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lunedì 28 novembre 2011

Il paesaggio dei Monti Tifatini e le Delizie Reali, uno studio paesaggistico, storico e naturalistico



Siamo lieti di pubblicare in due parti il lavoro del Dott. Mauro Mirto avente per oggetto uno studio paesaggistico, storico e naturalistico dei colli Tifatini e delle principali Delizie Reali in quella parte di Terra di Lavoro. Il lavoro è tratto da una pubblicazione della Civitas casertana le cui copie sono disponibili, per la consultazione, presso la biblioteca del Seminario di Caserta e presso l'Archivio della Reggia di Caserta. Buona lettura.
I Parte
 Metodologia della ricerca

La ricostruzione del paesaggio, e più propriamente delle fitocenosi presenti sui Monti Tifatini a partire dal regno di Carlo III di Borbone, si è basata principalmente sullo studio dei dati raccolti, analizzando tre diverse fonti: indagini floristico - storiche, cartografia storica e fonti storiche varie.
I dati raccolti sono stati tra loro confrontati in modo da risalire a come si presentavano dal punto di vista vegetazionale i Monti Tifatini in epoca borbonica. Le flore storiche prese in considerazione appartengono alle pubblicazioni di due illustri botanici, Gussone e Terracciano, che effettuarono numerosi studi nei territori di “Terra di Lavoro”.
Il botanico Gussone, in quel periodo Direttore del Real Orto Botanico di Napoli, fu interpellato dai sovrani borbonici per risolvere numerose questioni naturalistiche e per le sue notevoli capacità fu nominato dal re anche “Botanico Ufficiale dei Siti Reali”. Dai suoi studi si traggono numerosi elementi che insieme con quelli del Terracciano, suo discepolo e successore alla direzione del Real Orto Botanico, permettono di risalire al carattere degli ambienti naturali e alla collocazione geografica che ebbero verso la metà del XIX secolo.
Dalle flore prese in esame sono state scelte le specie più indicative, delle quali, oltre al nome botanico, era segnata la posizione geografica o più semplicemente il versante su cui la specie stessa era stata rinvenuta. Per ogni specie indicatrice si è poi considerato l’habitat corrispondente nel quale essa vive[1](tab. 1), risalendo da ciò al tipo di vegetazione correlativo.
Purtroppo in quelle flore non vi era annotato nulla sul tipo di vegetazione presente, dal momento che questa disciplina è successiva a quel periodo.
L’indagine storica sulle flore è stata confrontata con lo studio della selvaggina utilizzata a scopi venatori dai regnanti borbonici. Attraverso l’ausilio delle numerose fonti storiche sull’argomento, si è risaliti alle specie venatorie e alla loro dislocazione sul territorio, nonché alle varie vicissitudini e introduzioni di selvaggina praticate in quel tempo; da quest’analisi sono stati messi a confronto gli habitat delle specie introdotte o presenti all’epoca (tab. 3) con quelli attuali.
I sovrani borbonici sceglievano con estrema cura i luoghi dove praticare un tipo preciso di caccia e quindi ideali per una particolare selvaggina; queste introduzioni stesse erano annotate con dovizia estrema di particolari.
La ricchezza di notizie che emerge dalle fonti storiche per tutte le questioni venatorie permette così di risalire agevolmente alla destinazione d’uso di uno specifico sito per una determinata specie.
In definitiva gli approcci floristico e faunistico hanno dato le stesse indicazioni sulle possibili fitocenosi presenti sui Tifatini in epoca borbonica.
Tali indicazioni sono state avvalorate dallo studio della cartografia storica, in particolare la Pianta topografica della Real Riserva del Tifata, di Ferdinando Patturelli[2], ordinata da Francesco I nel 1827 (fig. 1); quella delle Reali Cacce di Terra di Lavoro, del geografo Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, datata 1784[3](fig. 2), e la Carta del Real Sito di San Leucio, del cartografo Domenico Rossi[4](fig. 3).
A fine lavoro è illustrata una ricerca particolareggiata sulla flora e la vegetazione di Monte San Silvestro, effettuata nel 1995, dalla quale si accerta lo stato attuale delle fitocenosi e il loro aspetto paesaggistico, nonché alcuni cenni sugli aspetti naturali del versante nord della catena dei Tifatini.

Fig. 1 – F. Patturelli, Pianta della Real Riserva di Monte Tifata, 1827, Archivio della Reggia di Caserta.

Fig. 2 – G. A. Rizzi Zannoni, Carta topografica delle reali cacce di Terra di Lavoro e loro adiacenze (part.), 1784, Biblioteca Nazionale di Napoli.

Fig. 3 – D. Rossi, Pianta del recinto del real bosco e delizie di San Leucio, sec. XIX, Biblioteca Nazionale di Napoli.





 La Real Riserva di San Leucio: Monte San Leucio e Monte San Silvestro

Il territorio della Real Riserva di San Leucio comprendeva le alture di Monte San Leucio, Montemajulo e Montebriano, queste ultime formavano il territorio del sito di San Silvestro.
Le fonti storiche descrivono l’amenità di queste formazioni che spinsero dapprima Carlo III di Borbone nel 1750 e poi i suoi successori a prediligerlo come sito per le reali battute di caccia al cinghiale[5].
Durante tutto il periodo borbonico, il bosco della Real Tenuta di San Leucio subì diverse vicissitudini venatorie. Ferdinando IV nel 1773 fece incrementare i castagni e destinò tutto il bosco alla caccia ai cinghiali, inoltre delimitò l’area con un muro di cinta, separandola dai terreni limitrofi in modo da evitare che la selvaggina provocasse danni ai coltivi. Nel 1822 i cinghiali furono tolti dalla tenuta perché dannosi alla vegetazione, ma nel 1826 furono di nuovo immessi nel bosco per ordine di Francesco I che li aveva fatti importare dalla Sicilia.
Dalle indagini effettuate risulta che le fitocenosi di Monte San Leucio all’epoca borbonica non rispecchiavano la situazione attuale. Il Monte si presentava molto più coperto di vegetazione rispetto ad oggi, composto da foresta sempreverde con prevalenza di leccio (Quercus ilex) sul versante esposto a sud e di boschi misti a nord. Ciò è evidente dalle flore dei due botanici reali, in special modo dall’Elenco Gussone[6] (tab. 1), dal quale si evince la presenza di Astragalus glyciphyllos tipica di boschi a foglie caduche e quindi di querceti mesofili, nonché la presenza della liana, Lonicera implexa caprifoglio, una specie tipica di macchie e leccete, che testimonia la presenza di queste due associazioni vegetali sul versante esposto a sud.
Dagli scritti del Terraciano emerge che Dai monti di Morrone e per l’Arco o per Gradillo si va nella parte montuosa della tenuta Reale di Caserta, dove il Botanico può raccogliere larga messe di piante tra le Fanerogame, e le Crittogame. Difatti, nel bosco di S. Leucio, egli incontra Lavatera ambigua, Staphylea pinnata, Cephalantera rubra, Physalis Alkekengi, Veronica praecox, V. officinalis, Sorbus torminalis ec. Sulla vetta Arabis albida, e sul pendio meridionale, presso al Parco, così detto di Delizie: Coronilla valentina, Euphorbia gerardiana, Ferula neapolitana, Noetaroscilla hyacinthooides. A S. Silvestro, uscendo dal suddetto bosco di S. Leucio per recarsi al Casino, raccoglierà: Ophrys lutea, Ornithogalum tenuifolium; e sul pendio meridionale dello stesso S. Silvestro la bella e rara Ononis ornithopodioides”[7].
Le specie riportate sono in prevalenza tipiche dei boschi, come il Sorbus torminalis (baccarello), la Cephelantera rubra e la Veronica officinalis, anche se alcune tra le altre specie ci testimoniano la presenza di campi e brughiere.
La Tavola delle “Reali Delizie” di Domenico Rossi (fig. 3), mostra un Monte San Leucio quasi completamente ricoperto da un fitto manto di vegetazione, fatta eccezione per le pendici del versante sud e per le zone intorno al Casino Reale della Vaccheria.
Analizzando di seguito la carta topografica del Patturelli (fig. 1), redatta intorno al 1827, risulta con evidenza la presenza di coltivi e radure che si trovavano nei pressi del Setificio e del futuro quartiere adibito a colonia per gli operai, quindi alle pendici del versante esposto a sud.
Sullo stesso versante, incluso quello a sud - ovest, verso la cima del monte, è segnata la presenza di un bosco non molto rado, mentre sui rimanenti versanti est, nord ed ovest vi è la presenza di una foresta molto fitta.


Tab. 1 - Elenco Gussone (estratto)

SPECIE
LOCALITA’
HABITAT
Acer campestre L.
Querciacupa
Boschi mesofili
Astragalus glyciphyllos
San Leucio –
versante nord
Boschi caducifogli mesofili – querceti
Lonicera implexa
San Leucio
Macchie – leccete
Ruta graveolens

San Silvestro –

San Leucio

Garighe – macchie
Quercus spp.
San Silvestro –
San Leucio
Boschi mediterranei – boschi mesofili.
Asperula arvensis
San Leucio
Campi – incolti aridi
Lysimachia linum stellatum
San Silvestro
Garighe – pascoli aridi
Medicago agrestis
San Silvestro
Incolti aridi - garighe
Crepis vesicaria L.
San Silvestro
Incolti
Asterolinum stellatum
San Silvestro
Garighe - pascoli aridi


Tab. 2 - Elenco Terracciano (estratto)

SPECIE
LOCALITA’
HABITAT
Iris collina Terr.
San Vito - versante nord
Boscaglie - radure e cespuglieti
Asphodelinea lutea
San Vito - vetta
Pendii aridi e sassosi
Euphorbia dendroides
San Vito - versante sud
Stazioni marittime
Ophris lutea
San Leucio verso San Silvestro
Macchie - garighe e
incolti
Ononis ornipothodoides
San Silvestro - pendio meridionale
Rupi e prati aridi
Cephelantera rubra (L.)
San Leucio
Boschi e cespuglieti
Veronica officinalis L.
San Leucio - versante sud
Boschi – cedui radure e brughiere
Sorbus torminalis (L.) Crantz
San Leucio
Boschi di latifoglie (soprattutto querceti)
Arabis albida
San Leucio - vetta
Boschi aridi e cespuglieti
Veronica praecox
San Leucio
Prati - siepi e boschi aperti

 Tab. 3 - Fauna a scopi venatori

SPECIE
LOCALITA’
HABITAT
Cinghiale
San Vito – San Leucio
Querceti in prossimità
di campi e prati
Lepre
San Silvestro – Sommacco –
Monti della Rocca
Margini di boschi –
praterie e steppe
Beccafico
San Silvestro in Caccetta
del Carpineto
Zone aperte in prossimità
di foreste e boscaglie
Pernice rossa
Monte Sommacco – vetta
Campagne – brughiere –
campi incolti
Starna
Monte Sommacco – vetta
Campagne – brughiere –
campi incolti
Fagiano
Tifati in genere
Zone a macchia – boschi cedui – campi coltivati e campi da pascolo – frutteti.

Nella Platea de’ fondi…[8]del Commendatore Cavaliere Antonio Sancio (del 1826), Amministratore del Real Sito di San Leucio dal 1820, si legge che nella Real Tenuta di San Leucio (che comprendeva anche San Silvestro) gli alberi che vi prosperavano erano elci (Lecci), querce, orni (Frassino orniello), castagni, sorbo e carpini.
Tali essenze sono da accomunare con Monte San Leucio e con le parti boscose di Monte San Silvestro, mentre le altre specie citate, quali olivi, mele, ciliegi e diversi tipi di frutti, sono da accomunare con il Monte San Silvestro.
Infine sono citati il mirto, il rosmarino, le rose silvestri, le lentaggini e le sirighe (Lillà) accomunabili ai versanti esposti a sud con prevalenza di macchie.
Il bosco di Monte San Leucio forniva una notevole rendita di legname; l’area boschiva era divisa in 19 sezioni ed ogni anno ne era tagliata una. Un elenco di materiale espresso nelle varie pezzature, relativo alla produzione dal gennaio 1815 al marzo 1816, fornisce i seguenti dati:
·        237,5      canne di legna
·        16650     fascine
·        10080     pali
·        860         astaloni
·        1540       pertiche
La cura dei boschi era molto sentita; ogni caccia, selva o bosco, aveva il proprio gruppo di boscaioli addetti a recidere la legna, pulire i sentieri e il sottobosco, dar da mangiare agli animali, oltre che impiegati per la schiusa dei volatili e come guardiani della riserva. Generalmente il boscaiolo viveva con la sua famiglia in un villino all’interno dello stesso bosco.
Un’altra fonte storica, datata 1885, fornisce un censimento numerico delle specie arboree presenti così di seguito suddivise:
1500000 piante di cui
·        950000   querce
·        250000   lecci
·        50000     aceri
·        200000   carpini bianchi e neri
·        15000     corbezzoli
·        1000       castagni
·        6000       cierri
Dall’analisi del suddetto elenco che divide con precisione il leccio (una quercia sempreverde di solito presente a quote basse e in prevalenza sui versanti caldi), dagli altri tipi di quercia (che sono più mesofili e a foglie caduche), delle quali il numero delle specie è di gran lunga superiore (inclusi i 6000 cierri, Quercus cerris), si deduce che il bosco fosse a quell’epoca molto esteso e in prevalenza a querce a foglie caduche. Notevole anche il numero d’essenze che accompagnavano le leccete e i boschi misti di querce quali aceri, carpini e castagni. I corbezzoli, che sono invece tipici di macchie e ambienti più caldi, evidentemente erano presenti nelle zone più basse e calde di Monte San Leucio.
Attualmente Monte San Leucio si presenta alquanto degradato rispetto ai fasti dell’epoca borbonica. Le aree coperte da boschi misti sono presenti sul crinale nord – ovest, con dominanza di roverella (Quercus pubescens) accompagnata dal castagno (Castanea sativa), dal cerro (Quercus cerris), dal carpino bianco (Carpinus betulus), dal carpino nero (Ostrya carpinifolia), dalla rovere (Quercus petraea), dall’orniello (Fraxinus ornus) e dal leccio (Quercus ilex) sul piano arboreo. La sommità del monte presenta invece un aspetto a macchia alta, in cui prevalgano il leccio nella forma cespugliata, varie ginestre, tra cui quella comune (Spartium Juncheum), il ginestrino (Coronilla emerus) e il cisto (Cistus ssp.). I versanti sud e sud - est sono soggetti ad incendi frequenti, per questo la vegetazione presenta una prevalenza di specie pioniere post - incendio come il corbezzolo (Arbutus unedo) e l’erica (Erica arborea) accompagnati da olivastro (Olea europea var. Oleaster), fillirea (Phillirea angustifolia) ed altri arbusti sempreverdi.
Oggi anche Monte San Silvestro presenta un aspetto diverso dall’epoca borbonica. I dati floristici di Gussone e Terracciano, confrontati con la carta del Patturelli, evidenziano che i boschi che si estendevano su quasi tutte le colline di San Silvestro erano in realtà notevolmente più esigui degli attuali[9]. Infatti, dai due elenchi citati si evince che la presenza di numerose specie, quasi tutte di macchia e gariga, nonché di incolti, quali Ruta graveolens, Lysimachia linum stellatum, Medicago agrestis avvalorano tale ipotesi. Inoltre la presenza della leguminosa Ononis ornipothoides (tab. 2), tipica di rupi e prati aridi, rinvenuta sul versante meridionale dal Terracciano, induce a definire questi ambienti poco boscosi.
Nel 1826 sulle alture di San Silvestro fu allestita una zona di caccia alle lepri[10], ma non si ottennero i risultati sperati in quanto “…Il caldo forte bruciava le erbe e gli animali affamati perivano[11]. Dal quadro “Mietitura a San Leucio”, di J. Ph. Hackert[12](fig. 4), risulta che il lato sud di Monte San Silvestro era coltivato a cereali, e dalla carta del Patturelli si evince chiaramente l’assenza di boschi su questo versante: il bosco era limitato al vallone tra la collina di Montemajulo e Montebriano, mentre nella maggior parte dell’area rimanente vi si trovavano numerosi frutteti, oliveti e vitigni.
E’ nota la vocazione prettamente agricola e di pastorizia che ebbe la Real Tenuta di San Silvestro a dispetto del vicino Monte San Leucio la cui vocazione invece fu per lo più rivolta a fini venatori. La caccia in questi boschi si limitava alla cosiddetta “Caccetta del Carpineto” per la quale re Ferdinando IV pare che praticasse la caccia con le reti al beccafico[13], un uccello che vive in zone aperte in prossimità di foreste e boscaglie, nonché ad altri volatili di passaggio.
Confrontando la carta topografica del Patturelli con quella del Rossi si può risalire all’evolversi della vegetazione e all’ingerenza delle opere fatte in quel periodo.
Nella seconda carta risulta che quasi tutta la tenuta di San Silvestro era coltivata soprattutto ad olivi e vigne; le aree boscate erano limitate ad un breve tratto dei versanti ovest e nord e alla sommità di Montemajulo, verso i confini con Monte San Leucio. Dalla carta del Patturelli, più recente, sono molto evidenti i coltivi ad olivo sui versanti sud, sud - est e nord, mentre i numerosi vigneti, tra cui spicca la famosa “Vigna del Ventaglio” erano sparsi sul territorio collinare. Inoltre sulla carta sono evidenti anche numerosi frutteti e giardini pensili in prossimità del Reale Casino di Caccia di San Silvestro. Le aree boscate anche in questa carta rimangono marginali e discontinue.

Fig. 4 – J. P. Hackert, Mietitura a San Leucio, 1782, Palazzo Reale di Caserta, Studiolo di Ferdinando IV.



 La “Reale Riserva del Tifata”

La Reale Riserva del Tifata comprendeva tutta la parte ovest della catena preappenninica dei Monti Tifatini. La pianta topografica redatta dal Patturelli[14] (figg. 5 - 6) offre una dettagliata immagine della riserva fornendo l’indicazione delle selve e delle montagne che la costituivano (montagne della Rocca di S. Nicola, del Sommacco, di Buonpane, Bosco S. Vito, montagne del demanio di S. Prisco, di S. Arcangelo e S. Iorio).
Il Monte Sommacco prende il toponimo dal nome volgare di una pianta molto particolare, la Rhus coriaria. Questa pianta (Sommacco o Pianta a tannino), della famiglia delle Anacardiacee, è un arbusto sempreverde, tipico di habitat incolti ed aridi, dalle cui foglie si ricava una polvere ricca di tannino al 25 – 30 %[15].
Nel 1787 il barone Innocenzo Zappini, gentiluomo siciliano, introdusse la coltivazione di questa pianta sulle montagne della Rocca. La piantagione ebbe inizio sulle terre del Montanino e poi si estese sui terreni limitrofi. Nel 1792 si costruì anche un piccolo casino, il cui piano terra era adibito alla macina delle foglie di sommacco; tuttavia nel 1799, a causa dei moti rivoluzionari, il barone fu costretto a rientrare a Palermo, facendo cessare ogni attività.
Il Terracciano, nelle sue peregrinazioni botaniche condotte intorno al 1870, rinvenne la presenza di questa pianta presso i Ponti della Valle di Maddaloni e precisamente: “…Presso i Ponti della Valle, sul versante del monte a sinistra di chi muove da Maddaloni vegeta Ophyoglossum lusitanicum, ed un’altra pianta, che, se coltivata potrebbe grandemente vantaggiare l’agricoltura nostra. Questa pianta è Rhus coriaria, che cerca terreni aridissimi, onde per esse potrebbonsi rendere utili tutti quei pendii esposti a levante e mezzodì dove nessun’altra erbula o biada pullula con profitto. Molti pendii dei nostri Tifati, ed altri della provincia si trovano in condizioni adatte alla coltivazione di questa pianta da cui la Sicilia sa trarre tanto vantaggio”[16].
Il bosco di San Vito era esteso per circa 200 moggia nella giurisdizione del territorio di Capua. Esso fu acquistato da Carlo III di Borbone al fine di utilizzarlo per la caccia al cinghiale. Dalle fonti storiche risulta che il bosco era diviso in due parti, quella effettivamente boscosa, verso nord, che confinava con la piana del fiume Volturno, e quella del versante sud, adatto più alla coltura e alla semina. Ferdinando IV riunì il bosco alla Real Riserva del Sommacco sotto le dipendenze dell'Amministrazione di San Leucio.
Durante il periodo francese, il bosco fu ripetutamente tagliato provocando una crescita incontrollata di piante silvestri. Si suppone che fossero bassi e fitti arbusti, tipici delle aperture e delle macchie dei boschi sempreverdi mediterranei.
Un incendio nel 1820 distrusse in località “Crocesanta” le piantagioni di olivo che vegetavano lì. Dal documento[17]relativo a questi tenimenti si risale al numero preciso di olivi e querce presenti (qui si riportano solo le località citate):
Montagna Crocesanta (S. Prisco)
·        olivi        261
·        querce    21
Sommacco (Casanova, attuale Casagiove)
·        olivi        579
·        querce    104
Nel 1830 la riserva del Sommacco fu abolita, dato che il re volle restringere i territori dedicati alla caccia che non si limitava solo a cinghiali, bensì anche a pernici, starne e lepri che abbondavano soprattutto sulle cime più alte della Rocca. Su quelle montagne fu costruito un edificio adibito alla schiusa dei fagiani, presso il bosco dedicato alla loro caccia, situato nel luogo detto “Fosso dell’Arena” che si estendeva per circa quattro moggia.
Francesco I, che spesso si recava in quei luoghi a caccia, fece ripristinare le colture ad olivi e piantare con alberi silvestri le parti di bosco degradate nel corso degli eventi precedenti.
Il botanico Terracciano descrisse e rinvenne numerose specie vegetali che danno una precisa indicazione sulla vegetazione presente nel territorio dei Monti Tifatini. Il rinvenimento dell’Iris collina sul versante nord (tab. 2) conferma la boscosità in quel tratto di territorio, mentre sulla vetta e sul versante sud prevalevano sicuramente ambienti più aridi e a volte sassosi, come testimonia la presenza della specie Asphodeline lutea.
Una segnalazione botanica molto interessante è la presenza dell’Euphorbia dendroides, un arbusto a portamento a cupola, tipico di stazioni marittime in ambiente roccioso. Descrivendo poi le specie fungine presenti nelle selve a nord (Montagne di S. Iorio e S. Vito), il Terracciano afferma che “…Chi entra in quelle selve, per rinfrancarsi all’ombra dolcissima dei castagni in quel meriggio, vi scorge tra gl’Imenomiceti: Agaricus eaesarcus, Morchella esculenta, Ilelvella crispa, Cantarellus cibarus, specie tutte commestibili epperò ricercate, fornendo la delizia delle nostre mense”[18].
Un ingrandimento della carta topografica del Patturelli fornisce una zonizzazione particolareggiata della vegetazione presente allora in quelle contrade. Tutto il versante sud alle pendici è coperto da campi coltivati, mentre ad est le aree boscate si presentano alquanto rade fin quasi le cime; solo sul versante nord e sulle cime è segnata una vegetazione boschiva fitta e continua. Sul versante ovest la situazione è più mosaicizzata con alternanza di campi ad aree boscate. Lungo la strada di collegamento, nella valle tra San Leucio e i Monti del Sommacco, che va fino ai Gradilli, numerosi campi coltivati spiccano sui margini con continuità.
Attualmente il bosco di S. Vito si presenta come una folta selva di castagni governata a ceduo. Alle sue pendici il castagno (Castenea sativa) lascia spazio ad altre essenze arboree quali la roverella (Quercus pubescens), il carpino bianco (Carpinus betulus), il carpino nero (Ostrya carpinifolia) e il cerro (Quercus cerris). È presente un ricco sottobosco costituito da anemoni (Anemone hortensis), pungitopo (Ruscus aculeatus), ciclamini (Cyclamen naepolitanum) felce aquilina (Pteridium aquilinum), asparago (Asparagus acutifolius), (Tamus communis) ed altre essenze tipiche dei boschi mediterranei.


Fig. 5 – F. Patturelli, Pianta topografica delle Reali Delizie di Caserta, S. Leucio e Sommacco con la città di Caserta stessa, suoi Casali e territori circonvicini fatta espressamente per istabilire su di essa il perimetro della Real Riserva di caccia, ante 1826, Società Napoletana di Storia Patria.

Fig. 6 - F. Patturelli, Pianta topografica delle Reali Delizie di Caserta, S. Leucio e Sommacco con la città di Caserta stessa, suoi Casali e territori circonvicini fatta espressamente per istabilire su di essa il perimetro della Real Riserva di caccia, (part.) ante 1826, Società Napoletana di Storia Patria.






[1]     Cfr. S. PIGNATTI, Flora d’Italia, voll. I – III, Roma, 1985.
[2]     F. PATTURELLI, Pianta della Real Riserva di Monte Tifata, 1827, Archivio della Reggia di Caserta (in seguito A. R. C.), piante e disegni: 57/F.
[3]     G. A. RIZZI ZANNONI, Carta topografica delle reali cacce di Terra di Lavoro e loro adiacenze, 1784, inchiostro nero e acquerello, mm 894 x 785, scala 1:66.000 circa, Napoli, Biblioteca Nazionale, busta 29 B 62 (1 – 2).
[4]     D. ROSSI, Pianta del real bosco e delizie di San Leucio, sec. XIX, Napoli, Biblioteca Nazionale, cfr. Tavolario della Reale Amministrazione di Caserta, A. R. C., serie IRA, b. 1765 bis, fasc. 55.
[5]     Cfr. J. ZAHARADNIK e J CIHAR, Impariamo a riconoscere gli animali, Praga 1982, p. 368. Il cinghiale vive solitamente in boschi di querce molto fitti (tab. 3), situati in prossimità di campi e prati; nel ricercare il cibo, i branchi sono attivi prevalentemente di notte mentre durante il giorno si trattengono in località acquitrinose e riparate dai cespugli, in preferenza nei pantani.
[6]     Cfr. Elenco Generale Collezione Gussone, Erbario del Dipartimento di Biologia Vegetale dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.
[7]     N. TERRACCIANO, Relazione intorno alle peregrinazioni botaniche fatte per la disposizione della Deputazione Provinciale di Terra di Lavoro in certi luoghi della provincia dal Dott. Nicola Terracciano, Napoli 1872, pp. 24 – 25.
[8]     Cfr. A. SANCIO, Platea de’ fondi, beni, e rendite che costiuiscono l’Amministrazione del Real Sito di San Leucio, formata per ordine di S. M. Francesco I, Re del Regno delle Due Sicilie dall’Amministratore Commendatore Cavaliere Antonio Sancio, A. R. C., 1826.
[9]     Cit. II PARTE.
[10]    La lepre comune vive generalmente in steppe coltivate a cereali o incolti e margini di boscaglie di regioni pianeggianti e collinose.
[11]    A. SANCIO, Platea… op. cit., p. 159.
[12]    J. PH. HACKERT, Mietitura a San Leucio, 1782, Caserta, Palazzo Reale.
[13]    Cfr. A. R. C., serie IRA, vol. 1817, fasc. 223. Nel documento si parla della caccia con le reti al beccafico e ai tordi praticata nel Real Sito di San Leucio.
[14]    F. PATTURELLI, Pianta Topografica delle Reali Delizie di Caserta, S. Leucio e Sommacco con la città di Caserta stessa, suoi Casali e territori circonvicini, Società Napoletana di Storia Patria, ms., 725 x 488 mm, ante 1826, negativo 11053.
[15]    Il tannino era usato per la concia delle pelli di capra e montone e per  marocchinerai, esso è utile in farmacopea per le sue qualità astringenti.
[16]    N. TERRACCIANO, Relazione…op. cit., p. 27.
[17]    Cfr. A. R. C., serie IRA, b. 1818, 22 bis.
[18]    N. TERRACCIANO, Relazione…op. cit., p. 22.