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venerdì 9 settembre 2011

L'indecorosa fuga dei generali italiani dopo l'8 settembre del 1943



















Pubblichiamo in anteprima un articolo di Fernando Riccardi sulla fuga dei generali italiani all'indomani dell'otto settembre. Il testo si troverà nel numero in uscita di Storia del Novecento, mensile che affronta alcune delle pagine di storia più interessanti e controverse.

ROMA - L'8 settembre del 1943 il tremebondo governo italiano guidato dal maresciallo Badoglio dopo l'allontanamento di Mussolini, stipulò con gli anglo-americani un armistizio che aveva il sapore della resa incondizionata. Da quel giorno l'Italia usciva dalla guerra e lasciava da solo a combattere il vecchio alleato tedesco che non ebbe esitazione alcuna a parlare di indecoroso tradimento. Ma l'8 settembre, che non passerà di certo alla storia per il valore e per l'ardimento dei suoi protagonisti, fu anche e soprattutto il giorno della fuga. E non soltanto da parte dei moltissimi militari di truppa che, confusi e disorientati, gettata alle ortiche la scomoda divisa, iniziarono la lunga marcia di ritorno verso casa. In quelle ore drammatiche per la sorte della nazione anche i nostri tronfi e boriosi generali, la cui mirabolante carriera contemplava più medaglie che guerre combattute, non seppero fare di meglio che scappare di fronte alle responsabilità. La fuga, del resto, era stata inaugurata da Badoglio che, in compagnia del re e di buona parte del suo esecutivo, era andato a mettersi sotto la generosa ala protettiva degli alleati in quel di Brindisi. Prima di scappare verso il maresciallo aveva inutilmente tentato di ottenere il rinvio dell'annuncio dell'armistizio: voleva avere, infatti, ancora qualche giorno per preparare nel migliore dei modi la fuga. Di fronte, però, allo stizzoso diniego di Eisenhower, che minacciava di mandare tutto all'aria, prospettando “la dissoluzione del governo e della nazione italiana”, Badoglio fu costretto a piegare la testa e ad affrettare i preparativi per il “trasloco”. Ma, se i membri della casa reale, il capo del governo e buona parte dei componenti del governo, si apprestavano ad abbandonare Roma temendo le rappresaglie dei tedeschi, ci doveva pur essere qualcuno cui affidare il compito di restare, non fosse altro che per intavolare la trattative di resa. Ed è proprio qui che si incontrano difficoltà inenarrabili. Nell'agosto precedente, mentre le trattative con gli anglo-americani per la stipula dell'armistizio andavano avanti tra continue difficoltà e grotteschi equivoci, lo Stato Maggiore, prevedendo di avere grossi problemi con gli ex alleati, aveva messo a punto un piano di difesa denominato “memoria ordine pubblico 44”. Il piano, redatto dal generale Utili, era diretto a vanificare gli effetti di una probabile aggressione tedesca sull'intero territorio nazionale. L'8 settembre, dopo il lapidario comunicato radiofonico, in ossequio a disposizioni già precedentemente stilate, Utili si recò immediatamente dal generale Roatta, capo di Stato Maggiore dell'esercito, chiedendo che fosse dato l'ordine per l'esecuzione del piano. Roatta, però, prese tempo anche perché ritenne indispensabile avvertire il generale Ambrosio, suo diretto superiore. Si recò allora presso il ministero della guerra la cui sede era a Palazzo Baracchini, in via XX Settembre. Qui giunto, però, si verificò un altro intoppo: Ambrosio si rifiutò di dare l'ordine senza prima consultarsi con il maresciallo Badoglio. Il quale, ironia della sorte, risultò irreperibile, anche se stava beatamente dormendo in attesa della partenza in una stanza dello stesso edificio. Mentre andava in scena questa ridicola pantomima le truppe tedesche al comando del maresciallo Kesserling erano rapidamente passate all'azione. Dopo aver disarmato numerosi plotoni italiani che si erano arresi senza opporre resistenza, marciavano in maniera concentrica verso Roma. Non tutti i reparti del Regio Esercito, ad onor del vero, cedettero le armi. Focolai di resistenza si ebbero lungo la via Ostiense, dove erano dislocati i “Granatieri di Sardegna” e, soprattutto, a Monterosi e a Manziana dove la divisione corazzata “Ariete” ingaggiò un furioso combattimento che si concluse soltanto nel tardo pomeriggio del 9 settembre. Si trattò, comunque, di episodi sporadici in quanto un po' ovunque le divisioni italiane, che pure si trovavano in netta superiorità numerica, disorientate dalla mancanza di ordini, si limitarono a dare campo libero ai tedeschi senza neanche sparare un colpo. Anche se, alla fine, da parte italiana il bilancio delle vittime fu particolarmente pesante: nella inutile difesa di Roma rimasero uccisi 1.000 soldati e 500 civili. Difficile comprendere per quale motivo il piano anti-aggressione non entrò in funzione. O, forse, una spiegazione c'è: troppo indaffarati a preparare la fuga nessuno volle o trovò il tempo di impartire quell'ordine. L'importante era salvare la pelle, tutto il resto contava poco e niente. Ci pensassero quei pochi che rimanevano a Roma ad organizzare la resistenza oppure a trattare con i tedeschi. Loro, i massimi rappresentanti di una nazione sull'orlo del baratro, avevano un solo obiettivo: scappare il più in fretta possibile dalle grinfie degli ex alleati ai quali avevano rifilato una “sola” di proporzioni colossali. La lunga lista dei valorosi uomini che si dettero coraggiosamente alla fuga era capeggiata dal re Vittorio Emanuele III e dal maresciallo Badoglio. E poi dai generali Ambrosio e Roatta, capo di Stato Maggiore e capo di Stato Maggiore dell'esercito. E poi ancora da una nutrita serie di ministri con a capo De Courten e Sandalli, titolari dei dicasteri della marina e dell'areonautica. Un esodo di proporzioni bibliche che lasciò il paese allo sbando e in balia degli eventi. A Roma erano rimasti veramente in pochi e tra questi pochissimi erano quelli che avevano la voglia e il coraggio di fare qualcosa. Il generale Carboni, ad esempio, che comandava le truppe dislocate nello scacchiere capitolino, dopo aver tentato vanamente di raggiungere il molo di Pescara e di imbarcarsi alla volta di Brindisi, decise di tornare sui suoi passi. La sua, però, fu solo una fugace apparizione. Ben presto, infatti, si rese irreperibile lasciando l'incombenza del comando al suo capo di Stato Maggiore, il colonnello Salvi. Solo molte ore dopo fece la sua ricomparsa e, assieme al generale Calvi di Bergolo, genero del re, si preoccupò di condurre le trattative di resa con i tedeschi che ormai stavano piombando su Roma. Al loro posto, invece, erano rimasti il generale Sorice, ministro della guerra, che aveva rifiutato di imbarcarsi, e il generale Di Giorgio, comandante della difesa territoriale. Quest'ultimo pagò con la vita la sua coraggiosa decisione: deportato in Germania morì in un campo di prigionia. In tutto questo bailamme, tra il fuggi-fuggi generale, non deve sorprendere che solo qualche giorno dopo, da Brindisi, il nostro comando militare, con colpevole ritardo, si sia ricordato di impartire il famoso ordine “OP 44”. Era l'11 settembre. Ormai, però, era troppo tardi. L'esercito italiano non esisteva praticamente più. Quanto alle truppe poste a difesa di Roma esse si erano già arrese. Alle ore 16.15 del 10 settembre il colonnello Giaccone, capo di Stato Maggiore della divisione “Centauro” (nessun ufficiale di grado superiore aveva avuto il coraggio di presentarsi di fronte a Kesserling), si recò a Frascati dove aveva sede il comando tedesco e, al cospetto del pari grado Westphal, firmò gli atti della capitolazione. Anzi, essendo giunto con una mezz'ora di ritardo rispetto alla scadenza dell'ultimatum, soltanto per il rotto della cuffia, si riuscì a salvare Roma da un massiccio bombardamento aereo da parte degli ex alleati. E così in quel mite pomeriggio di fine estate i vertici del nostro esercito, che già nel corso della grande guerra non avevano dato prova di grande ardimento, disegnarono un'altra pagina assai poco gloriosa. Nel febbraio del 1949 le indagini di una commissione d'inchiesta incaricata di fare luce sulla mancata difesa di Roma da parte delle truppe italiane si concluse con un nulla di fatto e, soprattutto, con l'assoluzione di tutti gli imputati. Alcuni di essi per il loro grave comportamento (si pensi ai generali Roatta e Carboni che avevano abbandonato i loro posti di comando) avrebbero meritato, secondo quanto disposto dal codice militare, di finire davanti al plotone di esecuzione. Tutto, invece, si concluse a tarallucci e vino in nome di una pacificazione universalmente invocata. Di quei poveretti caduti per difendere la capitale, vittime innocenti immolati alla superiore esigenza di normalizzazione, nessuno si preoccupò più di tanto.

Fernando Riccardi

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