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venerdì 30 settembre 2011

Storia di Castro, città contesa e distrutta ricordata (per ora) solo dai Borbone


Un disegno che ritrae l'antica Castro

CASERTA - Quando si parla di Castro subito il pensiero corre a Carlo di Borbone, Capo della Real Casa di Borbone Due Sicilie, che si fa identificare proprio come Duca di Castro. In realtà il capo di Casa Reale è Duca di una ducea che non esiste più da oltre 350 anni. Quella di Castro è proprio la storia di una città che non esiste ma che ha rappresentato, per secoli, un luogo fondamentale per via del suo posizionamento strategico. Castro sorgeva nel cuore della Maremma Laziale ed era un crocevia centrale tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana. Ma la storia di Castro, che prende il suo nome dal latino Castro Felicitatis, Castello della Madonna Felicita, è ben più antica. Già gli etruschi popolarono le alture del piccolo altopiano di tufo stretto tra i fiumi Olpeta e Fiora, come dimostra la ricca necropoli dove, nel 1967, fu rinvenuta la celebre Tomba della Biga. Presidiata militarmente dai romani ai tempi della conquista del Lazio e poi abbandonata in epoca repubblicana e imperiale, fu con la rinascita medievale che Castro tornò ad essere un centro abitato nuovamente importante. Dominato per un breve periodo anche da una donna (si pensa che il nome Madonna Felicita sia dovuto proprio alla dominazione della Dama Felicita o Felicia che esercitò il controllo sul borgo) riuscì a conquistare alcune autonomie tipiche dei comuni dell’Italia settentrionale pur restando formalmente nella disponibilità territoriale dello Stato della Chiesa che, nel corso dei secoli, aveva difeso i suoi abitanti dalle mire dei nobili toscani e laziali. La storia della piccola città fortificata di Castro, che ormai contava all’interno delle proprie mura veri e propri gioielli d’arte e d’architettura. Nel corso del tempo numerosi visitatori della città hanno avuto modo di cantarne la bellezza. Tra tutti restano memorabili i testi dello storico Annibale Caro che ha descritto nei dettagli la conformazione urbanistica di Castro. Nel centro sorgeva la Piazza Maggiore dove si affacciavano la Zecca e il Palazzo Ducale attorno al quale sorgevano le residenze delle famiglie nobili più vicine a Casa Farnese che vi si stabilirono quando la famiglia prese possesso della città e del suo piccolo ducato. Tredici, le chiese registrate nei documenti della Curia, la maggiore, il Duomo dedicato a San Savino consacrato nel 1286 ci lascia scoprire che Castro era sede vescovile. Diverse sono le storie legatte alle chiese di Castro come quella di San Pancrazio, costruita nel medioevo era stata innalzata dagli abitanti di Vulci che si erano rifugiati e poi stabiliti, a Castro dopo l’invasione saracena, o quella della Madonna del Carmine, edificata per volere di un militare che doveva adempiere ad un voto. Importante la presenza della Confraternita di San Giovanni che gestiva l’ospedale della città e l’omonima chiesa e quella dei Frati Francescani che si stabilirono con un proprio convento nella seconda metà del ‘500 su invito del Duca Farnese.

L'albero genealogico semplificato dei Farnese

E’ proprio tramite i Farnese che la storia di Castro arricchisce il patrimonio culturale e storico ereditato dai Sovrani delle Due Sicilie e che viene tramandato ancora oggi tramite la titolarità della Ducea, che, ancora una volta, dimostra come persista, a 150 anni dalla fine del Regno meridionale, un fil rouge che lega i Borbone al proprio passato. Ad ottenere la titolarità di Duca di Castro fu  Pier Luigi Farnese (1503 – 1547) figlio di Alessandro, asceso al soglio Pontificio con il nome di Paolo III, uno dei Pontefici più potenti, abili e temuti che la storia ricordi. 

Tiziano, Ritratto di Pier Luigi Farnese


Erano anni convulsi. Le grandi famiglie nobili romane, a cui i Farnese appartenevano accanto agli Orsini, ai Colonna, ai Barberini e ai Torlonia, solo per citarne alcune, si contendevano il potere sulla corte pontificia e il titolo di Papa per i componenti delle rispettive famiglie. Riuscire a fare eleggere un proprio parente dal Conclave significava assicurarsi potere, gloria e ricchezze, oltre ad una smisurata influenza in tutto lo scacchiere Europeo. L’epoca dei Farnese a Roma a lasciato il segno, come dimostra, tra tutto, il Palazzo Farnese, gioiello architettonico che finirà nella disponibilità di Casa Borbone, sin dai tempi di Carlo (ultimo discendente dei Farnese, tramite la madre Elisabetta), fino al 1870 quando venne abbandonato dall’ultimo Re delle Due Sicilie e si aprirono le pratiche per la vendita che lo portarono a diventare sede dell’ambasciata di Francia in Italia. Pier Luigi Farnese si potrebbe segnalare come una vera e propria testa calda, ribelle rispetto all’autorità paterna e non solo. Al servizio dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo partecipò alla presa di Tunisi e a decine di altri scontri militari distinguendosi per la sua irruenza e per il suo agire di impulso ignorando, talvolta, gli ordini dei superiori. Questa differenza di carattere col mite e calcolatore Padre-Pontefice lo portò anche a scontri diretti con Roma. Castro fu al centro di queste diatribe politiche. Nel 1527 una rivolta popolare guidata da Antonio Scaramuccia e Jacopo Caronio abbattè il governo legato alla famiglia Barberini e i capi del nuovo governo cittadino chiesero protezione proprio a Pier Luigi Farnese che con i suoi soldati entrò in città. Favorito dalla confusione che regnava a Roma, in preda al sacco dei Lanzichenecchi, godendo dell’appoggio diretto di Carlo V ma non di quello del Padre Alessandro Cardinale e consigliere del Papa Clemente VII, fu accolto a Castro dalla popolazione con il massimo degli onori. Quando il Papa, fuggito ad Orvieto, seppe dell’occupazione impose, ed ottenne, il ritiro di Pier Luigi da Castro, e, non contento, assegnò al cugino Gian Galeazzo Farnese, il compito di punire gli abitanti. Volle che ad effettuare il saccheggio fosse un Farnese anche per spezzare il legame che si era creato tra la famiglia e gli abitanti ma questo non bastò. Pier Luigi continuò a vantare diritti sulla città e sulle terre circostanti, sostenuto dalle autorità “comunali”, ma le cose non cambiarono nemmeno quando, nel 1534 Alessandro Farnese conquistò il trono pontificio. Paolo III fu costretto a cedere solo dietro le insistenze pressanti di Carlo V che sponsorizzava pienamente le richieste del suo “campione”. Dopo averlo nominato Gonfaloniere della Chiesa, il 2 febbraio 1537 giunse la nomina tanto attesa. 

Sebastiano Ricci, Paolo III nomina il figlio Pier Luigi duca di Parma e Piacenza

Il Ducato di Castro entrava nella piena titolarità dei domini dei Farnese che poterono gloriarsi del titolo ducale su un territorio che andava dal Lago di Bolsena al Tirreno. Castro fu il primo feudo ottenuto da Pier Luigi che, sempre sostenuto dall’Imperatore e, questa volta, anche dal Papa, si fece largo anche nella Bassa Padana dove si era aperta la crisi dei Ducati di Parma e Piacenza. Dopo incessanti trattative tra i Medici, i Farnese, gli Este, gli aristocratici e le autorità locali, nel 1545, giunse l’inaspettata titolarità dei due Ducati che si aggiungevano a quello di Castro. La nomina catapultò i Farnese al di fuori della stretta cerchia pontificia e aprendo loro la strada della politica europea vista l’importanza strategica dei nuovi Dominii. Non dimentico di Castro, Pier Luigi fu benevolo amministratore e nominò il centro capitale dei suoi possedimenti. I cittadini lo ripagarono con la costruzione, affidata ad Antonio da Sangallo il giovane (autore della ricostruzione di Castro dopo la distruzione subita ad opera di Gian Galeazzo), della magnifica Porta Lamberta, un vero e proprio Arco di Trionfo che raccontava ai visitatori i trionfi dei Farnese. Il rapporto tra Castro e i Farnese continua ad essere stretto ma, dopo la morte di Paolo III, del “Gran Cardinale” Alessandro e del Cardinale Ranuccio, suoi nipoti, l’autorità della famiglia alla Corte di Roma viene progressivamente diminuendo a vantaggio dei nemici, primi tra tutti, i Barberini. Ottavio (1524 – 1586) e i suoi discendenti, suo figlio Alessandro (1545 – 1592) e suo nipote Ranuccio (1596 – 1622) furono fortunati ad avere le spalle coperte dall’autorità Imperiale. Entrambi furono al servizio degli Asburgo e da questi furono protetti nell’integrità dei loro dominii. Alessandro fu addirittura Governatore dei Paesi Bassi, vivendo gran parte della sua vita lontano dai propri possedimenti e per un periodo quasi ostaggio dell’Imperatore. Dopo due generazioni le cose cambiarono. Le guerre di religione stavano per trovare una degna conclusione nella pace di Westfalia e per mantenere la sua autorità nei ducati, far fronte ai debiti contratti dal padre Ranuccio, e garantire una costante influenza farnesiana sulla corte romana il nuovo Duca Odoardo (1612 – 1646) affrontò spese non indifferenti a tal punto da domandare al Papa Urbano VIII, la possibilità di emettere cedole di credito per incamerare nuove risorse. 

Anonimo, Ritratto di Odoardo Farnese

Urbano VIII non era un pontefice qualunque. Al secolo, Maffeo Barberini, apparteneva proprio ai nemici giurati dei Farnese e, assieme ai nipoti Cardinali Francesco e Antonio, aveva tentato di farsi vendere il ducato da Odoardo proprio profittando delle sue difficoltà economiche. Mancando l’obiettivo, nel 1634, giunse l’autorizzazione che sarebbe stata coperta, per volontà papale, proprio dai possedimenti di Castro e Ronciglione. Furono 700mila gli scudi che Odoardo riuscì a recuperare grazie ai “luoghi di Monte” come venivano definiti i titoli di credito emessi. A partire dal 1638 il Papa, animato ovviamente dai Barberini, ansiosi di sottrarre ai Farnese Castro, chiese a Odoardo di rientrare dei suoi debiti contratti, in larga parte con la nobiltà romana.  Non disponendo di tale somma il 22 gennaio 1640 Odoardo si chiuse a Castro e avviò dei lavori di ampliamento delle fortificazioni. L’insolvenza del Duca causò lo scoppio della prima guerra di Castro. Il 13 ottobre 1641 le truppe di Antonio e Francesco Barberini, in nome del Papa Urbano VIII, occuparono Castro mentre Odoardo, con le sue truppe, aveva abbandonato la città per avviare la sua marcia verso Roma. Occupata senza troppe difficoltà Acquaforte, il Duca di Castro fu invitato dal Papa, che temeva un nuovo sacco di Roma, alla trattativa. Il fallimento clamoroso del negoziato dimostrarono che l’operazione diplomatica era solo un diversivo per impedire l’avanzata di Odoardo che si trovò, dopo mesi di guerra, nell’impossibilità di avanzare verso Roma e di rioccupare Castro. Tutti i tentativi fallirono. L’Europa seguiva con interesse l’ultima crisi tra i Farnese e i Barberini. Gli stati italiani, in primo luogo la Repubblica Veneta, il Granducato di Toscana e il Duca di Modena, sostennero fin dall’inizio le rivendicazioni del Duca Odoardo. I Barberini, in ottimi rapporti con l’Impero erano guardati con timore e sospetto, la loro cupidigia era conosciuta presso tutte le corti e la loro ambizione temuta. Con il sostegno del Regno di Francia (in particolare del Cardinale Giulio Mazzarino che propose anche a Odoardo un matrimonio tra suo figlio e la figlia del Re), che tentava così di ridurre l’influenza imperiale in Italia, Firenze, Venezia e Modena organizzarono, nel 1643, un contingente militare per assistere militarmente i Farnese. Dopo poche settimane a Roma, il 31 marzo, si firmava la pace con la quale i Farnese rientravano in possesso di Castro e il fratello di Odoardo, Francesco, venne nominato Cardinale, ripristinando, in parte, l’influenza farnesiana a Roma. Restava ancora aperta, però, la questione dell’insolvenza del Monte Farnesiano, che avrebbe gravato sulle spalle dei successori di Odoardo e avrebbe segnato per sempre i destini della città di Castro.

Frans e Jacob Denys, Il Tempo mostra ritratto Ranuccio II 
alle figure allegoriche di Parma, Piacenza e Castro

Fu il sedicenne Ranuccio II (1630 – 1695) a ereditare i titoli e i debiti della famiglia quando, nel 1646 morì il padre Odoardo. La protezione della Francia e della Spagna, che sarebbe stata suggellata dopo la sua morte dal matrimonio tra la nipote Elisabetta e il Re Filippo V di Borbone – Spagna, non servì ad evitare la distruzione della fortezza di Castro. Ancora una volta, a fornire il casus belli fu l’insolvenza nel pagamento dei debiti. Morto Urbano VIII ascese al soglio di Pietro Giovan Battista Panphilij che scelse il nome di Innocenzo X. Sostenuti dai Barberini, i Panphilij erano i maggiori creditori dei Farnese e non a caso divennero lo strumento con cui i Cardinali Antonio e Francesco Barberini regolarono i conti aperti ai tempi di Odoardo. Senza consultare il Duca Ranuccio, Innocenzo X, procedé alla nomina del nuovo Vescovo di Castro nella persona del barnabita Cristoforo Pietro Antonio Giarda. Non che la sua figura fosse particolarmente malvista dal Duca di Castro ma, temendo una nuova manovra dei Barberini, Ranuccio II impedì l’ingresso in città al nuovo Vescovo aprendo una trattativa con Roma nel tentativo di ottenere una riparazione all’offesa dell’autorità Farnese. L’accomodamento ricercato avrebbe interessato il grosso numero di debiti contratti dai Farnese e una loro eventuale riduzione. Innocenzo X non accondiscese alle richieste e, dopo un anno di missive diplomatiche scambiate tra Castro e Roma, il Papa ordinò al barnabita di tentare l’ingresso in città per prendere possesso della sede vescovile. Durante il viaggio il Vescovo fu ucciso da due sicari Ranuccio Zambini di Gradoli e Domenico Cocchi di Valentano che furono identificati e affrontarono il processo a Viterbo. Non si seppe mai chi fosse il mandante (e se ci fosse, in realtà un mandante). La crisi si inasprì. Innocenzo accusa dell’omicidio Ranuccio e il Farnese respingeva le accuse accusando, a sua volta, i Barberini, gli unici che avrebbero avuto da guadagnare da una nuova guerra. La seconda guerra di Castro fu affrontata da Ranuccio senza alleati. Gli altri stati italiani, dato il caso particolare della morte del Vescovo, si tennero fuori dalla diatriba, e Francia e Spagna, impegnati in nuovi conflitti e nell’espansione del Nuovo Mondo, si disinteressarono completamente del piccolo ducato di confine. Dopo una accanita resistenza Ranuccio, nell’agosto 1649 si ritirò nella lontana Parma e il 2 settembre il Colonnello Sansone Asinelli, a capo delle truppe farnesiane, firmò la capitolazione della città. Per ordine del Papa la sede del Vescovato venne spostata ad Acquafonte, priva di fortificazioni e in territorio pontificio. Nell’aprile 1650, vista l’insistenza del Duca di Parma nel perorare presso gli altri stati italiani la propria causa, Innocenzo X ordinò la distruzione completa della città e la deportazione in altri siti della popolazione. Lì dove sorgeva la città venne innalzata una colonna con su inciso: “Qui stava Castro”.

Jacob Denys, Ritratto di Ranuccio II

Nonostante questo Ranuccio non smise di avanzare le pretese sul ducato cominciando un lungo lavoro di bilancio per rientrare dei debiti, precondizione assoluta per il ripristino della legalità nei suoi dominii. Il termine, fissato d’accordo col Pontefice per la restituzione dei debiti venne fissato al 1657. La cifra da restituire, faraonica, fissata a 814.865 scudi. Nonostante gli sforzi non riuscì a raccogliere il denaro necessario. Nel 1660 tornarono nuovamente sulla scena gli emissari da Parigi dove sia Luigi XIV che il suo ministro delle Finanze Colbert erano interessati a sostenere, in chiave anti imperiale, le prerogative farnesiane. Nel 1666 Ranuccio II si procurò il denaro necessario ma, senza il sostegno francese, e senza l’appoggio dei nuovi Pontefici Alessandro VII (al secolo Fabio Chigi), Clemente IX (nato Giulio Rospigliosi) e Clemente X (appartenente alla famiglia Altieri alleata degli Orsini e dei Colonna) succedutisi sul trono di Pietro tra il 1655 e il 1676, dovette arrendersi all’evidenza e rinunciare alle pretese formali su Castro che venne incamerato nei domini pontifici in via definitiva. In compenso, l’8 giugno 1682, con il sostegno del nuovo Papa Innocenzo XI (al secolo Benedetto Odescalchi), acquistò dai Principi Landi il possesso di Bardi e Compiano, strategicamente meno importanti di Castro.

Ilario Mercanti detto Lo Spolverini, Ritratto di Elisabetta Farnese

Dei tre figli di Ranuccio II, Odoardo morì poco dopo la nascita di sua figlia Elisabetta e non ascese mai al trono di Parma e Piacenza, il secondogenito fu Duca dal 1694 al 1727 ma morì senza successori e stessa sorte toccò al Duca Antonio che ereditò il titolo dal fratello e lo tenne fino alla morte, che lo colse nel 1731. Con una complessa operazione politica, sostenuta dalla Francia, Elisabetta Farnese, l’ultima discendente di una delle più nobili e antiche famiglie aristocratiche italiane, riuscì ad imporre che il suo primogenito, Carlo di Borbon y Farnesio, ereditasse i Ducati Parmensi. Da Parma, nel 1734, Carlo prese il largo per marciare su Napoli dove per 127 anni i Borbone avrebbero regnato. Memori di quanto importante sia stato il contributo dei Farnese dal 1894, Alfonso di Borbone, conte di Caserta, è tornato a fregiarsi del titolo di Duca di Castro (che non era mai stato depennato assieme a quello di Parma e Piacenza dall’elenco dei titoli di cui si fregiava il Re delle Due Sicilie) con cui si identifica, ancora oggi, il Capo della Real Casa Borbone delle Due Sicilie.

Le rovine della Chiesa di Santa Maria Intus Civitatem

Le rovine di Castro sono rimaste sepolte sotto la vegetazione incolta fino alla metà del ‘900 quando sono cominciati i primi scavi, amatoriali e predatori. Diverse parti del Duomo sono state portate via da ignoti tombaroli. Solo nel 2005 si installa a Ischia di Castro il primo comitato tecnico – scientifico per il recupero della scomparsa capitale dei Farnese. Una vera sfida che coinvolge le istituzioni, in primo luogo il Comune e la Provincia, le associazioni per la valorizzazione del patrimonio culturale locale e poi i privati che possono fornire i mezzi economici per il recupero pratico del sito. Solo il tempo ci dirà quali risultati verranno raggiunti. 

Roberto Della Rocca


giovedì 29 settembre 2011

Sora, grande affluenza di pubblico per la presentazione del libro "Brigantaggio Postunitario. Una storia tutta da scrivere"

SORA - Di seguito pubblichiamo alcune delle foto dell'evento organizzato dall'associazione Verde Liri che, a Sora, ha voluto presentare l'ultimo libro del giornalista e storico Fernando Riccardi dal titolo "Brigantaggio Postunitario. Una storia tutta da scrivere". Alla presentazione, a cui hanno partecipato tanti amanti e conoscitori della storia del Sud, si è discusso di brigantaggio, dei protagonisti e dei fatti che hanno scandito i primi dieci anni di storia dello stato unitario. A prendere parte alla giornata, oltre all'autore, anche il presidente di Verde Liri, Alessandro Rosa, e il giornalista Roberto Della Rocca, dell'Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie.

c.s.

Una parte del pubblico intervenuto all'appuntamento


Il tavolo dei relatori



martedì 27 settembre 2011

VERSO CAPUA/1 I fratelli Campanelli, una famiglia al servizio del Re Borbone

Una immagine del Pirotecnico di Capua 
che venne diretto dal Tenente Colonnello Giuseppe Campanelli

CAPUA - E' Raffaele Campanelli, discendente del Tenente Colonnello Giuseppe Campanelli, ad averci inviato le rare immagini, tratte dagli album di famiglia, dei fratelli Campanelli, una generazione al servizio del Re delle Due Sicilie, Ferdinando II prima e Francesco II poi. Due dei cinque fratelli sono entrati anche nel memorabile testo dello storico Roberto Maria Selvaggi, "Nomi e volti di un esercito dimenticato" all'interno del quale sono raccolte le notizie relative a tutti gli ufficiali dell'esercito napoletano che hanno servito durante la travagliata campagna d'autunno/inverno 1860-1861. Di Giuseppe Campanelli, direttore dei lavori al Pirotecnico militare di Capua nei mesi dell'assedio e della battaglia del Volturno, si sono occupati anche il past president dell'Associazione Ex Allievi Nunziatella, Dott. Giuseppe Catenacci e lo storico Maurizio Di Giovine, con un pampleth che venne presentato in occasione della XIII commemorazione della battaglia del Volturno dal titolo "La gloriosa fine di un regno. Giuseppe Campanelli dal Real Collegio militare alla capitolazione della piazza di Capua coerentemente fedele alla Patria Napolitana". In memoria dei soldati delle Due Sicilie, in vista della manifestazione commemorativa che si svolgerà a Capua il 29 ottobre 2011, l'Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie dedica ai coraggiosi soldati Campanelli questa prima tappa del percorso rievocativo della Battaglia. A partire dal primo ottobre cominceremo a delineare le fasi della battaglia del Volturno, a partire dai 4 mesi che l'hanno preceduta fino ad affrontare tappa, dopo tappa, le diverse fasi e i diversi luoghi. Questo percorso rievocativo si concluderà poi con una riflessione sullo scontro al Garigliano e sulle figure di Negri e Bozzelli, caduti entrambi nel corso di quello scontro. Di seguito le tappe della pubblicazione, le esclusive foto dei fratelli Campanelli, la biografia che il Barone Roberto Maria Selvaggi delinea di Giuseppe e Canio Campanelli e, per finire, il programma della manifestazione del 29 ottobre.

r.d.r.

Prossime pubblicazioni sul blog dell'Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie:
1 ottobre 2011 - La preparazione della battaglia del Volturno
8 ottobre 2011 - La colonna Ritucci (San Tammaro e Sant'Angelo)
15 ottobre 2011 - Santa Maria Capua Vetere, la morte del Capitano De Mollot
22 ottobre 2011 - Il fianco destro, gli errori di Ruiz e il sacrificio di Von Mechel
26 ottobre 2011 - Negri e Bozzelli, difensori della Patria al Garigliano


Il Tenente Colonnello Giuseppe Campanelli (biografia sotto)

Il Tenente Colonnello Canio Campanelli (biografia sotto)

 Settimio Campanelli (Gaeta 17 luglio 1820 - Napoli 9 febbraio 1911)
Segretario al Ministero della Guerra dopo il 1860

Leopoldo Campanelli
Capitano di Fanteria dell'esercito napoletano

Giovanni Campanelli
Ispettore di Gabinetto del Regno delle Due Sicilie

Raffaele Campanelli (Potenza, 24 aprile 1813 - Napoli, 1 marzo 1878)
Ingegnere

In alto da sinistra Canio e Giuseppe Campanelli
In basso da sinistra gli Alfieri Eugenio e Felice, figli di Giuseppe
(foto tratta da La gloriosa fine di un Regno di G. Catenacci e F.M. Di Giovine)

Giuseppe Campanelli con i figli Eugenio, Felice e Arturo tutti allievi della Nunziatella
(foto tratta da La gloriosa fine di un Regno di G. Catenacci e F.M. Di Giovine)


Giuseppe Campanelli (Potenza 6/1/1811 -Napoli 8/2/1884)
Tenente colonnello. Felice Campanelli (1767-1820) capitano di fanteria aveva avuto dal matrimonio con Maria Tosti di Valminuta 5 figli maschi; rimasti orfani in tenera età furono tutti avviati, per volere del Re, ad una onorevole carriera militare. Giuseppe Campanelli fu ammesso gratuitamente al collegio militare nel 1823 e ne' uscì alfiere di artiglieria nel 1832. Sei anni dopo era primo tenente al reggimento Regina. Nel 1843 iniziò ad operare lo stabilimento di Pietrarsa, Giuseppe Campanelli fu uno degli artefici della crescita dell'opificio, collaborando attivamente per ben 12 anni. Nel 1847 era capitano di I classe, nel 1856 fu trasferito a Capua come direttore dei lavori del pirotecnico militare, promosso maggiore nel 1859 gli fu affidata la settima direzione di Capua. Nel luglio del 1860 fu promosso tenente colonnello e l'11 di quell'anno ispettore del materiale dell'arma. Dopo la battaglia del 1 ottobre fu decorato con la Croce di Francesco I per il lavoro svolto e' per la tenacia e l'incoraggiamento dato ai soldati . Ritiratosi l'esercito dietro al Garigliano, Campanelli rimase,è in collaborazione con il colonnello Ferrante, a difendere la piazza di Capua assediata dai piemontesi. Interrogato dal governatore generale De Cornè su quanto la difesa avrebbe potuto fare fronte agli assedianti rispose con franchezza che lo spoglio matematico di materiale e di munizioni avvenuto durante la gestione di Pianell, la difesa si riduceva a ben poco, ma che avrebbe fatto tutto quello che era in suo potere per prolungare la resistenza il più a lungo possibile. Infatti pose in batteria una quantità impressionante di cannoni riattando vecchi affusti con il ferro ricavato anche dai letti delle caserme, con una macchina a vapore dell'opificio militare e con le mole di un vecchio mulino di sua invenzione potè approviggionare la piazza che era oramai allo stremo per la mancanza di viveri. Si battè da vero soldato fino al giorno della capitolazione dando lustro all'esercito borbonico, dimostrando che i veri soldati napoletani erano quelli come lui, quando Capua capitolò il 2 novembre, nel consiglio di guerra che si riunì per deliberare se accettare la resa Giuseppe Campanelli votò contro. Rientrato a Napoli si ritirò a vita privata, rifiutando ripetutamente l'invito per l'integrazione nell'esercito sardo. Un grande uomo un grande soldato. 

Canio Campanelli (Spinazzola 13/2/1808 – Napoli 3/5/1876) Tenente Colonnello. Fratello del Colonnello di Arteglieria Giuseppe Campanelli fu allievo del Real Collegio della Nunziatella dal 1823 al 1827. Promosso tenente colonnello nel maggio del 1860 fu collocato nel ruolo sedentaneo e addetto all’ispezione della fanteria di linea.

San Canuto Re, restaurato il quadro di Luca Giordano

Luca Giordano

NAPOLI - Con piacere rendiamo conto dell'ultima iniziativa organizzata dalla Congregazione dell'Oratorio di san Filippo Neri in Napoli. Venerdì 30 settembre si svolgerà la presentazione del restaurato quadro di Luca Giordano "San Canuto Re", una delle opere dimenticate e recuperate. L'appuntamento è fissato alle ore 18.00 presso la sede della Napoli sotterranea di Vincenzo Albertini in piazza San Gaetano 68. Dopo aver ammirato il quadro restaurato alle 18.45 è previsto il concerto di inaugurazione della stagione Chiostri musicali dal '500 al '700. In programma le musiche di Luca Marenzio (1553-1599), Enrico Radesca (sec. 15..?-1625), W.A. Mozart (1756-1791). Interpreti sono Ellida Basso (soprano), Gabriella Pascale (mezzosoprano), Pietro Vitiello (baritono), Mario D'Alessio e Giovanni Grima (Violini) e Antonello Grima (violoncello). Per partecipare è necessaria, a causa dei posti limitati, la prenotazione da effettuare all'indirizzo mail monumentogirolamini@hotmail.it oppure al numero 331/4267772. Ai partecipanti verrà chiesto un contributo di 5 euro che serviranno al restauro della tela di San Filippo Neri di ignoro del secolo XVII.

c.s.


Passato politico e prospettive future dell'Italia, il convegno a Teano il 1 ottobre




TEANO - Si svolgerà sabato 1 ottobre alle ore 17.00 presso la sala conferenze del museo archeologico di "Teanum Sidicinum" il convegno promosso dall'Associazione "Erchemperto" di Teano. "Passato politico e prospettive future dell'Italia unita" il titolo della manifestazione che vedrà al tavolo dei relatori un serrato dibattito tra il Senatore Luigi Compagna, già ordinario di storia delle dottrine politiche presso l'università Luiss Guido Carli, e il giornalista e scrittore Fernando Riccardi, autore di diversi libri sulla storia del Sud e, in particolare sui fatti e protagonisti del brigantaggio postunitario. A dirigere i lavori sarà il Presidente dell'associazione "Erchemperto" Pasquale Giorgio

c.s.


martedì 20 settembre 2011

Capua, XIV commemorazione dei soldati napoletani caduti durante la Battaglia del Volturno





CAPUA - Si svolgerà sabato 29 ottobre l’annuale commemorazione dei caduti dell’esercito napoletano nella battaglia del Volturno (2 ottobre 1860). Diversamente dagli anni precedenti questa XIV edizione è stata posticipata volutamente per ricongiungersi ad un altro episodio bellico fondamentale per la nostra vicenda storica, che è quello della battaglia del Garigliano. A causa dei soliti problemi burocratici non è stato reso possibile, alle associazioni e ai movimenti che da decenni si battono per il riconoscimento della verità storica, rendere omaggio ai caduti, in particolare al Generale Negri e al Capitano Bozzelli caduti entrambi al Garigliano. Queste incomprensioni, unite alla volontà di dimenticare e perpetuare un ricordo falsato di quegli avvenimenti ci spingono a denunciare questi tentativi e lo spostamento della commemorazione al 29 va interpretato proprio in tal senso. La XIV edizione della annuale manifestazione rappresenterà, per tutto il popolo meridionale, un evento senza precedenti. Per la prima volta le istituzioni locali, comune e provincia, si sono schierate accanto agli organizzatori, l’associazione culturale Capitano De Mollot e l’Istituto di Ricerca storica delle Due Sicilie, concedendo il loro patrocinio all’evento commemorativo. Cambiano anche le location mentre lo spirito resta sempre lo stesso: ricordare i fatti che hanno segnato la nostra esistenza ma ragionare insieme sui possibili modi di come affrontare, e possibilmente risolvere, i problemi del nostro Sud. La prima parte della manifestazione sarà improntata al ricordo dei caduti con la deposizione di una corona d’alloro ai piedi della lapide di corso Gran Priorato di Malta che, per ricordare l’esercito napoletano, recita “Per la verità, contro l’oblio”. Qui, alle 16.30 si svolgerà l’allocuzione del Dott. Edoardo Vitale, magistrato e Direttore de “l’Alfiere”. Il gruppo dei partecipanti si sposterà poi presso la poco distante chiesa dei Santi Rufo e Carponio dove, alle 17.30 Don Francesco Pappadia celebrerà la Santa Messa in omaggio ai soldati caduti al Volturno. Alle 18.30 sarà la sala del Consiglio Comunale di Capua ad ospitare il Convegno. A fare gli onori di casa il Sindaco, Dott. Carmine Antropoli, mentre a presiedere i lavori il Comm. Giovanni Salemi presidente della De Mollot e dell’Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, organizzatore e vera anima, da 14 anni, della commemorazione. Gli interventi previsti sono quelli del Dott. Maurizio Di Giovine, storico, del Dott. Roberto Della Rocca, giornalista, e della Prof.ssa Marina Lebro, antropologa. A conclusione del convegno si terrà la presentazione de “Il Giornale del Sud”, nuovo periodico di attualità, politica e cultura meridionalista che sarà presentato ufficialmente dal Dott. Fernando Riccardi, Direttore Editoriale della rivista.

c.s.


Federico II e la congiura dei baroni di Capaccio, convegno sabato 24 settembre



CASTEL SAN LORENZO - Pubblichiamo di seguito le notizie circa il convegno che si svolgerà al Castello Giuliani di Roccadaspide, sabato 24 settembre alle 19.30, XI celebrazione del passaggio dell'Imperatore Federico II. A moderare il convegno, dedicato al tema della congiura dei baroni di Capaccio contro lo stupor mundi, Mario Tiso, Presidente onorario della Pro Loco Roccadaspide. Nicola Molinaro, Presidente della Pro Loco Roccadaspide, Antonio Luciano Scorza, Presidente Pro Loco Fasanella e Angelo Rizzo, Presidente Comunità Montana Calore Salernitano - Roccadaspide. Gli interventi previsti sono quelli degli storici Giuseppe Melchionda e Gaetano Riccio, e quello del giornalista Pietro Golia, direttore della rivista "La Grande Lucania" e delle edizioni Controcorrente. Le conclusioni saranno affidate a Mario Miano, assessore provinciale alla Cultura, ed è prevista la presenza di Rosalbino Fasanella D'Amore di Ruffano, discendente dei Principi di Fasanella, e di Vincenzo Filomarino, discendente dei Principi Filomarino della Rocca.

c.s. 

Comitato per la valorizzazione del territorio domiziano, l'Istituto di ricerca storica aderisce al gruppo di lavoro


Pubblichiamo il comunicato stampa dell'incontro svoltosi sabato 17 settembre durante il quale l'Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie ha formalmente aderito al costituito comitato per la valorizzazione del territorio domizio della Terra di Lavoro da Baia fino al Garigliano.

BAIA DOMIZIA - Nella giornata di sabato 17 settembre, presso il Park Hotel si è svolta una riunione organizzativa di un gruppo di associazioni che ha visto la nascita del comitato organizzatore di una manifestazione commemorativa che si terrà a Baia Domizia nella prossima stagione estiva. Un evento atto a favorire la riscoperta culturale e turistica del litorale domizio da Baia fino al complesso archeologico di Minturno. A prendere parte alla riunione organizzativa il Presidente del Consorzio Albergatori, Gaetano De Cristofaro, Pasquale Costagliola, dell’associazione ambientalista Terra Nostra, Giovanni Salemi dell’associazione culturale DeMollot, Fernando Riccardi, Roberto Della Rocca e Giancarlo Rinaldi dell’Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie, i quali, alla presenza di diversi simpatizzanti e amici, hanno dato inizio alla lunga fase organizzativa che ha come scopo quello di mediare tra privati e istituzioni nell’interesse della riscoperta del territorio e delle sue ricchezze. "Siamo pronti a fare la nostra parte per garantire una nuova fruibilità e conoscenza delle bellezze della zona litorale e fluviale della vecchia Terra di Lavoro – dichiara De Cristofaro – vogliamo onorare la storia di queste terre, dove si svolti alcuni dei momenti più intensi e tragici della nostra storia che hanno visto protagonisti gli uomini valorosi di Federico II, lo scontro tra Borbonici e Piemontesi nei mesi convulsi che hanno portato all’unificazione politica della penisola per arrivare alla barbarie del secondo conflitto mondiale. Tutto questo è inciso nel nostro dna e, creando un ponte ideale tra privati e istituzioni, vogliamo recuperare e diffondere la nostra storia per attrarre in loco quanti più curiosi possibile”.

c.s.

Brigantaggio postunitario, la presentazione a Sora (Fr) il 24 settembre




SORA – Si svolgerà a Sora (Fr) sabato 24 settembre alle ore 17.30 la Presentazione del libro "Brigantaggio postunitario. Una storia tutta da scrivere" del giornalista e storico Fernando Riccardi. L'appuntamento è stato organizzato dall'associazione culturale "Verde Liri, storia arte e cultura" presso l'Auditorium di Piazza Mayer Ross. Nel corso della serata, presentata dal Presidente di Verde Liri, Alessandro Rosa, l'autore risponderà alle domande del giornalista Roberto Della Rocca, lungo un percorso narrativo che porterà alla conoscenza del pubblico il complesso fenomeno del brigantaggio.

c.s.

lunedì 19 settembre 2011

20 Settembre 1870, rivoluzione italiana ultimo atto




CASERTA - La notte tra il 19 e il 20 settembre 1870 fu una notte diversa per Roma, una notte carica di tensione e di paura per quello che sarebbe successo l’indomani quando, alle prime luci dell’alba, Roma, per secoli capitale del mondo antico e poi della cristianità, si sarebbe trovata alla mercè degli assedianti. Questa volta i piemontesi avevano avuto partita facile fin dall’inizio e tutto lasciava prevedere che la presa della città sarebbe avvenuta in un bagno di sangue. Dal 1848 i rivoluzionari di tutto il mondo non aspettavano altro se non poter riacciuffare quel Pio IX che, travestito da modesto curato di campagna, si era dato alla fuga dal Quirinale ed era corso tra le braccia del figlio prediletto di Santa Romana Chiesa, Ferdinando II di Borbone, che lo aveva riportato sul trono a distanza di poco più di un anno con il consenso e la complicità materiale e umana di tutte le potenze europee, dalla Francia all’Austria, dalla Prussia alla Spagna passando per il Piemonte. Proprio Vittorio Emanuele II, il Re piemontese che gli aveva offerto le sue truppe per la restaurazione, da dieci anni Re d’Italia usurpatore illeggittimo di ben 5 corone (Due Sicilie, Lombardo Veneto, Toscana, Parma, Modena), si apprestava a dare l’ordine finale. Dopo aver minato la stabilità della pace tra Stato e Chiesa e aver perseguitato in tutta Italia i religiosi, l’ultimo assalto era quello con le maggiori incognite, soprattutto per gli assediati. Come si sarebbero comportati gli affamati assalitori, in attesa di vendicare la resistenza (vana) di Castelfidardo e le sconfitte di Monterotondo e Mentana? Quali spazi sarebbero rimasti al Santo Padre per una fuga clandestina verso lidi più sicuri, l’Austria o meglio ancora la Spagna, dove avrebbe potuto ancora una volta riprendere il suo ruolo di pastore della Chiesa universale? E le potenze cattoliche e conservatrici come avrebbero reagito. Avrebbero lasciato compiere l’ultimo sacrilegio dell’offesa alla persona fisica del Papa? O sarebbero intervenute con la forza per dare giustizia ai popoli oppressi della penisola? Ma procediamo con ordine.

Hermann Kanzler

Una nuova guerra non dichiarata e la prima coltellata alla schiena della Francia

Dato lo stile con cui si erano da anni comportati i nuovi padroni dell’Italia non stupisce che anche al momento dell’ultimo assalto allo Stato Pontificio, il Regno d’Italia non si sforzò di trovare un benché minimo pretesto per giustificare l’occupazione del Lazio. Così la guerra scoppiò senza atto di dichiarazione formale, secondo un copione già scritto dieci anni prima quando, sempre nel settembre, del 1860, le truppe piemontesi entrarono nelle Marche e nell’Umbria. Le truppe francesi, che da altrettanto tempo tutelavano l’ultimo lembo di potere temporale, avevano abbandonato l’Italia per decisione del governo provvisorio francese. Il 28 uglio il generale Dumont, dopo essersi congedato dal Santo Padre, si imbarcò con i suoi ultimi uomini a Civitavecchia per rimpatriare e dare man forte all’esercito nazionale impegnato nel tentativo di fermare l’avanzata prussiana verso Parigi e, allo stesso tempo, schiacciare la rivoluzione rossa che era esplosa nelle maggiori città all’indomani dell’ingloriosa cattura di Napoleone III a Sedan. Eppure anche nella Francia in difficoltà generali, uomini politici e stampa cattolica chiedevano a gran voce di continuare la difesa a oltranza del Papa per fermare l’attacco italiano. Il motivo di tanto astio fu dovuto all’accordo che legava la Prussia all’Italia. Un accordo, quello firmato alla fine di agosto, che sanciva il non intervento del Regno d’Italia in difesa della Francia di Napoleone III a cui doveva la propria stessa esistenza. In cambio i Prussiani si dichiararono pronti ad intervenire per aggredire qualsiasi potenza avesse tentato di impedire la presa di Roma. Fu così che l’Austria venne impossibilitata ad intervenire. “Ho fatto quel che ho potuto per prevenire la guerra; ho detto ciò che potevo per convincere la Francia a non abbandonare il territorio pontificio; essi mi hanno dato ragioni politiche alle quali non do alcun peso; Dio le giudicherà” si limitò a dire Pio IX mentre l’esercito pontificio riceveva i nuovi ordini del Generale Hermann Kanzler che si trovava investito dell’impossibile compito di difendere la sacra persona del Papa e l’integrità dei suoi dominii.

Nino Bixio

Gli eserciti in campo

L’esercito italiano schierava nelle campagne al confine con il Lazio, il fior fiore della rivoluzione anticattolica dei decenni precedenti.  Al comando della II divisione, stanziata a Orvieto, era Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi il quale era stato tenuto in disparte nella fase di preparazione della battaglia e, in segno di evidente disprezzo era partito per la Francia per combattere i prussiani in evidente sfregio delle decisioni politiche di Vittorio Emanuele II e del suo Governo. A sud, nell’Alta Terra di Lavoro, stava la IX divisione con a capo il Generale Angioletti. Il grosso delle forze, schierate tra Rieti e il confine pontificio, erano raccolte sotto le insegne del 4° Corpo d’Armata con a guida il Generale Cadorna e divise in tre divisioni: la XI guidata dal Cosenz, la XII affidata al de la Roche e la XIII diretta dal Generale Ferrero. In totale l’esercito italiano metteva in campo 65mila uomini, un numero spropositato di forze se paragonate agli effettivi pontifici. Il Generale Kanzler non disponeva che di 13.600 uomini divisi in reparti diversi e mal abituati alle operazioni belliche. Facevano eccezione gli oltre 3mila zuavi che avevano dato prova della loro abilità a Mentana, i poco più di 1.100 Cacciatori, i 2mila gendarmi e i mille cacciatori stranieri cui si affiancavano gruppi minori compresi tra le 150 e le 900 unità. Del totale dei soldati pontifici 8.300 erano romani e i restanti 5mila volontari stranieri accorsi a combattere per la tutela della religione cattolica e la difesa del suo Capo. Il piano italiano, nonostante la schiacciante superiorità numerica, era molto dettagliato. Bixio avrebbe dovuto occupare rapidamente Civitavecchia in modo da tagliare la via di fuga al Papa e ai suoi soldati, mentre le restanti divisioni si sarebbero portate direttamente a Roma per cominciare l’assedio. La notte del 10 settembre Bixio passò la frontiera seguendo gli ordini di Cadorna e cominciò l’ultimo assalto della rivoluzione alla Chiesa.


Una immagine di un gruppo di zuavi pontifici

L’assedio di Roma

In tre giorni Bixio controllava tutte le vie di accesso a Civitavecchia mentre quel che rimaneva della flotta italiana (uscita distrutta dalla battaglia di Lissa del 1866) si presentava al largo per porre l’assedio dal mare. Nel porto si trovavano 800 uomini delle truppe pontificie il cui comandante,  Colonnello Serra, dichiarò lo stato d’assedio prendendo i provvedimenti per una resistenza prolungata. Nonostante le intenzioni il comportamento di Serra fu di una viltà senza precedenti e, sentitosi minacciato dai cannoni di Bixio e dalla protesta dei cittadini che volevano la resa per evitare di dover subire i bombardamenti, decise di arrendersi senza resistere accettando le condizioni degli italiani che prevedevano l’ingresso con pari grado nelle fila italiane. Il Maggiore Numa D’Albiousse, degli zuavi, rifiutò di apporre la sua firma al documento di capitolazione e il Capitano Saballs spezzò la sua spada davanti a Serra e si imbarcò su una nave spagnola per tornare in Catalogna dove si distinse nelle guerre carliste degli anni successivi. Mentre Civitavecchia capitolava senza sparare un colpo i 40mila uomini di Cadorna erano già sotto le mura di Roma, dove il 13 Kanzler aveva proclamato lo stato d’assedio, così come i 10mila di Angioletti che aveva occupato Frosinone e Velletri senza eccessive difficoltà. Kanzler aveva infatti dato ordine ai suoi uomini di arretrare senza opporre resistenza per concentrare sulla capitale la maggior forza possibile di difesa. Dopo alcuni giorni di scaramucce lo schieramento attorno alla capitale era ormai completo. Tra le vie Aurelia e Campana, proveniente dalla costa, stavano le truppe di Bixio. A sud, tra l’Ostiense e la Labicana quelle di Angioletti.  Tra la Tiburtina e la Prenestina erana attestata la divisione di Ferrero e, di seguito, verso nord, quella di Mazè de la Roche (tra Tiburtina e Salaria) e di Cosenz (tra Salaria e Cassia). Nonostante fossero solo 16 i cannoni a disposizione dei difensori essi furono tenaci nel difendere le posizioni e si arresero soltanto quando, a due ore dall’inizio dei combattimenti la mattina del 20 settembre, Pio IX decise di evitare spargimenti di sangue tra le sue fedeli truppe e i suoi sudditi, una volta appresa dell’apertura di una breccia a Porta Pia. In spregio alle regole dell’onore, come già avevano dimostrato a Gaeta, a Messina, a Civitella e ogni qual volta l’onore si sarebbe dovuto palesare, l’esercito di Vittorio Emanuele II continuò a bombardare senza rispettare la bandiera bianca che sventolava su tutto il fronte. Invece di attendere la conclusione delle trattative per la capitolazione gli italiani entrarono in città e furono numerosi gli zuavi e i pontifici vittime delle violenze senza potersi difendere. Disarmati, derisi e a volte assassinati, dovettero attendere diverse ore prima che il comando italiano riportasse la disciplina tra i barbari invasori.

Una foto di Porta Pia dopo la resa. Sulla destra la breccia nelle mura


La sorte del Papa e della Chiesa

I palazzi del Governo, quelli Laterani e San Pietro restavano zone off limits per la truppa italiana e saldamente presidiati dagli Zuavi di Kanzler. Il Papa non aveva niente da stare tranquillo e con lui tutta la Curia romana e la corte pontificia. Nino Bixio, forse per omaggiare il suo vecchio Generale, aveva promesso che una volta entrato a Roma avrebbe buttato Pio IX nel Tevere assieme a tutti i Cardinali. A corte risiedevano ancora tutti i diplomatici europei e a loro si rivolse prima di ritirarsi in Vaticano, raccomandando di fare pressioni sui nuovi padroni affinchè non ci fossero violenze contro i suoi soldati che scioglieva dal vincolo di fedeltà per poterne garantire la salvezza. Colpi di mano contro la persona del Papa non furono però minimamente presi in considerazione. L’alto comando e Vittorio Emanuele non potevano rischiare, nel momento di massimo trionfo, l’intervento delle potenze estere. L’intemperante Bixio fu costretto a rientrare nei ranghi non attuando i suoi propositi. Una guerra generale era un rischio non indifferente. Così la città Leonina (l’attuale Città del Vaticano) fu considerata intangibile. Il resto di Roma fu evacuato dalle truppe pontificie il giorno 21 con l’onore delle armi. Gli stranieri furono ricondotti in patria mentre, per alcuni dei romani si aprirono, prevedibilmente, le porte delle patrie galere. In un clima da ultimi giorni dell’Impero, mentre nelle strade i traditori familiarizzavano con gli invasori e già prospettavano i grandi ampliamenti che avrebbero ucciso la Roma capitale della Cristianità per farne la capitale di una media potenza europea, Pio IX si chiuse nella sua nuova dimora circondato dai fedelissimi. Decise di non avere nulla a che fare con i nuovi padroni. Negò sempre la sua benevolenza al Re d’Italia che si insediava, abusivo e illegittimo, al Quirinale facendo sfoggio della sesta corona rubata. Malgrado la disgrazia c’era da stare allegri. La Chiesa sarebbe sopravvissuta anche a quella terribile prova seppur condannata ad un assedio permanente. 


Pio IX continuò ad essere odiato e sopravvisse otto anni dietro le mura del suo nuovo piccolo regno. Dopo la sua morte, nel 1881 si organizzò la traslazione della salma verso San Lorenzo al Verano in accordo con le autorità italiane. Queste, sempre fedeli al principio della parola e dell’onore, tradirono il patto e comunicarono la notizia della traslazione, che sarebbe avvenuta di notte per evitare disordini. Un gruppo di “patrioti” cercò così di fare irruzione nel corteo funebre per prendere la bara e gettarla nel Tevere tentando così di assolvere al progetto di Bixio. Non ci riuscirono e furono respinti dai fedeli sudditi del Papato al grido di: “Viva il Papa Re!”.

Roberto Della Rocca

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Pubblichiamo di seguito un comunicato del Centro Studi Federici che affronta alcune delle questioni relative alla presa di Roma ed elenca alcune vittime permettendoci di conoscere meglio i valorosi Zuavi di Pio IX che hanno combattuto per l'onore e per la fede. "Viva il Papa Re!".

20 settembre 1870 – 2011: viva il Papa-Re!

1) I caduti papalini del 20 settembre 1870Nella battaglia del 20 settembre 1870, l’esercito italiano ebbe 4 morti e 9 feriti tra gli ufficiali, 45 morti e 132 feriti tra la truppa. I pontifici, invece, registrarono solamente 19 morti, deceduti il 20 settembre 1870 e nei giorni successivi in seguito alle ferite, e 68 feriti. Ecco l’elenco dei caduti pontifici:
Zuavi:Sergente Duchet Emilio, francese, di anni 24, deceduto il 1 ottobre.
Sergente Lasserre Gustavo, francese, di anni 25, deceduto il 5 ottobre.
Soldato de l’Estourbeillon, di anni 28, deceduto il 23 settembre.
Soldato Iorand Giovanni Battista, deceduto il 20 settembre.
Soldato Burel Andrea, francese di Marsiglia, di anni 25, deceduto il deceduto il 27 settembre.
Soldato Soenens Enrico, belga, di anni 34, deceduto il 2 ottobre.
Soldato Yorg Giovanni, olandese, di anni 18, deceduto il 27 settembre.
Soldato De Giry (non si hanno altri dati).
altri tre soldati non identificati, deceduti il 20 settembre.
Carabinieri:Soldato Natele Giovanni, svizzero, di anni 30, deceduto il 15 ottobre.
Soldato Wolf Giorgio, bavarese, di anni 27, deceduto il 28 ottobre.
Dragoni:Tenente Piccadori Alessandro, di Rieti, di anni 23, deceduto il 20 ottobre.
Artiglieria:Maresciallo Caporilli Enrico, italiano, deceduto il 20 ottobre.
Soldato Betti, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Curtini Nazzareno, italiano, deceduto il 20 settembre.
Soldato Taliani Mariano, di Cingoli, di anni 29, deceduto il 20 settembre.
Soldato Valenti Giuseppe, di Ferentino, di anni 22, deceduto il 3 ottobre.
(Attilio Vigevano, La fine dell’esercito pontificio, ristampa anastatica, Albertelli Editore, Parma 1994,
pagg. 672-673; nel testo del Vigevano i nomi di battesimo sono stati italianizzati).


2) Esercito pontificio: paesi d’origine degli ufficiali e della truppa nel primo semestre del 1870 … Metà all’incirca di questa forza era italiana, l’altra metà era formata da individui di diverse nazionalità: la Francia vi figurava con circa 3000 uomini, il Belgio con 700 uomini, l’Olanda con circa 900, la Germania e l’Austria con 1200, la Svizzera con 1000, il Canada con 300; vi erano poi inglesi, russi, spagnoli, portoghesi, americani del nord; si aggiunsero infine le così dette rarità rappresentate da 3 turchi, 4 tunisini, 3 siriaci, un marocchino, 2 brasiliani, un peruviano, un messicano; l’estremo artico della terra v’era raffigurato da 2 svedesi del capo nord e l’estremo sud da un nativo della Nuova Zelanda (tutti di fede cattolica).
(A. Vigevano, op.cit., pag, 123)

3) Paesi d’origine relativo al solo Corpo degli Zuavi Pontifici nel secondo semestre 1870… Quando il 21 Settembre 1870 il reggimento si trovò per l’ultima volta riunito a piazza San Pietro, nei suoi ranghi militavano: 1.172 olandesi, 760 francesi, 563 belgi, 297 tra canadesi – inglesi irlandesi, 242 italiani, 86 prussiani, 37 spagnoli, 19 svizzeri, 15 austriaci, 13 bavaresi, 7 russi e polacchi, 5 provenienti dal Baden, 5 degli Stati Uniti, 4 portoghesi, 3 essinai, 3 sassoni, 3 wuttemburghesi, 2 brasiliani, 2 equadoregni, 1 peruviano, 1 greco, 1 monegasco, 1 cileno, 1 ottomano, 1 cinese.
(Lorenzo Innocenti, Per il Papa Re. Il Risorgimento italiano visto attraverso la storia del Reggimento degli Zuavi Pontifici – 1860/1870, Esperia Editrice, Perugia 2004, pag. 27).

4) L’esercito pontificio in gran parte italiano. I romani a difesa di Pio IXIn più luoghi del citato libro del generale Cadorna si dice che il Papa era schiavo della volontà dei papi delle sue truppe estere.
Ebbene: chi comandava la zona militare di Trastevere e della Città Leonina? Il colonnello Azzanesi, romano. Chi comandava il forte S. Angelo? Il tenente colonnello Pagliucchi dello stato maggiore di piazza, romano. Chi comandava la sotto zona da Porta Portese a Porta S. Pancrazio (Trastevere)? Il tenente colonnello dei Cacciatori cav. Sparagana, frosinonese. Chi comandava la sotto zona da porta S. Pancrazio a Porta Angelica? (in questo perimetro è compreso il Vaticano) Il tenente colonnello di linea cav. Zanetti, bolognese. Quali truppe guernivono la zona Azzanesi?
I difensori della zona era presidiato dai sedentari (veterani) quasi tutti italiani; il Vaticano e la persona stessa del Sommo Pontefice erano tutelati da una sezione d’artigliera nei giardini, dai Volontari di riserva e dalle Guardie Palatine, cioè da tutti romani, più la Guardia Nobile e Svizzera.
Ecco la pretesa schiavitù di Pio IX durante l’assedio del 1870! Ma ecco, a maggior rincalzo, la situazione ufficiale dell’esercito pontificio in data 18 settembre 1870:
Gendarmi 1.863 tutti italiani, molti romagnoli. Artiglieria 996 tutti italiani, eccettuati ben pochi. Genio 157 tutti italiani, non pochi romani. Cacciatori 1.174 tutti italiani, moltissimi romani. Linea 1.691 tutti italiani, molti romani. Zuavi 3.040 esteri, con un buon numero d’italiani, fra cui non pochi romani. Legione Romana o d’Antibo 1089 con molti italiani, specialmente di Corsica e Nizza, e molti savoiardi. Carabinieri esteri 1.195 con un certo numero di italiani. Dragoni 567 quasi tutti italiani, non pochi romani. Treno 166 tutti italiani, non pochi romani. Sedentari (Veterani) 544 in maggioranza italiani. Infermieri 119 italiani, meno pochi esteri. Squadriglieri 1.023 tutti italiani, e, nella maggior parte della provincia romana. Totale 13.624. Gli italiani superavano di circa quattromila gli esteri.
A questo quadro dell’esercito, dirò così, di linea, sono da aggiungersi anche i seguenti Corpi, i quali, quantunque addetti a servizi speciali, avrebbero concorso (e concorsero difatti in più incontri) all’azione militare attività:
a) Guardia Nobile di Sua Santità, tutta formata di gentiluomini dello Stato Pontificio; in circa 70 uomini, comandati dai due Principi romani, un Barberini ed un Altieri.
b) La Guardia Palatina d’onore, circa 500 uomini, reclutata in tutte le classi della borghesia romana e tra i proprietari, i negozianti e capi d’arte.
c) I Volontari Pontifici di riserva, tutti italiani, anzi quasi tutti romani; circa 400 uomini tra cui molti patrizi, e poi negozianti, impiegati e professionisti. Era un battaglione formato da 4 compagnie, comandato dal capitano Fischietti del 1. linea. I quattro capitani erano i principi di Sarzina e Lancellotti, il Duca Salviati e il Marchese Giovanni Naro Patrizi Montoro, Vessillifero ereditario (tenente generale) di Santa Chiesa.
d) La Guardia Svizzera (120 uomini, circa).
e) Gl’Invalidi, con quartiere ad Anagni.
f) La compagnia di disciplina, che, ottenute dal comandante Papi le armi, si battè eroicamente insieme ai zuavi, gendarmi e finanzieri nel fiero attacco dato dal Cadorna a Civitacastellana.
La Guardia di polizia, la piccola marina, il corpo di finanza e quello degli ufficiali di amministrazione, composti tutti d’italiani. E questi quattro corpi presero attivissima parte alle campagne del 1867 e 1870, e gli ultimi due anche campagne e fatti d’armi del 1859 e 1860.
(Antonmaria Bonetti, Venticinque anni di Roma capitale d’Italia e i suoi precedenti, Libreria della Vera Roma, Roma 1895, parte II, pagg. 42-45).

Fonte: www.centrostudifederici.org  

San Gennaro, la vita del martire patrono di Napoli


NAPOLI - In occasione della ricorrenza liturgica celebrativa del Santo Patrono di Napoli, San Gennaro, pubblichiamo una breve biografia redatta da Antonio Borrelli per il sito www.santiebeati.it. La cerimonia officiata nel Duomo di Napoli dal Cardinale Crescenzio Sepe è stata breve visto che, a detta dello stesso Sepe, al momento del recupero delle ampolle il sangue era già liquefatto e il miracolo già compiuto. Sarà questo il segnale di una nuova speranza per Napoli e per il Sud?

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Gennaro era nato a Napoli, nella seconda metà del III secolo, e fu eletto vescovo di Benevento, dove svolse il suo apostolato, amato dalla comunità cristiana e rispettato anche dai pagani. Nel contesto delle persecuzioni di Diocleziano si inserisce la storia del suo martirio. Egli conosceva il diacono Sosso (o Sossio) che guidava la comunità cristiana di Miseno e che fu incarcerato dal giudice Dragonio, proconsole della Campania. Gennaro saputo dell'arresto di Sosso, volle recarsi insieme a due compagni, Festo e Desiderio a portargli il suo conforto in carcere. Dragonio informato della sua presenza e intromissione, fece arrestare anche loro tre, provocando le proteste di Procolo, diacono di Pozzuoli e di due fedeli cristiani della stessa città, Eutiche ed Acuzio. Anche questi tre furono arrestati e condannati insieme agli altri a morire nell'anfiteatro, ancora oggi esistente, per essere sbranati dagli orsi. Ma durante i preparativi il proconsole Dragonio, si accorse che il popolo dimostrava simpatia verso i prigionieri e quindi prevedendo disordini durante i cosiddetti giochi, cambiò decisione e il 19 settembre del 305 fece decapitare i prigionieri.


Fra i santi dell’antichità è certamente uno dei più venerati dai fedeli e se poi consideriamo che questi fedeli, sono primariamente napoletani, si può comprendere per la nota estemporaneità e focosa fede che li distingue, perché il suo culto, travalicando i secoli, sia giunto intatto fino a noi, accompagnato periodicamente dal misterioso prodigio della liquefazione del suo sangue, che tanto attira i napoletani.
Prima di tutto il suo nome diffuso in Campania e anche nel Sud Italia, risale al latino ‘Ianuarius’ derivato da ‘Ianus’ (Giano) il dio bifronte delle chiavi del cielo, dell’inizio dell’anno e del passaggio delle porte e delle case.
Il nome era in genere attribuito ai bambini nati nel mese di gennaio “Ianuarius”, undicesimo mese dell’anno secondo il calendario romano, ma il primo dopo la riforma del II secolo d.C.
Gennaro appartenne alla gens Ianuaria, perché Ianuarius che significa “consacrato al dio Ianus” non era il suo nome, che non ci è pervenuto, ma il gentilizio corrispondente al nostro cognome.
Vi sono ben sette antichi ‘Atti’, ‘Passio’, ‘Vitae’, che parlano di Gennaro, fra i più celebri gli “Atti Bolognesi” e gli “Atti Vaticani”. Da questi documenti si apprende che Gennaro nato a Napoli? nella seconda metà del III secolo, fu eletto vescovo di Benevento, dove svolse il suo apostolato, amato dalla comunità cristiana e rispettato anche dai pagani per la cura, che impiegava nelle opere di carità a tutti indistintamente; si era nel primo periodo dell’impero di Diocleziano (243-313), il quale permise ai cristiani di occupare anche posti di prestigio e una certa libertà di culto.
Nella sua vecchiaia però, sotto la pressione del suo cesare Galerio (293), firmò ben tre editti contro i cristiani, provocando una delle più feroci persecuzioni, colpendo la Chiesa nei suoi membri e nei suoi averi per impedirle di soccorrere i poveri e spezzare così il favore popolare.
E in questo contesto s’inserisce la storia del martirio di Gennaro; egli conosceva il diacono Sosso (o Sossio) che guidava la comunità cristiana di Miseno, importante porto romano sulla costa occidentale del litorale flegreo; Sosso fu incarcerato dal giudice Dragonio, proconsole della Campania, per le funzioni religiose che quotidianamente venivano celebrate nonostante i divieti.
In quel periodo il vescovo di Benevento Gennaro, accompagnato dal diacono Festo e dal lettore Desiderio, si trovavano a Pozzuoli in incognito, visto il gran numero di pagani che si recavano nella vicinissima Cuma ad ascoltare gli oracoli della Sibilla Cumana e aveva ricevuto di nascosto anche qualche visita del diacono di Miseno (località tutte vicinissime tra loro).
Gennaro saputo dell’arresto di Sosso, volle recarsi insieme ai suoi due compagni Festo e Desiderio a portargli il suo conforto in carcere e anche con alcuni scritti, per esortarlo insieme agli altri cristiani prigionieri a resistere nella fede.
Il giudice Dragonio informato della sua presenza e intromissione, fece arrestare anche loro tre, provocando le proteste di Procolo, diacono di Pozzuoli e di due fedeli cristiani della stessa città, Eutiche ed Acuzio.
Anche questi tre furono arrestati e condannati insieme agli altri a morire nell’anfiteatro, ancora oggi esistente, per essere sbranati dagli orsi, in un pubblico spettacolo. Ma durante i preparativi il proconsole Dragonio, si accorse che il popolo dimostrava simpatia verso i prigionieri e quindi prevedendo disordini durante i cosiddetti giochi, cambiò decisione e il 19 settembre del 305 fece decapitare i prigionieri cristiani nel Foro di Vulcano, presso la celebre Solfatara di Pozzuoli.
Si racconta che una donna di nome Eusebia riuscì a raccogliere in due ampolle (i cosiddetti lacrimatoi) parte del sangue del vescovo e conservarlo con molta venerazione; era usanza dei cristiani dell’epoca di cercare di raccogliere corpi o parte di corpi, abiti, ecc. per poter poi venerarli come reliquie dei loro martiri.
I cristiani di Pozzuoli, nottetempo seppellirono i corpi dei martiri nell’agro Marciano presso la Solfatara; si presume che s. Gennaro avesse sui 35 anni, come pure giovani, erano i suoi compagni di martirio. Oltre un secolo dopo, nel 431 (13 aprile) si trasportarono le reliquie del solo s. Gennaro da Pozzuoli nelle catacombe di Capodimonte a Napoli, dette poi “Catacombe di S. Gennaro”, per volontà dal vescovo di Napoli, s. Giovanni I e sistemate vicino a quelle di s. Agrippino vescovo.
Le reliquie degli altri sei martiri, hanno una storia a parte per le loro traslazioni, ma in maggioranza ebbero culto e spostamento nelle loro zone di origine.
Durante il trasporto delle reliquie di s. Gennaro a Napoli, la suddetta Eusebia o altra donna, alla quale le aveva affidate prima di morire, consegnò al vescovo le due ampolline contenenti il sangue del martire; a ricordo delle tappe della solenne traslazione vennero erette due cappelle: S. Gennariello al Vomero e San Gennaro ad Antignano.
Il culto per il santo vescovo si diffuse fortemente con il trascorrere del tempo, per cui fu necessario l’ampliamento della catacomba. Affreschi, iscrizioni, mosaici e dipinti, rinvenuti nel cimitero sotterraneo, dimostrano che il culto del martire era vivo sin dal V secolo, tanto è vero che molti cristiani volevano essere seppelliti accanto a lui e le loro tombe erano ornate di sue immagini.
Va notato che già nel V secolo il martire Gennaro era considerato ‘santo’ secondo l’antica usanza ecclesiastica, canonizzazione poi confermata da papa Sisto V nel 1586. La tomba divenne come già detto, meta di continui pellegrinaggi per i grandi prodigi che gli venivano attribuiti; nel 472 ad esempio, in occasione di una violenta eruzione del Vesuvio, i napoletani accorsero in massa nella catacomba per chiedere la sua intercessione, iniziando così l’abitudine ad invocarlo nei terremoti e nelle eruzioni, e mentre aumentava il culto per s. Gennaro, diminuiva man mano quello per s. Agrippino vescovo, fino allora patrono della città di Napoli; dal 472 s. Gennaro cominciò ad assumere il rango di patrono principale della città.
Durante un’altra eruzione nel 512, fu lo stesso vescovo di Napoli, s. Stefano I, ad iniziare le preghiere propiziatorie; dopo fece costruire in suo onore, accanto alla basilica costantiniana di S. Restituta (prima cattedrale di Napoli), una chiesa detta Stefania, sulla quale verso la fine del secolo XIII, venne eretto il Duomo; riponendo nella cripta il cranio e la teca con le ampolle del sangue.
Questa provvidenziale decisione, preservò le suddette reliquie, dal furto operato dal longobardo Sicone, che durante l’assedio di Napoli dell’831, penetrò nelle catacombe, allora fuori della cinta muraria della città, asportando le altre ossa del santo che furono portate a Benevento, sede del ducato longobardo.
Le ossa restarono in questa città fino al 1156, quando vennero traslate nel santuario di Montevergine (AV), dove rimasero per tre secoli, addirittura se ne perdettero le tracce, finché durante alcuni scavi effettuati nel 1480, casualmente furono ritrovate sotto l’altare maggiore, insieme a quelle di altri santi, ma ben individuate da una lamina di piombo con il nome.
Il 13 gennaio 1492, dopo interminabili discussioni e trattative con i monaci dell’abbazia verginiana, le ossa furono riportate a Napoli nel succorpo del Duomo ed unite al capo ed alle ampolle. Intanto le ossa del cranio erano state sistemate in un preziosissimo busto d’argento, opera di tre orafi provenzali, dono di Carlo II d’Angiò nel 1305, al Duomo di Napoli.
Successivamente nel 1646 il busto d’argento con il cranio e le ormai famose ampolline col sangue, furono poste nella nuova artistica Cappella del Tesoro, ricca di capolavori d’arte d’ogni genere. Le ampolle erano state incastonate in una teca preziosa fatta realizzare da Roberto d’Angiò, in un periodo imprecisato del suo lungo regno (1309-1343).
La teca assunse l’aspetto attuale nel XVII secolo, racchiuse fra due vetri circolari di circa dodici centimetri di diametro, vi sono le due ampolline, una più grande di forma ellittica schiacciata, ripiena per circa il 60% di sangue e quella più piccola cilindrica con solo alcune macchie rosso-brunastre sulle pareti; la liquefazione del sangue avviene solo in quella più grande.
Le altre reliquie poste in un’antica anfora, sono rimaste nella cripta del Duomo, su cui s’innalza l’abside e l’altare maggiore della grande Cattedrale. San Gennaro è conosciuto in tutto il mondo, grazie anche al culto esportato insieme ai tantissimi emigranti napoletani, suoi fedeli, non solo per i suoi prodigiosi interventi nel bloccare le calamità naturali, purtroppo ricorrenti che colpivano Napoli, come pestilenze, terremoti e le numerose eruzioni del vulcano Vesuvio, croce e vanto di tutto il Golfo di Napoli; ma anche per il famoso prodigio della liquefazione del sangue contenuto nelle antiche ampolle, completamente sigillate e custodite in una nicchia chiusa con porte d’argento, situata dietro l’altare principale, della già menzionata Cappella del Tesoro.
Il Tesoro è oggi custodito in un caveau di una banca, essendo ingente e preziosissimo, quale testimonianza dei doni fatti al santo patrono da sovrani, nobili e quanti altri abbiano ricevuto grazie per sua intercessione, o alla loro persona e famiglia o alla città stessa.
Le chiavi della nicchia, sono conservate dalla Deputazione del Tesoro di S. Gennaro, da secoli composta da nobili e illustri personaggi napoletani con a capo il sindaco della città. Il miracolo della liquefazione del sangue, che è opportuno dire non è un’esclusiva del santo vescovo, ma anche di altri santi e in altre città, ma che a Napoli ha assunto una valenza incredibile, secondo un antico documento, è avvenuto per la prima volta nel lontano 17 agosto 1389; non è escluso, perché non documentato, che sia avvenuto anche in precedenza.
Detto prodigio avviene da allora tre volte l’anno; nel primo sabato di maggio, in cui il busto ornato di preziosissimi paramenti vescovili e il reliquiario con la teca e le ampolle, vengono portati in processione, insieme ai busti d’argento dei numerosi santi compatroni di Napoli, anch’essi esposti nella suddetta Cappella del Tesoro, dal Duomo alla Basilica di S. Chiara, in ricordo della prima traslazione da Pozzuoli a Napoli, e qui dopo le rituali preghiere, avviene la liquefazione del sangue raggrumito; la seconda avviene il 19 settembre, ricorrenza della decapitazione, una volta avveniva nella Cappella del Tesoro, ma per il gran numero di fedeli, il busto e le reliquie sono oggi esposte sull’altare maggiore del Duomo, dove anche qui dopo ripetute preghiere, con la presenza del cardinale arcivescovo, autorità civili e fedeli, avviene il prodigio tra il tripudio generale.
Avvenuta la liquefazione la teca sorretta dall’arcivescovo, viene mostrata quasi capovolgendola ai fedeli e al bacio dei più vicini; il sangue rimane sciolto per tutta l’ottava successiva e i fedeli sono ammessi a vedere da vicini la teca e baciarla con un prelato che la muove per far constatare la liquidità, dopo gli otto giorni viene di nuovo riposta nella nicchia e chiusa a chiave.
Una terza liquefazione avviene il 16 dicembre “festa del patrocinio di s. Gennaro”, in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo. Il prodigio così puntuale, non è sempre avvenuto, esiste un diario dei Canonici del Duomo che riporta nei secoli, anche le volte che il sangue non si è sciolto, oppure con ore e giorni di ritardo, oppure a volte è stato trovato già liquefatto quando sono state aperte le porte argentee per prelevare le ampolle; il miracolo a volte è avvenuto al di fuori delle date solite, per eventi straordinari.
Il popolo napoletano nei secoli ha voluto vedere nella velocità del prodigio, un auspicio positivo per il futuro della città, mentre una sua assenza o un prolungato ritardo è visto come fatto negativo per possibili calamità da venire. La catechesi costante degli ultimi arcivescovi di Napoli, ha convinto la maggioranza dei fedeli, che anche la mancanza del prodigio o il ritardo vanno vissuti con serenità e intensificazione semmai di una vita più cristiana.
Del resto questo “miracolo ballerino”, imprevedibile, è stato oggetto di profondi studi scientifici, l’ultimo nel 1988, con i quali usando l’esame spettroscopico, non potendosi aprire le ampolline sigillate da tanti secoli, si è potuto stabilire la presenza nel liquido di emoglobina, dunque sangue.
La liquefazione del sangue è innegabile e spiegazioni scientifiche finora non se ne sono trovate, come tutte le ipotesi contrarie formulate nei secoli, non sono mai state provate. È singolare il fatto, che a Pozzuoli, contemporaneamente al miracolo che avviene a Napoli, la pietra conservata nella chiesa di S. Gennaro, vicino alla Solfatara e che si crede sia il ceppo su cui il martire poggiò la testa per essere decapitato, diventa più rossa.
Pur essendo venuti tanti papi a Napoli in devoto omaggio e personalmente baciarono la teca lasciando doni, la Chiesa è bene ricordarlo, non si è mai pronunciata ufficialmente sul miracolo di s. Gennaro.
Papa Paolo VI nel 1966, in un discorso ad un gruppo di pellegrini partenopei, richiamò chiaramente il prodigio: “…come questo sangue che ribolle ad ogni festa, così la fede del popolo di Napoli possa ribollire, rifiorire ed affermarsi”.

Antonio Borrelli