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lunedì 27 febbraio 2012

"La dinastia Borbonica", la presentazione del libro a Capua, sabato 3 marzo a partire dalle ore 18.00



CAPUA - Si svolgerà sabato 3 marzo la presentazione del volume "La dinastia Borbonica", ultimo lavoro dello storico Francesco Maurizio Di Giovine. L'evento, organizzato dall'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, vedrà la partecipazione dell'autore che sarà "interrogato" dal Presidente Giovanni Salemi sugli argomenti del libro edito dalle edizioni Ripostes. A partire dalle ore 18.00 appuntamento alla Libreria Guida in Palazzo Lanza, a Capua in Corso Gran Priorato di Malta. A conclusione del dibattito, ci vorrà, potrà partecipare alla cena "delle Due Sicilie" organizzata presso il ristorante Ex Libris a base di un menù tipico delle regioni del Sud. Arrivederci a Capua.

c.s.

venerdì 24 febbraio 2012

Brigantaggio postunitario a San Giovanni Incarico. Appuntamento sabato 25 febbraio alle 17.00



SAN GIOVANNI INCARICO - Domani, sabato 25 febbraio, a San Giovanni Incarico, presso il centro culturale polivalente, con inizio alle ore 17.00, si terrà la presentazione dell'ultimo libro di Fernando Riccardi dal titolo “Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere” edito da Arte Stampa Editore di Roccasecca con il contributo della presidenza del Consiglio regionale del Lazio. L'evento è organizzato dall'amministrazione comunale di San Giovanni Incarico, assessorato alla cultura, e dall'Unione dei Comuni “Antica Terra di Lavoro”. Il fenomeno del brigantaggio, che infuriò violento e spesso inarrestabile in tutta la parte meridionale della Penisola subito dopo l'unità d'Italia, è sicuramente uno degli aspetti più controversi e più dibattuti dell'intero periodo risorgimentale. Riccardi, che da anni studia ed indaga nelle pieghe più recondite di tale fenomeno che gli storici hanno da sempre variamente interpretato (i briganti per alcuni sono stati soltanto dei volgari malfattori, per altri, invece, ardimentosi patrioti), ha dato alle stampe un libro nel quale cerca di ricostruire senza infingimenti di sorta la vera dimensione del brigantaggio postunitario la cui storia è “ancora tutta da scrivere”. Frutto di approfondite e lunghe ricerche negli archivi dell'Italia meridionale il testo passa in rassegna tutto l'excursus del brigantaggio che segnò indelebilmente l'intero decennio postunitario, narrando episodi poco conosciuti e portando alla ribalta personaggi sui quali la vulgata storiografica dominante si è soffermata in maniera fugace e molto spesso imprecisa. Alla presentazione, accanto naturalmente all'autore, interverranno il sindaco di San Giovanni Incarico Antonio Salvati, l'assessore municipale alla cultura Daniele Piccirilli, il senatore Oreste Tofani e lo storico e giornalista Roberto Della Rocca. I lavori saranno coordinati e diretti dal giornalista Rodolfo Damiani.

Le condizioni economiche del Regno delle Due Sicilie nel 1860, partecipa anche tu al dibattito. Frascani replica a Saltarelli

Continua il dibattito sulle condizioni economiche del Regno delle Due Sicilie. Vi invitiamo a partecipare per dire la vostra e offrire i vostri dati alla discussione.

ROMA - Ho letto quanto scritto dal Sig.re Saltarelli e sottolineando quanto già anticipato nella precedente lettera aggiungo alcuni dati ufficiali ancora piu impressionanti se così si puo dire.
Ma prima ancora vorrei far rimarcare che è inutile andare a fare paragoni impraticabili o provare a spacciare la bontà di un re pio e neutrale che costruiva flotte commerciali. Un re così deve ancora nascere. Passiamo al sodo, Ferdinando II come i suoi predecessori ha tenuto i piedi una grossa flotta da guerra (questo è vero) ma oltre che per motivi di difesa per portare anche truppe la dove si accendevano focolai di rivolta. Mi astengo da enumerare tuttii gli episodi di brigantaggio pre unitario che dai tempi di Acton hanno insanguinato il sud, come mi astengo di enumerarti tutte le volte che la città di Cosenza (già città martire della ferocia borbonica come altre, ma anche i Savoia non scherzavano con gli oppositori) si è rivoltata al legittimissimo (legittimato poi da chi?) governo borbonico. Ma se vuoi ne possiamo fare oggetto di un altra chiacchierata. Dicevo dunque che la flotta commerciale numerosa (ma modesta nel tonnellaggio) costruita ad opera di privati investitori lavorava molto nel tirreno sfruttando al massimo i pochi porti locali per il trasporto di derrate alimentari. Il vino e l'olio e gli zolfi in particolare erano il grosso del commercio con la Francia e qualche altra nazione rivierasca. Ma non mi risulta che veloci navi napoletane solcassero i mari dell'oriente per il trasporto del te, o si recassero in Africa per l'acquisto di legni pregiati, o portassero merci in sud america periodicamente come faceva la marineria ligure. E' inutile inventarsi primati che non esistono sia in positivo che in negativo, e qui riprendo la faccenda dell'emigrazione. Nella massa dell'emigrazione italiana verso le americhe (e non solo) non è assolutamente vero che i meridionali siano stati il mumero maggiore ma risulta invece che che i veneti hanno tale primato sui campani e altri dati a sorpresa possono venire fuori da una visita al museo dell'emigrazione a roma. E non è vero che emigrassero solo dal sud ma da tutta europa in quegli anni e non è vero che l'emigrazione sia stata conseguente alla guerra civile prima e al brigantaggio malavitoso poi. Per due motivi, anzi, per tre: Primo, il momento migratorio prende consistenza dal 1870 ma i grossi numeri verranno molto dopo, (perchè intanto sino al 1865 c'è stata una gerra civile in America ed è poi a stento decollata una ricostruzione degli stati del sud quindi non c'erano le premesse per l'accoglienza perchè le navi in grado di portate molti passeggeri oltre atlantico ancora non c'erano). E mi astengo dal citare i molti transatlantici usciti dai bacini di Castellammare di stabia. Peraltro se vi facessi vedere la fotografia della nave con la quale è emigrato mio nonno (San Germano mi pare) capisci subito che intendo per capacità di trasporto. Riguardo al fatto del regno pacifico che pensava solo la benessere dei suoi sudditi (sempre senza terra ma che pagavano la tassa sul sale e sulla pasta) ti rammento che Ferdinando II per ben due volte ha aggredito uno stato morente come la repubblica romana, già aggredita da altri tre eserciti ed è scappato talmente veloce che Mazzini ha dovuto scrivere al comandante della legione garibaldina richiamandoli severamente sull'opportunità di giocare la gatto a al topo. Ma come brutta figura erano in buona compagnia anche l'esercito spagnolo sbarcato vicino Terracina è rimasto a prendere il sole. Anche suo nonno aggredì la prima repubblica romana e scappò come il vento. Ma ritorniamo a problema, ora poi che si voglia far passare il regno come modello economico del XIX secolo mentre Marx già diceva la sua è, come dire, un filino ridicolo. Come è ridicolo quello scrittore che ha venduto una marea di libri scrivendo che i Borbone non costruivano le strade perchè progettavano e indicavano vie d'acqua (di mare). Anche qui la comicità è insuperabile. C'erano delle eccellenze e anche delle iniziative industriali di qualità ma il popolo non aveva la terra e lavorava presso i fattori (che avevano il diritto di frustare se trovavano qualcuno che rubava una mela) solo per uno o due pasti al giorno e poi se non c'era lavoro disperatamente si arrangiavano anche con le radici. E non mi fa piacere dirlo. E se qualcuno ribatte che in piemonte c'era un paese dove tutti i bambini per decenni sono nati rachitici non consola. Povere vittime gli uni e povere vittime gli altri e cioè bambini e bambine che lavoravano nudi nelle miniere di zolfo insieme agli adulti sempre nudi mentre i principini reali giocavano ai soldatini nelle loro belle divise da ufficialetti nelle loro splendide regge Sono tante le informazioni che ancora potrei dare ma basta così. Ho dato una sintesi della situazione e se un solo lettore di queste righe invece di rispondere cose inutili fa lavorare la sua testa e va ad informarsi correttamente anche solo sulla rete di come stavano le cose..... ne sono contento.
Grazie dell'ospitalità e a rivederci presto.

Franco Frascani

giovedì 23 febbraio 2012

Brigantaggio, il dibattito sul periodico Storia in Rete


Sul periodico "Storia in rete" si sta sviluppando un interessante dibattito tra storici e appassionati del periodo storico del Brigantaggio. A "dar fuoco alle polveri" è stato Sergio Boschiero, Segretario dell'Unione Monarchica Italiana (vicino a casa Savoia) il quale, sul numero della rivista di Dicembre 2011 è intervenuto in merito ai fatti di Pontelandolfo. In questa occasione, su segnalazione dell'amico Nestore Spadone, vi proponiamo il suo intervento e la replica, inviata alla redazione della rivista e pubblicata il mese successivo, dell'avvocato Gaetano Marabello, attento conoscitore della materia. Nei prossimi giorni seguiranno gli altri interventi.

Il doppio massacro di Pontelandolfo

Lo scorso settembre il consiglio comunale di Pontelandolfo, caratteristico paese del beneventano con poco più di duemila abitanti, si è attribuito lo status di città martire, nel ricordo della dura rappresaglia del regio Esercito, seguita all’eccidio di 44 giovani militari impegnati nella guerra al brigantaggio. Già il 14 agosto, per la commemorazione ufficiale del 150° anniversario della rappresaglia, il Comune ha avuto la partecipazione di Giuliano Amato in veste di presidente del Comitato dei Garanti per i 150 anni dell’Unità d’Italia e di rappresentante del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Amato, a nome della Repubblica Italiana, ha chiesto ufficialmente scusa alla piccola comunità per i fatti del 1861. Ma cosa avvenne davvero 150 anni fa e perché si è voluto un atto pubblico riparatore? Il paese si chiamava e si chiama Pontelandolfo, nell’alto Sannio, in provincia di Benevento. Nel 1861 era punto di ritrovo di briganti. Il 7 agosto 1861, celebrandosi a Pontelandolfo la festa di San Donato, patrono locale, il paese si risvegliò con il suono delle campane di tutte le chiese e la processione divenne per i briganti, accorsi a centinaia, l’attesa occasione per mimetizzarsi fra i fedeli e scatenare l’insurrezione contro lo Stato e le ancora giovani istituzioni unitarie. I briganti assalirono gli uffici municipali, la polizia e deprederanno le botteghe. Riuscirono così ad annientare la presenza dello Stato e ad impadronirsi del paese. Anche due comuni limitrofi insorsero: Casalduni e Campolettere. Fu imperativo per le istituzioni, allora intervenire e, alla guida del luogotenente Luigi Augusto Bracci vennero mandati 40 bersaglieri del 36° reggimento e 4 carabinieri per ristabilire l’ordine nella zona. I soldati italiani giunsero l’11 agosto 1861 a Pontelandolfo e non trovarono, come ci si poteva aspettare, un paese assediato dai briganti ma un villaggio schierato coi briganti in cui la popolazione – aizzata anche dal clero locale – accolse i militari attaccandoli. I soldati dovettero ritirarsi nella torre medievale, simbolo di Pontelandolfo. Gli ultimi resti architettonici di un castello edificato nel XIV secolo e distrutto da un terremoto nel giugno 1688. Non riuscendo a sostenere la situazione i militari decisero di ripiegare verso la limitrofa Casalduni, zona a torto ritenuta sicura. Questa scelta fu la loro condanna. Nello spostamento vennero attaccati dai briganti, supportati dai contadini di Pontelandolfo. Gli abitanti di Casalduni aspettavano imboscati l’arrivo dei militari e, forti per quantità, ci misero poco ad ottenere la loro resa e ad arrestarli. Poi ebbe inizio il massacro. Soltanto un bersagliere riuscì a fuggire. Gli altri 39 soldati, i 4 carabinieri e il luogotenente Bracci vennero letteralmente fatti a brandelli con una ferocia inaudita. Rendendosi conto della reale situazione in cui versavano le zone sulle rive del Cerreto, il 13 agosto giunsero a Pontelandolfo e Casalduni – guidati dal colonnello Pier Eleonoro Negri – 400 bersaglieri, commilitoni dei militari massacrati due giorni prima. Lo scenario fu agghiacciante: esposti alle finestre delle case e addirittura nella chiesa vi erano i sanguinanti ricordi a testimonianza dell’eccidio perpetrato ai danni dell’Esercito. Non so trovarono i cadaveri dei soldati ma solo brandelli di essi. Il tenente Bracci, agonizzante, venne assassinato da una donna che ne sfondò la testa a colpi di pietra per poi essere staccata. Il macabro trofeo era nella chiesa di Pontelandolfo, infilzato su una croce, orribile ex-voto sanfedista. Era troppo. Dopo la fucilazione di alcuni briganti, venne presa la drastica decisione di dare alle fiamme i due paesi. Il 14 agosto 1861 tutta l’Irpinia guardò gli altissimi fumi dell’incendio di Pontelandolfo e Casalduni, i due antichi paesi del Sannio diventati rifugio, malgrado i tanto onesti, dei briganti filo-borbonici e anti-unitari. Era la dura rappresaglia dell’Esercito di fronte al massacro di quasi 50 giovani soldati della nuova Italia, catturati a tradimento. C’erano fra loro Carabinieri e Bersaglieri che difesero la bandiera fino all’ultimo. Il massacro dei nostri militari avvenne a Casalduni ma i soldati fuggivano da Pontelandolfo. Vi fu correità. Scrive Carlo Alianello (autore di libri “reazionari” come “L’Alfiere”, “L’Eredità della priora”, “I soldati del Re” – tutti caratterizzati da un avvincente stile letterario e pieni di passione borbonica) ne “La conquista del Sud” (Rusconi, 1972): “il 7 agosto 1861, a Pontelandolfo, per opera dell’arciprete Epifanio De Gregorio e dei reazionari locali, si fecero le solite cerimonie. Si alzò la bandiera bianco-gigliata dei Borbone, si bruciò in piazza la bandiera Sarda (quella tricolore Italiana n.d.r.) e il prete cantò il te Deum, per festeggiare l’auspicato ritorno di Francesco II di cui si espose il ritratto.” E’ attendibile in questo caso la prosa di Alianello? Non c’è alcun dubbio, nessuno l’ha contestata. Ma nelle cronache dell’insanguinato 1861 un altro scrittore presentò con un verismo asciutto gli avvenimenti che visse da vicino nella qualità di inviato speciale al seguito del Regio Esercito Italiano nella guerra contro il brigantaggio. Questo scrittore era Marc Monnier e la sua opera più nota fu “Notizie storiche documentate sul Brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di Fra’ Diavolo fino ai giorni nostri” (Firenze, G. Barbera editore, 1862). Marc Monnier era nato a Firenze nel 1829, studiò a Napoli, a Parigi, a Berlino, a Ginevra, dove insegnò lettere straniere e divenne rettore della locale prestigiosa università. Fu amante dell’Italia e di Napoli. Ha goduto della fama di essere stato sempre obbiettivo nei suoi rapporti. Scrive Maria Grazia Greco, autrice di una documentata recente pubblicazione intitolata “Il ruolo e la funzione dell’Esercito nella lotta al brigantaggio (1860 – 1868)”, prefazione di Aldo Alessandro Mola, nella collana curata dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito: “questo studio sistematico del brigantaggio rappresenta forse quanto di più obbiettivo e fedele si possa trovare sulla essenza di questo fenomeno”. Nel capitolo VII, alle pagine 96-98, così scrive Marco Monnier:”…La reazione repressa – il brigantaggio diminuisce – storia di cannibali – Pontelandolfo e Casalduni – loro delitto e loro castighi. (…) Il 7 agosto i briganti chiamati da cinque canonici e da un arciprete invasero Pontelandolfo, comune sulla destra del Cerreto, nelle montagne. Accolti con gridi di gioia, al ritorno da una processione, saccheggiarono l’ufficio municipale, la polizia, il corpo di guardia, le botteghe, il precettore Filippo Lombardi, settuagenario, fu strappato dalle loro mani da sua moglie: entrarono di viva forza in casa, dell’esattore Michelangelo Perugino, e dopo averlo ucciso, mutilato, spogliato, bruciarono la casa di lui e gettarono il cadavere nudo nelle fiamme. Ma questo non è nulla; tremila mascalzoni costituirono il governo: due villaggi vicini, Casalduni e Campolettere, insorsero. Quattro giorni appresso, l’11 agosto, 40 soldati italiani e quattro carabinieri furono inviati a Pontelandolfo per arrestare i briganti nella loro fuga. Non ebbero la pazienza di attendere, vollero attaccarli. Tutto Pontelandolfo fu sotto le armi. L’Ufficiale italiano (Luigi Augusto Bracci, Luogotenente del 36°) e i suoi quarantadue uomini furono assaliti e dovettero rifugiarsi in una torre. Dopo una vigorosa resistenza, ripiegarono sopra Casalduni. (…) Per via furono stretti e attaccati ai fianchi dalla gente di Pontelandolfo, poi arrestati da quelli di Casalduni, che eransi imboscati per attenderli. Circondati allora, sopraffatti dal numero, furono scannati tutti, eccetto un solo che ebbe il tempo di gettarsi in una siepe e narrò poi questa orribile storia. Non fu una carneficina, ma un eccidio. I contadini erano 100 contro uno e volevano tutti il loro pezzo di carne. – non invento nulla, anzi cerco di attenuare. La mattina giunge il colonnello Negri cogli italiani: chiesero dei loro compagni; fu loro risposto che avevano cessato di vivere; domandarono i loro cadaveri: non furono trovati; essi stessi li cercarono e sorpresero membra tagliate, brani sanguinosi, trofei orribili appesi alle case ed esposti alla luce del sole. Appresero che avevano impiegato otto ore a dare morte a poco a poco al tenente ferito soltanto nel combattimento. Allora bruciarono i due villaggi, “Giustizia è fatta contro Pontelandolfo e Casalduni” tale fu il dispaccio del colonnello Negri”. Ancora sulla strage dei soldati da “Storia dei fatti di Pontelandolfo” del già sindaco di Pontelandolfo Ferdinando Melchiorre Pulzella (edizioni Sannite, Morcone, 2004): “Il sindaco filo borbonico di Casalduni Luigi Orsini, che provvedeva i briganti di tutto quanto avessero bisogno, pagò alcuni di essi per far sorvegliare i soldati fatti prigionieri. E quando il capo brigante Angelo Pica si rivolse a lui per chiedere cosa bisognasse fare dei prigionieri, rispose di fucilarli. Così quei poveri soldati caddero sotto colpi di fucile, di scure, di zappe e di pietre”. La cronache di Monnier e di Melchiorre Pulzella trovano l’autorevole riscontro nei verbali del regio esercito, conservati dallo Stato Maggiore ella Difesa. Il capo dell’Ufficio Storico, colonnello Antonio Zarcone, nella presentazione del libro di Maria Grazia Greco scrive: “Fu una vera e propria guerra che venne condotta dai briganti, che spesso animarono anche gli animi e le armi della popolazione civile, contro i militari “rei” di essere servitori dello Stato e di aver aggravato la già difficile situazione economica delle regioni del meridione. Nonostante gli errori e gli innegabili eccessi di violenza, subiti e, purtroppo, anche commessi, con le inevitabili, conseguenti polemiche sociali e politiche, ancora attuali, questa dolorosa pagina della storia del Regno d’Italia non deve e non può essere negata o dimenticata ma va approfondita e discussa sulla base di documentazione scientifica ed ufficiale”. Quanto scritto dal colonnello Zarcone ben si adatta ai fati di Pontelandolfo e Casalduni. I verbali della rappresaglia sono ancora conservati e, come è prassi dell’Esercito, sono minuziosi, precisi e chiari riguardo al modus operandi dei nostri soldati. E’ tutto nero su bianco, nessun mistero o tentativo di censura sull’azione dell’Esercito. E di attennero ad una prassi che ben rifletteva lo spaccato dell’epoca. Nelle zone meridionali dell’Italia il brigantaggio deve farsi risalire alla dominazione spagnola, seguita alla pace di Cateau-Cambresis (1559). Detta pace consentì di stabilire il governo diretto della Spagna sulla metà della penisola, compresi i regni di Napoli e la Sicilia. Scrive lo storico Giorgio Spini: “Soffocatrice nel campo politico, la dominazione spagnola doveva rivelarsi assolutamente distruttiva dal punto di vista economico”. Spini scrive – sempre a proposito della Spagna – “nella sua ottusa rapacità militaresca, il governo spagnolo adoperava i propri domini altro che per spremere sempre nuovo denaro e per trarre soldati per le sue guerre. I Borbone ereditarono questa situazione e spesso si accordarono con i briganti, chiudendo un occhio sulle illegalità commesse”. Nell’estate 1828, regnando Francesco I, nel Cilento esplosero nuovamente proteste e richieste di una costituzione. Il parroco del paese di Bosco (Salerno) era uno dei promotori di queste manifestazioni che si estesero ai paesi circonvicini. Da Napoli furono inviati ben ottomila soldati, comandati dal maresciallo Francesco Saverio del Carretto. Logicamente gli insorti furono sgominati ed in parte arrestati. Il 7 luglio il paese fu interamente dato alle fiamme e fu sparso del sale sulle rovine. Numerosi gli insorti fucilati, a cominciare da don Antonio De Luca, parroco di Bosco. Altri 27 insorti furono decapitati e le loro teste esposte nella piazza. Il paese non fu più ricostruito, a seguito di un decreto di soppressione del 4 agosto 1828” (da H. Acton, “Gli ultimi Borboni di Napoli”, Martello, 1962). Nell’agosto del 1861 nostri soldati erano stati catturati e imprigionati nella torre angioina di Pontelandolfo e, avvicinandosi due battaglioni di bersaglieri per liberali, furono ceduti a Casalduni, sempre zona di brigantaggio, dove furono massacrati e dove il reato “più leggero” fu il vilipendio dei cadaveri. Mentre Pontelandolfo si è data la qualifica di “città martire” con un provvedimento avvallato il 14 agosto 2011 dalle scuse del professor Giuliano Amato, il comune di Casalduni non ha mai espresso una simile intenzione, avendo ben presente che il massacro dei soldati della nuova Italia ebbe luogo proprio a Casalduni, di fronte a centinaia di testimoni. Verbali d’epoca alla mano, l’Esercito non ha reputato accoglibile la richiesta di scuse espressa da Pontelandolfo e non ha mandato nessun suo rappresentante. Nell’Italia unita le Forze armate, soprattutto i corpi di élite come i Bersaglieri, venivano sempre difesi dalle istituzioni dello Stato. Così facendo l’Italia superò le gravissime difficoltà incontrate nelle Guerre d’Indipendenza, trovandosi sempre in sintonia con le sue Forze Armate. Alla fine un enigma: Marc Monnier, ripreso anche da altre pubblicazioni, scrive esplicitamente “volevano tutti il loro pezzo di carne”. Può essere questa frase contestualizzata nelle disparate testimonianze su il cannibalismo brigantesco? Sui fatti del 1861 probabilmente non è ancora stato scritto tutto… 

Sergio Boschiero 
Segretario Nazionale 
Unione Monarchica Italiana

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La replica dell'avvocato Marabello:

PONTELANDOLFO 1861. SI APRE IL DIBATTITO

Sul numero di novembre/dicembre di “Storia in rete” il segretario nazionale dell’UMI Sergio Boschiero ha tracciato una ricostruzione filosabauda dell’eccidio di Pontelandolfo del 13 agosto 1861. L’autore supporta il suo dire con i verbali dell’Esercito italiano e con le notizie storiche documentarie sul Brigantaggio dello svizzero Marc Monnier. Per la loro provenienza si tratta di fonti da prendere con qualche cautela. I verbali destano dubbi circa la loro obbiettività, essendo scontato che i responsabili dei massacri e degli incendi di ben due località (fu distrutta anche la limitrofa Casalduni) descrivano i fatti da una visuale che tende ad allontanare ogni sospetto d’aver ecceduto nel loro operato. A sua volta, Marc Monnier va annoverato tra quegli “scrittori salariati” cui alludeva Gramsci in un editoriale del 18 febbraio 1920 n. 42 all’edizione piemontese dell’” Avanti!” . Non per nulla le sue “Notizie”, uscite all’inizio del 1862, recavano già in coda il diario dello spagnolo Jose Borges da poco ucciso a Tagliacozzo dalle truppe. E’ la dimostrazione che Monnier riceveva a tempo di record omaggi tanto graziosi quanto preziosi dal governo sabaudo, messo sotto pressione dalle proteste internazionali contro le repressioni in corso nel Mezzogiorno. Lo scrittore si prestò al gioco. A riprova delle “simpatie” dello svizzero, basti dire che i presunti episodi di cannibalismo, la vista dei quali avrebbero indotto alle rappresaglie in questione, s’inquadrano in un genere di accusa ai moti reazionari che ricorre in tutta la pubblicistica del tempo. Essa era tesa a suscitare, da un lato, un moto di orrore verso la inciviltà dei meridionali e, dall’altro, a solleticare la curiosità di lettori e lettrici in cerca d’emozioni morbose. Del resto, neanche certe analisi forzate del Monnier sono inappuntabili, come l’equivalenza da lui stabilita tra Camorra e Brigantaggio che non sta assolutamente in piedi. Ciò precisato, scendiamo nel dettaglio del testo in causa. Boschiero non indica da quale fonte abbia tratto tutti i macabri dettagli, che fornisce circa le membra dei fanti e il cranio del tenente Bracci e che qui non è il caso di ripetere. A suo dire, essi, dopo l’uccisione, sarebbero stati “esposti alle finestre delle case e addirittura nella chiesa”. Però, neanche nel testo di Monnier si rinvengono tali e tante scene raccapriccianti. Con riferimento all’episodio, in ogni caso, osserviamo che un’antropofagia condivisa e praticata dalle popolazioni, in due paesi che assommavano a ben 12 mila abitanti, difficilmente avrebbe consentito a qualche misero resto di salvarsi dal selvaggio banchetto. L’esposizione, poi, alla stregua di panni al sole… suvvia! Comunque, certi particolari granguignoleschi hanno probabilmente una loro logica. Servono a Boschiero per dedurne che, dopo la scoperta, “venne presa la drastica decisione di dare alle fiamme i due paesi”. Insomma, una sorta di nesso di causalità quasi doveroso, per ripagare di egual moneta l’infamia precedente. Deduzione però inesatta, giacché il “Macellaio” Enrico Cialdini, appresa al teatro San Carlo la notizia della morte dei 41 soldati del 36°, ordinò al maggiore Melegarj che “non restasse pietra sovra pietra” dei due paesi. Quindi, ammesso per un attimo che il rinvenimento dei corpi smembrati fosse vero, fu di sicuro cronologicamente successivo all’ordine di rappresaglia. In altri termini essa venne scatenata non dalla visione dei corpi straziati, ma da ordini superiori dettati a freddo. La notizia dello scempio è quindi da ritenere pura propaganda. Tutt’al più, poteva servire a suggerire a posteriori ad Emilio Cardinali il soddisfatto commento che “il nome di questi cannibali meritava di essere abraso di mezzo al suolo italiano”. Ma v’è di più. L’aspetto più strano in questo asserito vilipendio di cadaveri sta nella mancanza di ogni sua traccia proprio nel diario “Mi toccò in sorte il numero 15” di Carlo Marcolfo. Diamine, eppur si tratta di un bersagliere artefice della strage! Gli unici particolari raccapriccianti di questo scritto dalla sintassi incerta stanno in quel “sinistro” rumore, che “facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo i pollastri, pane vino e capponi”. Marcolfo si riferisce agli abitanti bruciati vivi nelle loro abitazioni. Nessun cenno a precedenti brani di carne umana alle finestre o sul sagrato. Identico silenzio mantiene anche l’ufficiale Angiolo De Witt, che operò proprio nel Matese. Neanche lui nella “Storia politico – militare del brigantaggio delle province meridionali” (Firenze, 1884) accenna a scempi sui bersaglieri, ma descrive solo le atroci fasi del rastrellamento. “Quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per le vie” e “ivi giunti vi trovarono delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Questa scena di terrore durò un’intera giornata”. Non ne parla neanche nella sua corrispondenza, poi raccolta nel volume “Alla caccia di briganti”, il milanese Gaetano Negri, che partecipò alle operazioni antibrigantaggio nella zona. Ma è lo stesso Pier Eleonoro Negri, che guidò la spedizione punitiva, a darci indiretta conferma d’aver ricevuto da Cialdini l’ordine di incendio già al momento di muoversi. Infatti, il giorno dopo, comunica laconicamente ai suoi superiori che i due paesi “bruciano ancora”, lasciandone intendere la piena conoscenza e la preventiva autorizzazione alla rappresaglia. Cialdini, del resto, non era nuovo a certe bravate. Si era appena vantato nel suo diario d’aver perpetrato un identico misfatto il 29 luglio (e cioè pochi giorni prima dei fatti in esame): “Auletta è presa dai nostri, dopo viva fucilata e incendiata. Più di cento i briganti uccisi” (dove automaticamente pure i paesani vengono catalogati come briganti). E che l’incendio dei paesi che osavano resistere fosse il sogno dei “fratelli d’Italia” lo si evince dalle parole di Carlo Nievo, fratello del più famoso Ippolito. Costui già il 29 ottobre 1860 scriveva che “dal Tronto a Sessa” avrebbe fatto “abbruciare vivi tutti gli abitanti di quei paesi da far vomito al solo entrarvi”. A definitiva conferma di questa passione per il fuoco purificatore – scrive Francesco Mario Agnoli in “Dossier Brigantaggio” (Controcorrente, 2003) – basterà concludere con le parole del letterato Salvatore Benigno Tecce, che nel 1861 disse di Sorbo: “il paese dovrebbe essere a somiglianza di Sodoma e Gomorra bruciato fino all’ultimo angolo e insieme con tutti gli abitanti uomini, donne, vecchi e fanciulli”. Come si vede, tra letterati e militari non passava differenza alcuna. E tanto basti. Non staremo qui a sottolineare poi che l’articolo di Boschiero non parla (pudicizia o …?) dei casi accertati di violenza sulle vittime delle rappresaglie. Che fine hanno fatto la povera ragazzina assassinata nella cantina in cui si era rifugiata o i due sventurati fratelli liberali passati per le armi senza dar loro ascolto? Ci preme invece sottolineare che Boschiero finisce addirittura per contraddirsi nel corso dell’esposizione. Dapprima egli dice che i 41 bersaglieri di Bracci “decisero di ripiegare su Casalduni, zona a torto ritenuta sicura” e che “nello spostamento erano stati attaccati”. Dopo afferma, invece, che “i nostri soldati erano stati catturati e imprigionati nella torre angioina di Pontelandolfo e furono ceduti a Casalduni dove furono massacrati”. Ma si consoli, le discordanze non sono solo le sue. Per Marcolfo, infatti, i 41 soldati furono bruciati a tradimento nel sonno in una chiesa dove bivaccavano, mentre De Witt li fa cadere eroicamente in combattimento “quando ebbero finito i sei pacchi di cartuccie che ogni soldato riteneva preso di sé”. Qual è dunque la verità? Un’ultima osservazione riguarda infine il triste precedente di Bosco, paese del Cilento raso al suolo nel 1828 per ordine del maresciallo Francesco Saverio Del Carretto. L’episodio viene tirato in causa per dimostrare che, alla resa dei conti, “i piemontesi non inventarono nulla nelle tattiche di lotta al brigantaggio”. Ora, a parte l’imprecisione nel numero degli insorti decapitati nel ’28 che furono 19 e non 27 (stando allo stesso Harold Acton, citato al riguardo da Boschiero) andrebbe detto che l’ex carbonaro Del Carretto se ne infischiò di interpellare Francesco I di Borbone quando volle usare il pugno d’acciaio verso i suoi antichi sodali. L’inorridito Sovrano - è sempre Acton a dirlo ne “revocò infatti l’ordine di distruggere Bosco”, quando purtroppo “non ne restavano più che le macerie”. Si trattò quindi di un’iniziativa assolutamente personale del comandante delle operazioni militari, rientrante in uno sporco intrigo di potere giocato sulla pelle del re tra i ministri Intonti e medici, schierati pro e contro del Carretto. Comunque, se ne deduce che, se il Borbone provò ad evitare la rappresaglia, non risulta un analogo tentativo non solo allora, ma in tutto il decennio 1861-1870 da parte di Vittorio Emanuele II, il cosiddetto re galantuomo”. 

Gaetano Marabello

lunedì 13 febbraio 2012

"Il Generale dei Briganti" è come la corazzata Potemkin. E' necessario riportare nella giusta dimensione il "personaggio Crocco"

Daniele Liotti è Carmine Crocco

NAPOLI – "Il Generale dei briganti" è uno sceneggiato fatto bene. Sceneggiato, nulla di più. Decine di attori, di rilievo e di riciclo, scomodati per riuscire a rendere televisivo un messaggio che forse neanche nella mente più deviata, poteva prendere forma. E invece il Generale dei Briganti è riuscito nell’impresa. Carmine Crocco è un garibaldino D.o.c. pentito in calcio d’angolo a causa dei contrasti familiari col solito nobile borbonico opportunamente riciclatosi ai nuovi potenti savoiardi. Il messaggio passato è stato questo. Per quasi tutta la durata del film non si parla d’altro che dell’attività garibaldina e anti borbonica di Crocco. In due serate viene passata al setaccio, rivisitata, romanzata e (in numerosi casi) reinventata, la sua vita privata. La madre, la cui morte viene posticipata al 1864, la sua relazione con Nennella (presumibilmente in rappresentanza di Filomena Pennacchio), il cui analfabetismo è la causa circostanziale della latitanza di Crocco, gli affetti familiari, il fratello scomparso, il padre (continuamente propenso al perdono), la sorella sfregiata e poi chiusa in convento, una figlia mai pervenuta. Situazioni e storie vere, semivere e fasulle che sono state mixate in un frullatore che ha devastato la verità storica dei fatti. Per non parlare dell’assurdità di alcune scene. Spettacolare Garibaldi a cavallo alla testa delle sue truppe. Sì e no 15 garibaldini con il fucile in mano, con un cannone che spara senza inservienti, atti a dare l’assalto alla scogliera, forse nel tentativo di aiutare un comandante Schettino d’altri tempi a evitare l’urto. Per ristrettezze di budget mancavano all’appello i figuranti bianco gigliati. Pazienza. Finchè c’è Garibaldi c’è speranza. Altro momento epico è la fuga di Crocco da Napoli, ormai pronto per essere fucilato. Viene a salvarlo Ninco Nanco, conciato come un moderno Fra’ Tuck, che gli passa un coltello dalla manica con cui Crocco colpisce il comandante dei soldati. Il drappello a quel punto dovrebbe sparare contro i due ma, senza capire come, Crocco e Nanco sono già passati oltre il muro grazie all’ausilio di due corde. Il tutto con la massima tranquillità. Finzione, dicevamo. Lo sceneggiato si presta a questi stravolgimenti della realtà. Si presta anche il personaggio e qui conviene sdoppiare la critica televisiva ad una riflessione più profonda che pure va fatta. Carmine Crocco è un personaggio ambiguo. Soldato dell’esercito napoletano, poi garibaldino, partigiano per il Re in esilio e poi “brigante” per sé e per i contadini. Ambiguità che si manifesta anche nella fine della sua carriera. Malgrado il ruolo di primo piano nella guerriglia anti piemontese, non viene ucciso ma finisce la sua vita, nel 1905, a Portoferraio, in galera. Eppure, nonostante le tante ombre, Crocco è sempre più spesso additato come l’esempio da seguire. Il Brigante per eccellenza. L’unico uomo capace. L’unico brigante che avrebbe potuto salvare il Sud. Non è così ed è la storia a dircelo. I vari Romano, Chiavone, Borges, Muraca, Trystani, Vellucci e via dicendo, non avevano nulla di meno rispetto a Crocco. Si è trattato soprattutto di storie diverse, di percorsi differenti, di circostanze generali e particolari che hanno inciso sugli esiti delle rispettive vicende. E’ stato il mito di Crocco, alimentato dal fascino del mistero che indubbiamente il personaggio possiede, a metterlo al centro di uno sceneggiato televisivo costruito ad arte sull’ambiguità di un personaggio che si dovrebbe conoscere di più ed esaltare di meno. Se pure è vero che non si trattò di un semplice criminale noi amanti della verità e del Sud abbiamo fatto troppo presto a esaltare il personaggio nonostante manchino i presupposti per una santificazione sulla fiducia. Quella di Crocco è una personalità complessa, una storia personale difficile e una evoluzione anomala rispetto ad altri suoi comprimari e gregari. L’ideale che nel tempo ci si è costruiti di Carmine Crocco è quello tracciato da Pasquale Squitieri ne “Li chiamarono Briganti”. Anche Squitieri commette qualche imprecisione storica ma centra l’obiettivo di spiegare come mai migliaia di uomini decisero di lasciare il proprio lavoro per impugnare i fucili contro l’invasore. Nel suo film si parla chiaramente dei soprusi alla chiesa, della questione demaniale, dell’abolizione degli usi civici, della truffa della privatizzazione delle terre, della chiusura delle industrie delle Due Sicilie. Si racconta, e bene, la posizione della chiesa, in lotta per salvare sé stessa e garantire l’eternità del suo messaggio universale, così come anche si pone in luce il contrasto sociale e politico in seno ai briganti. Dal ruolo dei gregari di collegamento, come il Caruso di Squitieri, alla lotta tra i grandi come Borges e Crocco. Ne “il Generale dei Briganti” si riesce a non nominare mai Borges. Si riesce a non parlare dell’assalto a Rionero, della presa di Melfi, del mancato assalto a Potenza. Non si capiscono le motivazioni del brigantaggio se non nel mancato rispetto degli accordi sull’amnistia da concedersi ai briganti-garibaldini.  Guardare il Generale dei Briganti è stata, senza mezzi termini, una perdita di tempo che è servita, quanto meno, a fare riflettere mentre lo sconforto aumentava col procedere dello sceneggiato. Sconforto perché, da un lato, si sommavano bugie a falsità e perché, dall’altro, la predisposizione dei meridionali “consapevoli” alla versione eroica di Crocco lo ha reso protagonista di una squallida serie da televisione di regime che ne ha, in sostanza, infangato la memoria storica. Non si spiega altrimenti come mai non si senta la mancanza di un film che racconti l’avventura di Borjes, le vicende di Romano o la curiosa storia di Chiavone. Il punto più alto il Generale dei Briganti, lo raggiunge quando lascia la parola a Francesco II in partenza da Napoli con la Regina Maria Sofia (e stranamente i produttori e il regista, alla coppia hanno risparmiato le solite offese e falsità) quando si fa rileggere all’attore Dario Costa, una parte del messaggio di addio del Sovrano alla sua Capitale. Atto di amore più che di viltà. In sostanza, il Generale dei Briganti è stata l’ennesima occasione persa dalla Rai per svolgere il ruolo di servizio pubblico sottraendosi a quello, sempre più confacente, di servizio igienico di regime.  


Roberto Della Rocca

Le condizioni economiche del Regno delle Due Sicilie nel 1860, partecipa anche tu al dibattito. L'intervento di Claudio Saltarelli


Prosegue il dibattito sulle condizioni del Regno delle Due Sicilie al 1860. Pubblichiamo l'intervento dell'amico Claudio Saltarelli, in risposta alle considerazioni di Franco Frascani. Vi invitiamo nuovamente alla lettura e ad intervenire direttamente con dati ed opinioni.


CASSINO - La prima risposta d'istinto e quella che il territorio del sud con i massicci appenninici era meno predisposto della pianura padana per la costruzione di ferrovie e a tal proposito Ferdinando II creo una flotta mercantile navale seconda solo a quella inglese creando la prima autostrada del mare. Il sud in quegli anni era alle prese con continue calamità naturali quali alluvioni, terremoti, ed eruzioni e quindi ha dovuto far fronte spesso a continue emergenze e la politica economica - finanziaria era quella dettata da Ludovico Bianchini che considerava il bilancio dello stato come quello di una famiglia, doveva restare sempre in ordine e lo sviluppo creato con il debito pubblico avrebbero arricchito poche mani a discapito della massa con il consequente imbarbarimento della societa, insomma si preferiva una economia di tipo umanista. Tutti sappiamo fare i belli con uno scoperto bancario di due miliardi di euro ma quando ci chiedono di chiudere lo scoperto? Monti docet. che il sud aveva uno sviluppo a macchia di leopardo nessuno lo nega ma certamente l'esodo biblico dell'emigrazione e iniziato dopo il 1860 e non prima, che i1 ducato napoletano valeva 4,25 lire qualcosa voleva dire. A molti chiedo di andarsi a leggere i libri di Don Bosco quando parlava delle condizioni di vita della padania, di Torino, di Genova, Novara ecc. ecc. e confrontarlo con le condizioni di vita del sud. Ma Brera non è nata 40 anni dopo Pietrarsa? Sbaglio o l'albero degli zoccoli, per chi lo avesse visto, e ambientato nel bergamasco alla fine dell'ottocento? Inutile dire e parlare ma in quel periodo storico c'era il consolidamento del potere capitalistico basato sul modello economico di stampo britannico anglicano impostato sulla crescita continua e costante del capitale a discapito di tutti e tutto, poggiato sui principi del cesarismo, sulle guerre e sul debito pubblico. Con la fine del Regno delle Due Sicilie non soltanto si toglieva di mezzo un concorrente mercantile di natura pacifica nel mediterraneo, soprattutto con l'imminente apertura del canale di Suez, ma si eliminava un modello economico che si basava sul pil ma anche sulla qualita della vita. Vorrei solo far notare che quel modello economico ancora oggi e quello vincente e ha procurato il colonialismo, due guerre mondiali, i campi di concentramento, pulizie etiniche, guerra in Corea, in Vietnam, Iran, Iraq e Afganistan e il grande modello di civilta dell'occidente si basa in primis sugli armamenti, prima azienda dei paesi anglosassoni, e sullo sfruttamento delle risorse che servono a sollazzare, squallor docet, la nostra opulenta ed annoiata societa occidentale. Con i se e con i ma non si fa la storia ma certamente l'Italia se fosse stata fatta copiando il modello prussiano tedesco, come aveva proposto Ferdinando II con la lega italiana che anche Giuseppe Verdi esalto con una sua opera, credo che oggi non saremo una subnazione senza una multinazionale come amava definire l'Italia il grande Nicola Zitara. Per il resto ci penseranno altri a dare risposte molto piu in gamba e preparate di me.

Claudio Saltarelli

Le condizioni economiche del Regno delle Due Sicilie nel 1860, partecipa anche tu al dibattito. Parola a Franco Frascani

Pubblichiamo l'intervento che ci è stato inviato da Franco Frascani che entra nel dibattito sulle condizioni economiche del Regno delle Due Sicilie da posizioni critiche. Invitiamo tutti a leggere con attenzione la sua breve nota e a partecipare alla discussione.


ROMA - Visto l'invito a partecipare al dibattito invio alcuini dati tratti da intervista con Gianni Custodero (Capone editore) che possono essere pubbicati come "controcanto".

Cominciamo con le ferrovie: al 1860 nel regno vi erano 99 km di strade ferrate contro i 1370 KM circa in esercizio tra Piemonte, Liguria e Lomabrdo/Veneto. Ti faccio notate che solo 12 anni dopo le ferrovie del sud (compresa la Sicilia saranno dio circa 1800 km). I ducati incamerati dal regno d'Italia sono stati quindi poi "rispesi".
Ma torniamo a agli altri dati. Il reddito procapite al momento dell'unificazione era inferiore agli stati sardi e agli altri della penisola del 15-20% circa secondo Custodero con le seguenti precisazioni.
Seta filata filata al nord è l'88% della intera penisola , nel regno è solo il 3,3% ; la seta grezza nel regno è il 5,9 % dell'intera penisola; per il cotone nel regno ci sono solo il 15% dei fusi dell'intera penisola; l'industria laniera va meglio , è infatti il 23 % dell'intera penisola; la produzione della carta al 1858 è del 15,5% cento dell'intera penisola e per il cuoio siamo al 28,4%. Secondo Custodero gli impiegati nell'industria sono il 21 % rispatto alla futura nazione. Dato questo ultimo, a mio avviso, non scadentissimo.Il valore della prodizione agricola nel 1857 secondo gli annuari Correnti e Maestri, sarebbero per le Due Sicile pari a otto lire a ettaro contro le 238 lire della Lombardia, tralascio gli altri, comunque tutti di molto maggiori. Il patrimonio bovino sarebe pari al 19% mentre eccellenti i dati del patrimonio equino, ovino, caprino e suino. Le strade, nel regno erano 13.800 km contro i 37.400 di Piemonte, Liguria e Lombardo - Veneto. Pertanto il regno era arretrato rispetto agli altri stati italiani. Poi ovviamente c'erano delle eccellenze, nessuno lo nega e anche primati culturali di rilievo ma che fossero merito della governo borbonico.... Diciamo molto più opportunamente che erano merito dell'ingengnosità e vivacità di una borghesia intellettule, mercantile e industriale che però non doveva partecipare al govero dello stato ma anzi doveva essere controllata e spiata dalla polizia (i feroci ) e non solo.

Franco Frascani

sabato 11 febbraio 2012

Le condizioni economiche del Regno delle Due Sicilie nel 1860, partecipa anche tu al dibattito. Gli interessanti interventi di Luciano Salera e Ubaldo Sterlicchio.


A seguito della pubblicazione sul giornale on line lavoce.info di un articolessa di regime sulle condizioni economiche del Regno delle Due Sicilie al momento dell'invasione Garibaldina e durante le operazioni da Marsala a Gaeta, l'amico Claudio Saltarelli ha richiesto agli studiosi della materia alcune informazioni e il loro punto di vista sulla complessa questione dell'analisi economiche in riferimento al nostro antico Regno. L'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie è lieto di ospitare questo edificante dibattito culturale tra studiosi della materia. I primi due interventi che pubblichiamo sono quelli di Luciano Salero e di Ubaldo Sterlicchio. Un ringraziamento all'amico Claudio per aver stimolato la riflessione e a presto leggerci per altri aggiornamenti in merito.

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Ell’Egregio signor Saltarelli, 
ho letto attentamente l’articolo inviatomi e dal quale emerge un’interpretazione sui generis, in chiave economico-finanziaria, degli avvenimenti che, a seguito della spedizione di Mille, portarono alla caduta del Regno delle Due Sicilie. Non ho motivo di dubitare circa la genuinità delle fonti archivistiche dalle quali il giornalista ha attinto le notizie e sulla cui base ha articolato le sue argomentazioni. Tuttavia, a mio avviso, nello scritto in questione prevale solo ed esclusivamente il cosiddetto «senno del poi», in quanto il giornalista Luciano Canova dà per scontato che il Regno borbonico era destinato a «sgretolarsi» ed afferma che i «mercati finanziari e il debito pubblico ebbero un ruolo» e furono addirittura un «investimento nello sgretolamento del regno borbonico e nel successo dei garibaldini». E, sempre con il senno di poi, lo stesso articolista si lascia andare in affermazioni gratuite ed storicamente infondate,([1]) quale quella che «Prima dell’inizio della spedizione di Mille, l’Europa guardava al Regno delle Due Sicilie come a una monarchia in crisi irreversibile» e quella che «Si trattava di capire di che morte il regno dovesse morire...». A mio modesto avviso, ben altre furono le cause della caduta del Regno delle Due Sicilie, cui conseguì l’ineluttabile deprezzamento dei titoli del debito pubblico borbonico che, al termine della parabola discendente naturalmente legata agli eventi negativi dell’invasione garibaldino-sabauda, come si evince dal grafico annesso all’articolo in esame, si «allinearono al ribasso» (e non poteva essere altrimenti!) proprio con i titoli piemontesi. Infatti, fino alla prima metà del 1860, i titoli di Stato delle Due Sicilie godevano ottima salute; prova ne sia che - oltre ad avere una rendita consolidata del 5% - alla Borsa di Parigi quotavano il 20% in più rispetto al loro valore nominale. Al contrario quelli del debito pubblico piemontese quotavano il 30% in meno. Esisteva, cioè, una forbice (adesso si chiama spread?!?) di ben 50 punti percentuali, quotando quelli delle Due Sicilie al 120% (eccellente quotazione questa che il Canova, ingiustificatamente, attribuisce ad una «bolla speculativa») e quelli del Piemonte al 70% del loro valore nominale. È sufficiente consultare al riguardo gli scritti di Giacomo Savarese per rendersi conto dell’abissale divario qualitativo e quantitativo esistente, all’atto dell’invasione del Sud, fra le finanze napoletane e quelle piemontesi, in favore delle prime.([2]) Quello dell’unità d’Italia fu, quindi, solo un vergognoso pretesto, utilizzato dall’usurpatore Vittorio Emanuele II di Savoia e dall’«arcicospiratore» suo primo ministro,([3]) per cacciare i legittimi sovrani e saccheggiare le ricchezze degli altri Stati della Penisola (in primis, quelle del florido Regno delle Due Sicilie), onde evitare la bancarotta del misero e fallimentare Piemonte che, all’epoca, era indebitato fino al collo, a causa delle gravosissime spese sostenute per la dissennata politica militarista e guerrafondaia del megalomane Cavour.([4]) Basti pensare che, per sola spedizione in Crimea (che comportò l’invio di 18 mila uomini, dei quali 14 morirono in combattimento alla Cernaia e 1.300 a causa di un’epidemia di colera), fu necessario ottenere in prestito dalle banche inglesi 1 milione di sterline; contratto nel 1855 dal Piemonte, il debito (comprensivo dei relativi interessi) verrà estinto solo nel 1902 ed a spese di tutti i contribuenti italiani.([5]) Durante il solo anno 1859, mentre il Regno di Napoli aumentava gli interessi del suo debito pubblico di 5.210.731 lire, il Piemonte aumentava gli interessi del suo debito pubblico di 58.611.470 lire: più del decuplo di quelli napoletani.([6]

Il grafico annesso all’articolo in oggetto evidenzia, invece, un altro aspetto cruciale e cioè che sul Regno delle Due Sicilie, già condannato a morte dalle due grandi potenze capitalistico-massonico-liberali dell’epoca (Inghilterra e Francia), durante la «piratesca» avventura garibaldina e la «barbarica» invasione sabaudo-pimontese, si abbatté anche la speculazione finanziaria dei Rothschild e dei loro degni compari europei. Ma è altrettanto facile intuire che, in caso di vittoria borbonica, questa speculazione non avrebbe avuto successo alcuno, in quanto la solidissima economia del Regno del Sud era senz’altro potenzialmente idonea a reggere con efficacia quest’urto speculativo. L’anno 1859 si era, infatti, chiuso con la seguente situazione finanziaria: 
- debito pubblico del Regno di Napoli 411.475.000 lire 
- debito pubblico del Regno di Piemonte 1.121.430.000 lire 
ed, atteso che il primo contava una popolazione media residente di 6.970.018 abitanti ed il Piemonte di 4.282.553 abitanti, il debito pro capite era pari a 59,03 lire per un napoletano ed a 261,86 lire per un piemontese; vale a dire che il Regno dei Savoia era oberato da un debito pubblico 4 volte superiore a quello dello Stato dei Borbone! 
Nel Regno di Sardegna «...ci fu un indebitamento colossale, coprire un debito con un altro debito, pagare una rata d’interessi facendo ancora un debito era diventato il sistema di governo: tra il 1849 ed il 1858 il Piemonte contrasse all’estero, principalmente con il banchiere James Rothschild, debiti per 522 milioni - quattro annate di entrate fiscali. Si sostiene che lo Stato sabaudo si piegò alla necessità della unità nazionale e si aggiunge che è doveroso essere grati ai Savoia; di certo - di storico - c’è solo il fatto che il Regno di Sardegna se la cavò riversando i suoi debiti sul resto dell’Italia autoannessasi».([7]
Gli avvenimenti del 1860, dal 1 gennaio sino al 7 settembre (giorno dell’ingresso di Garibaldi in Napoli), costarono al Regno delle Due Sicilie la somma di 55.248.618,79 lire, mentre il Piemonte, in quello stesso anno, aumentava il suo debito di altri 150 milioni di lire. Seguiva l’anno 1861 ed il Regno d’Italia s’inaugurava a Torino con un altro debito di 500 milioni di lire. A questa cifra andò ad aggiungersi il disavanzo che, dal 7 settembre 1860 al 31 dicembre 1861, fu accumulato di governi dittatoriale garibaldino, prima, e luogotenenziale sabaudo, dopo, pari a 127.496.812 lire.([8]
A conti fatti, alla fine dell’anno 1861, il debito pubblico piemontese aveva raggiunto i 2 mila milioni di lire, una cifra astronomica per quei tempi, specialmente per un piccolo Stato come il Piemonte.([9]) Inoltre, al Sud, con un terzo della totale popolazione italiana, circolava il doppio di moneta che nel resto d’Italia messo insieme.([10]) In particolare, al momento dell’annessione, le Due Sicilie possedevano 443.200.000 di lire-oro, mentre tutti gli altri Stati pre-unitari insieme ne avevano 225.200.000; il Regno di Sardegna, in particolare, possedeva appena 27.000.000 di lire-oro. Ma c’è di più. Nel Regno di Piemonte, le riserve auree garantivano solamente un terzo della carta-moneta circolante (vale a dire che 3 lire di carta valevano 1 sola lira d’oro); nelle Due Sicilie, invece, venivano emesse principalmente monete d’oro e d’argento, e le riserve coprivano interamente quel poco di valuta cartacea ivi esistente.([11]) La valuta piemontese era, quindi, carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura: una moneta borbonica aveva un suo valore intrinseco, in quanto la quantità d'oro o d'argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale. In parole povere, mentre il Regno delle Due Sicilie era pieno di soldi, il Piemonte era pieno di debiti, tanto che, senza tema di smentita, possiamo affermare che l’impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell’Unità d’Italia.([12]) E solamente da questo punto di vista la spedizione dei mille può essere considerata come un... «investimento» per i piemontesi! Oltremodo appropriata appare la colorita affermazione di Giacinto de’ Sivo: «...Torino fe’ debiti per 24 volte più di noi... e Torino, più non avendo da mangiare, venne a mangiar Napoli».([13]) Infatti, «senza il saccheggio del risparmio storico del Paese borbonico, l’Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnazione la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al sud avrebbe fornito 500 milioni di monete d’oro e d’argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d’emissione sarda, che in quel momento ne aveva soltanto per 100 milioni, avrebbe potuto costruire un castello di carta-moneta bancaria alto 3 miliardi...», scriveva Zitara, per poi concludere: «insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l’unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s’erano messi». In sostanza, il Sud fu costretto a pagare tutte le spese di guerra del Piemonte, anche quelle sostenute per combattere i meridionali stessi!([14]) Sotto il profilo squisitamente storico degli avvenimenti, Luciano Canova ricalca poi la solita vulgata risorgimentalista, definendo «grosso smacco per l’armata borbonica» la «vittoria comprata» di Calatafimi; nonché, parlando di «abilità tecnica» di Garibaldi, da una parte, e di «disorganizzazione delle truppe regie», dall’altra, relativamente alla conquista di Palermo. Come al solito, il Canova non conosce - o fa finta di non conoscere - la verità storica di come si svolsero effettivamente i fatti. A Calatafimi, il 15 maggio 1860, la vittoria garibaldina non fu conseguita sul campo, bensì fu «comprata» dallo stesso Garibaldi, il quale aveva preventivamente corrotto il generale borbonico Francesco Landi; la qual cosa spiega anche l’ostentata sicurezza con la quale il nizzardo affermò: «Bixio, qui si fa l’Italia o si muore», in quanto era ben sicuro di... non morire! Infatti, proprio allorquando le truppe borboniche stavano sgominando i garibaldini con un battaglione (quattro compagnie) dell’8° Cacciatori al comando del maggiore Michele Sforza, vennero costrette a ritirarsi per ordine del generale Landi. Il giorno 17 maggio, il Landi, dopo aver fatto fare inutili giri alle truppe, si ritirò incomprensibilmente in Palermo. Il comportamento del Landi diventerà comprensibilissimo allorquando si scoprirà che lo stesso aveva ricevuto da emissari di Garibaldi una fede di credito (documento simile agli odierni assegni) di 14.000 ducati (valutabile in circa 700.000 euro attuali!) come prezzo del suo tradimento. Il Landi fu quindi sostituito nel comando dal generale Ferdinando Lanza, un altro traditore! Costui, infatti, pur disponendo di ben 25.000 uomini addestrati e ben equipaggiati, li rinchiuse nei forti di Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze, lasciando a presidio degli ingressi di Palermo solamente 260 reclute. Garibaldi, pertanto, nella notte fra il 26 ed il 27 maggio, assalì la città ed ebbe gioco facile sulle esigua guarnigione posta a difesa. Il 20 luglio si ebbe lo scontro di Milazzo, dove il colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco (che non era nel libro paga dei piemontesi!) mise in difficoltà i garibaldini comandati da Giacomo Medici, subito soccorso dallo stesso Garibaldi. Ma i garibaldini disponevano di abbondante artiglieria, di posizioni favorevoli e dell’appoggio dal mare della nave «Tucköry», la ex corvetta borbonica «Veloce» comandata dall’ammiraglio Amilcare Anguissola (un altro traditore passato dalla parte dei garibaldini). Il colonnello del Bosco resistette a tutti gli attacchi; tuttavia, i valorosi soldati napoletani, per il mancato invio dei necessari rinforzi da parte del generale Clary (un altro ufficiale borbonico vendutosi al nemico!), di fronte ad un numero preponderante di circa 10.000 assalitori, furono costretti a ritirarsi nel Forte di Milazzo. Come ben si può vedere, i mercati finanziari e il debito pubblico napoletano non ebbero, pertanto, alcun ruolo «nello sgretolamento del regno borbonico e nel successo dei garibaldini», ma si verificò l’esatto contrario. I rovesci subiti dall’esercito borbonico furono, infatti, determinati tutti dal tradimento dei generali (cosa che nulla ha a che vedere con il c.d. spread), mentre la perdita di valore dei titoli di Stato delle Due Sicilie è stata la naturale conseguenza, soprattutto, delle ruberie che la nostra terra ha subito a seguito della calata dal nord dei barbari invasori e della successiva fusione del debito pubblico napoletano con quello piemontese. Come abbiamo visto, quest’ultimo era ben 4 volte superiore a quello delle Due Sicilie e, con l’unificazione politico-territoriale della Penisola, il debito pubblico degli Stati pre-unitari confluì in quello del Regno d’Italia e tutti i relativi titoli si «allinearono», ob torto collo, con i titoli piemontesi che, già nel 1859, quotavano intorno al 70% del valore nominale! Pertanto, a seguito della fusione, i meridionali dovettero pagare anche il debito pubblico piemontese che, come abbiamo già avuto modo di vedere, era 4 volte superiore a quello delle Due Sicilie.([15]) Dalla tabella annessa all’articolo del Canova, si rileva infatti che, durante tutto il 1860, il titolo napoletano non risulta aver toccato nemmeno i 75 punti percentuali e che quindi aveva mantenuto comunque valori più alti di quello piemontese. Bastarono appena sessanta giorni di dittatura garibaldina per distruggere le floride finanze e l’economia del Regno borbonico; nel giro di due mesi, infatti, le casse dello Stato napoletano vennero vuotate. Mai nel corso della sua millenaria storia, l’Italia aveva «veduto ladrocini simili a quelli che si ebbero a Napoli durante il periodo garibaldino... Nella capitale del Sud l’eroe dei due mondi, o dei due milioni, trovò denaro in abbondanza, e lo usò in modo sconsiderato, mentre i suoi seguaci si appropriarono indebitamente delle consistenti ricchezze personali di Francesco II e della dote di Maria Sofia. [...] Furono rubati tutti denari depositati nelle banche, tutti i preziosi custoditi nei musei, le opere d’arte nei palazzi reali e nobiliari, le armi negli arsenali e finanche beni personali nelle private residenze di molti cittadini».([16]) Ascoltiamo, a tale riguardo, due incontrovertibili testimonianze: quella di Vittorio Emanuele II, il quale, subito dopo l’incontro di Teano, così scrisse a Cavour: «...come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene – siatene certo – questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa...»;([17]) e quella di Francesco Guglianetti, segretario generale presso il ministero dell’Interno piemontese, il quale, riferendosi ai garibaldini che avevano approfittato della situazione, scris-se a Farini di aver saputo «da persona autorevole che parecchi, partiti miserabili, sono ritornati colla camicia rossa e colle tasche piene di biglietti da mille lire».([18]) Purtroppo, le prove documentali contabili di tutti quegli orrendi sperperi, di tutti i soldi rubati ai Borbone e poi scialacquati in modo vergognoso ed inetto, finirono nelle profondità del mare delle Bocche di Capri, insieme al piroscafo Ercole ed al povero, ma onesto, poeta amministratore dei Mille, Ippolito Nievo. Si trattò del primo «delitto di stato» della nuova Italia Una. A questo punto, appare ben chiaro quali furono le cause effettive del deprezzamento dei titoli di Stato delle Due Sicilie e veramente «fantasiosa» sembra poi l’affermazione dell’articolista secondo il quale «è un po’ come se Garibaldi avesse detto “obbedisco!” non solo al re Vittorio Emanuele, ma anche ai Rothschild», finanzieri che forse il nizzardo non conosceva nemmeno. Al contrario, costui conosceva molto bene gli ambienti della massoneria internazionale ed, in particolare, di quella inglese, nel cui ambito furono raccolti ben 3 milioni di franchi-oro (convertiti poi in 1 milione di piastre turche) per finanziare la spedizione dei Mille. Questo enorme quantitativo di denaro (del valore di oltre 20 milioni di euro attuali), unitamente a quello rapinato presso i banchi di Palermo e di Napoli servirono per corrompere generali, ammiragli, politici ed alti dignitari del Regno delle Due Sicilie, nonché per riempire le tasche degli stessi garibaldini e dei loro amici. Ma le ruberie ai danni delle Due Sicilie non terminarono con l’unificazione. A causa delle continue guerre che i savoiardi combattevano, anche quel simulacro di convertibilità in oro andò a farsi benedire, a tal punto che, ancor prima dello stesso 1861 la «carta-moneta» piemontese era diventata «carta-straccia» a causa dell’emissione incontrollata che se ne fece.([19]) Avvenuta la conquista di tutta la Penisola, i piemontesi misero le mani nelle banche degli Stati appena conquistati. La Banca nazionale degli Stati Sardi divenne, dopo qualche tempo, la Banca d’Italia. Dopo l’occupazione del Sud, fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d’oro, per trasformarle in carta-moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi del tanto bistrattato Sud avrebbero potuto emettere carta-moneta per un valore di 1.200 milioni di lire e, così facendo, sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. La politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu trasformata allora in un’attività di vero e proprio drenaggio di capitali che, dal Sud, andarono al Nord. Questa operazione fu resa possibile grazie, e soprattutto, alla famigerata e truffaldina legge sul «corso forzoso», approvata il 1 maggio 1866, attraverso la quale fu eliminata la convertibilità della moneta in oro (che, già originariamente, era nel rapporto secondo cui 3 lire di carta erano convertibili in 1 lira d’oro).([20]) Ma l’aspetto osceno fu quello di riconoscere il «principio della inconvertibilità» solo per la moneta della Banca Nazionale e non anche per quella del Banco di Napoli (suo vero competitore!), che rimase così obbligato a «dare oro in cambio di carta straccia» abbondantemente stampata dalla stessa Banca Nazionale. Il partito unitarista ebbe come slogan quello del «libero mercato», contro il «protezionismo borbonico»; ma se si fossero lasciate agire liberamente le forze del mercato, la Banca Nazionale e le sue collegate sarebbero forse fallite, lasciando il Banco di Napoli alla testa del sistema bancario italiano. Il menzionato intervento politico dello Stato sabaudo ci fu per risolvere una partita che, a livello economico, si stava mettendo malissimo per il Nord.([21]) Quell’oro, piano piano, passò nelle casse piemontesi ed, attraverso questi strumenti scorretti e disonesti, il prospero Regno delle Due Sicilie, in poco tempo, fu portato al tracollo finanziario. Questa è la vera storia e non la fantasiosa interpretazione di un grafico tabellare!!! Finanche un convinto unitarista meridionale, come Giustino Fortunato, nella lettera del 2 settembre 1899 a Pasquale Villari, affermò che: «L’unità d’Italia… è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti!». In realtà, il Regno delle Due Sicilie ed il suo popolo furono vittime di una colossale ingiustizia, perpetrata dal Piemonte con la complicità delle massime potenze massonico-liberali dell’800.([22]) In conclusione, appare davvero fuorviante giudicare l’ieri da quello che è l’oggi. Infatti, nel 1866, allorquando i titoli di Stato italiani arrivarono a valere due terzi del loro valore nominale,([23]) stando alla teoria enunciata dal signor Luciano Canova, avrebbero dovuto conseguire ineluttabilmente anche il «crollo» della dinastia savoiarda e lo «sgretolamento del Regno d’Italia»; cosa questa che, purtroppo, non c’è stata. 

Egregio signor Saltarelli, 
credo che siano sufficienti queste brevi considerazioni per chiarirci le idee e porre in luce la scarsa valenza storico-scientifica rivestita dalle argomentazioni del signor Canova. 
Io, tuttavia, dubito fortemente se valga o meno la pena di replicargli, in quanto credo che ci troveremmo di fronte al solito muro ideologico. Basta poco per capirlo. Costui, infatti, con la solita retorica risorgimentalista, parla di «scaltrezza di Cavour e della casa regnante di Torino» e di «finanza... pronta a sintonizzarsi sui ritmi di un cuore [sic!] Savoia»; inoltre, come tutti i risorgimentalisti, comodamente seduto sul carro del vincitore, sciorina le sue opinioni ed i suoi convincimenti, pensando di essere depositario di verità assolute. Io personalmente mi asterrei, in quanto penso che il discutere con questi signori sia solamente una perdita di tempo, senza che ne consegua alcun vantaggio per la Causa. 

Tuttavia, qualora Lei voglia replicare, possiamo risentirci e concordare il da farsi. 
Gradisca i miei più cordiali saluti, Ubaldo Sterlicchio.
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Caro Saltarelli, 
non mi sopravvaluti e non si aspetti nessun tentativo di replica scientifica da parte mia per una ragione semplicissima ovvero che quanto scrive questo signore non merita riscontro perché sostiene cose talmente ovvie e scontate che non richiedono smentite. Costui, nel 1860, in pieno sfacelo del Regno (ovvero dello Stato) dimostra con tanto di grafico a supporto della difficilissima tesi che sostiene, che i titoli di stato subirono un crollo verticale! E avrei voluto vedere il contrario! Costui scopre l'acqua calda ed è come se sostenesse che uscendo di casa sotto un violentissimo temporale un povero cristo, senza ombrello, si bagna e più tempo resta esposto al diluvio più si infradicia. Questo, caro Saltarelli, non merita una risposta, merita solo di esser preso in giro, con garbo, educazione, ma con fermezza. Costui parla del crollo delle “rendite” ma evita con cura di ricordare che all'atto della cosiddetta unione (che, poi, fu annessione della peggiore specie, paragonabile ad una conquista di stampo coloniale) le Due Sicilie possedevano una riserva aurea di 445,2 milioni di lire contro i 27 del Piemonte, ridotto con le pezze al culo. Che il capitale circolante nelle Due Sicilie (sempre al tempo dell'annessione) ammontava ad oltre 20 miliardi degli attuali euro ed era più del doppio di quello di tutti gli altri Stati pre-unitari messi insieme, che, inoltre, le monete duosiciliane erano tutte coniate in metallo nobile (oro e argento) e convertibili in oro mentre in Piemonte (solo per una su tre era possibile questa operazione). E ce ne sarebbero ulteriori argomenti da citare. E questo ci viene a parlare di crollo della rendita quando prima della rendita era crollato lo Stato? Ma si rende conto caro Saltarelli? Infine se proprio gli vuol rispondere gli consigli di darsi una lettura al brevissimo quanto preciso e documentato saggio di Giacomo Savarese “Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860” edito da Controcorrente, Napoli, 2003 nella collana “Biblioteca Storica” (con introduzione di Aldo Servidio) ; vi troverà una serie di interessantissime notizie che gli potranno tornare utili in seguito qualora decidesse di scrivere qualcosa di sensato sull'argomento. Poi, caro Saltarelli, se proprio vuol far ricorso a qualcosa attribuibile al sottoscritto, le ricordo (qualora lo abbia disponibile) di andarsi a rileggere alle pagine 444, 479 e 481 del mio "Garibaldi. Fauché e i predatori del Regno del Sud” quanto riporto sulla permanenza a Napoli del Commissario Governativo per le Finanze (piemontesi), Cavalier Vittorio Sacchi, inviato, appunto a Napoli, da Cavour per valutare, approfondire e studiare le tecniche e le procedure adottate dall'ormai ex Regno Napoletano in materia tributaria e di finanza pubblica. Ecco, caro Saltarelli, questi sono argomenti seri che vale la pena segnalare e, semmai, dibattere. Il resto sono soltanto chiacchiere che non significano niente perchè, oramai, i giochi erano fatti! L'Inghilterra aveva raggiunto il suo scopo grazie all'appoggio ed al denaro della Massoneria. Il Regno delle Due Sicilie era stato cancellato dalla carta geografica dell'Italia e dell'Europa. I torti da attribuire al Borbone possono essere tantissimi ma, fra questi, certo non c'è quello di non aver saputo amministrare le finanze pubbliche. Concludo (per esser certo di farmi capire, ma non da lei che mi ha capito benissimo) sarebbe come constatare, al cospetto di un palazzo crollato, il grave inconveniente della impossibilità di prendere l'ascensore! Cose da pazzi! 


Cordiali saluti. 
Luciano Salera.

NOTE

[1] La verità è che, a seguito dell’unificazione politico-territoriale della Penisola nel 1860-61, la storia di quegli avvenimenti fu scritta ed adeguata in funzione dei nuovi padroni, i Savoia, i quali dovevano giustificare, ai contemporanei e ai posteri, l’illecita invasione del Regno delle Due Sicilie (un legittimo Stato sovrano, che non minacciava nessuno e che, per sua secolare vocazione, era in pace con tutti gli altri Stati, italiani ed europei - compreso il Regno di Sardegna - con i quali intratteneva regolari relazioni diplomatiche), avvenuta senza casus belli, cioè senza motivazioni politico-giuridiche e, cosa gravissima, senza dichiarazione di guerra. Si toccarono, in tal maniera, gli stessi infimi ed incivili livelli della pirateria (con la spedizione dei Mille) e delle invasioni barbariche (con l’aggressione piemontese), in violazione alle più elementari norme dello jus gentium. Infatti, come giustamente afferma Elena Bianchini Braglia (Cfr. Risorgimento: le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia), nella storia, anche in quella più remota, anche in quella dei secoli che gli stessi liberal-massoni dell’Ottocento definivano oscuri e barbari, mai nessuna guerra fu reputata legittima senza essere sorretta dall’atto formale della sua dichiarazione. Prima che un esercito invadesse uno Stato, occorreva che un previo documento denunciasse motivazioni, eventuali colpe commesse, eventuali atti di riparazione chiesti, e annunciasse un intervento armato solo qualora questi non venissero concordati. Questa era la «barbarie dei secoli oscuri». La civiltà dei secoli illuminati, invece, ammette che un esercito attacchi e vada ad occupare terre altrui senza alcuna motivazione o preavviso... E tutti risorgimentalisti, a cose fatte, si beano nell’attribuire al «genio» di Cavour & compari meriti mai avuti. Vedansi anche gli apprezzamenti di Patrick Keyes O’ Clery nella seguente nota 3.
[2] Giacomo Savarese, “Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860”, 1862, a cura di Aldo Servidio e Silvio Vitale, Controcorrente, Napoli, 2003.
[3] «Amanti della Verità qual siamo, non abbiamo altro obiettivo che dissipare la nuvola di pregiudizio e di inganno che ha, fin qui, oscurato la narrazione di quegli eventi agli occhi di molti che ne condannerebbero come noi gli autori, se conoscessero il vero carattere della rivoluzione che ha creato la cosiddetta unità d’Italia. Noi la giudicheremo non dalle invettive dei suoi nemici, ma dalle confessioni degli amici, molti di loro complici ed alleati dell’arcicospiratore Cavour. Una cosa chiediamo che ci sia riconosciuta: il principio da cui siamo partiti e cioè che la falsità non diventa verità perché asserita da uno statista o da un re, e che il furto non cessa di essere disonesto e disonorevole quando il bottino è un intero Regno». Così Patrick Keyes O’ Clery, in “La rivoluzione italiana. Così fu fatta l’unità della nazione”, trad. it. Ares, Milano, 2000.
[4] Pier Carlo Boggio, deputato piemontese, nel suo Pamphlet “Fra un mese”, pubblicato nel 1859; cfr. Angela Pellicciari, “I panni sporchi dei Mille”, Liberal, Roma, 2003, pag. 146.
[5] Gigi Di Fiore, Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del risorgimento”, Rizzoli, Milano, 2007, pagg. 58-59.
[6] Giacomo Savarese, op.cit., pag. 26.
[7] Nicola Zitara, “L’unità truffaldina”, www.nazionali.org , 11 settembre 2009.
[8] Giacomo Savarese, op.cit., pag. 38.
[9] Dalla lectio dedicata a Marco Minghetti, tenuta dall’economista liberale Vito Tanzi (ex direttore del Dipartimento di Finanza pubblica del Fondo Monetario Internazionale dal 1981 al 2000; consulente della Banca Mondiale, nonché sottosegretario all’Economia dal 2001 al 2003) il 25 ottobre 2011 presso la Fondazione CRT di Torino su “150 anni di finanza pubblica in Italia”; cfr. Il Giornale del 26 ottobre 2011.
[10] Francesco Saverio Nitti (uomo politico ed economista, nonché Presidente del Consiglio del Regno d'Italia dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920), Scienza delle Finanze”, Pierro, 1903, pag. 292.
[11] Era una specie di moneta cartacea costituita dalle «fedi di credito» e dalle «polizze notate», emesse dal Banco delle Due Sicilie (una istituzione pubblica seria, stimata sia all’interno che all’estero), le quali avevano una storia secolare ed erano apprezzate più dell’oro, perché interamente garantite nel loro valore nominale, che era pagabile a vista con monete-oro contanti, sia presso gli sportelli del Banco, che nelle tesorerie provinciali. Cfr. Nicola Zitara, “La gran cuccagna dei fratelli d’Italia”, periodico Due Sicilie n. 2/2004.
[12] Pino Aprile, “Terroni”, Piemme, Milano, 2010, pag. 94.
[13] Giacinto de’ Sivo, “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”.
[14] Elena Bianchini Braglia, op.cit., pagg. 181-182.
[15] Giacinto de’ Sivo, “I Napoletani al cospetto delle Nazioni Civili”, a cura di Silvio Vitale, Il Cerchio, Rimini, 1994.
[16] Elena Bianchini Braglia, op.cit., pagg. 235-236.
[17] Gennaro De Crescenzo, “Contro Garibaldi. Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud”, Il Giglio,  Napoli, 2006, pag. 29.
[18] Francesco Guglianetti a Luigi Carlo Farini, Torino, 7 ottobre 1860; in Roberto Martucci, “L’invenzione dell’Italia unita, 1855-1864”, Sansoni, Milano, 1999, pag. 229.
[19] “La storia del debito pubblico italiano inizia nel 1861 con l’unità d’Italia”, Veya.it, 16 settembre 2011; nonché Fabio Calzavara, “Le origini della Banca d’Italia”, tratto da “Le Banche dei Fratelli d’Italia”, su: http://cronologia.leonardo.it, 18 gennaio 2008. «Nel 1849 si era costituita in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata. Cavour, che peraltro aveva i propri interessi in quella banca, impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituto compiti di tesoreria della Stato (configurandosi, in tal modo, un gigantesco conflitto d’interesse!). Fu così che ad una banca privata (antenata della privata Banca d’Italia S.p.a.) fu conferito l’enorme potere di emettere e gestire denaro dello Stato! A quei tempi l’emissione di carta moneta avveniva solo in Piemonte».
[20] Certo, le giustificazioni non mancarono: all’epoca si addussero “motivi patriottici” e, cioè, quelli della guerra contro l’Austria; ma, se così fosse stato, perché il corso forzoso fu mantenuto fino al 1883 e, quindi, ben oltre la breve terza guerra d’indipendenza del 1866 e della stessa presa di Roma del 1870? Non mancarono ulteriori giustificazioni, quali quella che la necessità del corso forzoso derivava dalla crisi dell’industria, messa in ginocchio dalla concorrenza straniera; ma perché, allora, non si ricorse al normale sistema della tariffa doganale al posto di quello, indiretto e macchinoso, del corso forzoso? La risposta a tali domande è che il corso forzoso era stato introdotto per togliere d’impaccio la Banca Nazionale e le banche ad essa collegate che, grazie alla loro allegra finanza, si trovavano sull’orlo del fallimento: la inconvertibilità della sola moneta della Banca Nazionale permise, a questa, di continuare placidamente il suo drenaggio di capitali e di oro dal Sud, essendo rimasta invece convertibile la moneta del Banco di Napoli.
[21] Autori vari, “La storia proibita”, Controcorrente, Napoli, 2001, pagg. 103 e seguenti.
[22] Il filosofo Augusto Del Noce definì il risorgimento «una pagina dell'imperialismo inglese».
[23] Carlo Coppola, “L’insabbiamento culturale della Questione Meridionale”, cronologia.leonardo.it/storia/a1 - 2010.