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venerdì 4 novembre 2011

Il "viaggio dell'eroe" e il "viaggio dei tanti disgraziati"


La prima pagina del Corriere della Sera del 5 novembre 1918 
che annuncia la capitolazione dell'Impero d'Austria - Ungheria

ROMA – I come inopportuno (dal dizionario De Agostini, "Agg. che capita poco a proposito, in un momento poco adatto"). Solo in questo modo mi viene da definire l’ennesima,  e ormai un po’ ridicola kermesse, che viene messa in campo dalle istituzioni italiane per sfruttare a fini propagandistici unitaristi la tragedia del milite ignoto. In occasione della festa della Vittoria (che cade il 4 novembre giorno della resa austriaca) di cui ormai si vergognano profondamente tanto da averla ribattezzata “festa delle Forze Armate”. Inopportuna per vari motivi. Innanzitutto per il modo, sempre molto pomposo e costoso di fare le cose nonostante i continui lamenti (greci e non) sulla crisi che sta lentamente seppellendo l’Unione Europea. Oltre alle solite dichiarazioni di Giorgio Napolitano e Ignazio La Russa, in occasione del 150esimo si è avuta la brillante idea di far rivivere il “viaggio dell’eroe” con un treno allestito ad arte che, partendo da Aquileia ha ripercorso tutte le tappe toccate dal treno che, nel 1918 trasportava la salma di un giovane figlio della “Patria” verso Roma dove le spoglie sarebbero state seppellite nel gigantesco (grandezza proporzionata alla bruttezza del monumento) Altare della Patria eretto nel 1888 in onore di Vittorio Emanuele II Re di Sardegna e conquistatore dell’Italia centro meridionale. Tutto questo ha, ovviamente, un costo, e, come sempre quando si tratta dell’Italia, stranamente molto alto. Ma l’aspetto economico, se vogliamo, potrebbe divenire irrilevante a fronte dello scandaloso uso propagandistico che si è fatto di un evento tragico. Tanto da precisare, nella prima guerra mondiale, i morti italiani furono 650.000 ma troppo spesso si dimentica di menzionare i 947.000 feriti e i 600.000 dispersi che fanno salire il bilancio dei “toccati” in varia misura dal conflitto alla cifra di 2.197.000 (senza contare i gravi traumi e danni psicologici subiti) su un totale di armati italiani ammontanti a 5.615.000. 

Soldati al fronte, in trincea

Oltre due milioni tra morti, feriti e dispersi per non concludere nulla. Mai nessuna definizione fu più appropriata di quella data dal Papa Benedetto XV: “inutile strage”. Va detto che la maggior parte dei richiamati per lo scontro finale con l’Austria Asburgica erano meridionali che dal 1860 hanno costituito la carne da macello preferita del Re Savoia (per dirne una, il primo corpo militare tricolorato sbarcato in Africa, nella baia di Assab, fu il XVII cavalleggeri di Caserta finito massacrato ad Adua dalle truppe del Negus!). Una guerra combattuta soprattutto da meridionali come dimostrano le tante lapidi commemorative dei soldati caduti nella prima guerra mondiale che sono presenti in ogni contrada del sud, e basta fare un giro per le strade della propria città o paese per rendersene conto. Una guerra gestita da generali incapaci su cui svetta trionfante la figura del Generale Luigi Cadorna, piemontese D.O.C. nato a Pallanza, e a cui si affiancano i vari Pietro Frugoni (Brescia), Giuseppe Domenico Perrucchetti (Cassano d’Adda), Mario Nicolis di Robilant (Torino), Luigi Capello (Intra), Guglielmo Pecori Giraldi (Firenze) e Ettore Mambretti (Binasco), tutti settentrionali che credevano ancora di avere a che fare con i cannoni Gribeauval dell’epoca napoleonica o con i rigati di Cialdini, quando la battaglia si decideva con l’assalto alla baionetta. Quanti meridionali sono morti dopo aver ricevuto l’ordine di lanciarsi alla baionetta contro le trincee, le mitragliatrici, il filo spinato e i gas dei nemici? Tanti. Troppi e malamente ricordati. 

Il Re d'Italia Vittorio Emanuele III di Savoia (a destra)
con il Re del Belgio Alberto I

Una guerra voluta dal Re, Vittorio Emanuele III detto Sciaboletta (futuro “Mezza tacca”), che per farla a tutti i costi è andato contro la volontà di larga parte del suo popolo (come dimenticare l’opposizione cattolica, socialista e di una buona porzione del ceto borghese per niente ansioso di andare alla pugna contro gli austro tedeschi!) e contro la volontà del Parlamento, trattando con gli inglesi un accordo di pace preventivo (il Patto di Londra, che solo uno stupido avrebbe approvato a scatola chiusa, senza garanzie) che non fu mai applicato e che tirò fuori dal cilindro per costringere il Governo alla dichiarazione di guerra. Una guerra fatta ad un alleato da più di 30 anni. Un alleato, l’Imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo, che era stato alleato di Umberto I e nemico giurato di suo padre, che aveva sconfitto l’aquila d’Austria solo grazie alla protezione di autorevoli magnaccia come Palmerston, Napoleone III e Bismarck

L'Imperatore d'Austria Ungheria, Francesco Giuseppe d'Asburgo

Difficile non essere d’accordo con le parole dell’Imperatore:  “Il Re d'Italia mi ha dichiarato guerra. [...] Dopo un'alleanza durata più di trent'anni, durante i quali l'Italia poté incrementare l'espansione verso nuovi territori e veder diventare floride le sue condizioni, siamo stati da essa abbandonati in quest'ora di pericolo ad affrontare da soli i nostri nemici. [...] Le importanti memorie di Novara, Mortaro e Lissa, che costituirono l'orgoglio della mia giovinezza, lo spirito di Radetzky, dell'Arciduca Albrecht e di Tegetthoff che è vivo tra le mie forze di terra e di mare, garantiranno la nostra vittoria anche a sud; difenderemo i confini della Monarchia. Saluto le mie esperte truppe, avvezze alla vittoria. Faccio affidamento su di esse e sulle loro guide. Faccio affidamento sul mio popolo il cui incomparabile spirito di sacrificio merita il mio plauso. Prego l'Onnipotente di benedire la nostra bandiera e farci omaggio della Sua graziosa protezione nella nostra giusta causa”. Una guerra, per farla breve, che non doveva essere combattuta e che, tra le sue conseguenze nefaste, ha anche i semi del secondo, ben più vasto e distruttivo, conflitto mondiale. Ebbene i tanti morti, meridionali e settentrionali, sono stati “onorati” alla “Napolitano”: chi ha avuto avuto, chi ha dato a dato! Il milite ignoto, probabile che fosse un meridionale, merita tutta la comprensione e tutto il rispetto dei figli del XXI secolo. Mandato a fare una guerra che non sentiva giusta e che era stata imposta dalla Patria ideologica, è morto per il gas o per i colpi nemici. A lui l’onore delle armi. Se le istituzioni invece di un treno Aquileia – Roma per onorare il “viaggio dell’Eroe”, avessero allestito un convegno per raccontare ai figli di quei soldati i “viaggi di tanti disgraziati” che la storiografia nasconde, avrebbero onorato tutti i caduti nel modo migliore possibile. 

Roberto Della Rocca

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