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lunedì 1 agosto 2011

IL CARATTERE PATERNO DELLA MONARCHIA TRADIZIONALE

NAPOLI - Pubblichiamo un interessante saggio scritto dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira, leader cattolico controrivoluzionario brasiliano, tratto dall'opera:  "Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana"Nel testo l'autore contrappone la visione accentratrice, cesarista, laica, amministrativa  e plebiscitaria del potere  propria della dinastia dei Bonaparte a quella organica,tradizionale,temperata e sacrale della monarchia cattolica rappresentata della Casa imperiale degli Asburgo, uscita vincitrice nel 1815 dal lungo conflitto militare, economico, politico ed ideologico intrapreso insieme agli altri stati conservatori europei contro la Francia rivoluzionaria. Per analogia la guerra che contrappose la Casa reale Napoletana dei Borbone delle Due Sicilie a quella sardo-piemontese dei Savoja nel 1860-1861, similmente a quella del periodo napoleonico, non fu solo un conflitto di natura dinastica, ma uno scontro tra due mondi ben distinti: l'uno, rappresentato dal Re Francesco II, legittimo sovrano del Regno delle Due Sicilie, ancorato saldamente ai principi della  Fede cattolica, alle tradizioni patrie, al senso dell'onore ed al rispetto del  diritto delle genti, l'altro, impersonato dal sovrano piemontese  Vittorio Emanuele II, prono agli interessi socio-economici del ceto borghese progressista, influenzato dalle correnti filosofiche razionalistiche, freddo ed ostile verso la Chiesa cattolica, irrispettoso dei trattati internazionali ed  aperto ad ogni compromesso con le sette massoniche nazionali ed estere. Buona lettura.

Luigi Maria di Borbone                                                                                                                                                            

il prof. Plinio Corrêa de Oliveira

Il carattere paterno della monarchia medioevale fu conservato in larga misura dai sovrani della Casa d’Austria, fino alla detronizzazione degli Asburgo nel 1918.
Un’espressiva idea di questo carattere affettuoso risulta dal discorso tenuto dal borgomastro di Vienna, nel ricevere l’imperatore Francesco I poco dopo la sconfitta di Wagram (1809).
Per il moderno lettore, non imbevuto dello spirito di lotta di classe, questo discorso sembrerà più una pagina di fiaba che un documento storico.
Così lo riporta un cronista di indiscutibile valore, lo storico tedesco Giambattista Weiss (1820-1899):
"L’adesione [del popolo di Vienna] si mostrò più calorosamente nell’accoglienza tributata all’Imperatore Francesco I dopo la guerra devastatrice e nell’uscita dei Francesi da Vienna il 20 novembre 1809 dopo un’oppressiva permanenza di sei mesi e sette giorni. (…)
"Il 26 novembre le truppe austriache ritornarono a Vienna; il 27 arrivò l’Imperatore alle 4 del pomeriggio. Fin dall’alba migliaia e migliaia di persone si avviarono a Simmering, per ricevere l’amato Imperatore. Tutta Vienna era già alzata, calcata gli uni contro gli altri, aspettando come figli che attendono il loro amato padre. Finalmente, alle 4 si presentò l’Imperatore, senza nessuna guardia, in una carrozza aperta e con l’uniforme del suo reggimento di Ussari, avendo accanto a sé il maggiordomo capo, conte di Wrbna. La terra e l’aria sembravano tremare per il clamore di gioia: "Benvenuto il nostro padre!’ I fazzoletti non smettevano di sventolare.
"Il borgomastro gli rivolse qualche parola: ‘Amato principe! Quando un popolo in lotta contro la sventura, soffrendo in mille modi, pensa solo alle pene del suo principe, allora l'amore riposa sul più profondo sentimento, fermamente e indistruttibilmente. Sappiamo bene di essere un popolo. Quando i nostri figli cadevano nella lotta sanguinosa, quando palle incandescenti distruggevano le nostre case, quando le fondamenta di Vienna erano squassate dal rombo della battaglia, pensavamo a te. Pensavamo dunque a te, principe e padre, con silenzioso amore. Tu infatti non volesti questa guerra; solo la fatalità del tempo te l'impose; tu volevi il meglio; non fosti tu l'autore delle nostre pene. Sappiamo che tu ci ami; sappiamo che la nostra fortuna è la tua sacra e ferma volontà. Spesso percepivamo le benedizioni della tua paterna bontà, hai segnato il tuo ritorno con nuovi benefici. Sii dunque benvenuto fra noi, o principe paterno, con immutabile amore. È vero che il funesto risultato della guerra ti ha privato di una parte dei sudditi; ma dimentica il dolore delle tue perdite nell'intima unione con i tuoi fedeli. Non il numero, ma solo la volontà ferma e costante, l'amore che tutto unisce, sono i sacri sostegni del trono. E noi tutti siamo animati da questo spirito. Vogliamo supplire a quanto perdesti. Vogliamo essere degni della nostra patria, poiché nessun austriaco abbandona il suo principe quando essa è in gioco. Anche se le mura che circondano il tuo palazzo cadessero in rovina, i cuori del tuo popolo ti resterebbero la più salda fortezza!'
"Nessun monarca avrebbe potuto trovare un’accoglienza così calorosa. Francesco I riusciva ad avanzare solo a lenti passi. Il popolo gli baciava le mani, le vesti e i cavalli. Nel giungere al palazzo, lo portarono a spalle su per le scale. Alla notte, la città e i dintorni erano completamente illuminati". 

2. Accoglienza tributata dal popolo di Parigi al conte di Artois, al ritorno dall’esilio

 Un'altra accoglienza festosa e entusiastica, fatta dal popolo di un'altra capitale europea ad un altro principe vittima della sventura - quella riservata dal popolo parigino al conte di Artois, futuro Re Carlo X, al ritorno dall'esilio - ben dimostra l'affetto con cui il popolo circondava i rappresentanti delle antiche dinastie legittime e paterne.
Ecco la narrata dall'eminente storico contemporaneo Georges Bordonove:
"Monsieur fece la sua entrata solenne a Parigi il 10 aprile 1814, dalla porta di san Dionigi. Testimonia il barone di Frénilly: 'Non v'erano finestre né tetti sufficienti per contenere la moltitudine entusiasmata che diventava roca dalle grida. Tutto era ornato da bandiere, arazzi, tappeti, fiori, e tutti i fazzoletti sventolavano. Era uno spettacolo toccante'. (...)
"Il tempo era splendido. Il sole di aprile illuminava quella profusione di bandiere bianche, fiori, volti ridenti. (...) Ragazzi e giovani si aggrappavano ai cancelli; altri audaci, appollaiati sui tetti, agitavano i cappelli. Da ogni parte si fondevano spontaneamente le grida di: Vive le Roi! Vive Monsieur! A misura che ci si avvicinava al centro di Parigi, l'allegria aumentava, l'entusiasmo trasformavasi in delirio. Monsieur era realmente un bell'uomo! Manteneva un bel portamento, nonostante i suoi 57 anni! Indossava così bene la sua uniforme azzurra con fregi e dragoni di argento! Montava con tanta eleganza il suo magnifico cavallo bianco che gli era stato offerto! Aveva uno sguardo tanto fiero e allo stesso tempo così pieno di bontà! Rispondeva alle acclamazioni con tanta grazia! (...)
"Era da tanto tempo che non si vedeva un vero Principe, affascinante e cavalleresco! In questo modo avanzava verso Notre-Dame. (...) Monsieur permetteva alla folla di avvicinarsi, di toccargli gli stivali, le staffe, il collo del suo cavallo. Questa audacia lo compiaceva. I marescialli dell'Impero lo seguivano. Alcuni gli si erano presentati con la coccarda tricolore. Altri non nascondevano la loro ostilità. Tutti erano ansiosi di conservare il loro posto. Monsieur li salutò. Poco a poco, essi finirono conquistati dall'euforia generale. L'agitazione, l'esclamazioni gioiose di quella folla ci sconcertavano. Non comprendevamo perché i parigini si entusiasmassero a tal punto per questo principe, uno sconosciuto per loro fino al giorno prima. Una misteriosa scintilla aveva elettrizzato i cuori. Era stato Monsieur ad accenderla. Egli aveva il dono di piacere, di sedurre tanto le folle quanto gli individui, oggi diremmo: aveva un carisma. Egli era talmente conforme all'immagine che ci si faceva di un principe, aveva tanta semplicità di portamento, e rifletteva anche la volontà suprema che non si apprende ma si eredita. (...)
"A fatica venne aperta la strada per lui fino a Notre-Dame, dove era previsto un Te Deum. Gli avvenimenti erano precipitati talmente che non ci fu tempo di decorare la cattedrale. Si vide che egli si inginocchiava e pregava con fervore. Ringraziava la Provvidenza per avergli concesso questa gioia di aver riportato la Francia al trono gigliato".
Forse la scintilla che in questo modo si accendeva con l'entusiasmo dei parigini verso la monarchia legittima derivava dal fatto che essi partecipavano di questo sentimento, allora generale, genialmente espresso da Talleyrand nelle parole finali della lettera inviata al futuro Carlo X, dopo la prima abdicazione di Napoleone: "Nous avons assez de gloire, Monseigneur, mais venez, venez nous rendre l'honneur" [Abbiamo gloria in abbondanza, Monseigneur, ma venite, venite a renderci l'onore]. 


Per maggiori informazioni consultate il sito: www.atfp.it

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