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giovedì 25 agosto 2011

San Luigi IX, re Cristianissimo modello di virtù

















NAPOLI - In occasione della memoria liturgica della Chiesa latina di San Luigi IX Re Cristianissimo di Francia pubblichiamo una breve ma esauriente biografia di questo illustre sovrano, Gloria della Francia realista, e modello di tutti i Capi di Stato cristiani della storia. Segnaliamo una biografia tratta dal sito santiebeati.it curata da Emanuele Borserini e, a seguire, il testamento spirituale redatto dal Sovrano di Francia prima della morte. Buona lettura.

A.C.

DATI GENERALI DI SAN LUIGI IX

Poissy, Francia, 25 aprile 1214 - Tunisi, 25 agosto 1270
Luigi IX, sovrano di Francia, nacque il 25 aprile 1214 in Poissy. Incoronato re di Francia, Luigi si assunse il compito, davanti a Dio e agli uomini, di diffondere il Vangelo. Nell'anno 1244 fu sorpreso da una fortissima febbre. Guarito, volle di persona guidare una crociata per la liberazione della Terra Santa. Sbarcato in Egitto, presso la città di Damietta, attaccò con successo i Saraceni. Ma una terribile pestilenza decimò l'esercito crociato, colpendo lo stesso re. Assalito nuovamente dai Turchi, venne sconfitto e fatto prigioniero. Dopo essere stato rilasciato, proseguì come pellegrino per la Terra Santa, dove compì numerose opere di bene. Tornato in Francia, governò con giustizia e cristiana pietà, fondando la Sorbona e preparando una nuova crociata. Ma a Tunisi una nuova epidemia colpì l'esercito. Luigi IX, sentendosi morire, si fece adagiare con le braccia incrociate sopra un letto coperto di cenere e cilicio, dove spirò. Era il 25 agosto del 1270. 

Patronato: Re, Ordine Francescano Secolare
Etimologia: Ludovico = variante di Clodoveo
Emblema: Corona, Globo
Martirologio Romano: San Luigi IX, re di Francia, che la fede attiva sia in tempo di pace sia nel corso delle guerre intraprese per la difesa dei cristiani, la giustizia nel governo, l’amore verso i poveri e la costanza nelle avversità resero celebre. Unitosi in matrimonio, ebbe undici figli che educò ottimamente e nella pietà. Per onorare la croce, la corona di spine e il sepolcro del Signore impegnò mezzi, forze e la vita stessa. Morì presso Tunisi sulla costa dell’Africa settentrionale colpito dalla peste nel suo accampamento.

































Il re santo
Luigi, secondo figlio conosciuto di Luigi, figlio primogenito ed erede del re di Francia Filippo II Augusto, e della moglie di Luigi, Bianca di Castiglia, nasce molto probabilmente nel 1214 a Poissy il 25 del mese di aprile. Ed ecco che già da questa semplice nota biografica possiamo cogliere un indizio della personalità del futuro santo, egli, infatti, amava farsi chiamare “Luigi di Poissy”, non tanto perché era abitudine dei grandi personaggi dell’epoca aggiungere al proprio nome il luogo di nascita, ma perché, da buon cristiano, riteneva che la sua vera nascita fosse avvenuta il giorno del suo Battesimo a Poissy. Se l’anno di nascita non fu ritenuto dai biografi contemporanei degno di particolare nota, lo fu, invece, il giorno come attesta il carissimo amico di san Luigi, Joinville, in piena conformità con l’abitudine medievale di ricavare presagi per la vita dalle caratteristiche del giorno della nascita di una persona: “Secondo che gli ho inteso dire, nacque egli il giorno di San Marco Evangelista, dopo la Pasqua. In questo giorno si portano croci in processione in molti luoghi e in Francia sono chiamate croci nere. E ciò fu quasi una profezia della gran copia di persone che morirono in quelle due crociate, cioè in quella d’Egitto e nell’altra in cui egli stesso morì a Cartagine; chè molti grandi lutti vi furono in questo mondo, e molte grandi gioie vi sono ora in paradiso, per coloro che in quei due pellegrinaggi morirono da veri crociati” (Joinville, Histoire de Saint Louis). Nonostante Luigi, a soli quattro anni, sia divenuto erede al trono subentrando alla morte del fratello maggiore Filippo, non ci sono notizie di lui fino almeno al 1226; certamente è stato educato in modo particolarmente accurato inizialmente da parte della madre e poi, in età militare, dal padre (secondo la massima enunciata da Giovanni di Salisbury nel suo Policraticus: “Rex illitteratus quasi asinus coronatus” cioè: un re illetterato non è che un asino coronato). È certo anche che di una parte considerevole della sua educazione si sia occupato il nonno Filippo Augusto, il quale, dopo la prestigiosa vittoria di Bouvines, si era ritirato dalla pratica dell’arte della guerra. Luigi può, quindi, fregiarsi anche di un piccolo primato: quello di essere il primo re di Francia ad aver conosciuto il proprio nonno, cosa che avrà un alto valore per il senso dinastico del futuro re. Una particolare attenzione nel panorama educativo del futuro re è stata certamente riservata all’educazione religiosa e morale al fine di esercitare la funzione regia, proteggere la Chiesa e seguirne i consigli. L’ambiente che circondava il giovane Luigi svolge una funzione determinante per la fioritura della sua esemplare vita cristiana, non bisogna, infatti, dimenticare che la madre, Bianca di Castiglia, sarà anch’essa proclamata santa e la sorella, Isabella di Francia, beata. Alla morte di Filippo Augusto, molti contemporanei tentano di riconoscere nella sua persona un santo grazie ai racconti orali dei prodigi che avevano accompagnato tanto la sua nascita (tra cui la comparsa di una cometa) quanto la sua morte (per lo più guarigioni). Ma nel Duecento avviene, in seno alla Chiesa, un cambiamento radicale nella concezione della santità e il papa Innocenzo III ne prende atto formalmente regolarizzando i processi di canonizzazione, in particolare, stabilendo che i miracoli da considerare in tale processo sono solo quelli avvenuti post mortem e dichiarando la santità della vita quotidiana quale nuovo imprescindibile criterio. Per questo motivo, Luigi riuscirà dove il nonno fallì a causa della sua vita coniugale ritenuta scandalosa da Roma e può essere a buon diritto definito un santo moderno.


Il re cristiano
Del mondo di San Luigi, è importante tenerlo presente, fa parte, insieme alla Francia, la “Christianitas”: egli governa da sovrano la prima ed è una delle teste della seconda che ingloba anche il suo regno. La Cristianità si riferisce essenzialmente all’Europa che nel XIII secolo stava vivendo un particolare momento di sviluppo economico: san Luigi sarà anche il primo re di Francia a battere una moneta d’oro, lo Scudo, nel 1226, pratica cessata da Carlo Magno in poi.
All’epoca di san Luigi, la Cristianità è ancora turbata dalle lotte tra papato e impero, ma il vero interesse politico è tutto rivolto all’irresistibile ascesa delle monarchie nazionali. Anche in questo campo san Luigi sarà in grado di far compiere all’amministrazione dello stato alcuni decisivi passi verso il consolidamento della monarchia francese: essa diventerà uno stato moderno unito attorno alla persona del suo re. L’eredità che il nonno Filippo Augusto lascia al giovane san Luigi è notevole sotto ogni aspetto, vale la pena, però, di approfondire quello dell’eredità morale fondata sullo sviluppo della “religione regia”. Attraverso la consacrazione, il deposito dei regalia nell’abbazia di Saint Denis e i nuovi riti funebri la monarchia e la persona del monarca vanno assumendo un carattere spiccatamente sacro. Lo stesso papa Innocenzo III nel 1202 con la decretale Per venerabilem dichiara che il re di Francia non riconosce alcun superiore nella sfera temporale e con Luigi IX si definisce che il re di Francia deriva il suo potere “solo da Dio e da se stesso”.
La storia della Cristianità del XIII secolo è caratterizzata dalle numerose eresie pauperiste di cui la più pervasiva è l’eresia catara, nota in Francia con il nome di “eresia degli aubigeois (albigesi)”. Il grande fermento religioso di questo secolo è, però, ben più allargato e comprende almeno altre due manifestazioni importantissime rimaste, tuttavia, nell’ortodossia. La prima è la nascita di nuovi ordini religiosi che rispondono ai nuovi bisogni spirituali dei fedeli e tentano di reagire alla decadenza del monachesimo: sono i nuovi Ordini Mendicanti che intendono portare la pratica della vita cristiana nella vita quotidiana degli uomini delle città e fanno della predicazione la loro arma. Il maggior impulso a questa nascita avviene per opera dei due santi Domenico di Calaruega, fondatore dei frati Predicatori, e Francesco d’Assisi, fondatore dei frati Minori. Determinante nella vita di san Luigi sarà la presenza degli Ordini Mendicanti, tanto che sarà non senza malizia definito “il re degli Ordini Mendicanti” e in qualcuno nascerà il sincero sospetto che voglia egli stesso farsi frate mendicante. L’altra manifestazione del grande movimento religioso del XIII secolo è l’ascesa dei laici all’interno della Chiesa, soprattutto attraverso la fondazione dei cosiddetti “Terz’ordini laicali” degli Ordini Mendicanti. Di conseguenza, anche la santità, che precedentemente pareva essere monopolio di chierici e monaci, si estende anche ai laici, uomini e donne. Se sant’Omobono, un mercante di Cremona, è il primo laico canonizzato nel 1199 da Innocenzo III solo due anni dopo la morte, san Luigi è sicuramente il più famoso.

Il re fanciullo
Il 3 novembre 1226, durante la crociata contro il conte di Tolosa, protettore degli eretici, Luigi VIII muore a Montpensier lasciando un primogenito la cui tenera età pone immediatamente dei seri problemi dinastici, soprattutto considerando che Luigi VIII ha un fratellastro venticinquenne alleato con gli immancabili baroni poco sottomessi all’autorità regia. Ma Bianca di Castiglia, la cui reggenza è confermata da un documento firmato dai vescovi più importanti del regno e depositato nel “Tresor des charter” (l’archivio regio), una volta sepolto Luigi VIII si dedica interamente alla difesa e all’affermazione di suo figlio, il re fanciullo, al mantenimento e al rafforzamento della potenza della monarchia francese.
Alla guida della Francia c’è, come non accadeva da un secolo e mezzo, un dodicenne e un sentimento d’angoscia si diffonde in tutto il regno. Bisogna, infatti, considerare che la funzione principale di un re medievale è quella di mettere in rapporto con la divinità la società di cui è capo. Ora, un fanciullo, per quanto re legittimo e unto, è un fragile intermediario, tanto più che l’infanzia nel Medioevo è concepita soltanto come un non-valore; l’infanzia dell’uomo modello del Medioevo, il santo, viene negata: un futuro santo manifesta la sua santità mostrandosi precocemente adulto. Né la legge dello stato né il diritto canonico stabilivano leggi riguardo alla maggiore età e la consuetudine la fissava a ventuno anni, eccezion fatta proprio per i sovrani che la raggiungevano a quattordici. Nel caso di san Luigi, la forza e il desiderio di governare di Bianca di Castiglia è molto probabile che lo abbiano fatto attendere, inoltre c’è un periodo di passaggio in cui è chiaro dagli atti che entrambi siano sullo stesso piano. Ma alla fine del 1226, Luigi è, per quanto precipitosamente, consacrato re.
L’attività di governo per Luigi inizia subito con alcune questioni della massima urgenza ma ben presto tutto barcolla: il sovrano è un fanciullo e sua madre una donna straniera, così un numero importante di baroni si riunisce a Corbeil e decide di impadronirsi del giovane re, non per detronizzarlo ma per governare in suo nome al posto di sua madre e dei suoi consiglieri aggiudicandosi, inoltre, terre e ricchezze. Ma ecco che per la prima volta il popolo di Parigi si stringe attorno al suo re scortandolo e proteggendolo dai suoi attentatori. Un secondo tentativo di impadronirsi della mente del re avviene in modo più sottile allorché gli stessi baroni iniziano a diffondere false dicerie sui presunti cattivi costumi morali di Bianca di Castiglia. I primi anni di regno di Luigi, che gli storici si limitano a presentare come anni di rischi e difficoltà, sono anche per il giovane re anni di progressi decisivi del potere regio e del suo prestigio personale grazie, soprattutto, alla sapiente presenza del re in molte operazioni militari vincenti.
Nel 1234, ottavo anno di regno, Luigi sposa, in seguito ad un accordo tra i genitori, Margherita, figlia primogenita di Raimondo Breringhieri V conte di Provenza. Luigi e Margherita sono parenti di quarto grado, ma il papa Gregorio IX concede loro la dispensa a causa della “urgente ed evidente utilità” di un unione che contribuirà a riportare la pace in una terra sconvolta dalle eresie e dalla guerra contro gli eretici. Il matrimonio viene celebrato dal vescovo di Valence e zio di Margherita Guglielmo di Savoia a Sens, facilmente raggiungibile da Parigi e dalla Provenza, il 27 maggio, vigilia della domenica che precede l’Ascensione.
Sappiamo, da una confidenza fatta molto tempo dopo dalla regina Margherita, che il giovane sposo regale non toccò sua moglie nella prima notte di nozze, rispettando, come gli sposi cristiani molto pii, le “tre notti di Tobia” raccomandate dalla Chiesa sulla scorta dell’esempio di Tobia nell’Antico Testamento. I figli iniziano a coronare il matrimonio solo sei anni dopo, saranno undici di cui, però, solo sette sopravvivranno al padre.

Il re devoto
Molti sono gli aspetti per cui san Luigi si è facilmente prestato ad essere definito “il re devoto”, di seguito ne analizzerò solo alcuni tra i più significativi.
Già Filippo Augusto e ancor più san Luigi intuiscono l’importanza per la monarchia francese di avere a Parigi, nonostante non sia ancora una vera capitale, un focolaio di studi superiori che sia in grado di apportare gloria, sapere e alti funzionari chierici e laici alla regalità. I re di Francia non hanno ancora in quell’epoca una vera e propria politica universitaria, tuttavia, capiscono che, come Roma era la capitale politica della Cristianità, così Parigi poteva esserne la capitale intellettuale in quanto sede della facoltà di teologia.
Moderno e tradizionale allo stesso tempo si presenta l’atteggiamento di san Luigi nei confronti dell’Impero: pur nel solco della tradizione capetingia, ormai affrancata dalla giurisdizione imperiale, san Luigi manterrà sempre un devoto rispetto per la figura dell’Imperatore, all’epoca Federico II, perché da buon medievale si sente membro di un corpo, la Cristianità, che ha due teste: il Papa e l’Imperatore. La possibilità di mantenere questo equilibrio reverenziale nei confronti dell’assodata bicefalia della Cristianità è permessa anche dal fatto che da tempo, ormai, tanto l’Impero quanto la Chiesa non possono più vantare diritti o poteri giuridici nel regno di Francia, come già descritto. Inoltre, Luigi IX mette in atto per molto tempo e in molti modi diversi una grande opera di pacificazione nei confronti delle due massime autorità della Cristianità.
I dissidi che san Luigi si trova ad affrontare con i vescovi di Reims e, soprattutto, di Beauvais, ci mostrano un re che, pur nella sua personale religiosità e sottomissione alla Chiesa, tanto da essere chiamato dai contemporanei “il re devoto”, nelle questioni temporali che riguardano lo Stato è inflessibile sostenitore dei diritti e doveri di quest’ultimo, fulgido esempio sempre attuale di quanto sia possibile mantenere il giusto equilibrio tra la religione e la politica.
E proprio l’aspetto della devozione che preannuncia il futuro san Luigi si rivela non solo nel suo personale interessamento, riferito esplicitamente dall’amico Joinville, nella costruzione dell’abbazia di Royaumont, dando compimento ad una delle ultime volontà del defunto Luigi VIII che aveva lasciato un’ingente somma a tal fine, ma anche nel lavoro manuale che, come alcune biografie riferiscono, il re prodigò in tale iniziativa coinvolgendo anche i fratelli e alcuni cavalieri del suo seguito. In realtà, il padre aveva indicato anche quale avrebbe dovuto essere l’Ordine religioso affidatario della struttura, ma l’attrazione che il monachesimo riformato cistercense esercita su Luigi e che tornerà altre volte nella sua vita sarà più forte.
È innegabile che nella Cristianità del XIII secolo una grande manifestazione di devozione e, pari tempo, fonte di grande prestigio è il possesso di insigni reliquie e anche per san Luigi si presenta ben presto la possibilità di ottenerne alcune davvero molto preziose allorché, nel 1237, Baldovino, il giovane imperatore dell’Impero Latino di Costantinopoli viene in Francia per cercare aiuto contro i greci che volevano riprendersi la loro capitale. Egli, proprio mentre si trova presso la corte francese, viene raggiunto dalla notizia che i baroni dell’Impero Latino, in preda alla necessità di denaro, hanno deciso di vendere la più preziosa reliquia conservata a Costantinopoli: la Corona di spine di Gesù. Il re di Francia e sua madre si infiammano subito si santo zelo per ottenrla: emblema di umiltà, la Corona di spine è, nonostante tutto, una corona, cioè una reliquia con una forte caratterizzazione regale. Essa incarna quella regalità sofferente e umile che è diventata l’immagine di Cristo nella devozione del XIII secolo e che l’immaginario collettivo trasferisce sul capo del re, immagine di Gesù sulla terra. Tra molti perigli e trattative la sacra Reliquia giunge nei pressi della Francia e, come cinque anni prima era corso incontro alla fidanzata, Luigi ora corre a ricevere il sacro acquisto; egli porta con sé la madre, i fratelli, molti vescovi e cavalieri; l’incontro avviene a Villeneuve-l’Archeveque: i testimoni oculari spenderanno in seguito pagine e pagine per descrivere l’intensa emozione dimostrata dai reali. Segue poi la processione penitenziale che accompagna la Reliquia nella cattedrale di Sens: sono il re e suo fratello Roberto, a piedi nudi e con una sola tunica, a trasportare la cassa. Di là, dopo la rituale esposizione, riprende il viaggio verso Parigi dove viene esposta nella cattedrale di Notre Dame e poi definitivamente deposta nella cappella palatina di Saint Nicolas.Poiché il bisogno di denaro da parte dell’imperatore di Costantinopoli continua, Luigi ben presto completa, non senza grandi spese, la sua collezione di reliquie della Beata Passione (parti della Croce, la sacra Spugna, il ferro della Lancia di Longino). La cappella del palazzo reale si dimostra ben presto indegna di accogliere e custodire simili tesori, Luigi si rende conto che occorre una chiesa che possa essere essa stessa un reliquario glorioso e, a questo scopo, inizia la costruzione della Sainte Chapelle. Già nel 1243 papa Innocenzo IV concede alcuni privilegi alla futura cappella, nel 1246 Luigi fonda un collegio di canonici che ne assicurino l’officiatura e nel 1248 alcune risorse dello Stato vengono destinate alla sua manutenzione. La consacrazione solenne, alla presenza del re, avviene il 26 aprile 1248, due mesi prima che Luigi parta per la crociata. Fin dall’epoca di Luigi IX la cappella era considerata un capolavoro dell’arte gotica.
Un altro evento devozionale del regno di san Luigi degno di una speciale nota è il famoso smarrimento e ritrovamento dell’insigne reliquia del Santo Chiodo presso Saint Denis: durante una solenne ostensione, tale reliquia va misteriosamente perduta e le cronache si prodigano a descrivere tanto la disperazione di san Luigi, manifestata anche dalla sua personale ricerca, quanto la sua somma gioia dopo il casuale rinvenimento. Va, anzitutto, ricordato che nel Medioevo nell’animo dei più semplici come in quello dei più saggi e potenti esiste, incrollabile, la credenza nella virtù sacra di taluni oggetti che garantiscono la prosperità di un regno e la cui perdita occasionale può presagirne inequivocabilmente la rovina: il giovane Luigi condivide e stimola la religiosità più profonda del suo popolo e comincia a costruire la sua immagine e la sua politica sull’espressione pubblica e intensa di questi sentimenti. Nel suo entourage, tuttavia, quelle manifestazioni di devozione sono ritenute eccessive e indegne di un re che deve sempre dimostrare un grande senso della misura e dare esempio di ragionevolezza. Ma per Luigi non c’è alcun problema intimo: egli vuol essere, al tempo stesso e senza contraddizione, re di Francia cosciente dei suoi doveri, compresi quelli che concernono apparenza e simbologia, e buon cristiano, il quale, per essere di buon esempio e assicurare la salvezza sua e del suo popolo, deve manifestare la sua fede secondo le antiche e nuove pratiche con un comportamento sensibile.
Un episodio apparentemente irrilevante della vita di san Luigi ma che risulta importante per capire la sua spiritualità di re santo si verifica nel momento in cui i mongoli sembrano invadere l’Europa da est. Dalle lettere che invia alla madre, emerge un santo escatologico che vede in essi l’invasione dei popoli di Gog e Magog annunciati dall’Apocalisse come preludio alla fine del mondo. San Luigi aspira a due possibili destini: il martirio o la fine del mondo, egli si affida confidente a Dio ed è pronto ad abbracciare entrambi.
Tutto il regno di san Luigi sarà segnato da una forte discordanza tra la sua personale pietà e l’opinione pubblica; forse anche il re stesso avrà qualche periodo di dubbio, in particolare dopo il fallimento della crociata, ma ne uscirà sempre più convinto di trovarsi sulla retta via nella necessaria fusione delle sue due principali occupazioni: il bene del regno e del popolo e la sua salvezza personale, che in quanto re, coinvolge inevitabilmente quella di tutto il popolo. In un’epoca in cui non occupare il proprio posto secondo lo status dato da Dio a ciascuno è cosa assolutamente scandalosa, è percepito come problematico un re a più riprese definito re-monaco o re-frate, ma, alla fine, la soluzione giusta sarà trovata dalla maggioranza dell’opinione pubblica e sancita dalla Chiesa: egli sarà un re-santo, un re laico e santo.

Il re crociato
Nel 1244, san Luigi cade in un forte attacco di una malattia che già lo perseguitava da tempo ed arriva a perdere conoscenza tanto che molti lo credono morto e la regina madre invia a Pontoise, dove egli si trova, le Reliquie reali affinché il re le possa toccare. Appena ripreso da quello stato e appena è in grado di parlare, racconta sempre l’amico Joinville, chiede soltanto di diventare crociato. Le reazioni all’annuncio di questo voto sono di diversa natura, come, del resto, in quel secolo era in fase di mutamento lo spirito stesso con cui si affrontava l’argomento delle crociate dopo che i numerosi fallimenti avevano portato ad un forte scoraggiamento nella classe politica. Un trovatore, invece, interpreta l’entusiasmo popolare per un san Luigi crociato e, nei testi della sua propaganda si meraviglia che un uomo “leale e integro, esempio di saggezza e di rettitudine” che conduce “una vita santa, linda, pura, senza peccato e senza macchia” si sia fatto crociato quando i più intraprendevano le crociate per fare penitenza. Ma per Luigi, che spinge all’estremo la fede che gli è stata inculcata, la crociata non è che il coronamento della retta condotta di un principe cristiano. Così, il 12 giugno 1248, Luigi va a Saint Denis a prendere l’orifiamma, la tracolla e il bordone dalle mani del cardinale legato, segni della sua intima convinzione dell’identità tra crociata e pellegrinaggio. Poi si reca a piedi nudi e seguito da una grande processione di popolo all’abbazia reale di Saint Antoin de Champs e, prima di partire, nomina sua madre reggente del regno. Da notare il lavoro silenzioso e paziente di questa santa regina che per tutta la vita ha degnamente preparato e sostituito nelle necessità il figlio al timone del regno di Francia. La partenza da Parigi segna anche, nella vita di san Luigi, una svolta che colpisce molto gli appartenenti al suo entourage. Le norme regolatrici della crociata ingiungono ai crociati la modestia nel vestire; si può facilmente immaginare che il rigoroso Luigi rispettò e fece rispettare quelle prescrizioni, ma Luigi, per quanto riguarda la sua persona, non si accontenta di applicare rigorosamente le prescrizioni della Chiesa e, secondo la sua abitudine, va molto oltre conservando tale austerità anche al ritorno dalla crociata fino alla morte. Questa rinuncia è il segno di una svolta nella vita di san Luigi, il passaggio da un genere di vita e di governo semplicemente conformi alle raccomandazioni della Chiesa a una condotta personale e politica autenticamente religiosa, da un semplice conformismo ad un vero ordine morale.
La crociata si apre in Egitto con alcune piccole vittorie ma ben presto sopraggiungono le sconfitte e Luigi stesso viene fatto prigioniero dai musulmani e questa è la disgrazia peggiore per un re, ancor più lo è per un re cristiano essere fatto prigioniero dagli infedeli. Alla liberazione, avvenuta un mese dopo la cattura, il cappellano reale racconta la dignità e il coraggio dimostrati dal re durante la prigionia: Luigi pensa anzitutto agli altri crociati prigionieri, rifiuta qualsiasi dichiarazione contraria alla propria fede cristiana e sfida perciò la tortura e la morte. Anche quando viene a sapere che i suoi sono riusciti a frodare i musulmani versando un cifra inferiore rispetto a quella pattuita per il suo riscatto, si infuria, convinto che la sua parola debba essere sempre mantenuta e onorata anche se prestata a dei miscredenti.La crociata termina con un nulla di fatto e, mentre si trova in Terra Santa, Luigi vede svanire anche un altro dei suoi più grandi sogni: la conversione dei mongoli. Infatti, i missionari da lui inviati al gran Khan ritornano sconfitti. Infine, è un terribile evento a mettere fine alla sua permanenza in Terrasanta: nella primavera del 1253, Luigi riceve la notizia della morte dell’amata madre che era deceduta il 27 novembre del 1252. L’amico Joinville racconta le scomposte manifestazioni di dolore che accompagnano l’apprensione della notizia da parte di san Luigi e i rimproveri da parte dei contemporanei per l’esagerata reazione.
Ma qualche cosa, sebbene a livello spirituale, san Luigi la sa guadagnare da queste dolorose sconfitte. Infatti, discutendo con i suoi interlocutori musulmani, pur continuando a detestare la loro falsa religione, si rende conto che il dialogo con questi ultimi è possibile; inoltre, è in grado di imparare qualcosa di utile dai musulmani, infatti, tornato in patria, è il primo re che costruisce una biblioteca di manoscritti di opere religiose sul modello di quella del sultano.

Il re escatologico
Premeditato o improvvisato, l’incontro tra Ugo di Digne, appartenente alla corrente rigorista degli Spirituali francescani, e il re santo avrà grande importanza nella vita di quest’ultimo. In preda allo sconforto per gli eventi appena elencati, san Luigi ne ricerca le cause e si domanda cosa debba fare per piacere a Dio, assicurare la propria salvezza e quella del suo popolo e servire la Chiesa, Ugo gli mostrerà la via: far regnare sulla terra la giustizia nella prospettiva del momento in cui “i tempi saranno compiuti”, promuovere una città terrestre evangelica, in breve, diventare un re escatologico. Questa proposta, che probabilmente interpretava i desideri profondi di Luigi, diventerà il programma dell’ultimo periodo del suo regno.
Joinville testimonia il passaggio dalla semplicità all’austerità che contrassegna la vita di san Luigi dopo il ritorno dalla Terrasanta e il suo confessore, consigliere e primo biografo, Goffredo di Beaulieu, ne racconta i sentimenti in modo mirabile: “Dopo il suo felice ritorno in Francia, i testimoni della sua vita e i confidenti della sua coscienza videro fino a qual punto egli cercò di essere devoto verso Dio, giusto verso i suoi sudditi, misericordioso verso gli infelici, umile verso se stesso e come fece ogni sforzo per progredire in tutte le virtù. Come l’oro è superiore in valore all’argento, così il suo nuovo modo di vivere, portato con sé dalla Terrasanta, superava in santità la sua vita precedente; eppure in gioventù, egli era sempre stato buono, innocente ed esemplare”.
Tutto questo fervore si riflette nelle sue decisioni politiche e in ogni ordinanza regia non trascura di aggiungere provvedimenti riguardanti la moralità, tra cui misure repressive della bestemmia, del gioco, della prostituzione, della frequentazione delle taverne, prescrizioni contro gli ebrei e la propagazione del principio della presunzione d’innocenza per gli imputati richiamando i giudici all’esempio del Giudice supremo, Dio di giustizia e di misericordia. Oltre alla giustizia, l’altro dovere che si impone ad un re cristiano è la pace e Luigi saprà essere arbitro oltre i confini del suo regno dando l’esempio a molti, tanto da arrivare ad essere definito “arbitro e pacificatore della Cristianità”.
Nel 1267, Luigi decide di intraprendere una nuova crociata e da inizio ad un nuovo periodo di preparazione e purificazione emanando nuove leggi contro la bestemmie, reato equiparato alla lesa maestà, e gli ebrei e facendo intensificare la predicazione. Partito come nel 1248, il 14 marzo 1270, l’esercito sbarca a Tunisi per raggiungere l’Egitto, ma la via di Tunisi si rivela ben presto una vera e propria Via Crucis. Sfumata la possibilità di convertire l’Emiro musulmano che si rivela immediatamente illusoria ancorché san Luigi non vi voglia rinunciare e, di nuovo, il flagello del Mediterraneo, l’epidemia di tifo, si abbatte sull’esercito regio. Dopo suo figlio Giovanni Tristano, anche san Luigi muore il 25 agosto assistito dal suo inseparabile confessore. È lui che racconta che sul letto di morte, pur sentendo la fine avvicinarsi, san Luigi non ha altra preoccupazione che le cose di Dio e l’esaltazione della fede cristiana. Così, a fatica e a bassa voce, proferisce le sue ultime parole: “Cerchiamo, per l’amor di Dio, di far predicare e di introdurre la fede cattolica a Tunisi”. Benché la forza del suo corpo e della sua voce si affievoliscano a poco a poco, egli non cessa di chiedere i suffragi dei Santi a cui era più devoto, in particolare san Dionigi patrono del suo regno. Più volte mormora le ultime parole della preghiera a san Dionigi: “Noi ti preghiamo, Signore, per l’amore che abbiamo per te, di darci la grazia di disprezzare i beni terreni e di non temere le avversità”. Poi ripete l’inizio della preghiera a san Giacomo: “Sii, o Signore, il santificatore e il custode del tuo popolo”. Ancora il Beaulieu riferisce che Luigi muore all’ora stessa della morte del Signore su un letto “di ceneri sparse in forma di croce”. Così il re-Cristo muore nell’eterno presente della morte salvatrice di Gesù. Secondo una certa tradizione, egli avrebbe mormorato nella notte precedente alla sua morte: “Andremo a Gerusalemme”.
La bara con le ossa di Luigi IX, debitamente trattate, viene portata ed esposta a Parigi nella chiesa di Notre Dame e i funerali hanno luogo a Saint Denis il 22 maggio, quasi nove mesi dopo la morte del re. Attorno ai sacri resti, i visceri in Sicilia e lo scheletro a Saint Denis, si verificano numerosi miracoli sin da subito, ma ormai la fama non è più sufficiente per creare dei santi, la curia romana si è riservata tale diritto ed inizia il processo di canonizzazione la cui prima iniziativa risale a papa Gregorio X. Sarà però papa Bonifacio VIII con la bolla Gloria, laus a pronunciare la canonizzazione solenne di Luigi IX e a fissarne la festa nel giorno della sua morte, il 25 agosto.
Ed è così che il re, nato sotto il sego del lutto e morto in terra straniera e infedele, fa il suo ingresso nella gloria eterna.


Emanuele Borserini

















----- IL TESTAMENTO DI LUIGI IX -----


Figlio carissimo, prima di tutto ti esorto ad amare il Signore Dio tuo con tutto il cuore e con tutte le tue forze. Senza di questo no c'è salvezza. 

Figlio, devi tenerti lontano da tutto ciò che può dispiacere a Dio, cioè da ogni peccato mortale. 

E' preferibile che tu sia tormentato da ogni genere di martirio, piuttosto che commettere un peccato mortale. 

Inoltre, se il Signore permetterà che tu abbia qualche tribolazione, devi ringraziando, e sopportarla volentieri, pensando che concorre al tuo bene e che forse te la sei ben meritata. 

Se poi il Signore ti darà qualche prosperità, non solo lo dovrai umilmente ringraziare, ma bada bene a non diventar peggiore per vanagloria o in qualunque altro modo, bada cioè a non entrare in contrasto con Dio o offenderlo con i suoi doni stessi. 

Partecipa devotamente e volentieri alle celebrazioni della Chiesa. Non guardare distrattamente in giro e non abbandonarti alle chiacchiere, ma prega il Signore con raccoglimento, sia con la bocca che con il cuore. Abbi un cuore pietoso verso i poveri, i miserabili e gli afflitti. Per quanto sta in te, soccorrili e consolali. Ringrazia Dio di tutti i benefici che ti ha elargiti, perché tu possa renderti degno di riceverne dei maggiori. Verso i tuoi sudditi comportati con rettitudine, in modo tale da essere sempre sul sentiero della giustizia, senza declinare né a destra né a sinistra. Sta' sempre piuttosto dalla parte del povero anziché del ricco, fino a tanto che non sei certo della verità. 

Abbi premurosa cura che tutti i tuoi sudditi si mantengano nella giustizia e nella pace, specialmente le persone ecclesiastiche e religiose. Sii devoto e obbediente alla Chiesa Romana, madre nostra, e al Sommo Pontefice come a padre spirituale. Procura che venga allontanato dal tuo territorio ogni peccato, e specialmente la bestemmia e le eresie. 

Figlio carissimo, ti do infine tutte quelle benedizioni che un buon padre può dare al figlio. La Trinità e tutti i santi ti custodiscano da ogni male. Il Signore ti dia la grazia di fare la sua volontà, perché riceva onore e gloria per mezzo tuo e, dopo questa vita, conceda a tutti noi di giungere insieme a vederlo, amarlo e lodarlo senza fine. Amen.

Vergogna/ La denuncia di Terra Nostra: Santa Chiara chiude i battenti per scarsa sicurezza

















CASERTA - Riceviamo e vi proponiamo il breve intervento che ci ha inviato l'amico Pasquale Costagliola, Presidente dell'associazione culturale e ambientalista Terra Nostra. L'intervento riguarda due temi purtroppo molto conosciuti da noi meridionali: il degrado e l'apatia dei cittadini. Argomento è l'improvvisa chiusura, avvenuta mercoledì 24 agosto della Basilica di Santa Chiara e del suo complesso monumentale. La decisione presa dai francescani è stata poi spiegata ai giornalisti dal Padre Superiore Salvatore Vilardi che ha denunciato l'aggressione subita da una suora, all'interno della Basilica ad opera di uno dei tanti senza tetto che affollano l'area. Un problema, quello dei clochard che si somma all'anarchia che regna in uno dei luoghi simbolo di Napoli capitale, quella Napoli che ormai è morta e sepolta sotto un cumulo di rifiuti e degrado. Già da questa mattina due agenti della polizia in moto sorvegliano l'ingresso del complesso bloccando i soggetti pericolosi. L'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie e l'Associazione Culturale Capitano G. De Mollot, si accodano all'appello del Presidente di Italia Nostra e ricordano come da tempo si denuncia l'apatia e il degrado civile dei meridionali. Al contempo esprimiamo la nostra solidarietà alla comunità religiosa della Basilica costretta a chiudere il complesso e a coesistere in una situazione di sfacelo civile. Auspichiamo, infine, di poter vedere un presidio fisso delle forze dell'ordine sul posto e saremo pronti a fare la nostra parte se l'operato di volontari sarà accettato dai custodi della Basilica e dalle autorità di Napoli.

Il direttivo dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie

----------LA LETTERA DI COSTAGLIOLA----------------------

"Leggo da Il Mattino di oggi 25 agosto che il monastero di Santa Chiara è stato chiuso dai francescani per pericolo grave di danni e violenze da parte di vandali e teppaglia che ha trasformato uno dei luoghi storici di Napoli e del Sud in un immondezzaio. I turisti hanno trovato le porte sbarrate e chi ha a cuore le sorti di una storia antica e nobile dovrebbe reagire. Siamo alla rincorsa di questioni e lambicchi, primati e rancori ma non vediamo intorno a noi la rovina, il degrado, l'inefficienza, la corruzione. L'obbligo è studiare il passato ma anche lavorare, scorciarsi le maniche e buttare le mani, come dicevano i faticatori di una volta. Santa Chiara è invasa dalla munnezza? Prendiamo le ramazze e presidiamo il sito! Non facciamo come al solito le guerre di carta, o la chiesa dove riposano tanti sovrani serve solo per qualche parata biennale per giaculatorie e messe cantate? Un'associazione per la difesa del sito non guasterebbe, fatta bene tipo City Angels. Qualcuno è ancira vivo a Napoli e dintorni o si parla solo?"

Pasquale Costagliola, presidente di Terra Nostra

mercoledì 24 agosto 2011

"Ei fu! quel porco ignobile", l'ode a Vittorio Emmanuele di un figlio di Masaniello


































L'ode dedicata a S.M. Vittorio Emmanuele Re d'Ita(g)lia da un prode figlio di Masaniello (Per leggere clicca sulla foto e ingrandiscila).


CASERTA - Un documento dell'Archivio di Stato di Caserta ci riporta indietro nel tempo di quasi 150 anni, quando la reazione al Savoia era ancora calda e fortemente orientata politicamente per un rientro del Re Borbone. Siamo nel Maggio del 1862 e un figlio di Masaniello, come si classifica l'ignoto autore della composizione, prendendo spunto dalla visita effettuata da Garibaldi al senatore Alessandro Manzoni, ripercorre con la mente ad una delle poesie dello scrittore: l'ode "Il 5 maggio" composta in occasione della morte di Napoleone Bonaparte. L'ispirazione è tanta che non può esimersi dal ricalcare le strofe della Manzoniana per dedicare una nuova Ode al primo Re d'Italia, Vittorio Emmanuele II.
Le prime strofe sono tutte un programma:

"Ei fu! qual porco ignobile
Dato un final grugnito
Giacque il carcame putrido
Nell'orgie sfinito
Mentre dei soci attonita
La gregia al nunzio sta"


La poesiola, che potete leggere integralmente cliccando sulla foto, venne diffusa in diversi esemplari in Terra di Lavoro. Le copie che fu possibile intercettare vennero sequestrate dalle solerti autorità. Non sappiamo se Vittorio Emmanuele ne sia venuto a conoscenza. Non sappiamo neanche se ci furono reazioni da parte sua o da parte del "piratato" Manzoni. 

p.l.

Il Reale Officio Topografico, la ricerca geografica all'avanguardia nel Regno di Napoli












Riportiamo di seguito, l'intervento del delegato per il Basso Lazio del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, Cavalier Franco Ciufo che racconta la storia del Reale Officio Topografico di Napoli. Buona lettura.

LATINA - Fra i tanti primati del Regno delle Due Sicilie uno è da ricercare in un istituto che è stato il precursore della ricerca geografica e che è il Reale Officio Topografico di Napoli, nato in modo eroico sull'influsso dell'Illuminismo settecentesco, sfidando lo scetticismo conservatore che regnava, le gelosie e le invidie di coloro che erano portatori di altre verità che le nuove conoscenze stavano debellando. 













Ferdinando Galiani

L'abate Ferdinando Galiani[1], consigliere di Ferdinando IV, aveva in­tuito quale valore importante avesse la conoscenza cartografica dello Stato ai fini della difesa, della sicurezza interna e di un eventuale con­flitto con altri Paesi che ambivano alla conquista del Regno napoletano. 
In questa prospettiva, il Galiani, che era a Parigi poco dopo la metà del Settecento come segretario dell' ambasciata del Regno di Napoli, concorse nell'idea della realizzazione di una carta del suo Regno attra­verso l'opera del cartografo padovano Giovanni Antonio Rizzi Zannoni[2] che per vicende varie era stato costretto a vivere in quella città. Parigi, al­lora, occupava un ruolo eminente nel contesto della cultura europea e vi­veva un momento particolare anche nel campo cartografico per la pre­senza di illustri cartografi tra cui J.B. Bourgnigond'Anville (1697-1782). La carta geografica pubblicata in quattro fogli fu un contributo valido per la rappresentazione dell'Italia meridionale e rimase insostituibile per diversi decenni. Da questi contatti tra il Galiani e il Rizzi Zannoni scaturì l'invito rivolto al cartografo perché si trasferisse a vivere a Napo­li, ponendo il suo impegno al servizio di Ferdinando IV e iniziasse la pre­parazione di una moderna carta del Regno di Napoli su basi geodetiche, attraverso il rilevamento diretto del territorio da rappresentare. 













Ritratto di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni

Giovanni Antonio Rizzi Zannoni arriva a Napoli nel 1781 con il compito di fondare e dirigere il primo Reale Officio Topografico di Na­poli, destinato a divenire una delle prime istituzioni cartografiche di Stato in Europa, portando con sé tutti i suoi strumenti e tutto il suo ar­chivio geografico. 
Favorito dalla benevolenza di Ferdinando IV, sempre molto atten­to al progresso scientifico, e vincendo le opposizioni dei contempora­nei l'abate Galiani, superate varie e complesse opposizioni nella corte reale, promosse l'acquisto di strumenti moderni, suggeriti da Rizzi Zannoni, e ottenne locali molto ampi (nella zona del Rosario di Palaz­zo) dove furono impiantati i laboratori cartografici e lui stesso fu no­minato Commissario dell'impresa. 
Con l'istituzione dell'Officina Topografica giunsero a Napoli im­portanti disegnatori, cartografi e matematici che entrarono a far parte del laboratorio il quale divenne una scuola di alto livello nella prepara­zione di carte geografiche, contribuendo a farne conoscere i suoi docu­menti fino alla caduta della dinastia borbonica. 
I tecnici del Reale Officio Topografico, e lo stesso Galiani finché vis­se, percorsero e rilevarono il territorio del Regno di Napoli, suscita anche pericolose curiosità nelle popolazioni poco abituate a tali presenze. Il comportamento a vette ostile delle popolazioni nei confronti dei tecnici dell'Officio Topografico cominciarono a creare preoccupazioni tanto che non mancarono aggressioni a questi rilevatori del territorio e si rese, per­tanto, necessario organizzare drappelli di soldati per la loro protezione[3]
















Ritratto di Ferdinando IV di Borbone

Cominciarono ad essere prodotti i primi lavori del laboratorio tra cui una Pianta della Città di Napoli[4], una Topografia dell'Agro Napoletano con le sue adiacenze ( 1793), l'Atlante Geografico del Regno di Napoli[5], la Carta del­la Sicilia[6], l'Atlante Marittimo del Regno di Napoli1, la Carta di Cabotaggio della costa del Regno delle Due Sicilie bagnata dall'Adriatico, dal fiume Tron­to al Capo di S.ta Maria di Leuca[7]. Nel 1845 fu disposta la realizzazione di una carta generale del Regno in quattro fogli che fu pubblicata dopo l'u­nità d'Italia (1861) con il titolo Carta delle province meridionali d'Italia in­dicante le tappe militari ed i rilievi postali costruita nel Regio Officio Topogra­fico di Napoli sui migliori elementi geodetici e topografici. Tante furono le opere che videro la luce nel Regio Officio Topografico che suscitarono su­bito l'ammirazione di tutte le corti europee per la loro peculiarità e il loro pregio artistico e che ancora oggi dimostrano il ruolo fondamentale della cartografia borbonica nel contesto degli europei del tempo[8]. L' attività del Reale Officio Topografico portò nuova linfa vitale an­che nell'economia del Regno; infatti, furono commissionate grandi lastre in rame per le incisioni, strumentazioni di nuova concezione e car­te speciali per la stampa delle opere geografiche di grandi dimensioni, cosa non solita per quei tempi, prodotti questi che venivano realizzati molto dagli opifici nazionali che raggiunsero alta specializzazione. Tra questi ricordiamo la Cartiera di Scauri in Terra di Lavoro[9]. Il Reale Officio Topografico, per la sua peculiare e specialistica at­tività, continuò la sua attività anche durante il decennio francese che la rese ufficiale con legge del 1814 del Re Gioacchino Murat". Questa istituzione continuò ad operare fino al 1860 attraverso la pubblicazione di carte del territorio e di piante di centri abitati. Con l'I­talia unita l'Officio fu di fatto soppresso anche se ufficialmente rimase attivo fino al 1879 anno in cui fu definitivamente trasferito presso l'at­tuale Istituto Geografico Militare di Firenze, dove ancora sono deposi­tate molte delle opere prodotte e le apparecchiature scientifiche. Anco­ra una volta un'istituzione scientifica del Regno delle Due Sicilie veni­va arbitrariamente inglobata, con tutte le ricchezze rappresentate dalla tradizione, dagli impianti e dalla scienza profusa da tanti scienziati in un'altra istituzione costituita dopo l'unità d'Italia. 

Franco Ciufo



NOTE
[1] L'abate Ferdinando Galiani nacque a Chieti nel 1728, da una famiglia originaria di Lucerà: la sua formazione avvenne a Napoli, dove ebbe modo di conoscere l'opera di Giovambattista Vico e fu allievo di .Antonio Genovesi. Nel 1751 pubblicò il trattato "Della Moneta", un'opera in cui. anticipando alcune tesi dell'utilitarismo, enunciò una teoria sul valore economico dei beni, individuando una stretta relazione tra quantità e qualità del lavoro, tempi di produzione, utilità e rarità del prodotto. Tra il 1759 e il 1769 soggiornò a Parigi, dove era stato imiato come segretario d'ambasciata dal Re Ferdinando IV. In Francia iniziò a frequentare i salotti letterari illuministici, stringen­do rapporti con madame d'Epinay e Denis Diderot e si awicinò alle teorie fisiocratiche. Di ritorno a Napoli si dedicò agli studi di linguistica e soprattutto si dedicò alla fonda­zione del Regio Officio Topograiico del Regno delle Due Sicilie alla cui direzione fece chiamare il più illustre dei geografi: Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, che aveva cono­sciuto durante il periodo parigino. Morì a Napoli nel 1787.
[2] Nato a Padova il 2 settembre 1736 da Girolamo ed Elena Marchiori. Personag­gio complesso ed egocentrico guardava tutti gli avvenimenti solo dal proprio punto di vista. Tale suo atteggiamnento lo rese inviso a tutti i personaggi del tempo e i suoi
33 anni passati a Napoli li visse nel più completo isolamento. Fu probabilmente un autodi­datta, in quanto non si hanno notizie certe sui suoi studi regolari, anche se primeggiò in mo­do inconfutabile nella sua scienza, ottenendo il plauso generale. Attraversò tutta l'Europa per studiare i territori e rilevarli. Lavorò negli stabilimenti cartografici Setter e Homan in Germania, dove perfezionò la tecnica. Fu a Parigi dal760all776 dove conobbe l'abate Fer­dinando Galiani che successivamente favorì la sua venuta nel Regno delle Due Sicilie, dove raggiunge la sua fama internazionale di geografo ed astronomo. Nel 1765 divenne corri­spondente dell'Accademia delle Scienze di Gottingen. Durante il periodo borbonico potè fregiarsi del titolo di Geografo del Re. Durante il decennio francese riuscì a stampare l'ulti­ma delle 31 tavole dell'Atlante geografico la cui pubblicazione era iniziata nel 1788. Morì a Napoli nella fama massima di Massimo Cartografo Italiano ed Europeo dell'età moderna.
[3] II ministro Acton nel maggio 1783 inoltrò un ordine al Capitano Generale che sia­no dati due soldati svizzeri-, o di altro reggimento, che siano sperimentati ed onorati, per scortare il sig. Rizzi Zannoni e 7 suo aiutante nel loro viaggio verso S. Lorenzo di Padula affine di proseguire le operazioni geografiche - (V.Valerio -Firenze I.G.M.).
[4] Realizzata nel R.O.T. nel 1790. Nel frontespizio dell' opera viene rappresentato lo strumento che il Rizzi Zannoni utilizzava per i rilevamenti che era il "quadrante di Jesse Ramsden, il più celebrato costruttore britannico, da lui acquistato durante la sua permanenza a Parigi.
[5] L' Atlante realizzato da Giovanni Antonio Rizzi Zannoni, direttore del Gabinet­to topografico, in scala 1:114.000, composto di 32 fogli da cm. 50x75, fu pubblicato dal Regio Officio Topografico di Napoli nel periodo 1788 - 1812.
[6] Carta della Sicilia con l'antica e la moderna suddivisione in Valli rettificata, rea­lizzata in scala 1:380.000 realizzata ammodernando la Carta d'Italia del Rizzi Zannoni stampata nel 1803, (V.Valerio - "Universo", 1/1983). Opera realizzata durante la per­manenza di Ferdinando IV in Sicilia a seguito dell'occupazione Francese di Napoli.
Antonio Rizzi Zannoni Geografo Regio... e scandagliato da Salvatore Trama, Pilota di Va­scello pubblicato nel 1785 con scala 1:90.000. L'Atlante è composto di 23 tavole, con in­
dice, rappresentanti ie coste che vanno dal golfo di Gaeta, con parte del territorio del­
[9]Stato della Chiesa a confine, fino a tutta la Puglia.
1 Opera in 13 tavole in scala 1:100.000, con foglio di unione da 1:1400.000, con in­dicati gli scandagli, pubblicata nel 1834.
5 Per il R.O.T. lavorarono artisti, matematici e geografi di chiara fama che firma­rono delle vere opere d'arte quali Giuseppe Guerra, incisore insigne che fu nominato maestro della scuola di incisione dei caratteri, Filippo Hackert, Cristoph Heinrich Kniep, Alessandro Danna (utilizzatore della tempera per il colore dei paesaggi), Luigi Marchese (ideatore della tecnica di disegnare, immaginandoselo, il paesaggio dall'alto come se osservato da una mongolfiera), Antonio Moretti (triangolatore e disegnatore del territorio della Calabria dopo il terremoto del 1783).

Popoli delle Due Sicilie: 'mparammoce a campà!!!!
























MADRID - Popoli delle Due Sicilie, grazie alla foto della patriota veneta Caterina Ossi, reduce da un viaggio nella capitale del Regno di Spagna, prendiamo contezza di come si regolano certi popoli circa la propria storia. Oggetto della foto è una targa commemorativa che si trova a Madrid, in plaza de Oriente, all'esterno del Palacio Real. La lapide in questione recita: 

"A los heroes populares que 
EL 2 DE MAYO DE 1808 
iniciaron en este mismo lugar 
la protesta y sacrificio contra
las tropas extranjeras
El circulo de bellas artes 1808
Repuesta por el ayuntamiento de Madrid 1947"

"Agli eroi popolari (eroi del popolo) che
il 2 di maggio del 1808
diedero inizio in questo stesso luogo
alla protesta e al sacrificio contro
le truppe straniere (i francesi di Napoleone I)
Il circolo di belle arti 1808
Ricollocata dal municipio di Madrid 1947"

Insomma in Spagna il popolo che nel 1808 si sollevò in massa contro l'occupante esercito francese viene ricordato come eroico. Nel nostro Sud, dove avvenne la stessa identica cosa contro l'esercito piemontese, tutta la storiografia allineata non ha avuto mai vergogna di definirlo "brigante". Mentre in Spagna si chiamano le cose per quelle che sono e i francesi diventano, giustamente, "truppe straniere" nel nostro Sud la classe politica napoletana non ha perso tempo e, in occasione degli anniversari delle celebrazioni dell'epopea napoleonica in pompa magna ha ricordato la repubblica giacobina, l'occupazione francese, l'epopea murattiana. Per avere un esempio di come siamo lontani dalla concezione spagnola basta recarsi a Massa Lubrense dove a Villa Rossi, con veduta panoramica verso Capri è stata apposta una lapide per ricordare che proprio in quella villa l'usurpatore (e traditore) Gioacchino Murat seguì le operazioni di occupazione dell'isola abbandonata dalle forze borboniche e dalla flotta britannica. La targa apposta nel 1928 (anno VI del regime fascista) recita:

DA QUESTA CASA
GIOACCHINO MURAT
NELL’OTTOBRE DEL MDCCCVIII
SEGUIVA E INVIGILAVA
LA GESTA ARDIMENTOSA
DI SOLDATI FRANCESI E NAPOLETANI
CHE STRAPPARONO CAPRI AL NEMICO
E QUI DETTAVA I PATTI DELLA RESA
ILLUSTRANDO CON QUELLA VITTORIA
LA SUA ASCESA AL TRONO DI NAPOLI
MASSA LUBRENSE
DALLA CHIOSTRA DEI SUOI COLLI
TESTIMONE DELL’EVENTO
PONE QUESTO RICORDO
MCMXXVIII A.VI

Che differenza! Questo invito ad "imparare a campare" non è rivolto, ovviamente, a chi è consapevole della vera storia meridionale ma deve servire a tutti di sprono per continuare l'opera di divulgazione storica. Stampare i due testi e portarli sempre dietro per far capire a quanta più gente possibile la differenza che passa tra un popolo cosciente e uno traviato da 150 anni di lavaggio del cervello, può essere utile. 

G.S.