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venerdì 30 settembre 2011

Storia di Castro, città contesa e distrutta ricordata (per ora) solo dai Borbone


Un disegno che ritrae l'antica Castro

CASERTA - Quando si parla di Castro subito il pensiero corre a Carlo di Borbone, Capo della Real Casa di Borbone Due Sicilie, che si fa identificare proprio come Duca di Castro. In realtà il capo di Casa Reale è Duca di una ducea che non esiste più da oltre 350 anni. Quella di Castro è proprio la storia di una città che non esiste ma che ha rappresentato, per secoli, un luogo fondamentale per via del suo posizionamento strategico. Castro sorgeva nel cuore della Maremma Laziale ed era un crocevia centrale tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana. Ma la storia di Castro, che prende il suo nome dal latino Castro Felicitatis, Castello della Madonna Felicita, è ben più antica. Già gli etruschi popolarono le alture del piccolo altopiano di tufo stretto tra i fiumi Olpeta e Fiora, come dimostra la ricca necropoli dove, nel 1967, fu rinvenuta la celebre Tomba della Biga. Presidiata militarmente dai romani ai tempi della conquista del Lazio e poi abbandonata in epoca repubblicana e imperiale, fu con la rinascita medievale che Castro tornò ad essere un centro abitato nuovamente importante. Dominato per un breve periodo anche da una donna (si pensa che il nome Madonna Felicita sia dovuto proprio alla dominazione della Dama Felicita o Felicia che esercitò il controllo sul borgo) riuscì a conquistare alcune autonomie tipiche dei comuni dell’Italia settentrionale pur restando formalmente nella disponibilità territoriale dello Stato della Chiesa che, nel corso dei secoli, aveva difeso i suoi abitanti dalle mire dei nobili toscani e laziali. La storia della piccola città fortificata di Castro, che ormai contava all’interno delle proprie mura veri e propri gioielli d’arte e d’architettura. Nel corso del tempo numerosi visitatori della città hanno avuto modo di cantarne la bellezza. Tra tutti restano memorabili i testi dello storico Annibale Caro che ha descritto nei dettagli la conformazione urbanistica di Castro. Nel centro sorgeva la Piazza Maggiore dove si affacciavano la Zecca e il Palazzo Ducale attorno al quale sorgevano le residenze delle famiglie nobili più vicine a Casa Farnese che vi si stabilirono quando la famiglia prese possesso della città e del suo piccolo ducato. Tredici, le chiese registrate nei documenti della Curia, la maggiore, il Duomo dedicato a San Savino consacrato nel 1286 ci lascia scoprire che Castro era sede vescovile. Diverse sono le storie legatte alle chiese di Castro come quella di San Pancrazio, costruita nel medioevo era stata innalzata dagli abitanti di Vulci che si erano rifugiati e poi stabiliti, a Castro dopo l’invasione saracena, o quella della Madonna del Carmine, edificata per volere di un militare che doveva adempiere ad un voto. Importante la presenza della Confraternita di San Giovanni che gestiva l’ospedale della città e l’omonima chiesa e quella dei Frati Francescani che si stabilirono con un proprio convento nella seconda metà del ‘500 su invito del Duca Farnese.

L'albero genealogico semplificato dei Farnese

E’ proprio tramite i Farnese che la storia di Castro arricchisce il patrimonio culturale e storico ereditato dai Sovrani delle Due Sicilie e che viene tramandato ancora oggi tramite la titolarità della Ducea, che, ancora una volta, dimostra come persista, a 150 anni dalla fine del Regno meridionale, un fil rouge che lega i Borbone al proprio passato. Ad ottenere la titolarità di Duca di Castro fu  Pier Luigi Farnese (1503 – 1547) figlio di Alessandro, asceso al soglio Pontificio con il nome di Paolo III, uno dei Pontefici più potenti, abili e temuti che la storia ricordi. 

Tiziano, Ritratto di Pier Luigi Farnese


Erano anni convulsi. Le grandi famiglie nobili romane, a cui i Farnese appartenevano accanto agli Orsini, ai Colonna, ai Barberini e ai Torlonia, solo per citarne alcune, si contendevano il potere sulla corte pontificia e il titolo di Papa per i componenti delle rispettive famiglie. Riuscire a fare eleggere un proprio parente dal Conclave significava assicurarsi potere, gloria e ricchezze, oltre ad una smisurata influenza in tutto lo scacchiere Europeo. L’epoca dei Farnese a Roma a lasciato il segno, come dimostra, tra tutto, il Palazzo Farnese, gioiello architettonico che finirà nella disponibilità di Casa Borbone, sin dai tempi di Carlo (ultimo discendente dei Farnese, tramite la madre Elisabetta), fino al 1870 quando venne abbandonato dall’ultimo Re delle Due Sicilie e si aprirono le pratiche per la vendita che lo portarono a diventare sede dell’ambasciata di Francia in Italia. Pier Luigi Farnese si potrebbe segnalare come una vera e propria testa calda, ribelle rispetto all’autorità paterna e non solo. Al servizio dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo partecipò alla presa di Tunisi e a decine di altri scontri militari distinguendosi per la sua irruenza e per il suo agire di impulso ignorando, talvolta, gli ordini dei superiori. Questa differenza di carattere col mite e calcolatore Padre-Pontefice lo portò anche a scontri diretti con Roma. Castro fu al centro di queste diatribe politiche. Nel 1527 una rivolta popolare guidata da Antonio Scaramuccia e Jacopo Caronio abbattè il governo legato alla famiglia Barberini e i capi del nuovo governo cittadino chiesero protezione proprio a Pier Luigi Farnese che con i suoi soldati entrò in città. Favorito dalla confusione che regnava a Roma, in preda al sacco dei Lanzichenecchi, godendo dell’appoggio diretto di Carlo V ma non di quello del Padre Alessandro Cardinale e consigliere del Papa Clemente VII, fu accolto a Castro dalla popolazione con il massimo degli onori. Quando il Papa, fuggito ad Orvieto, seppe dell’occupazione impose, ed ottenne, il ritiro di Pier Luigi da Castro, e, non contento, assegnò al cugino Gian Galeazzo Farnese, il compito di punire gli abitanti. Volle che ad effettuare il saccheggio fosse un Farnese anche per spezzare il legame che si era creato tra la famiglia e gli abitanti ma questo non bastò. Pier Luigi continuò a vantare diritti sulla città e sulle terre circostanti, sostenuto dalle autorità “comunali”, ma le cose non cambiarono nemmeno quando, nel 1534 Alessandro Farnese conquistò il trono pontificio. Paolo III fu costretto a cedere solo dietro le insistenze pressanti di Carlo V che sponsorizzava pienamente le richieste del suo “campione”. Dopo averlo nominato Gonfaloniere della Chiesa, il 2 febbraio 1537 giunse la nomina tanto attesa. 

Sebastiano Ricci, Paolo III nomina il figlio Pier Luigi duca di Parma e Piacenza

Il Ducato di Castro entrava nella piena titolarità dei domini dei Farnese che poterono gloriarsi del titolo ducale su un territorio che andava dal Lago di Bolsena al Tirreno. Castro fu il primo feudo ottenuto da Pier Luigi che, sempre sostenuto dall’Imperatore e, questa volta, anche dal Papa, si fece largo anche nella Bassa Padana dove si era aperta la crisi dei Ducati di Parma e Piacenza. Dopo incessanti trattative tra i Medici, i Farnese, gli Este, gli aristocratici e le autorità locali, nel 1545, giunse l’inaspettata titolarità dei due Ducati che si aggiungevano a quello di Castro. La nomina catapultò i Farnese al di fuori della stretta cerchia pontificia e aprendo loro la strada della politica europea vista l’importanza strategica dei nuovi Dominii. Non dimentico di Castro, Pier Luigi fu benevolo amministratore e nominò il centro capitale dei suoi possedimenti. I cittadini lo ripagarono con la costruzione, affidata ad Antonio da Sangallo il giovane (autore della ricostruzione di Castro dopo la distruzione subita ad opera di Gian Galeazzo), della magnifica Porta Lamberta, un vero e proprio Arco di Trionfo che raccontava ai visitatori i trionfi dei Farnese. Il rapporto tra Castro e i Farnese continua ad essere stretto ma, dopo la morte di Paolo III, del “Gran Cardinale” Alessandro e del Cardinale Ranuccio, suoi nipoti, l’autorità della famiglia alla Corte di Roma viene progressivamente diminuendo a vantaggio dei nemici, primi tra tutti, i Barberini. Ottavio (1524 – 1586) e i suoi discendenti, suo figlio Alessandro (1545 – 1592) e suo nipote Ranuccio (1596 – 1622) furono fortunati ad avere le spalle coperte dall’autorità Imperiale. Entrambi furono al servizio degli Asburgo e da questi furono protetti nell’integrità dei loro dominii. Alessandro fu addirittura Governatore dei Paesi Bassi, vivendo gran parte della sua vita lontano dai propri possedimenti e per un periodo quasi ostaggio dell’Imperatore. Dopo due generazioni le cose cambiarono. Le guerre di religione stavano per trovare una degna conclusione nella pace di Westfalia e per mantenere la sua autorità nei ducati, far fronte ai debiti contratti dal padre Ranuccio, e garantire una costante influenza farnesiana sulla corte romana il nuovo Duca Odoardo (1612 – 1646) affrontò spese non indifferenti a tal punto da domandare al Papa Urbano VIII, la possibilità di emettere cedole di credito per incamerare nuove risorse. 

Anonimo, Ritratto di Odoardo Farnese

Urbano VIII non era un pontefice qualunque. Al secolo, Maffeo Barberini, apparteneva proprio ai nemici giurati dei Farnese e, assieme ai nipoti Cardinali Francesco e Antonio, aveva tentato di farsi vendere il ducato da Odoardo proprio profittando delle sue difficoltà economiche. Mancando l’obiettivo, nel 1634, giunse l’autorizzazione che sarebbe stata coperta, per volontà papale, proprio dai possedimenti di Castro e Ronciglione. Furono 700mila gli scudi che Odoardo riuscì a recuperare grazie ai “luoghi di Monte” come venivano definiti i titoli di credito emessi. A partire dal 1638 il Papa, animato ovviamente dai Barberini, ansiosi di sottrarre ai Farnese Castro, chiese a Odoardo di rientrare dei suoi debiti contratti, in larga parte con la nobiltà romana.  Non disponendo di tale somma il 22 gennaio 1640 Odoardo si chiuse a Castro e avviò dei lavori di ampliamento delle fortificazioni. L’insolvenza del Duca causò lo scoppio della prima guerra di Castro. Il 13 ottobre 1641 le truppe di Antonio e Francesco Barberini, in nome del Papa Urbano VIII, occuparono Castro mentre Odoardo, con le sue truppe, aveva abbandonato la città per avviare la sua marcia verso Roma. Occupata senza troppe difficoltà Acquaforte, il Duca di Castro fu invitato dal Papa, che temeva un nuovo sacco di Roma, alla trattativa. Il fallimento clamoroso del negoziato dimostrarono che l’operazione diplomatica era solo un diversivo per impedire l’avanzata di Odoardo che si trovò, dopo mesi di guerra, nell’impossibilità di avanzare verso Roma e di rioccupare Castro. Tutti i tentativi fallirono. L’Europa seguiva con interesse l’ultima crisi tra i Farnese e i Barberini. Gli stati italiani, in primo luogo la Repubblica Veneta, il Granducato di Toscana e il Duca di Modena, sostennero fin dall’inizio le rivendicazioni del Duca Odoardo. I Barberini, in ottimi rapporti con l’Impero erano guardati con timore e sospetto, la loro cupidigia era conosciuta presso tutte le corti e la loro ambizione temuta. Con il sostegno del Regno di Francia (in particolare del Cardinale Giulio Mazzarino che propose anche a Odoardo un matrimonio tra suo figlio e la figlia del Re), che tentava così di ridurre l’influenza imperiale in Italia, Firenze, Venezia e Modena organizzarono, nel 1643, un contingente militare per assistere militarmente i Farnese. Dopo poche settimane a Roma, il 31 marzo, si firmava la pace con la quale i Farnese rientravano in possesso di Castro e il fratello di Odoardo, Francesco, venne nominato Cardinale, ripristinando, in parte, l’influenza farnesiana a Roma. Restava ancora aperta, però, la questione dell’insolvenza del Monte Farnesiano, che avrebbe gravato sulle spalle dei successori di Odoardo e avrebbe segnato per sempre i destini della città di Castro.

Frans e Jacob Denys, Il Tempo mostra ritratto Ranuccio II 
alle figure allegoriche di Parma, Piacenza e Castro

Fu il sedicenne Ranuccio II (1630 – 1695) a ereditare i titoli e i debiti della famiglia quando, nel 1646 morì il padre Odoardo. La protezione della Francia e della Spagna, che sarebbe stata suggellata dopo la sua morte dal matrimonio tra la nipote Elisabetta e il Re Filippo V di Borbone – Spagna, non servì ad evitare la distruzione della fortezza di Castro. Ancora una volta, a fornire il casus belli fu l’insolvenza nel pagamento dei debiti. Morto Urbano VIII ascese al soglio di Pietro Giovan Battista Panphilij che scelse il nome di Innocenzo X. Sostenuti dai Barberini, i Panphilij erano i maggiori creditori dei Farnese e non a caso divennero lo strumento con cui i Cardinali Antonio e Francesco Barberini regolarono i conti aperti ai tempi di Odoardo. Senza consultare il Duca Ranuccio, Innocenzo X, procedé alla nomina del nuovo Vescovo di Castro nella persona del barnabita Cristoforo Pietro Antonio Giarda. Non che la sua figura fosse particolarmente malvista dal Duca di Castro ma, temendo una nuova manovra dei Barberini, Ranuccio II impedì l’ingresso in città al nuovo Vescovo aprendo una trattativa con Roma nel tentativo di ottenere una riparazione all’offesa dell’autorità Farnese. L’accomodamento ricercato avrebbe interessato il grosso numero di debiti contratti dai Farnese e una loro eventuale riduzione. Innocenzo X non accondiscese alle richieste e, dopo un anno di missive diplomatiche scambiate tra Castro e Roma, il Papa ordinò al barnabita di tentare l’ingresso in città per prendere possesso della sede vescovile. Durante il viaggio il Vescovo fu ucciso da due sicari Ranuccio Zambini di Gradoli e Domenico Cocchi di Valentano che furono identificati e affrontarono il processo a Viterbo. Non si seppe mai chi fosse il mandante (e se ci fosse, in realtà un mandante). La crisi si inasprì. Innocenzo accusa dell’omicidio Ranuccio e il Farnese respingeva le accuse accusando, a sua volta, i Barberini, gli unici che avrebbero avuto da guadagnare da una nuova guerra. La seconda guerra di Castro fu affrontata da Ranuccio senza alleati. Gli altri stati italiani, dato il caso particolare della morte del Vescovo, si tennero fuori dalla diatriba, e Francia e Spagna, impegnati in nuovi conflitti e nell’espansione del Nuovo Mondo, si disinteressarono completamente del piccolo ducato di confine. Dopo una accanita resistenza Ranuccio, nell’agosto 1649 si ritirò nella lontana Parma e il 2 settembre il Colonnello Sansone Asinelli, a capo delle truppe farnesiane, firmò la capitolazione della città. Per ordine del Papa la sede del Vescovato venne spostata ad Acquafonte, priva di fortificazioni e in territorio pontificio. Nell’aprile 1650, vista l’insistenza del Duca di Parma nel perorare presso gli altri stati italiani la propria causa, Innocenzo X ordinò la distruzione completa della città e la deportazione in altri siti della popolazione. Lì dove sorgeva la città venne innalzata una colonna con su inciso: “Qui stava Castro”.

Jacob Denys, Ritratto di Ranuccio II

Nonostante questo Ranuccio non smise di avanzare le pretese sul ducato cominciando un lungo lavoro di bilancio per rientrare dei debiti, precondizione assoluta per il ripristino della legalità nei suoi dominii. Il termine, fissato d’accordo col Pontefice per la restituzione dei debiti venne fissato al 1657. La cifra da restituire, faraonica, fissata a 814.865 scudi. Nonostante gli sforzi non riuscì a raccogliere il denaro necessario. Nel 1660 tornarono nuovamente sulla scena gli emissari da Parigi dove sia Luigi XIV che il suo ministro delle Finanze Colbert erano interessati a sostenere, in chiave anti imperiale, le prerogative farnesiane. Nel 1666 Ranuccio II si procurò il denaro necessario ma, senza il sostegno francese, e senza l’appoggio dei nuovi Pontefici Alessandro VII (al secolo Fabio Chigi), Clemente IX (nato Giulio Rospigliosi) e Clemente X (appartenente alla famiglia Altieri alleata degli Orsini e dei Colonna) succedutisi sul trono di Pietro tra il 1655 e il 1676, dovette arrendersi all’evidenza e rinunciare alle pretese formali su Castro che venne incamerato nei domini pontifici in via definitiva. In compenso, l’8 giugno 1682, con il sostegno del nuovo Papa Innocenzo XI (al secolo Benedetto Odescalchi), acquistò dai Principi Landi il possesso di Bardi e Compiano, strategicamente meno importanti di Castro.

Ilario Mercanti detto Lo Spolverini, Ritratto di Elisabetta Farnese

Dei tre figli di Ranuccio II, Odoardo morì poco dopo la nascita di sua figlia Elisabetta e non ascese mai al trono di Parma e Piacenza, il secondogenito fu Duca dal 1694 al 1727 ma morì senza successori e stessa sorte toccò al Duca Antonio che ereditò il titolo dal fratello e lo tenne fino alla morte, che lo colse nel 1731. Con una complessa operazione politica, sostenuta dalla Francia, Elisabetta Farnese, l’ultima discendente di una delle più nobili e antiche famiglie aristocratiche italiane, riuscì ad imporre che il suo primogenito, Carlo di Borbon y Farnesio, ereditasse i Ducati Parmensi. Da Parma, nel 1734, Carlo prese il largo per marciare su Napoli dove per 127 anni i Borbone avrebbero regnato. Memori di quanto importante sia stato il contributo dei Farnese dal 1894, Alfonso di Borbone, conte di Caserta, è tornato a fregiarsi del titolo di Duca di Castro (che non era mai stato depennato assieme a quello di Parma e Piacenza dall’elenco dei titoli di cui si fregiava il Re delle Due Sicilie) con cui si identifica, ancora oggi, il Capo della Real Casa Borbone delle Due Sicilie.

Le rovine della Chiesa di Santa Maria Intus Civitatem

Le rovine di Castro sono rimaste sepolte sotto la vegetazione incolta fino alla metà del ‘900 quando sono cominciati i primi scavi, amatoriali e predatori. Diverse parti del Duomo sono state portate via da ignoti tombaroli. Solo nel 2005 si installa a Ischia di Castro il primo comitato tecnico – scientifico per il recupero della scomparsa capitale dei Farnese. Una vera sfida che coinvolge le istituzioni, in primo luogo il Comune e la Provincia, le associazioni per la valorizzazione del patrimonio culturale locale e poi i privati che possono fornire i mezzi economici per il recupero pratico del sito. Solo il tempo ci dirà quali risultati verranno raggiunti. 

Roberto Della Rocca


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