, dopo la scoperta, “venne presa la drastica decisione di dare alle fiamme i due paesi”. Insomma, una sorta di nesso di causalità quasi doveroso, per ripagare di egual moneta l’infamia precedente. Deduzione però inesatta, giacché il “Macellaio” Enrico Cialdini, appresa al teatro San Carlo la notizia della morte dei 41 soldati del 36°, ordinò al maggiore Melegarj che “non restasse pietra sovra pietra” dei due paesi. Quindi, ammesso per un attimo che il rinvenimento dei corpi smembrati fosse vero, fu di sicuro cronologicamente successivo all’ordine di rappresaglia. In altri termini essa venne scatenata non dalla visione dei corpi straziati, ma da ordini superiori dettati a freddo. La notizia dello scempio è quindi da ritenere pura propaganda. Tutt’al più, poteva servire a suggerire a posteriori ad Emilio Cardinali il soddisfatto commento che “il nome di questi cannibali meritava di essere abraso di mezzo al suolo italiano”. Ma v’è di più. L’aspetto più strano in questo asserito vilipendio di cadaveri sta nella mancanza di ogni sua traccia proprio nel diario “Mi toccò in sorte il numero 15” di Carlo Marcolfo. Diamine, eppur si tratta di un bersagliere artefice della strage! Gli unici particolari raccapriccianti di questo scritto dalla sintassi incerta stanno in quel “sinistro” rumore, che “facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo i pollastri, pane vino e capponi”. Marcolfo si riferisce agli abitanti bruciati vivi nelle loro abitazioni. Nessun cenno a precedenti brani di carne umana alle finestre o sul sagrato. Identico silenzio mantiene anche l’ufficiale Angiolo De Witt, che operò proprio nel Matese. Neanche lui nella “Storia politico – militare del brigantaggio delle province meridionali” (Firenze, 1884) accenna a scempi sui bersaglieri, ma descrive solo le atroci fasi del rastrellamento. “Quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per le vie” e “ivi giunti vi trovarono delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Questa scena di terrore durò un’intera giornata”. Non ne parla neanche nella sua corrispondenza, poi raccolta nel volume “Alla caccia di briganti”, il milanese Gaetano Negri, che partecipò alle operazioni antibrigantaggio nella zona. Ma è lo stesso Pier Eleonoro Negri, che guidò la spedizione punitiva, a darci indiretta conferma d’aver ricevuto da Cialdini l’ordine di incendio già al momento di muoversi. Infatti, il giorno dopo, comunica laconicamente ai suoi superiori che i due paesi “bruciano ancora”, lasciandone intendere la piena conoscenza e la preventiva autorizzazione alla rappresaglia. Cialdini, del resto, non era nuovo a certe bravate. Si era appena vantato nel suo diario d’aver perpetrato un identico misfatto il 29 luglio (e cioè pochi giorni prima dei fatti in esame): “Auletta è presa dai nostri, dopo viva fucilata e incendiata. Più di cento i briganti uccisi” (dove automaticamente pure i paesani vengono catalogati come briganti). E che l’incendio dei paesi che osavano resistere fosse il sogno dei “fratelli d’Italia” lo si evince dalle parole di Carlo Nievo, fratello del più famoso Ippolito. Costui già il 29 ottobre 1860 scriveva che “dal Tronto a Sessa” avrebbe fatto “abbruciare vivi tutti gli abitanti di quei paesi da far vomito al solo entrarvi”. A definitiva conferma di questa passione per il fuoco purificatore – scrive Francesco Mario Agnoli in “Dossier Brigantaggio” (Controcorrente, 2003) – basterà concludere con le parole del letterato Salvatore Benigno Tecce, che nel 1861 disse di Sorbo: “il paese dovrebbe essere a somiglianza di Sodoma e Gomorra bruciato fino all’ultimo angolo e insieme con tutti gli abitanti uomini, donne, vecchi e fanciulli”. Come si vede, tra letterati e militari non passava differenza alcuna. E tanto basti. Non staremo qui a sottolineare poi che l’articolo di Boschiero non parla (pudicizia o …?) dei casi accertati di violenza sulle vittime delle rappresaglie. Che fine hanno fatto la povera ragazzina assassinata nella cantina in cui si era rifugiata o i due sventurati fratelli liberali passati per le armi senza dar loro ascolto? Ci preme invece sottolineare che Boschiero finisce addirittura per contraddirsi nel corso dell’esposizione. Dapprima egli dice che i 41 bersaglieri di Bracci “decisero di ripiegare su Casalduni, zona a torto ritenuta sicura” e che “nello spostamento erano stati attaccati”. Dopo afferma, invece, che “i nostri soldati erano stati catturati e imprigionati nella torre angioina di Pontelandolfo e furono ceduti a Casalduni dove furono massacrati”. Ma si consoli, le discordanze non sono solo le sue. Per Marcolfo, infatti, i 41 soldati furono bruciati a tradimento nel sonno in una chiesa dove bivaccavano, mentre De Witt li fa cadere eroicamente in combattimento “quando ebbero finito i sei pacchi di cartuccie che ogni soldato riteneva preso di sé”. Qual è dunque la verità? Un’ultima osservazione riguarda infine il triste precedente di Bosco, paese del Cilento raso al suolo nel 1828 per ordine del maresciallo Francesco Saverio Del Carretto. L’episodio viene tirato in causa per dimostrare che, alla resa dei conti, “i piemontesi non inventarono nulla nelle tattiche di lotta al brigantaggio”. Ora, a parte l’imprecisione nel numero degli insorti decapitati nel ’28 che furono 19 e non 27 (stando allo stesso Harold Acton, citato al riguardo da Boschiero) andrebbe detto che l’ex carbonaro Del Carretto se ne infischiò di interpellare Francesco I di Borbone quando volle usare il pugno d’acciaio verso i suoi antichi sodali. L’inorridito Sovrano - è sempre Acton a dirlo ne “revocò infatti l’ordine di distruggere Bosco”, quando purtroppo “non ne restavano più che le macerie”. Si trattò quindi di un’iniziativa assolutamente personale del comandante delle operazioni militari, rientrante in uno sporco intrigo di potere giocato sulla pelle del re tra i ministri Intonti e medici, schierati pro e contro del Carretto. Comunque, se ne deduce che, se il Borbone provò ad evitare la rappresaglia, non risulta un analogo tentativo non solo allora, ma in tutto il decennio 1861-1870 da parte di Vittorio Emanuele II, il cosiddetto re galantuomo”. 

Gaetano Marabello

2 commenti:

  1. Gentile avvocato Marabello ,
    ho letto e riletto il suo dotto intervente e tuttavia mi sfuggono le ragioni per cui " L'inorridito Sovrano " a Bosco mando' 8000 soldati con i cannoni .. Era forse per fare una parata ? Perche' converra' che un apparato del genere non era destinato a una azione di polizia . E' quante volte il sovrano ha poi avuto occasione di " inorridire " ? Lo ha fatto a Messina , a Napoli ? in Calabria ? Con questo non voglio affatto giustificare le malefatte dei Savoia da cui grazie a Dio ce ne siamo liberati malgrado l'enorme consenso che hanno avuto nel referendum del 1946 proprio nel Sud .. Come lo spiega quel consenso che a Napoli fu di circa il 70% a fovore della monarchia ? Forse , malgrado tutto , malgrado Pontengandolfo , il ricordo delle stragi dei Borbone ha cancellato quelle di Pontegandolfo ?

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  2. Voglio subito precisare che dietro le mie domande non c'e nulla di polemico , voglio solo cercare di orientarmi in questo " gioco dell'oca " dove i protagonisti sembano a volte contrapposti gli uni agli altri ma alla fine tutto ci porta al punto di partenza ,,,,come se fossero uniti insieme in maniera molto solidale da qualcosa e le contrapposisizioni sono “ fumo negli occhi “
    Leggo che l’ex governatore della Sicilia , Lombardo , rischia dieci anni di carcere per collusioni mafiose e credo per avere comprato i voti ... Leggo anche che dopo un convegno alcuni militanti hanno fatto il nome di Pino Aprile come possibile sostituto di Lomardo alla guida dell’MPA .( nella malaugurata ipotesi che Lombardo andasse a trovare il suo predecessore nel carcere di Palermo )
    Lombardo stesso ha manifestato molto apprezzazzaoemnto per Aprile di cui si dichiara grande amico . L’MPA e ‘ un partito autonomista con forti connotazioni antirisorgimentali e si contrappone alla Lega nord che ovviamente segue interessi opposti , ma che con l’MPA condivide l’odio per il risorgimento .. Ma poi scopriamo che questa contrapposizione e questa rivalita’ sono fasulle , l’MPA e’ stato finanziato dalla Lega . E su questo non ci sono dubbi perche’ lo ha ammesso lo stesso Lombardo . Gia’ questo fa riflettere molto .. ma aggiungo che sia l’MPA che la Lega sono due alleati di Berlusconi , che quindi , almeno in teoria , e’ alleato con due movimenti che si combattono e se ne dicono di tutti i colori ..
    Poi leggo anche che Aprile , scrittore di successo , pubblica i suoi libri antirisorgimentali e meridionalisti con la casa editrice PIEMME , controllata al 100% della Mondatori ( ancora Berlusconi ) Gira un video che accusa la Rai Piemonte ( controllata dalal Lega nord ) di avere dato una bella mano a diffondere la vergognosa menzona di Fenestrelle , e il senatore Borghezio ha dato il suo contributo partecipando personalmente ad una “ manifestazione “ nella fortezza di Fenestrelle . Quindi la Lega appoggia anche i neoborboni che sono a loro volta grandi “ estimatori “ di Aprile ..
    Non leggo da nessuna parte che Pino Aprile abbia preso le distanze da Lombardo che gia’ da anni e’ molto chiaccherato e inquisito per le motivazioni che ho citato sopra . Sono certo che l’impegno profuso dallo scrittore nella ricerca dei guai combinato di Garibaldi nel 1860 gli ha impedito di occuparsi di certe “ stranezze “ che avvenivano in un movimengto in cui si e’ addirittura fatto il suo nome come successore di Lombardo .. Probabilmente ritiene che il problema mafia e ininfluente nella societa’ meridionale . Se la colpa di tutto e’ Garibaldi e’ inutile andare a cercarsi altri corresponsabili . !!!!!!
    Leggo anche che il Presidente Berlusconi nel 1993 ( 14 Marzo ) e’ stato insignito del Sacro Ordine Militare Costantiniano il cui Gran Maestro ( si chiama proprio cosi .. ) e’ il .S A.R. il Principe Carlo di Borbone delle Due Sicilie, Duca di Calabria e Gran Prefetto dell’Ordine Costantiniano. . E il “ gioco dell’oca ci riporta quasi automaticamente ai neo borboni , Fenestrelle , Pino Aprile ecc Va precisato che il Sacro Ordine Militare Costantiniano e ‘ un “ ente morale “ che ha come scopo “ la glorificazione della Croce, la propagazione della Fede, e la difesa della Chiesa Apostolica Romana,” Chi meglio del Presidente Berlusconi merita un tale riconoscimento ? Inoltre :
    “ I Cavalieri e le Dame del Sacro Militare Ordine Costantiniano hanno il dovere di vivere come veri ed esemplari cristiani, dedicarsi a qualsiasi attività o impresa che favorisca la crescita dei principi religiosi tra gli uomini, ed in ultimo la collaborazione pratica della vita cristiana.”
    Chi puo’ negare che il Presidente Berlusconi non “ vive come vero ed esemplare Cristiano “? Nemmeno un magistrato comunista potrebbe metterlo in dubbio !!!
    Chi puo’ negare l’impegno dello scrittore Pino Aprile per il riscatto civile e morale del Sud ? Certamente non l ‘ ex Presidente Lombardo ... ,, Ma insomma qualcuno mi spiega questo intreccio ?

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