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sabato 10 dicembre 2011

150enario della cattura e fucilazione di José Borges. L'intervento del Professore Giovanni Turco




Pubblichiamo di seguito l'interessante intervento preparato dal professore Giovanni Turco, Docente di Filosofia Teoretica presso l'Università di Udine, in occasione della commemorazione di Sante Marie e Tagliacozzo per celebrare la figura del Generale José Borges. Buona lettura.

BRIGANTAGGIO E LEGITTIMITÀ
Prospettive tra storiografia e filosofia.


1. Le ragioni della memoria.

1. 1.     La messe di pubblicazioni[1] che negli ultimi anni ha riguardato avvenimenti e protagonisti di quello che – con termine ormai invalso ma che qui sarà solo in senso tipologico-storiografico – viene definito “brigantaggio”, testimonia un interesse crescente e di significativo rilievo, ancor più che per le vicende di coloro i quali si batterono contro l’unificazione statuale italiana nata dal liberalismo risorgimentale, per le loro ragioni e le loro finalità. Le indagini di storia locale, la pubblicazioni di documenti, la riedizione di saggi che, pur talora con evidenti limiti di ricostruzione e di interpretazione, mirano ad offrirne un quadro di sintesi, hanno ormai conosciuto un crescendo meritevole, esso stesso, di considerazione[2].
Se la ricerca storica su questo tema è ben lungi dal potersi dire completa, sia per la necessità di reperire ulteriori fonti che rendano ragione degli innumerevoli episodi particolari riconducibili al brigantaggio cosiddetto politico (ma che meglio si direbbe controrivoluzionario, o almeno, oggettivamente, antirivoluzionario) che si sviluppò a seguito dell’unificazione politica italiana (e contro di essa) tra 1861 e 1870[3], sia per la necessità di approntare sintesi organiche, plenariamente informate e finalmente scevre di pregiudizi ideologici.
In ogni caso, non è difficile scorgere nell’interesse per il brigantaggio, anche solo come dato culturale, uno dei numerosi sintomi della naturale ed insopprimibile esigenza di recupero di una autentica memoria storica[4], che – cadendo in oblio o, meglio, deperendo l’oleografia liberal-risorgimentale – sia capace di restituire alle vicende di un passato ormai sempre meno recente la loro reale fisionomia, giungendo a saldare memoria locale (ed, in alcuni casi, familiare) e senso della continuità tra le generazioni, sete di verità comprovata ed aspirazione al doveroso riconoscimento di ragioni obiettive, al di là della positivistica “tirannia del fatto compiuto” e della storicistica “necessità dell’avvenire immancabile”.
Il termine stesso di “brigantaggio”, sia pure accompagnato da aggettivi miranti a identificarne la natura e le finalità costituisce un problema nel problema, che dalla ricostruzione storiografica travalica verso la considerazione filosofico-politica. Va ricordato, infatti, che l’uso del termine stesso “brigantaggio” ha una evidente matrice ideologica, giacché fin dagli anni delle rivolte controrivoluzionarie in Vandea[5] o delle insorgenze antinapoleoniche (e quindi anch’esse sostanzialmente controrivoluzionarie, o almeno obiettivamente antirivoluzionarie), la definizione di briganti veniva attribuita, a scopo di radicale squalifica etica e di evidente denigrazione politica, proprio a coloro i quali resistevano o insorgevano contro la rivoluzione. Il termine brigante e brigantaggio, suona, perciò, di primo acchito, come sinonimo di banditismo (o peggio quasi di criminalità organizzata), talché, a volerne conservare una caratterizzazione storiografica semplicemente denotativa della resistenza popolare al processo rivoluzionario, come di seguito viene impiegato, risulta intraducibile.
Come è evidente, l’opposizione alla rivoluzione – da parte della rivoluzione stessa – viene in tal modo ad essere qualificata come un fenomeno banditesco. Siccome la rivoluzione si autoproclama aprioristicamente come l’incedere stesso della storia, ed anzi il suo stesso risultato[6] (in quanto avvenire necessario) e la volontà della “minoranza illuminata” si autopresenta come il principio stesso di ogni legalità, ne deriva che chiunque vi si opponga si configura come un nemico del “progresso”, e della “luce” – insomma, come un folle od un criminale – tale da non potere avere diritto ad alcun riconoscimento, che non si traduca nella volontà di annientamento (ovvero come tale di esclusione radicale dalla realtà, sotto ogni profilo).
Infatti, come è stato rilevato, la rivoluzione, in quanto tale – ovvero come categoria concettuale che si identifica col processo cui dà luogo – autocomprendendosi come “la liberazione, per via politica, dell’uomo dall’«alienazione» a cui si trova costretto dagli ordini sociali sinora realizzati”[7] comporta “perciò la sostituzione della politica alla religione nella liberazione dell’uomo”[8]. Donde la pretesa secondo la quale ogni ostacolo sia pure inerziale sul suo cammino, e lungo l’asse del suo vieppiù radicale sviluppo, costituisca di per sé un crimine (o un tradimento), il quale non avrebbe (proprio perché tale) alcun valore ed alcuna dignità, e di fronte al quale non sarebbe possibile se non impietosamente la prassi della riduzione al nulla.  
Ora, proprio intendendo la radicalità della categoria di rivoluzione come processo (di cui le diverse fasi inverano altrettante espressioni), è possibile osservare – come ha fatto Augusto Del Noce – che, assumendola nel suo significato etico-politico come “sorgimento di un ordine nuovo […] non spiegabile come la semplice evoluzione del passato”[9], in questo senso “si suol dire […] che il Risorgimento italiano è stato un processo rivoluzionario”[10]. Esso, proprio volendo “rigenerare” l’Italia, intende dare ad essa una vita del tutto nuova, che in quanto tale considera ogni residuo del passato come il contatto con la morte, escludendo pertanto che possa avere legittimità ogni resistenza all’avanzare della resurrezione immanentizzata[11]. Donde inevitabilmente la considerazione come opera criminale anche solo del concepire una opposizione alla nuova vita rigenerata.
D’altra parte, mentre i cosiddetti briganti non erano soliti (né avvertivano l’esigenza di) “parlare” di sé, la gran parte delle ricostruzioni per quanto riguarda la penisola italiana (a partire da Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, pubblicato nel 1864 dal conte Bianco di Saint Jourioz)[12] si devono all’iniziativa di cronisti e studiosi, prima di matrice liberale poi di impostazione marxista, che hanno fatto gravare sul fenomeno il peso di interpretazioni che lo hanno ridotto o ad una manifestazione criminogena di un endemico banditismo o ad una inconsapevole espressione di una incipiente lotta di classe.
   
1. 2.  E’ noto, infatti, che per la storiografia risorgimentale e liberale il brigantaggio fu essenzialmente un fenomeno criminale, retaggio di un atavico malcostume, frutto di una radicale ignoranza del processo “risorgimentale”, eterodiretto rispetto agli stessi scopi particolari delle formazioni locali. Esemplarmente, va ricordato che per Aurelio Saffi[13] il brigantaggio mira anzitutto alla rapina dei beni altrui,  mentre per Francesco Saverio Nitti[14] si tratta, in radice, di una rivolta contro le antiche strutture conservate dal nuovo regime. Analogamente, Giustino Fortunato[15] sostiene che si tratti della reazione della plebe contro la classe dirigente.
            L’interpretazione marxista – secondo i parametri propri del materialismo storico-dialettico – considera il brigantaggio essenzialmente in termini di incipiente ed inconsapevole lotta di classe, ove il ribellismo contadine trae alimento da remoti conflitti sociali. In questa prospettiva per Franco Molfese[16] la ricostruzione delle vicende del brigantaggio va essenzialmente ricondotta alla rivolta dei ceti subalterni contro i “galantuomini”; mentre per Giorgio Candeloro[17] va evidenziato che le richieste dei contadini in rivolta nell’Italia postunitaria riguardavano fondamentalmente miglioramenti materiali (come l’accesso alla proprietà fondiaria).
            Nell’uno come nell’altro filone interpretativo – come risulta anche solo ad una prima ricognizione – le motivazioni ideali (religiose, morali e politiche), le ragioni della lealtà (personale e comunitaria), le vive ed urgenti rivendicazioni in termini di giustizia (di fronte alle vessazioni, alle offese ed alle spoliazioni subite dalle popolazioni per effetto dell’abbattimento dell’ordine tradizionale) vengono trascurate o subordinate a parametri storiologici, che finiscono per sovrapporsi alla realtà storica piuttosto che renderne ragione. In questo contesto un tendenziale esclusivismo conduce a sacrificare agli schematismi interpretativi ed alle generalizzazioni empiriche la plenaria e concreta umanità di un mondo storico che subì ed avvertì come estraneo ed ostile tutto il processo rivoluzionario di costituzione del nuovo Stato liberale italiano (nato nel 1861 sulla base di premesse ideologiche che, essendo come tali delle radicali opzioni fondative – poste al di là e contro la natura e la storia – costituivano un elemento di divisione piuttosto che di unificazione).
            Per quanto riguarda la ricostruzione dell’autentica fisionomia del brigantaggio, ovvero la storia della guerriglia condotta dalle popolazioni dell’antico Regno delle due Sicilie (ma non solo) contro l’instaurazione del nuovo Stato unitario-liberale (che cancellando gli antichi Stati preunitari attuava una vera e propria rivoluzione nazionale, attraverso la ripresa e l’estensione dei principi della Rivoluzione francese), si può osservare il riproporsi della ineliminabile tensione (anzi, contraddizione) tra storia e ideologia. La storia (intesa come storiografia) attinge la sua ragion d’essere dalla memoria (e dalle sue pluriformi testimonianze) “e la memoria è autentica se e solo se […] ritiene la verità, ovvero è conforme agli accadimenti ai quali si riferisce. Mentre le ideologie, sovvertendo a vantaggio della prassi il rapporto tra il pensiero e la realtà, nel senso di una strutturale subordinazione del fatto al progetto – ovvero di quanto è già rispetto a quanto si vuole che sia – danno luogo ad una inverificabile mitopoiesi. Poiché l’ideologia pretende di modificare radicalmente la realtà nel segno di un azzeramento del tempo [storico] e della memoria, per la sua stessa dinamica interna trapassa dalla concretezza degli avvenimenti all’ipostatizzazione di forme di giustificazionismo, che assolvono i fallimenti dell’utopia, celano i misfatti delle rivoluzioni, esaltano i protagonisti dei diversi momenti dell’itinerario ideologico, e “producono” episodi che ne inverino la pretesa prometeica”[18].
“Insomma, mentre la storia ha nella determinatezza di atti e fatti la sua autenticità, l’ideologia pretende di avere in se stessa il criterio della realtà [con ciò ad essa effettivamente sostituendosi], nello spazio come nel tempo. La storiografia – per la sua stessa natura […] non può che essere sempre disponibile a lasciarsi giudicare dai fatti (alla luce dei quali sono sempre possibili revisioni, integrazioni e correzioni). L’ideologia pretende invece un dominio – e pertanto un controllo – sul futuro come sul passato. La storiografia, in quanto presuppone un’intelligenza realistica, ricerca e ricostruisce, in una parola studia, poiché ha la sua verità nella realtà. L’ideologia, in quanto è espressione di un pensiero strumentale, riduce ad una griglia interpretativa totalizzante quanto è altro da sé e celebra se stessa come sola luce che avrebbe diritto a qualunque costo di diradare, fino ad annientare le “tenebre” più o meno fitte nel passato o nel presente.”[19].    
             
1. 3.     Coloro i quali respingevano più o meno esplicitamente il nuovo ordine rivoluzionario non erano solo contadini, ma anche operai, commercianti, magistrati,  né si trattò di un fenomeno riducibile ai soli centri rurali, giacché le reazioni antiunitarie e antiliberali si verificarono anche nelle città più o meno popolose e nella stessa capitale. Né il fenomeno può essere liquidato come atavico retaggio di un endemico stato di insicurezza e di banditismo, giacché nulla di eguale o di effettivamente assimilabile si era verificato nei decenni precedenti. Né può dirsi fenomeno eterodiretto ed artificioso, dovuto a trame derivanti da una intenzionale sobillazione delle popolazioni, dal momento che – come attestano le cronache dell’epoca – la gran parte delle insurrezioni popolari costituì, almeno nelle prime fasi la risposta ad atti di profanazione, spoliazione o vessazione – insomma, di palesi ingiustizie – di cui si resero responsabili i protagonisti (in primo luogo garibaldini) dell’abbattimento dell’ordine precedente.       
In realtà, il complesso di vicende che si è soliti definire come brigantaggio costituisce un capitolo dello scontro che si consumò, negli anni che complessivamente vanno dal 1861 al 1870, tra il nuovo regime liberale che reggeva l’Italia appena politicamente unificata e coloro i quali – in prevalenza contadini, artigiani, ex militari dell’esercito napoletano, cui si aggiunsero anche alcuni esponenti della nobiltà legittimista europea come il conte de Christen o il generale Borjes – difendevano (più o meno consapevolmente) la tradizione religiosa, politica e civile del  popolo delle Due Sicilie.
            Fu un decennio di brutale violenza, durante il quale furono seminati disprezzo e odio nei confronti delle popolazioni insorgenti. Gli stessi militari dell’esercito del nuovo Regno d’Italia ne furono travolti: ai 23 mila uccisi in combattimento, bisogna aggiungere alcune centinaia di suicidi e non meno di un migliaio di disertori, molti dei quali passarono dalla parte dei  cosiddetti briganti.
Sul fronte della resistenza popolare cattolica e legittimista – come in realtà bisognerebbe designare il brigantaggio – si contarono non meno di 250 mila morti, tra uccisi in combattimento, fucilati dopo la cattura e prigionieri periti in carcere. I condannati furono nel complesso circa 500 mila. I deportati già nel 1865 raggiungevano la considerevole cifra di 12 mila.
Molti, tra essi ufficiali e soldati che secondo le capitolazioni firmate dai comandanti dell’esercito napoletano avrebbero dovuto essere lasciati tornare alle proprie case, morirono di stenti in veri e propri luoghi di concentramento, a centinaia di chilometri dalle proprie famiglie. Numerosi furono tra essi quelli che si spensero nel forte di Fenestrelle (in Piemonte), in condizioni di prigionia disumane, col solo torto di avere combattuto dalla parte di chi aveva perso una guerra (peraltro mai dichiarata, e paradossalmente combattuta in nome della “fraternità” tra gli italiani). 
Solo in Basilicata, tra il 1861 e il 1863 vi furono 1038 fucilati, 2413 uccisi negli scontri e 2763 arrestati tra briganti e presunti tali. Interi paesi, come Pontelandolfo e Casalduni (nel Beneventano) furono distrutti e incendiati per ordine degli ufficiali incaricati di reprimere il brigantaggio, senza risparmiare nella repressione donne, vecchi, bambini e sacerdoti inermi.
La resistenza contro l’arrivo di garibaldini e piemontesi, accolti tutt’altro che come liberatori, aveva avuto inizio prima della proclamazione ufficiale del nuovo Regno d’Italia (1861), quando ancora l’esercito napoletano combatteva al Volturno e poi a Gaeta, con la sollevazione di interi centri rurali del Casertano, i quali insorsero, mettendo a mal partito gli esponenti dei gruppi liberali locali, che le popolazioni consideravano sacrileghi ed invasori.
Di lì a  poco (15 febbraio 1861) si sollevarono i paesi lucani di Tricarico, Montescaglioso, Stigliano, Lavello, Grottole, Laurenzana, Montemurro e Ferrandina. Dopo la resa della fortezza di Gaeta le insorgenze popolari, lungi dal cessare per la capitolazione avvenuta, si moltiplicarono in tutto il territorio dell’antico Regno delle Due Sicilie – da un capo all’altro del suo territorio – comprendendo anche popolazioni di quello che era stato il più che millenario Stato pontificio.    
La legge Pica – che fu il principale strumento giuridico col quale il nuovo regime liberale represse ogni dissenso delle popolazioni meridionali – impose lo stato d’assedio e la corte marziale a tutte le regioni del Sud, conferendo veste di legalità formale alla durissima repressione militare e poliziesca già in atto. Chiunque fosse solo sospettato di essere un “brigante” poteva essere passato per le armi di fatto senza processo. Chiunque desse qualche aiuto (anche solo fornendo cibo o vestiario) o non denunciasse un “brigante”, comprese madri, mogli e figlie, era passibile dell’ergastolo. Chiunque circolasse senza lasciapassare incorreva nell’arresto immediato. Le famiglie dei presunti briganti potevano essere condannate al domicilio coatto.
Nei soli primi due mesi di applicazione della legge Pica si ebbero 1035 esecuzioni e 6564 arresti. Ragazzine di appena dieci anni, che avevano la sola “colpa” di essere figlie di “briganti”, furono condannate a venti anni di carcere e furono separate dalle madri, anch’esse imprigionate come complici, in sostanza per il solo vincolo familiare che le univa agli accusati. Intere famiglie furono smembrate e deportate.
Tutto ciò, fino ad un progetto di deportazione (nel 1868) – poi vanificato dalla cronica mancanza di fondi dello Stato postunitario – che avrebbe dovuto, secondo le intenzioni del presidente del consiglio Menabrea, trasferire in una colonia penitenziaria da costituire in una piccola isola del Borneo, tra i 10 e 15 mila detenuti,  in gran parte “briganti e brigantesse”, ovvero contadini insorti, disertori del nuovo esercito e renitenti alla leva obbligatoria (che allora prevedeva una ferma di ben tre anni) nonché ufficiali borbonici e papalini imprigionati ma restati fedeli all’antica causa.


2. La memoria delle ragioni.

2. 1.     Uno sguardo, sia pur sommario, ai fatti relativi al brigantaggio smentisce ogni riduzionismo ideologico, che come tale deforma la ricostruzione storiografica e, piuttosto che intenderli, si sovrappone agli avvenimenti. Di fronte a tali avvenimenti, l’intelligenza realistica del brigantaggio ha avuto una penetrante analisi negli articoli che la rivista “La Civiltà Cattolica”, dedicò a tale fenomeno tra il 1861 e il 1870 (attualmente raccolti e ripubblicati dopo oltre un secolo, per la prima volta congiuntamente, in un volume monografico)[20].   
Il brigantaggio, ma meglio si direbbe (come precedentemente rilevato) la resistenza cattolica e legittimista contro la rivoluzione laicista e liberale – secondo la Rivista – non può essere spiegato, come pure taluno non mancava di fare, imputandolo alle condizioni geografiche, sociali ed economiche ereditate da un passato più o meno lontano. Ciò, almeno per un motivo: siccome tali condizioni esistevano anche precedentemente, non si spiegherebbe perché mai esse abbiano prodotto i loro effetti solo all’indomani dell’unificazione della Penisola.
E’ un fatto incontrovertibile invece che – secondo le parole del padre Matteo Liberatore – “appena avvenuta l’invasione, [da parte garibaldina e piemontese] tosto apparvero in tutti i punti del regno bande reazionarie, a combattere le quali da quattro anni vi è stato uopo adoperare un intero esercito, con a capo i più feroci condottieri, porre in istato d’assedio permanente quasi tutte le province […] venire  misure non solo extracostituzionali ed extralegali, ma tiranniche ed inumane”[21].
Bisogna, pertanto, cercare altrove le ragioni del brigantaggio: esse sono ben diverse da quelle  esibite da autori intenti a giustificare pregiudizialmente lo Stato unitario liberale, e perciò volti ad attribuirne ogni responsabilità al precedente regime. Al riguardo – osserva testualmente il padre Liberatore – vi è un elemento che va oggettivamente considerato: l’“odio cioè che i popoli meridionali hanno del nuovo Regno, e […] [l’] amore che serbano per la propria indipendenza sotto lo scettro del loro legittimo Principe”[22].
Essenzialmente, quindi, la causa del brigantaggio – per la Rivista – è politica, nel senso più ampio del termine. Si tratta del rifiuto del nuovo sistema di governo che in pochi anni ha immiserito la popolazione, ha imposto una fiscalità gravosissima, ha fatto regredire le istituzioni educative, ha creato le condizioni per la concentrazione della proprietà in poche e spregiudicate mani. S’intende, così, perché il brigantaggio abbia ottenuto il sostegno massiccio delle popolazioni, nonostante i rischi che ne derivavano
Il padre Carlo Piccirillo non teme di sintetizzare il giudizio sul brigantaggio in termini netti e inequivocabili: “Questo che voi chiamate con nome ingiurioso di Brigantaggio – scrive – non è che una vera reazione dell’oppresso contro l’oppressore, della vittima contro il carnefice, del derubato contro il ladro, in una parola del diritto contro l’iniquità. L’idea che muove cotesta reazione è l’idea politica, morale e religiosa della giustizia, della proprietà, della libertà”[23].
Il brigantaggio esprimeva – argomentano i redattori della “Civiltà Cattolica” – una radicale forma di contestazione del nuovo Stato unitario, dal punto di vista politico, religioso, sociale, economico. Tale fu la tesi che la Rivista sostenne in polemica con la Relazione Massari (1863)[24], di cui – in due cospicui e vivaci articoli redatti dal padre Piccirillo – svolse una serrata critica.
La Relazione – frutto di una inchiesta ordinata dal Parlamento – individuava le motivazioni del fenomeno essenzialmente nell’ambito sociale ed economico (assolvendo di fatto la politica della classe dirigente liberale). La tesi, però, non reggeva, e l’esame critico ne evidenziava esplicitamente tutta la debolezza, anzi finiva per dimostrare proprio l’opposto delle conclusioni dell’Inchiesta.
Certo, rileva lo scrittore gesuita, il brigantaggio richiede un discorso complesso, che non taccia sulla presenza tra i combattenti di “pessimi soggetti”, i quali prorompono talvolta – per rappresaglia o per necessità di approvvigionarsi – in violenza “che nessun’altra bandiera esecra tanto quanto la loro”[25]. Tuttavia, a considerarlo con attenzione ed onestà intellettuale, esso non può essere affatto ridotto a mero problema di ordine pubblico. Se, infatti, la sua origine fosse da ricercare semplicemente nella povertà o nella corruzione, non si spiegherebbe perché mai i suoi effetti si sarebbero mostrati solo dopo il 1860 e non parimenti nei decenni precedenti.
Né vanno confusi prepotenti e criminali con coloro i quali hanno deciso di resistere al regime delle annessioni. “I briganti - osserva il medesimo scrittore gesuita - nel Napoletano non comparvero per lo addietro che in due epoche soltanto, nel 1796 cioè e nel 1806: vale a dire sempre e solo allora che lo spodestamento del loro Re legittimo, mercé di armi sleali e di felloneschi tradimenti, consigliò i più risoluti dei suoi sudditi ad opporsi colle armi in mano ai nuovi oppressori del loro Re. Erano legittimisti, che sorgevano a difendere una nobile causa, col pericolo […] della loro vita. Ritornarono i Borboni sul loro soglio; e vi sedettero tranquillamente fino al 1860; e in tutto questo tempo, non vi fu pare un solo caso di Brigantaggio. Succede un nuovo assalimento di armi forestiere, e un nuovo rimescolio di tradimenti interni […] ed ecco nuovamente in campo i briganti combattere ad oltranza”[26].
Né si può imputare semplicemente alla povertà o alla mancanza di senso della giustizia l’insorgere della ribellione. Chi poi volesse scusare la politica del nuovo governo, affermando che il fenomeno non si era manifestato precedentemente solo a motivo della repressione, dimenticherebbe ipocritamente le proporzioni tra le poche condanne eseguite prima e le migliaia di condanne comminate dopo l’Unità.
Quando la Relazione ritiene che le cause prossime del brigantaggio siano, in definitiva, da individuarsi nel mutamento dinastico, nella dissoluzione dell’esercito e nella legislazione sulla leva militare, ciò finisce obiettivamente per provare – nota energicamente la Rivista cattolica – che “il Brigantaggio è vera difesa della nazionale indipendenza, è la parte militante di quella fazione politica che, in cento guise resiste al nuovo occupatore”[27].
E’ vero, infatti, che i giovani detestano la coscrizione obbligatoria imposta dallo Stato liberale, ma effettivamente essi mostrano – così si esprime lo stesso autore – “non avversione alla milizia ma alla bandiera […] si fan briganti piuttosto che soldati, perché il brigante combatte pei Borboni il soldato deve combattere pei Savoia”[28].
Le ragioni ideali del brigantaggio assurgono, così, ad una singolare dignità. Il brigante – dichiara risolutamente il padre Piccirillo – lungi dall’essere un criminale insofferente ad ogni freno di giustizia, in sostanza, “non ha altra fame che di difendere la religione dei suoi avi, il buon diritto del suo Re, l’indipendenza della patria”[29]. Anche se il termine non è casuale: esso, come tale sottende un giudizio (anzi un pregiudizio ideologico) e viene intenzionalmente impiegato dal nuovo regime, per screditarne radicalmente ogni istanza.
Di fronte alle conclusioni della Relazione Massari, la quale asserisce l’esistenza di una direzione esterna della ribellione, con una centrale nello Stato Pontificio (situazione ipotizzata come risolvibile solo con una prossima annessione), la “Civiltà Cattolica” fa presente che (ciò  ammesso ma non concesso) ci si troverebbe, comunque, solo di fronte al tentativo di reintegrare un ordine violato. Mentre ribatte che appare quanto mai singolare lo sdegno a tal riguardo, proprio da parte di coloro che per anni hanno apertamente fomentato i moti rivoluzionari presso gli altri Stati della Penisola.
La classe dirigente liberale – ricorda il testo in parola – ha contribuito a moltiplicare e radicalizzare le opposizioni, non solo con spoliazioni e vessazioni di ogni sorta (anzitutto nei confronti degli ordini religiosi), ma ancor più con una repressione spietata, che ha  scavato un solco profondo tra il nuovo Stato unitario (sentito come occupante) e le popolazioni meridionali (sottoposte a provvedimenti umilianti ed oppressivi). Fino a ricorrere allo stato d’assedio, e a mettere i tre quarti del territorio di quello che era stato il Regno delle Due Sicilie “sotto il comando militare, con la sospensione di tutte le libertà […] civili”[30].
Insomma, la Rivista, nel respingere le argomentazioni dell’Inchiesta Massari, non teme di definire essenzialmente il brigantaggio (nel suo complesso) come una legittima difesa delle popolazioni meridionali a tutela dei propri diritti, conculcati da una nuova classe dirigente estranea ed ostile; anzi, per riferirne testualmente le espressioni, come “una vera reazione dell’oppresso contro l’oppressore […] in una parola del diritto contra l’iniquità”[31].

2. 2.     La considerazione del giudizio della “Civiltà Cattolica” sul brigantaggio manifesta un triplice significato, ovvero di carattere documentario, di carattere testimoniale e di carattere interpretativo. Tale giudizio, cioè, offre un documento di innegabile rilievo, che attesta l’incidenza epocale della resistenza antiliberale ed antiunitaria, e la determinata sicurezza di valutazione che la più importante tra le riviste cattoliche dell’epoca (ed anche la più vicina alle posizioni del Papa) offriva sulla questione. Parimenti va rilevato che la testimonianza di tale giudizio si compie con linearità e franchezza argomentativa, mentre gli avvenimenti sono in corso, ovvero mentre la guerriglia popolare è in atto e contro di essa è massicciamente dispiegato, sotto l’usbergo di leggi eccezionali, l’esercito del nuovo Regno d’Italia. Ma soprattutto va rimarcato che l’interpretazione del significato, o meglio la valutazione del brigantaggio in quanto tale, è affrontata come questione di rilievo dottrinale. Non si tratta, in definitiva, del favore per una causa, veduta come propria e perciò sostenuta, ma dell’apprezzamento sotto il profilo etico-giuridico-politico, per un movimento combattente di cui, al di là della cronaca di uomini ed episodi, si pongono in rilievo le ragioni di fondo. Tale giudizio risulta, così, obiettivamente di tanta rilevanza che ogni indagine storica sul brigantaggio non può trascurarne la presenza e l’incidenza.
Ora, se il giudizio storico attinge i suoi dati dal quadro documentario, è appunto a tale condizione che la ricostruzione storiografica può attuarsi, avendo come criterio decisivo ed ineludibile l’accertamento della verità. La storia autentica non teme la verità, che costituisce anzi la sua stessa ragion d’essere. Né teme, quindi, ogni revisione interpretativa che alla luce dei fatti possa essere esibita. Sono, viceversa, le ideologie, che subordinano la teoria alla prassi, assimilando la prima alla seconda,  a rifiutare il criterio della verità, precipitando nella tirannia dell’opinione (assolutizzata).
D’altra parte,  la considerazione degli avvenimenti che costituiscono i passaggi nodali della storia di una nazione entra a pieno titolo nell’integrità della memoria storica. Il brigantaggio è appunto uno di questi passaggi tanto drammatici quanto decisivi. Ora, se è vero che la memoria è il luogo del riconoscimento dell’identità storica (la quale a sua volta presuppone l’identità ontologica, senza la quale quella storica non avrebbe alcun fondamento), ciò è obiettivamente indissociabile dal giudizio di valore (e quindi dai valori come criteri metafisicamente fondati) che non può non accompagnare la consapevolezza degli avvenimenti e la valutazione di una tradizione.
E’ appunto tale integrità della memoria, assiologicamente fondata e vagliata – al di là delle colpevoli amnesie e delle manipolazioni ideologiche – che occorre perché l’identità religiosa, culturale e civile sia obiettivamente autentica e perciò deontologicamente trasmissibile. Entrambe – memoria ed identità, in quanto tali sottoposte al criterio della verità e della giustizia – costituiscono parti integranti del bene comune[32], e perciò sono imprescindibili per la rettitudine della vita politica. Entrambe – memoria e identità, nell’ordine del bene comune – assicurano una autentica continuità del tessuto storico che annoda la solidarietà tra le generazioni e che costituisce la premessa ineludibile per ogni amicizia politica.

2. 3. In sostanza, il giudizio della “Civiltà Cattolica” (tra 1861 e 1870) sul brigantaggio (nel suo complesso) ripropone mutatis mutandis la valutazione categoriale che sulla rivolta delle popolazioni vandeane durante, e contro, la rivoluzione francese[33], esprime incisivamente François Furet. Egli osserva, infatti, che “non v’è differenza sostanziale fra il Terrore che ha martirizzato la Vandea e il Terrore rivoluzionario in generale”[34]. In questo senso – si può dire della resistenza vandeana, come, in certo modo, del brigantaggio postunitario (pur se forse con meno nitida consapevolezza ideale da parte di quest’ultimo) – “se questo episodio storico relativamente breve ha lasciato tracce tanto considerevoli nella politica francese, ciò è dovuto al fatto che è assurto immediatamente a simbolo dello scontro tra rivoluzione e controrivoluzione”[35].
            La valutazione della “Civiltà Cattolica” pone in radice la questione del brigantaggio come problema della legittimità, nel suo senso più autentico, ovvero come legittimità sostanziale[36]. Si tratta, per la Rivista, della reazione legittima, in quanto fondata sulla giustizia, richiesta dal bene comune e radicata nel diritto, del “popolo vero nei confronti del «piccolo popolo ideologico»”[37]. La legittimità del brigantaggio è nella legittimità dei beni che intende difendere, è nel diritto dei diritti che rivendica, è nel dovere ad ottemperare a doveri che altrimenti sarebbero conculcati. Talché la legittimità sostanziale, intesa come qualità oggettiva che denota assiologicamente il potere (o meglio chi lo detiene e lo esercita) nel suo contenuto[38] – al di là dell’effettualità del potere o dell’ideologia – è per la “Civiltà Cattolica” connotato degli insorgenti antirivoluzionari e non del nuovo Stato liberalnazionale.
            Come si può rilevare, quindi, per la Rivista, le ragioni del brigantaggio non sono valide perché autentiche (cioè sincere), né sono tali perché condivise, né, analogamente lo sono perché sostenute dal popolo. Le ragioni del brigantaggio non sono valide, insomma, in quanto ragioni “di parte”, giacché in tal senso non potrebbero distinguersi assiologicamente da quelle di qualsiasi altra parte. Neppure le ragioni del brigantaggio sono tali perché proprie degli sconfitti. Come, infatti, il successo non è metro del diritto, allo stesso modo neppure può dirsi tale l’insuccesso. Come l’essere vincente non è, perciò stesso, sinonimo di bontà dell’azione (sia quanto al fine sia quanto ai mezzi), così allo stesso modo l’essere sconfitto non equivale alla validità obiettiva della causa propugnata.
Neppure, la Rivista invoca a sostegno della legittimità del brigantaggio considerazioni soggettive (che, assurte a criterio dirimente, precipiterebbero inesorabilmente nel soggettivismo) come la comune origine meridionale di alcuni degli estensori degli articoli o l’origine “napoletana” della redazione (men che meno vengono invocati contro la legittimità della causa difesa dal brigantaggio recriminazioni, pur fondate e legittime, per le restrizioni subite dalla Rivista nel Regno durante il suo primo periodo). Insomma, si può rilevare che le ragioni del brigantaggio per la “Civiltà Cattolica” non sono valide perché proprie, ma in quanto valide vengono fatte proprie.
Soggiace ad esse la distinzione tra fatto e valore, come tra pretesa e giustizia. Il fatto non è il valore, né il primo si identifica col secondo. Il fatto va illuminato dal valore, per essere inteso e valutato. Perché ne sia attestata l’intrinseca validità, l’immanenza del primo richiede la trascendenza del secondo. Senza la considerazione della giustizia nessuna pretesa potrebbe distinguersi da un’altra. Solo l’intelligenza della giustizia – che, classicamente, è intelligenza del bene e perciò della verità – consente di discernere tra pretesa arbitraria e pretesa legittima.       
D’altra parte, è opportuno rilevare che le considerazioni della “Civiltà Cattolica” non riducono la legittimità a legittimismo. Esse, cioè, non limitano la legittimità alla sola, pur importante, legittimità dinastica, né estenuano la legittimità nel formalismo di se medesima. Neppure, a maggior ragione, la causa della legittimità è assimilata ad una ideologia tra ideologie (ovvero ad assunzione ipotetica ed operativa, prassiologicamente autoreferenziale). La valutazione della Rivista presuppone, in definitiva, che le ragioni della legittimità hanno a proprio fondamento – nel segno del realismo metafisico e gnoseologico – l’intelligenza obiettiva del suum cui compete il debitum, ovvero l’intelligenza della natura delle cose e del bene che da essa si rileva.
In tal senso, la valutazione delle ragioni del brigantaggio, proposta dalla Rivista, costituisce una essenziale considerazione di filosofia della politica applicata. L’intelligenza della legittimità è intelligenza della realtà. Il riconoscimento della legittimità importa l’esercizio della razionalità (classicamente intesa), al di là di ogni soggettivista autopostulatorietà. La rilevazione della legittimità è rilevazione sostanziale, al di là di ogni fenomenistica tipicità. Tanto che si può osservare come la legittimità non solo presuppone la razionalità – nella prospettiva della recta ratio – ma equivale ad essa quanto al valore del giudizio (e delle conclusioni).
Di modo che le ragioni della legittimità sono al tempo stesso le ragioni della giuridicità e della politicità. La legittimità è equivalente della giuridicità e della politicità, nel senso dell’intelligenza del fondamento obiettivo dell’ordine politico nel diritto e nel bene comune. In sostanza, le ragioni della legittimità sono le ragioni della giustizia, ovvero della difesa di ciò che spetta (direttamente ed intrinsecamente) in termini di giustizia o, analogamente, esse consistono nel diritto a compiere il proprio dovere. La legittimità equivale, così, al riconoscimento del bene comune (alla giustizia indissolubilmente connesso) come fine e fondamento della comunità politica, e del primato del bene comune nell’ordine del quale ogni comunità attinge il suo essere ed il suo dover essere.         
                                                                                            
Giovanni Turco


[1] La bibliografia relativa al Brigantaggio postunitario in Italia, già per sé cospicua quanto a documenti ed a ricostruzioni complessive (basti pensare che si possono contare sul tema circa novecento titoli), si è andata ampliando notevolmente, soprattutto nella direzione delle ricerche (di diverso livello di approfondimento) incentrate su figure, episodi e contesti particolari. Sul tema (a titolo esemplificativo e tenendo conto di una evidente diversità di impostazione e di documentazione) cfr. A. GRIPPO, Uno Dio e uno re. Il brigantaggio come guerra nazionale e religiosa, il Giglio, Napoli 2008; L. CAPUANA (a cura di), La Sicilia e il brigantaggio, Edi. bi. si, Messina 2005; G. BOURELLY, Il Brigantaggio dal 1860 al 1865, Osanna, Venosa 2004; F. M. AGNOLI, Dossier Brigantaggio. Viaggio tra i ribelli al borghesismo e alla modernità, Controcorrente, Napoli 2003; O. ROSSANI, Stato, società e briganti, Pianetalibroduemila, Possidente 2002; G. VITALE – M. DI GIOVINE – G. DE CRESCENZO – G. TURCO, La difesa del Regno, Editoriale il Giglio, Napoli 2001; F. PAPPALARDO, Perché briganti. La guerriglia legittimista e il brigantaggio nel mezzogiorno d’Italia dopo l’Unità (1860-1870), Tekna, Potenza 2000; M. DI CUGNO, Storia del brigantaggio in Basilicata, Tekna, Potenza 2000; G. ODDO, Il brigantaggioo l’Italia dopo la dittatura di Garibaldi, 3 voll., rist., Dante & Descartes, Napoli 1997; M. TOPA, I briganti di Sua Maestà, Fratelli Fiorentino, Napoli 1994; C. BARTOLINI, Il brigantaggio nello Stato pontificio,  Polla, Cerchio 1989; T. PEDIO, Brigantaggio meridionale (1806-1863), Capone, Cavallino di Lecce 1987; AA, VV,, Brigantaggio, lealismo repressione nel Mezzogiorno, Macchiaroli, Napoli 1984; T. PEDIO, Inchiesta Massari sul brigantaggio, Relazioni Massari-Castagnola. Lettere e scritti di Aurelio Saffi, Osservazioni di Pietro Rosano. Critiche della “Civiltà Cattolica”, Laicata, Mandria 1983; F. MOLFESE, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano 1983; A. ALBONICO, La mobilitazione legittimista contro il Regno d’Italia: la Spagna e il brigantaggio meridionale postunitario, Giuffrè, Milano 1979; A. LUCARELLI, Il brigantaggio politico nelle Puglie dopo il 1860, Longanesi, Milano 1968; A. DE JACO (a cura di), Il brigantaggio meridionale. Cronaca inedita dell’Unità d’Italia, Editori Riuniti, Roma 1965; G. DE SIVO, Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861, rist., Berisio, Napoli 1964; D. CAPECELATRO GAUDIOSO, Reazioni a Napoli dopo l’Unità, Berisio, Napoli 1963; T. PEDIO, Reazioni alla politica piemontese ed origine del brigantaggio in Basilicata, Chicca, Trivoli 1961.       
[2] Esemplare al riguardo si può considerare l’attenzione suscitata particolarmente da figure come quella del generale Borjes, del conte De Cristhen, , del marchese de Trazégnies, ma anche del sergente Romano, di Carmine Donatelli detto Crocco, di Luigi Aloni detto Chiavone. Cfr. J. BORJES, Un guerrigliero tra i briganti di Crocco, a cura di A. Maggiorella, EdierrEditrice, Lavello 2008; IDEM, Con Dio e con il re: diario di guerra del generale legittimista in missione impossibile per salvare il Regno delle Due Sicilie, introduzione di F. M. Agnoli, Controcorrente, Napoli 2005; J. BORJES, Da hidalgo a brigante: il diario di un’avventura e altri documenti, a cura di G. Custodero, Capone, Lecce 2001; IDEM,, La mia vita tra i briganti, a cura di T. Pedio, Lacaita, Manduria 1964; E. T. DE CRISTHEN, Diario di un soldato borbonico nelle carceri napoletane, il Giglio, Napoli 1996; A. LUCARELLI, Il sergente Romano: brigantaggio politico in Puglia dopo il 1860, pref. di G. Giacovazzo, Palomar, Bari 2003; C. CROCCO, Come divenni brigante, a cura di M. Proto, Lacaita, Manduria 1995; A. GRIPPO, op. cit., pp. 83-87.      
[3] L’arco temporale indicato propone una periodizzazione che anziché fermarsi al 1866 (anno dell’epilogo del cosiddetto brigantaggio politico) si estende fino al 1870, in quanto la considerazione complessiva ed essenziale del fenomeno non può non giungere (pur senza negare l’importanza degli avvenimenti europei del 1866, per il consolidarsi del nuovo Regno d’Italia sotto il profilo territoriale ed internazionale) fino al 1870, anno in cui si registrano gli ultimi fenomeni con caratteristiche sostanzialmente insurrezionali, ma anche anno in cui, con la conquista di Roma e la conseguente cancellazione dello Stato pontificio, mentre la situazione europea pare chiudere definitivamente la possibilità concreta di appoggi alla causa legittimista in Italia, la questione della libertà del Papa e della Chiesa assumono una evidente priorità per le popolazioni italiane.   
[4] Per una considerazione teoretica del significato della memoria storica, cfr. G. TURCO, Memoria storica e assiologia storiografica, in “Nova Historica”, II (2003), 5, pp. 147-164; IDEM, Storia e memoria come condizioni assiologiche della storiografia: la prospettiva di san Tommaso d’Aquino, in Atti del Congresso Internazionale su L’umanesimo cristiano nel terzo millennio: la prospettiva di Tommaso d’Aquino (21-25 settembre 2003), vol. III, Pontificia Academia Sancti Thomae Aquinatis, Città del Vaticano 2006, pp. 607-624; IDEM, L’autenticità della memoria storica: principi fondativi tomistici, in “Nova Historica”, VII (2008), pp. 14-32; IDEM, Significati della memoria e senso della storia in prospettiva tomistica, in “Civiltà Europea”, I (2008), pp. 173-188.
[5] Per una essenziale e puntuale ricostruzione storiografica sul tema, cfr. R. GIRARDET, La Vandea  nel leggendario nazionale francese, in AA. VV., La Vandea, Corbaccio, Milano 1995, pp. 133 – 140; A. FORREST, Lo sguardo all’estero: la Vandea nella storiografia anglosassone, in AA. VV., La Vandea, cit. , pp. 141 – 153. 
[6] Cfr. A. DEL NOCE, Il problema dell’ateismo, IV ed., il Mulino, Bologna 1990, p. 363.
[7] Ivi, p. 361.
[8] Ivi, pp. 361-362.
[9] Ivi, p. 361.
[10] Ibidem.
[11] Sulle teorie risorgimentali della nazione (e sul loro carattere volontaristico-storiologico), cfr. G. TURCO, L’identità nazionale italiana, in a cura di M. VIGLIONE (a cura di), La rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento, il Minotauro, Roma 2001, pp. 53-75.
[12] Cfr. C. A. BIANCO DI SAINT JORIOZ, Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, G. Daelli e C., Milano 1864; V. TOFANI, Il brigantaggio alla frontiera pontificia (in risposta al conte Bianco di Saint Jorioz), Tipografia del Giornale di Napoli, Napoli 1864.. 
[13] Cfr. T. PEDIO, Inchiesta Massari sul brigantaggio, Relazioni Massari-Castagnola. Lettere e scritti di Aurelio Saffi, Osservazioni di Pietro Rosano. Critiche della “Civiltà Cattolica”, cit.; A. SAFFI, Aurelio Saffi: ricordi e scritti, introduzione di Giovanni Spadolini, Analisi, Bologna 1992; A. SAFFI, 1861-1863. Scritti di Aurelio Saffi, Analisi, Bologna 1992; A. SAFFI, 1867-1872. Scritti di Aurelio Saffi, Analisi, Bologna 1992; A. SAFFI, 1861-1863. Scritti di Aurelio Saffi, Analisi, Bologna 1992; A. SAFFI, 1871-1872. Scritti di Aurelio Saffi, Analisi, Bologna 1992.
[14] Cfr. F. S. NITTI, Le brigandage de l’Italie méridionale à l’époque des Bourbons: la légende et l’histoire, Bureau de la Revue Politique et Parlementaire, Paris s. d. [ma dopo il 1900]; IDEM, Scritti sulla questione meridionale, Laterza, Bari 1958-1978; IDEM, Scritti politici di Francesco S. Nitti, introduzione e cura di R. P. Coppini, Feltrinelli, Milano 1980.       
[15] Cfr. G. FORTUNATO, Che cosa è la questione meridionale, Calice, Rionero in Vulture 1993.
[16] Cfr. F. MOLFESE, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, cit..
[17] Cfr. G. CANDELORO, 1. Le origini del Risorgimento, Feltrinelli, Milano 1975; IDEM, 2. Dalla Restaurazione alla Rivoluzione nazionale, Feltrinelli, Milano 1960; IDEM, 3. La Rivoluzione nazionale, Feltrinelli, Milano 1974; IDEM, 4. Dalla Rivoluzione nazionale all’Unità, Feltrinelli, Milano 1974; IDEM, 5. La costruzione dello Stato unitario, Feltrinelli, Milano 1974.
[18] G. TURCO, Prefazione a V. CICALE – G. VERRENGIA, Il Catechismo reale di mons. Pietro De Felice e la grande insorgenza del 1799, Controcorrente, Napoli 2000, pp. 5.
[19] Ivi, pp. 5-6.
[20] Cfr. G. TURCO (a cura di), Brigantaggio, legittima difesa del Sud. Gli articoli della “Civiltà Cattolica”1861-1870, Editoriale il Giglio, Napoli 2000. Sulla posizione della Rivista nei confronti della rivoluzione liberalnazionale italiana, cfr. G. TURCO, “La Civiltà Cattolica” e il Risorgimento, in M. VIGLIONE (a cura di), La rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento, cit., pp. 218-228.
[21] M. LIBERATORE, Del brigantaggio nel Regno di Napoli, in “La Civiltà Cattolica”, serie V, vol. XI (16 giugno 1864), p.3, ora in G. TURCO (a cura di), Brigantaggio legittima difesa del Sud. Gli articoli della “Civiltà Cattolica” (1861-1870), cit., pp. 123-142.
[22] Ivi, p. 17.
[23] C. PICCIRILLO, La relazione della Commissione d’inchiesta intorno al brigantaggio, in “La Civiltà Cattolica”, serie V, vol. VIII (7 novembre 1863), p. 430, ora in G. TURCO (a cura di), Brigantaggio legittima difesa del Sud. Gli articoli della “Civiltà Cattolica” (1861-1870), cit., pp. 67-101. 
[24] Cfr. T. PEDIO, Inchiesta Massari sul brigantaggio, Relazioni Massari-Castagnola. Lettere e scritti di Aurelio Saffi, Osservazioni di Pietro Rosano. Critiche della “Civiltà Cattolica”, cit.; G. MASSARI, Il brigantaggio nelle province napoletane: relazioni dei deputati Massari e Castagnola colla legge sul brigantaggio, Ferrario, Milano 1863.
[25] C. PICCIRILLO, La relazione della Commissione d’inchiesta intorno al brigantaggio, in “La Civiltà Cattolica”, serie V, vol. VIII (5 ottobre  1863), p. 153.
[26] Ivi, pp. 157-158.
[27] Ivi, p. 161.
[28] Ivi, p. 163.
[29] Ibidem.
[30] C. PICCIRILLO, La relazione della Commissione d’inchiesta intorno al brigantaggio, in “La Civiltà Cattolica”, serie V, vol. VIII (7 novembre 1863), cit., p. 432.
[31] Ivi, p. 430.
[32] Per una considerazione essenziale del tema, cfr. G. TURCO, Memoria storica e bene comune, in “L’Alfiere” (Napoli), XIV (2002), 2, pp. 3-4.
[33] Le insorgenze antirivoluzionarie ed antinapoleoniche (dall’invasione del 1796 in avanti) sono state opportunamente accostate alla rivolta vandeana, anzitutto per le loro caratteristiche ispiratrici. Ma omologa continuità, per analogia di ragioni, va rilevata anche a proposito del brigantaggio. Sul tema, cfr. M. VIGLIONE, La Vandea italiana: le insorgenze controrivoluzionarie dalle origini al 1814, Effedieffe, Milano 1995; IDEM, Rivolte dimenticate: le insorgenze degli italiani dalle origini al 1815, Città Nuova, Roma 1999; IDEM, Le insorgenze: rivoluzione e controrivoluzione in Italia 1792-1815, ARES, Milano 1999; IDEM, L’identità ferita: il Risorgimento come Rivoluzione e la guerra civile italiana: contributo per una ripresentazione della storia nazionale, ARES, Milano 2006.  
[34] F. FURET, voce Vandea, in F. FURET – M. OZOUF (a cura di), Dizionario critico della Rivoluzione francese, vol. I,  Avvenimenti, protagonisti, Bompiani, Milano 1994, p. 201.
[35] Ivi, p. 200. L’osservazione di Furet – sia pure in proporzioni minori e con il limite di una penetrante damnatio memoriae attuata dall’egemonia dello Stato liberal-risorgimentale – può estendersi anche al brigantaggio postunitario in Italia: “questa storia della Vandea dopo la Vandea è soprattutto quella dell’immaginario politico nazionale, diviso fra l’ancien régime e la rivoluzione. I francesi del XIX secolo non possono amare contemporaneamente le due parti del loro passato: quelli che amano la rivoluzione detestano l’ancien régime, e quelli che rimpiangono l’ancien régime detestano la rivoluzione. La Vandea è uno degli elementi centrali di quest’universo a due dimensioni, che essa contribuisce per eccellenza a strutturare e a rendere eterno, poiché ne costituisce uno dei due poli. Mondo di contadini, di preti e di nobili, essa è la vecchia società. Insurrezione contro la dittatura giacobina è fedeltà alla tradizione” (ivi, p. 196).  
[36] Sul significato della legittimità sostanziale si rinvia a C. MARTÍNEZ-SICLUNA Y SEPÚLVEDA, Legalità e legittimità: la teoria del potere, trad. it., Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2006 (particolarmente pp. 220-306). Analogamente, cfr. G. TURCO, Legalità e legittimità, in “Archivio giuridico”, CCXXVII (2008), pp. 667-687.
[37] G. TURCO, Introduzione a IDEM (a cura di), Brigantaggio, legittima difesa del Sud. Gli articoli della “Civiltà Cattolica”1861-1870, cit., p. XXV.
[38] Cfr. C. MARTÍNEZ-SICLUNA Y SEPÚLVEDA, Legalità e legittimità: la teoria del potere, cit., pp. 282-283.

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