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sabato 8 ottobre 2011

440° anniversario della Battaglia di Lepanto, lo scontro che ha salvato l'Europa cristiana

Paolo Veronese, La battaglia di Lepanto


CASERTA - Domenica 7 ottobre 1571 si svolse la più mirabolante e grandiosa battaglia navale tra quelle che avevano scandito la lunga guerra tra l’espansionismo ottomano e le potenze dell’Europa cristiana. Lo scontro negli ultimi decenni si era inasprito a causa della ripresa dell’offensiva turca. Il Sultano Solimano, detto il Magnifico, aveva concentrato tutti i suoi sforzi su Cipro, possedimento veneziano, e suo figlio Selim II proseguì nei propositi espansionistici paterni decidendo di porre l’assedio da Famagosta dove 7.000 soldati cristiani avrebbero resistito agli incessanti attacchi di oltre 200mila turchi sbarcati sull’isola appositamente per scacciare gli occidentali. La resistenza a oltranza della città veneziana, cominciata nell’agosto del 1570, aveva convinto il Papa Pio V, definito da Petacco “Un Papa giusto al momento giusto”, della necessità di una spedizione occidentale per supportare gli assediati e respingere i turchi. Cominciò così, all’inizio del 1571 la corsa per salvare Famagosta. 

Il Sultano Selim II in una miniatura ottomana

El Greco, ritratto di Papa Pio V

L’assedio di Famagosta la coalizione cristiana 
Solimano regnava, incontrastato, su un Impero di proporzioni enormi che andava dall’Ungheria alla Persia e dall’Iraq al Marocco. Fuori dai dominii ottomani solo un gruppo di isole minori, tra cui le più grandi, Cipro, Creta e Malta erano presidiate abilmente da veneziani e spagnoli che ne facevano le punte avanzate per garantire, nonostante l’azione dei pirati berberi, i commerci con l’oriente. Deciso a non avere più spine nel fianco nel Mediterraneo, che ormai considerava un lago Ottomano, Solimano affidò ad uno dei suoi più crudeli generali il compito di spezzare le difese di Cipro. Lala Kara Mustafa Pascià non era, per nascita, un turco purosangue. Nato nella Serbia islamica, nel villaggio di Sokolovici, fece rapidamente carriera e dalla provincia balcanica si ritrovò ai vertici dell’esercito turco. Inviato a Damasco con la qualifica di Beylerbey (termine con cui si indicava il Governatore delle Province ottomane, autorità massima a cui tutte le autorità provinciali dovevano obbedire) si fece notare conquistando la fiducia di Solimano che lo elevò al rango di Visir (consigliere del Re, alla pari dei ministri occidentali) e gli affidò la gestione dell’assedio di Malta, fortunatamente conclusasi senza la caduta dell’isola nel 1565. Cinque anni dopo toccò a lui guidare gli oltre 200mila uomini ottomani inviati a Cipro per cacciare i veneziani. Questi erano amministrati dal Governatore dell’isola, Marcantonio Bragadin, ex avvocato entrato a far parte dell’esercito della Serenissima nel reparto dei Fanti da Mar. Solo nel 1569 era arrivato a Famagosta per assumere il controllo della capitale dell’isola e già si ritrovava con la più grande minaccia per un governatore di confine. Godendo delle moderne posizioni fortificate di Famagosta (le cui mura erano state rinforzate dai suoi predecessori) vi si asserragliò con i poco più di 6000 uomini che erano a sua disposizione. Lo sbarco dell’armata turca gettò nel panico il Governo della Serenissima, impossibilitato ad agire da solo contro i Turchi per fermare gli invasori, e allarmò seriamente Pio V intimorito dall’eventualità di uno sbarco turco in Italia. Ben conscio che Creta, Cipro e Malta costituivano l’ultima linea di difesa fortificata cristiana nel Mediterraneo prima della Sicilia e dell’Italia, il Papa attivò immediatamente i suoi canali diplomatici per fare pressioni sui Re Cristiani, Filippo II di Spagna su tutti, e sull’Imperatore Massimiliano II d’Asburgo. Regista dell’operazione politica fu Marcantonio Colonna, esponente di spicco della famiglia Colonna e tra i più apprezzati consiglieri del Papa che avrebbe preso parte alla battaglia di Lepanto. Mentre le diplomazie cristiane si mettevano in moto, agli inizi di settembre Bragadin ricevette da Mustafa Pascià uno sgradevole omaggio: la testa mozzata di Niccolò Dandolo che con pochi uomini difendeva la fortezza di Nicosia. Invece di spezzare l’animo dei veneziani Bragadin, affiancato al comando della piazzaforte dagli ufficiali Lorenzo Tiepolo e Astorre Baglioni, sfruttò tutte le condizioni possibili per prolungare la resistenza della città. L’eco della lunga resistenza spezzò l’indecisione di quanti, considerando persa Cipro, proposero di pensare a rinforzare Creta e Malta per difenderle da una nuova offensiva turca. Filippo II si accordò col Doge Alvise I Mocenigo e cominciò ad organizzare una grande spedizione fissando come punto di ritrovo per l’armata cristiana, il porto di Napoli, capitale del Regno di Napoli la cui corona era detenuta, nell’ottica del sistema imperiale asburgico, dallo stesso Re di Spagna. In poche settimane si aggiunsero alla coalizione, benedetta dal Papa, la Repubblica di Genova, il Ducato di Savoia, il Ducato di Urbino, il Granducato di Toscana e l’ordine dei Cavalieri di Malta. Nonostante le 1500 bocche di fuoco giunte dal continente gli ottomani non riuscirono ad avere ragione dei veneziani. Il 26 gennaio 1571 alcune navi veneziane riuscirono a forzare il blocco navale attorno all’isola e vi sbarcarono rifornimenti e 1600 uomini. A marzo altri 800 fanti rinforzarono la guarnigione di Famagosta al cui interno erano stipati poco più di 7000 militari circondati da 200mila turchi. Nel corso di uno dei tanti assalti respinti, alla metà di giugno, il figlio di Mustafa Pascià venne ucciso aumentando la furia paterna che moltiplicò gli sforzi per giungere ad una rapida caduta della fortezza. Giunsero nuovi, più potenti cannoni, e fu ordinato un bombardamento senza sosta che rase al suolo gran parte degli edifici della città interna e danneggiò in più punti le mura esterne. Asserragliato al bastione Martinengo assieme ai superstiti 700 militari Bragadin mantenne le posizioni fino a quando, alla fine di luglio la scarsità di viveri rese necessaria l’apertura di una trattativa per la resa. Il primo agosto, quando si raggiunse un accordo tra i due comandanti, la flotta cristiana si era radunata a Napoli in attesa del vessillo benedetto da Pio V pronta alla partenza. Bragadin avrebbe potuto lasciare con tutti i veneziani superstiti l’isola di Cipro per essere trasportato su galea ottomana, a Creta. 

Lo spietato Lala Kara Mustafa Pascià

Il tradimento 
Il 4 agosto 1571 Marcantonio Bragadin, eroico difensore di Famagosta, dopo essere stato accolto dal generale nemico nella sua tenda, fu arrestato. Mustafa Pascià denunciò la morte di una decina di ottomani uccisi a tradimento dai mercenari veneziani e revocò le condizioni di resa che aveva concordato con gli assediati. Non si è mai conosciuta la verità circa la presunta aggressione agli ottomani ma si conoscono nei dettagli gli atroci supplizi a cui Pascià sottopose Bragadin. Ecco come li descrive lo storico Arrigo Petacco: “I prigionieri, che erano un centinaio, furono riuniti nello spiazzo antistante la tenda e furono metodicamente fatti a pezzi a uno a uno mentre Lala Mustafà assisteva impassibile e la folla intorno schiamazzava. Furono uccisi e squartati anche Gianantonio Querini e Astorre Baglioni. Soltanto Marcantonio Bragadin fu risparmiato perché Mustafà si limitò a ordinare che gli fossero tagliati il naso e le orecchie. Mentre lo scempio era in corso, il turco si godeva l’orrendo spettacolo divertendosi a chiedere al malcapitato dove fosse il suo Gesù Cristo che avrebbe dovuto salvarlo. Successivamente, anche tutti i soldati che avevano preso posto sulle navi, convinti di essere ormai in salvo, furono ricondotti a terra e in parte uccisi, in parte incatenati. Il giorno seguente, Lala Mustafà fece il suo ingresso trionfale a Famagosta e, dopo aver fatto impiccare Lorenzo Tiepolo, cui Bragadin aveva affidato il governo della città prima di recarsi al campo turco, scatenò i suoi soldati contro l’inerme popolazione con le conseguenze che è perfino doloroso immaginare. Ma le sofferenze di Marcantonio Bragadin non erano ancora terminate. Dopo alcuni giorni di reclusione, con le atroci ferite sommariamente cauterizzate con pece bollente, il prigioniero fu condotto di nuovo al cospetto di Mustafà che lo sottopose a una serie di crudeli torture. Fu costretto a trasportare delle ceste di terra fino a baciare il terreno ogni volta che passava davanti al suo torturatore. Poi, per mettere alla prova il suo coraggio, per tre volte gli premettero la testa sul ceppo per delle finte decapitazioni. Successivamente, fu fatto spogliare e messo in berlina legato a una sedia che venne issata sull’albero di una nave affinchè potesse essere visto anche dalle altre navi che erano nel porto. Infine, venne ricondotto nella piazza centrale e scuoiato vivo. Bragadin morì, così riferisce un cronista, quando il coltello del boia era giunto all’altezza dell’ombellico. Non ancora soddisfatto Lala Mustafà ordinò che la pelle dello sventurato fosse riempita di paglia e il macabro manichino venne esibito per le vie di Famagosta e quindi appeso al pennone di una galea accanto alle teste mozzate di Baglioni, di Querini e di Nestore Martinengo. I macabri trofei sarebbero in seguito stati portati da Mustafà a Costantinopoli per essere mostrati al sultano e quindi sepolti nel cimitero degli schiavi”. La notizia del martirio di Bragadin, raggiunse la flotta cristiana mentre essa si trovava nel mar Ionio, a poca distanza da Azio. Il 14 agosto a Napoli era giunto il vessillo di Pio V che venne consegnato al comandante della flotta cristiana, Don Giovanni d’ Austria, durante una solenne cerimonia svoltasi nella basilica di Santa Chiara. Il drappo di damasco azzurro aveva al centro intessuto il crocifisso, in basso le armi papali, a destra quelle veneziane e a sinistra le armi di Casa Asburgo. Tutte e tre erano legate da una catena da cui pendeva l’emblema araldico di Don Giovanni. In quell’occasione, il comandante della Lega Santa ricevette in consegna anche il bastone del comando. Immediatamente dopo la flotta aveva preso il largo verso le isole Ionie e, dopo una sosta a Cefalonia aveva preso a costeggiare l’Epiro in vista della battaglia decisiva. Nel 1580 il marinaio veneziano Girolamo Polidori pose fine all’irrequieto sonno di Bragadin trafugandone la pelle dall’arsenale di Costantinopoli dove, da 9 anni era esposta al pubblico ludibrio. Oggi, il martire di Famagosta, riposa nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, nella sua Venezia. Lala Kara Mustafa Pascià venne premiato per la sua crudeltà inaudita con la nomina a comandante delle forze ottomane nella guerra contro la Georgia, nel 1578, fu educatore dei Principi Reali e, infine, nominato Primo Ministro (Gran Visir) nel 1580. Pochi mesi dopo, morì. 

Il Comandante della Lega Santa, Don Giovanni d'Austria

Lo stendardo della Lega benedetto da Pio V
consegnato a Santa Chiara a Don Giovanni

Don Giovanni d’Austria schiera la flotta cristiana 
Come già la testa del povero Niccolò Dandolo aveva galvanizzato gli assediati di Famagosta così la furia dei moderni crociati aumentò all’arrivo della notizia della drammatica fine di Bragadin. A dover guidare la più grande coalizione cristiana mai scesa in campo dai tempi delle crociate fu chiamato Don Giovanni d’Austria. Sorte comune dei figli illegittimi dei Sovrani era quella di una folgorante carriera nel mondo ecclesiastico, in modo da evitare problemi dinastici in seno alle grandi famiglie europee. A nulla valsero i tentativi di Filippo II che, per volere dei comune padre, l’Imperatore Carlo V d’Asburgo, aveva dovuto pubblicamente riconoscere come fratello Giovanni senza però ottenere il suo ingresso nella Chiesa (pare che il Re di Spagna fosse già riuscito a comprare la nomina a cardinale). Attratto dal mondo militare Don Giovanni, chiamato a corte Eccellenza, poiché il fratello gli aveva negato il titolo di Infante, aveva affinato le sue qualità militari mettendosi al servizio della propria famiglia in Spagna e Germania combattendo durante le travagliate guerre di religione che insanguinarono l’Europa nel corso del XVI secolo. Ad affiancarlo in quasi tutte le battaglie il nipote Carlos, suo coetaneo, e il nobile italiano Alessandro Farnese, suo grande amico che sarebbe stato presente anche nelle acque di Lepanto. Nel 1568 Giovanni aveva dato brillante prova di sé distruggendo la flotta dei pirati berberi che affliggevano le coste mediterranee della Spagna e si dedicò alla campagna contro il bey di Algeri che aggrediva Tunisi. Scrive Arrigo Petacco nel suo La croce e la Mezzaluna (Mondadori, Milano, 2005): “Don Giovanni partecipò in prima linea alle operazioni d’assedio e fu anche colpito per due volte dai loro proiettili, ma la corazza che lo proteggeva gli salvò la vita”. Nel 1570 aveva completamente debellato la rivolta dei moriscos a Granata. Tanti successi per un giovanissimo ufficiale. Quando venne scelto per guidare la Lega Santa aveva solo 23 anni ma già aveva messo in ombra il fratello Re. Don Giovanni, scrive infatti lo storico Fernand Braudel, era un meraviglioso trascinatore di uomini, i quali mormoravano: “Este, sì que es el hijo del Emperador!”. La flotta cristiana poteva contare su 207 navi, 105 veneziane, 80 spagnole e le restanti degli alleati minori. Novità assoluta per le battaglie navali dell’era moderna era rappresentata dalle gigantesche sei galeazze veneziane. Grandi il doppio delle normali galee, lunghe tra gli ottanta e i cento metri, nonostante le enormi vele issate su tre alberi nemmeno con un vento sostenuto avrebbe potuto raggiungere una velocità sufficiente a manovrare efficacemente in battaglia. Per questo erano previsti a bordo 7 rematori per ognuno dei 120 remi ma, nonostante tutto, durante la battaglia furono due galee appaiate a trainare ognuna delle nuove armi che Venezia mise in mare. A rendere appetibile il loro utilizzo, la potenza di fuoco che contava oltre 40 cannoni installati su tre lati in modo da poter sempre sparare contro il nemico. Completava la forza cristiana la fanteria costituita da 13mila marinai, 43mila rematori e 28mila soldati armati (divisi in tercio sulla base della nazionalità) e pronti alla fase dell’arrembaggio. La flotta cristiana si estendeva lungo un fronte di oltre 5 chilometri. Teneva il centro dello schieramento Don Giovanni d’Austria a bordo dell’Ammiraglia “Real”. Al suo comando 26 galee veneziane (comprese 2 galeazze e la “Capitana” del comandante Sebastiano Venier), 9 genovesi, 9 spagnole, 4 napoletane, 1 siciliana, 1 sabauda, 3 dei cavalieri di Malta, 7 pontifice armate con i soldi di Pio V e allestite dalla Toscana. Il corno sinistro della linea era affidato al Provveditore Generale della Serenissima Agostino Barbarigo e vi si contavano 39 galee veneziane, 2 galeazze, 11 napoletane, 1 pontificia e 2 genovesi. Il condottiero genovese Gianandrea Doria fu nominato responsabile del corno destro con 14 galee genovesi, 24 veneziane, 6 napoletane, 2 siciliane, 2 pontificie e 2 sabaude. Ad affiancare Don Giovanni furono, come appena visto, Sebastiano Venier e Gianandrea Doria. Nota era la rivalità tra le due città di Genova e Venezia, così come lo era quella tra i due condottieri. Venier, conosciuto come il Veniero, aveva 75 anni passati a organizzare, dirigere e combattere. Nominato Capitano da Mar della flotta della Serenissima, di lui erano note la forte personalità, il coraggio e l’intelligenza. Il suo vigore fisico era fuori dal comune e tradiva la sua età solo la folta bianca barba che mostrava come un trofeo attestante l’esperienza raccolta in battaglia. Di Gianandrea Doria nessuno si fidava. Pronipote del grande condottiero Andrea, del 32enne genovese erano note la tirchieria con cui aveva allestito la quasi totalità delle navi che Genova avrebbe messo in mare per la battaglia contro gli Ottomani. Secondo alcuni storici Venier avrebbe tentato di avvelenare Doria prima della battaglia, circostanza non provata ma che getta una luce fosca sulla vigilia di una battaglia così importante per tutta la cristianità. Più ampia, e meno articolata, la composizione della flotta ottomana. Ben 222 galee e 60 galeotte più piccole. A bordo 41mila rematori (di cui 10mila cristiani catturati dai pirati berberi negli anni precedenti la battaglia), 13mila marinai e 34mila soldati dell’esercito turco. Al comando della flotta l’Ammiraglio Mehemet Alì Pascià che occupava, secondo la prassi dell’epoca, il centro dello schieramento. La destra e la sinistra della flotta turca erano al comando, rispettivamente, di Mehmet Sulìk Pascià (detto Maometto Scirocco) e di Uluc Alì Pascià, Calabrese di Capo Rizzuto nato Giovanni Dionigi Galeni detto Occhialì, un cristiano rinnegato entrato a far parte delle squadre dei pirati berberi. Distintosi fu chiamato dal sultano come parte integrante della flotta e servì l’Imperatore ottomano a Lepanto dove avrebbe fronteggiato il corno destro del genovese Doria. Le parole di Arrigo Petacco ben illustrano quale fosse lo spettacolo precedente alla battaglia: “All’alba del 7 ottobre, approfittando del vento favorevole, Alì Pascià ordinò dunque di alzare le vele convinto di andare ad affrontare un nemico inferiore di numero e di mezzi. Come di consueto, la sua flotta aveva assunto una forma a semicerchio con le due punte spinte in avanti. La tattica preferita dall’ammiraglio consisteva nell’avanzare ai lati, aggirare, circondare e quindi arrembare le navi nemiche. Egli aveva collocato la sua Sultana al centro dello schieramento alla sua destra, verso terra, c’erano le navi di Maometto Scirocco e alla sua sinistra il Corsaro Occhialì con l’intera flotta barbaresca. Sull’ammiraglia di Alì sventolava il vessillo verde dell’Islam che le donne dell’harem avevano ricamato per lui, ma anche sulle altre navi era tutto uno sventolio di bandiere, di girandole e di banderuole, mentre sui ponti i turchi si preparavano alla battaglia improvvisando danze al suono di timpani e tamburi”. 

L'ammiraglio veneziano Sebastiano Venier

Il calabrese rinnegato Uluc Alì

La battaglia 
Nonostante la bassa capacità di manovra le galeazze veneziane furono schierate in prima fila e quando Alì Pascià mosse contro lo schieramento cristiano, Don Giovanni fece avanzare proprio le sei grosse navi al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, fratelli del Governatore di Famagosta ansiosi di vendicare il fratello. Le galeazze assolsero in modo magnifico al loro compito. Furono loro a battezzare lo scontro. Non si era mai visto un cannoneggiamento così potente in mare. Gli storici concordano sul fatto che il ruolo ricoperto da queste unità fu marginale visto che al momento dell’inasprirsi della battaglia, circondate dalle navi cristiane, non poterono più sparare un colpo, ma sicuramente l’effetto psicologico sui turchi fu violentissimo. Pascià diede ordine di eliminarle abbordandole ma, una volta che le navi turche le ebbero circondate si resero conto che l’altezza delle veneziane avrebbe reso impossibile un attacco delle fanterie. Così, numerose furono le navi turche affondate e danneggiate durante il tentativo di abbordaggio mentre dai due ponti gli archibugieri colpivano senza sosta i fanti esposti sulle navi ottomane. L’errore più grande Pascià lo commise quando, sguarnendo in parte l’ala destra, diede l’ordine di aggredire la Real, per catturare e uccidere Don Giovanni d’Austria in modo da demoralizzare i cristiani. A questo punto la storia diviene leggenda. Nel più assoluto silenzio le navi cristiane attesero il rumoroso assalto turco. Pochi minuti prima dell’abbordaggio i cristiani ottennero l’assoluzione secondo quanto prescritto da Pio V. Pochi istanti prima dell’assalto tutte le bandiere nazionali e gli stendardi dei cristiani vengono ammainati e la bandiera con la croce prese il loro posto. Lo stesso Don Giovanni, sul ponte della sua Real, ben visibile a tutto il centro della schieramento, tenne tra le sue mani lo Stendardo di Lepando che rappresentava il Cristo crocifisso ai cui piedi si legge la frase “In hoc signo vinces”. Le cronache concordano sul fatto che il vento cambiò improvvisamente direzione cominciando a spirare in favore della flotta cristiana che potè manovrare meglio per divincolarsi da quella turca. Lo scontro fu cruento e rimase incerto per molte ore. Don Giovanni fu ferito ad una gamba e Venier dovette intervenire più volte per salvare la Real e il proprio comandante. Proprio il lato sinistro cristiano, al comando di Barbarigo, si giovava della scelta di Pascià e metteva in fuga Maometto Scirocco. Quando la vittoria sembrava a portata di mano Gianandrea Doria, con le sue navi genovesi prese la via del mare aperto lasciando a combattere le 30 galee alleate contro le 90 di Uluc Alì. Quella che sembrò una fuga dei genovesi rischiò di compromettere l’esito della battaglia. Il rinnegato cristiano avrebbe facilmente potuto inserirsi tra l’ala destra e il centro separando le navi cristiane e accerchiando i suoi nemici. Trenta minuti dopo lo sganciamento i genovesi riapparvero nella battaglia attaccando il fianco di Uluc Alì mentre tentava di incunearsi bloccando ogni sua iniziativa. Negli stessi minuti Barbarigo metteva in fuga le navi di Maometto Scirocco e accerchiò il centro dello schieramento. La Sultana fu circondata e assaltata ma, contrariamente a quanto ordinato da Giovanni d’Austria, Alì Pascià fu ucciso e la sua testa, issata su una picca, divenne un macabro trofeo che contribuì a demoralizzare i turchi. Diverse sono le versioni date della vicenda. A causarne la morte potrebbe essere stato un colpo alla testa partito da un archibugiere spagnolo ma altri storici parlano di suicidio per evitare la cattura e l’umiliazione. Ancora qualche ora si sarebbe andati avanti con lo scontro ma alle 15 del pomeriggio Uluc Alì salvò sé stesso e le sue navi da una distruzione certa ordinando la ritirata immediata. Tornato a Costantinopoli venne nominato Comandante della flotta ottomana in sostituzione del defunto Alì Pascià. Un’ora dopo, il mare di Lepanto era una distesa di morte e distruzione. 

Lo Stendardo di Lepanto, esposto da Don Giovanni
sulla Real poco prima dell'assalto turco

Musei Vaticani, sala delle mappe geografiche,
rappresentazione della battaglia di Lepanto

L’esito dello scontro 
Diverse sono le interpretazioni date nel corso del tempo circa l’operato di Gianandrea Doria. Secondo i più la sua temporanea uscita dalla battaglia fu dovuta al desiderio di salvaguardare le proprie navi dalla distruzione, altri sottolineano come la strategia applicata portò alla paralisi del fronte sinistro turco e, quindi, contribuì alla vittoria. C’è da dire che, anche se studiata e riuscita, la manovra di Doria fu la rovina per diverse navi cristiane. Don Giovanni perse numerosi legni per via dell’arrivo improvviso di Uluc Alì sul suo lato destro. I Cavalieri di Malta denunciarono la cattura del loro vessillo, quella del loro comandante Pietro Giustiniani, ferito sette volte durante la battaglia e ancora in piedi al momento dell’arresto, e il rimorchio della loro ammiraglia la “Capitana” che fu rilasciata da Uluc solo al momento della sua fuga. Gli equipaggi della “Fiorenza” e della “San Giovanni”, navi del Papa armate da Firenze, furono decimati dagli arrembaggi turchi e stessa sorte tocco alla “Piemontesa”, sabauda. Lo stesso Pio V attaccò duramente la condotta del Doria paragonandolo ad un corsaro musulmano e proibendogli l’ingresso a Roma. Le navi genovesi, grazie al loro comandante, furono quelle meno danneggiate durante lo scontro e Don Giovanni d’Austria si congratulò, ironicamente, per il loro stato quando, in serata, salì sull’ammiraglia “Perla” per il banchetto che il Doria offriva agli altri comandanti (banchetto da cui si tennero distanti i veneziani furiosi per le perdite subite). Al di là delle polemiche, la notizia della rovina ottomana raggiunse rapidamente le corti europee che promossero celebrazioni religiose e civili. A Napoli, dove la flotta rientrò dopo la battaglia, venne innalzata la Colonna della Vittoria nel punto dell’approdo. A Roma, Torino, Venezia, Madrid e nelle altre capitali europee risuonarono i Te Deum di ringraziamento. Pio V istituì la Festa di Santa Maria della Vittoria che Gregorio XIII trasformò, senza motivo, nella festa della Beata Vergine del Rosario. Sbaglia chi sottovaluta la vittoria di Lepanto. Vero è che i cristiani non unirono mai più le loro forze per la difesa dai nemici esterni e che la rivalità tra spagnoli, veneziani e genovesi riesplose, a poca distanza dai fatti di Lepanto, in modo violento. Vero è anche che non tutti i torti ebbe il Gran Visir Mehmed Sokolli quando appresa la notizia dichiarò: “I cristiani, distruggendo la nostra flotta, hanno soltanto tagliato la barba del sultano, noi invece abbiamo tagliato loro un braccio. La barba del Sultano ricrescerà ma il braccio (Cipro) non crescerà più”. Innegabile è però il valore spirituale e morale che Lepanto ha rappresentato e rappresenta. Così come è vero il fatto che, nonostante le potenzialità dell’Impero turco, Lepanto segnò l’inizio del declino del potere navale ottomano. Ancora sono numerosi gli studiosi di militaria che affrontano il tema chiedendosi come fu possibile che una flotta meno numerosa e più disunita abbia potuto avere la meglio sulla poderosa flotta turca. Numerosi furono gli atti di coraggio e di sacrificio che segnarono quella giornata. Sia stato il fuoco delle galeazze o il benefico influsso del Vessillo di Lepanto, poco importa di fronte alla raggiunta salvezza della cristianità.

Roberto Della Rocca

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