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lunedì 19 settembre 2011

20 Settembre 1870, rivoluzione italiana ultimo atto




CASERTA - La notte tra il 19 e il 20 settembre 1870 fu una notte diversa per Roma, una notte carica di tensione e di paura per quello che sarebbe successo l’indomani quando, alle prime luci dell’alba, Roma, per secoli capitale del mondo antico e poi della cristianità, si sarebbe trovata alla mercè degli assedianti. Questa volta i piemontesi avevano avuto partita facile fin dall’inizio e tutto lasciava prevedere che la presa della città sarebbe avvenuta in un bagno di sangue. Dal 1848 i rivoluzionari di tutto il mondo non aspettavano altro se non poter riacciuffare quel Pio IX che, travestito da modesto curato di campagna, si era dato alla fuga dal Quirinale ed era corso tra le braccia del figlio prediletto di Santa Romana Chiesa, Ferdinando II di Borbone, che lo aveva riportato sul trono a distanza di poco più di un anno con il consenso e la complicità materiale e umana di tutte le potenze europee, dalla Francia all’Austria, dalla Prussia alla Spagna passando per il Piemonte. Proprio Vittorio Emanuele II, il Re piemontese che gli aveva offerto le sue truppe per la restaurazione, da dieci anni Re d’Italia usurpatore illeggittimo di ben 5 corone (Due Sicilie, Lombardo Veneto, Toscana, Parma, Modena), si apprestava a dare l’ordine finale. Dopo aver minato la stabilità della pace tra Stato e Chiesa e aver perseguitato in tutta Italia i religiosi, l’ultimo assalto era quello con le maggiori incognite, soprattutto per gli assediati. Come si sarebbero comportati gli affamati assalitori, in attesa di vendicare la resistenza (vana) di Castelfidardo e le sconfitte di Monterotondo e Mentana? Quali spazi sarebbero rimasti al Santo Padre per una fuga clandestina verso lidi più sicuri, l’Austria o meglio ancora la Spagna, dove avrebbe potuto ancora una volta riprendere il suo ruolo di pastore della Chiesa universale? E le potenze cattoliche e conservatrici come avrebbero reagito. Avrebbero lasciato compiere l’ultimo sacrilegio dell’offesa alla persona fisica del Papa? O sarebbero intervenute con la forza per dare giustizia ai popoli oppressi della penisola? Ma procediamo con ordine.

Hermann Kanzler

Una nuova guerra non dichiarata e la prima coltellata alla schiena della Francia

Dato lo stile con cui si erano da anni comportati i nuovi padroni dell’Italia non stupisce che anche al momento dell’ultimo assalto allo Stato Pontificio, il Regno d’Italia non si sforzò di trovare un benché minimo pretesto per giustificare l’occupazione del Lazio. Così la guerra scoppiò senza atto di dichiarazione formale, secondo un copione già scritto dieci anni prima quando, sempre nel settembre, del 1860, le truppe piemontesi entrarono nelle Marche e nell’Umbria. Le truppe francesi, che da altrettanto tempo tutelavano l’ultimo lembo di potere temporale, avevano abbandonato l’Italia per decisione del governo provvisorio francese. Il 28 uglio il generale Dumont, dopo essersi congedato dal Santo Padre, si imbarcò con i suoi ultimi uomini a Civitavecchia per rimpatriare e dare man forte all’esercito nazionale impegnato nel tentativo di fermare l’avanzata prussiana verso Parigi e, allo stesso tempo, schiacciare la rivoluzione rossa che era esplosa nelle maggiori città all’indomani dell’ingloriosa cattura di Napoleone III a Sedan. Eppure anche nella Francia in difficoltà generali, uomini politici e stampa cattolica chiedevano a gran voce di continuare la difesa a oltranza del Papa per fermare l’attacco italiano. Il motivo di tanto astio fu dovuto all’accordo che legava la Prussia all’Italia. Un accordo, quello firmato alla fine di agosto, che sanciva il non intervento del Regno d’Italia in difesa della Francia di Napoleone III a cui doveva la propria stessa esistenza. In cambio i Prussiani si dichiararono pronti ad intervenire per aggredire qualsiasi potenza avesse tentato di impedire la presa di Roma. Fu così che l’Austria venne impossibilitata ad intervenire. “Ho fatto quel che ho potuto per prevenire la guerra; ho detto ciò che potevo per convincere la Francia a non abbandonare il territorio pontificio; essi mi hanno dato ragioni politiche alle quali non do alcun peso; Dio le giudicherà” si limitò a dire Pio IX mentre l’esercito pontificio riceveva i nuovi ordini del Generale Hermann Kanzler che si trovava investito dell’impossibile compito di difendere la sacra persona del Papa e l’integrità dei suoi dominii.

Nino Bixio

Gli eserciti in campo

L’esercito italiano schierava nelle campagne al confine con il Lazio, il fior fiore della rivoluzione anticattolica dei decenni precedenti.  Al comando della II divisione, stanziata a Orvieto, era Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi il quale era stato tenuto in disparte nella fase di preparazione della battaglia e, in segno di evidente disprezzo era partito per la Francia per combattere i prussiani in evidente sfregio delle decisioni politiche di Vittorio Emanuele II e del suo Governo. A sud, nell’Alta Terra di Lavoro, stava la IX divisione con a capo il Generale Angioletti. Il grosso delle forze, schierate tra Rieti e il confine pontificio, erano raccolte sotto le insegne del 4° Corpo d’Armata con a guida il Generale Cadorna e divise in tre divisioni: la XI guidata dal Cosenz, la XII affidata al de la Roche e la XIII diretta dal Generale Ferrero. In totale l’esercito italiano metteva in campo 65mila uomini, un numero spropositato di forze se paragonate agli effettivi pontifici. Il Generale Kanzler non disponeva che di 13.600 uomini divisi in reparti diversi e mal abituati alle operazioni belliche. Facevano eccezione gli oltre 3mila zuavi che avevano dato prova della loro abilità a Mentana, i poco più di 1.100 Cacciatori, i 2mila gendarmi e i mille cacciatori stranieri cui si affiancavano gruppi minori compresi tra le 150 e le 900 unità. Del totale dei soldati pontifici 8.300 erano romani e i restanti 5mila volontari stranieri accorsi a combattere per la tutela della religione cattolica e la difesa del suo Capo. Il piano italiano, nonostante la schiacciante superiorità numerica, era molto dettagliato. Bixio avrebbe dovuto occupare rapidamente Civitavecchia in modo da tagliare la via di fuga al Papa e ai suoi soldati, mentre le restanti divisioni si sarebbero portate direttamente a Roma per cominciare l’assedio. La notte del 10 settembre Bixio passò la frontiera seguendo gli ordini di Cadorna e cominciò l’ultimo assalto della rivoluzione alla Chiesa.


Una immagine di un gruppo di zuavi pontifici

L’assedio di Roma

In tre giorni Bixio controllava tutte le vie di accesso a Civitavecchia mentre quel che rimaneva della flotta italiana (uscita distrutta dalla battaglia di Lissa del 1866) si presentava al largo per porre l’assedio dal mare. Nel porto si trovavano 800 uomini delle truppe pontificie il cui comandante,  Colonnello Serra, dichiarò lo stato d’assedio prendendo i provvedimenti per una resistenza prolungata. Nonostante le intenzioni il comportamento di Serra fu di una viltà senza precedenti e, sentitosi minacciato dai cannoni di Bixio e dalla protesta dei cittadini che volevano la resa per evitare di dover subire i bombardamenti, decise di arrendersi senza resistere accettando le condizioni degli italiani che prevedevano l’ingresso con pari grado nelle fila italiane. Il Maggiore Numa D’Albiousse, degli zuavi, rifiutò di apporre la sua firma al documento di capitolazione e il Capitano Saballs spezzò la sua spada davanti a Serra e si imbarcò su una nave spagnola per tornare in Catalogna dove si distinse nelle guerre carliste degli anni successivi. Mentre Civitavecchia capitolava senza sparare un colpo i 40mila uomini di Cadorna erano già sotto le mura di Roma, dove il 13 Kanzler aveva proclamato lo stato d’assedio, così come i 10mila di Angioletti che aveva occupato Frosinone e Velletri senza eccessive difficoltà. Kanzler aveva infatti dato ordine ai suoi uomini di arretrare senza opporre resistenza per concentrare sulla capitale la maggior forza possibile di difesa. Dopo alcuni giorni di scaramucce lo schieramento attorno alla capitale era ormai completo. Tra le vie Aurelia e Campana, proveniente dalla costa, stavano le truppe di Bixio. A sud, tra l’Ostiense e la Labicana quelle di Angioletti.  Tra la Tiburtina e la Prenestina erana attestata la divisione di Ferrero e, di seguito, verso nord, quella di Mazè de la Roche (tra Tiburtina e Salaria) e di Cosenz (tra Salaria e Cassia). Nonostante fossero solo 16 i cannoni a disposizione dei difensori essi furono tenaci nel difendere le posizioni e si arresero soltanto quando, a due ore dall’inizio dei combattimenti la mattina del 20 settembre, Pio IX decise di evitare spargimenti di sangue tra le sue fedeli truppe e i suoi sudditi, una volta appresa dell’apertura di una breccia a Porta Pia. In spregio alle regole dell’onore, come già avevano dimostrato a Gaeta, a Messina, a Civitella e ogni qual volta l’onore si sarebbe dovuto palesare, l’esercito di Vittorio Emanuele II continuò a bombardare senza rispettare la bandiera bianca che sventolava su tutto il fronte. Invece di attendere la conclusione delle trattative per la capitolazione gli italiani entrarono in città e furono numerosi gli zuavi e i pontifici vittime delle violenze senza potersi difendere. Disarmati, derisi e a volte assassinati, dovettero attendere diverse ore prima che il comando italiano riportasse la disciplina tra i barbari invasori.

Una foto di Porta Pia dopo la resa. Sulla destra la breccia nelle mura


La sorte del Papa e della Chiesa

I palazzi del Governo, quelli Laterani e San Pietro restavano zone off limits per la truppa italiana e saldamente presidiati dagli Zuavi di Kanzler. Il Papa non aveva niente da stare tranquillo e con lui tutta la Curia romana e la corte pontificia. Nino Bixio, forse per omaggiare il suo vecchio Generale, aveva promesso che una volta entrato a Roma avrebbe buttato Pio IX nel Tevere assieme a tutti i Cardinali. A corte risiedevano ancora tutti i diplomatici europei e a loro si rivolse prima di ritirarsi in Vaticano, raccomandando di fare pressioni sui nuovi padroni affinchè non ci fossero violenze contro i suoi soldati che scioglieva dal vincolo di fedeltà per poterne garantire la salvezza. Colpi di mano contro la persona del Papa non furono però minimamente presi in considerazione. L’alto comando e Vittorio Emanuele non potevano rischiare, nel momento di massimo trionfo, l’intervento delle potenze estere. L’intemperante Bixio fu costretto a rientrare nei ranghi non attuando i suoi propositi. Una guerra generale era un rischio non indifferente. Così la città Leonina (l’attuale Città del Vaticano) fu considerata intangibile. Il resto di Roma fu evacuato dalle truppe pontificie il giorno 21 con l’onore delle armi. Gli stranieri furono ricondotti in patria mentre, per alcuni dei romani si aprirono, prevedibilmente, le porte delle patrie galere. In un clima da ultimi giorni dell’Impero, mentre nelle strade i traditori familiarizzavano con gli invasori e già prospettavano i grandi ampliamenti che avrebbero ucciso la Roma capitale della Cristianità per farne la capitale di una media potenza europea, Pio IX si chiuse nella sua nuova dimora circondato dai fedelissimi. Decise di non avere nulla a che fare con i nuovi padroni. Negò sempre la sua benevolenza al Re d’Italia che si insediava, abusivo e illegittimo, al Quirinale facendo sfoggio della sesta corona rubata. Malgrado la disgrazia c’era da stare allegri. La Chiesa sarebbe sopravvissuta anche a quella terribile prova seppur condannata ad un assedio permanente. 


Pio IX continuò ad essere odiato e sopravvisse otto anni dietro le mura del suo nuovo piccolo regno. Dopo la sua morte, nel 1881 si organizzò la traslazione della salma verso San Lorenzo al Verano in accordo con le autorità italiane. Queste, sempre fedeli al principio della parola e dell’onore, tradirono il patto e comunicarono la notizia della traslazione, che sarebbe avvenuta di notte per evitare disordini. Un gruppo di “patrioti” cercò così di fare irruzione nel corteo funebre per prendere la bara e gettarla nel Tevere tentando così di assolvere al progetto di Bixio. Non ci riuscirono e furono respinti dai fedeli sudditi del Papato al grido di: “Viva il Papa Re!”.

Roberto Della Rocca

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Pubblichiamo di seguito un comunicato del Centro Studi Federici che affronta alcune delle questioni relative alla presa di Roma ed elenca alcune vittime permettendoci di conoscere meglio i valorosi Zuavi di Pio IX che hanno combattuto per l'onore e per la fede. "Viva il Papa Re!".

20 settembre 1870 – 2011: viva il Papa-Re!

1) I caduti papalini del 20 settembre 1870Nella battaglia del 20 settembre 1870, l’esercito italiano ebbe 4 morti e 9 feriti tra gli ufficiali, 45 morti e 132 feriti tra la truppa. I pontifici, invece, registrarono solamente 19 morti, deceduti il 20 settembre 1870 e nei giorni successivi in seguito alle ferite, e 68 feriti. Ecco l’elenco dei caduti pontifici:
Zuavi:Sergente Duchet Emilio, francese, di anni 24, deceduto il 1 ottobre.
Sergente Lasserre Gustavo, francese, di anni 25, deceduto il 5 ottobre.
Soldato de l’Estourbeillon, di anni 28, deceduto il 23 settembre.
Soldato Iorand Giovanni Battista, deceduto il 20 settembre.
Soldato Burel Andrea, francese di Marsiglia, di anni 25, deceduto il deceduto il 27 settembre.
Soldato Soenens Enrico, belga, di anni 34, deceduto il 2 ottobre.
Soldato Yorg Giovanni, olandese, di anni 18, deceduto il 27 settembre.
Soldato De Giry (non si hanno altri dati).
altri tre soldati non identificati, deceduti il 20 settembre.
Carabinieri:Soldato Natele Giovanni, svizzero, di anni 30, deceduto il 15 ottobre.
Soldato Wolf Giorgio, bavarese, di anni 27, deceduto il 28 ottobre.
Dragoni:Tenente Piccadori Alessandro, di Rieti, di anni 23, deceduto il 20 ottobre.
Artiglieria:Maresciallo Caporilli Enrico, italiano, deceduto il 20 ottobre.
Soldato Betti, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Curtini Nazzareno, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Taliani Mariano, di Cingoli, di anni 29, deceduto il 20 settembre.
Soldato Valenti Giuseppe, di Ferentino, di anni 22, deceduto il 3 ottobre.
(Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994,
pagg. 672-673; nel testo del Vigevano i nomi di battesimo sono stati italianizzati).


2) Esercito pontificio: paesi d’origine degli ufficiali e della truppa nel primo semestre del 1870 … Metà all’incirca di questa forza era italiana, l’altra metà era formata da individui di diverse nazionalità: la Francia vi figurava con circa 3000 uomini, il Belgio con 700 uomini, l’Olanda con circa 900, la Germania e l’Austria con 1200, la Svizzera con 1000, il Canada con 300; vi erano poi inglesi, russi, spagnoli, portoghesi, americani del nord; si aggiunsero infine le così dette rarità rappresentate da 3 turchi, 4 tunisini, 3 siriaci, un marocchino, 2 brasiliani, un peruviano, un messicano; l’estremo artico della terra v’era raffigurato da 2 svedesi del capo nord e l’estremo sud da un nativo della Nuova Zelanda (tutti di fede cattolica).
(A. Vigevano, op.cit., pag, 123)

3) Paesi d’origine relativo al solo Corpo degli Zuavi Pontifici nel secondo semestre 1870… Quando il 21 Settembre 1870 il reggimento si trovò per l’ultima volta riunito a piazza San Pietro, nei suoi ranghi militavano: 1.172 olandesi, 760 francesi, 563 belgi, 297 tra canadesi – inglesi irlandesi, 242 italiani, 86 prussiani, 37 spagnoli, 19 svizzeri, 15 austriaci, 13 bavaresi, 7 russi e polacchi, 5 provenienti dal Baden, 5 degli Stati Uniti, 4 portoghesi, 3 essinai, 3 sassoni, 3 wuttemburghesi, 2 brasiliani, 2 equadoregni, 1 peruviano, 1 greco, 1 monegasco, 1 cileno, 1 ottomano, 1 cinese.
(Lorenzo Innocenti, Per il Papa Re. Il Risorgimento italiano visto attraverso la storia del Reggimento degli Zuavi Pontifici – 1860/1870, Esperia Editrice, Perugia 2004, pag. 27).

4) L’esercito pontificio in gran parte italiano. I romani a difesa di Pio IXIn più luoghi del citato libro del generale Cadorna si dice che il Papa era schiavo della volontà dei papi delle sue truppe estere.
Ebbene: chi comandava la zona militare di Trastevere e della Città Leonina? Il colonnello Azzanesi, romano. Chi comandava il forte S. Angelo? Il tenente colonnello Pagliucchi dello stato maggiore di piazza, romano. Chi comandava la sotto zona da Porta Portese a Porta S. Pancrazio (Trastevere)? Il tenente colonnello dei Cacciatori cav. Sparagana, frosinonese. Chi comandava la sotto zona da porta S. Pancrazio a Porta Angelica? (in questo perimetro è compreso il Vaticano) Il tenente colonnello di linea cav. Zanetti, bolognese. Quali truppe guernivono la zona Azzanesi?
I difensori della zona era presidiato dai sedentari (veterani) quasi tutti italiani; il Vaticano e la persona stessa del Sommo Pontefice erano tutelati da una sezione d’artigliera nei giardini, dai Volontari di riserva e dalle Guardie Palatine, cioè da tutti romani, più la Guardia Nobile e Svizzera.
Ecco la pretesa schiavitù di Pio IX durante l’assedio del 1870! Ma ecco, a maggior rincalzo, la situazione ufficiale dell’esercito pontificio in data 18 settembre 1870:
Gendarmi 1.863 tutti italiani, molti romagnoli. Artiglieria 996 tutti italiani, eccettuati ben pochi. Genio 157 tutti italiani, non pochi romani. Cacciatori 1.174 tutti italiani, moltissimi romani. Linea 1.691 tutti italiani, molti romani. Zuavi 3.040 esteri, con un buon numero d’italiani, fra cui non pochi romani. Legione Romana o d’Antibo 1089 con molti italiani, specialmente di Corsica e Nizza, e molti savoiardi. Carabinieri esteri 1.195 con un certo numero di italiani. Dragoni 567 quasi tutti italiani, non pochi romani. Treno 166 tutti italiani, non pochi romani. Sedentari (Veterani) 544 in maggioranza italiani. Infermieri 119 italiani, meno pochi esteri. Squadriglieri 1.023 tutti italiani, e, nella maggior parte della provincia romana. Totale 13.624. Gli italiani superavano di circa quattromila gli esteri.
A questo quadro dell’esercito, dirò così, di linea, sono da aggiungersi anche i seguenti Corpi, i quali, quantunque addetti a servizi speciali, avrebbero concorso (e concorsero difatti in più incontri) all’azione militare attività:
a) Guardia Nobile di Sua Santità, tutta formata di gentiluomini dello Stato Pontificio; in circa 70 uomini, comandati dai due Principi romani, un Barberini ed un Altieri.
b) La Guardia Palatina d’onore, circa 500 uomini, reclutata in tutte le classi della borghesia romana e tra i proprietari, i negozianti e capi d’arte.
c) I Volontari Pontifici di riserva, tutti italiani, anzi quasi tutti romani; circa 400 uomini tra cui molti patrizi, e poi negozianti, impiegati e professionisti. Era un battaglione formato da 4 compagnie, comandato dal capitano Fischietti del 1. linea. I quattro capitani erano i principi di Sarzina e Lancellotti, il Duca Salviati e il Marchese Giovanni Naro Patrizi Montoro, Vessillifero ereditario (tenente generale) di Santa Chiesa.
d) La Guardia Svizzera (120 uomini, circa).
e) Gl’Invalidi, con quartiere ad Anagni.
f) La compagnia di disciplina, che, ottenute dal comandante Papi le armi, si battè eroicamente insieme ai zuavi, gendarmi e finanzieri nel fiero attacco dato dal Cadorna a Civitacastellana.
La Guardia di polizia, la piccola marina, il corpo di finanza e quello degli ufficiali di amministrazione, composti tutti d’italiani. E questi quattro corpi presero attivissima parte alle campagne del 1867 e 1870, e gli ultimi due anche campagne e fatti d’armi del 1859 e 1860.
(Antonmaria Bonetti, Venticinque anni di Roma capitale d’Italia e i suoi precedenti, Libreria della Vera Roma, Roma 1895, parte II, pagg. 42-45).

Fonte: www.centrostudifederici.org  

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