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domenica 31 luglio 2011

LO STEMMA DELLA REAL CASA DELLE DUE SICILIE

NAPOLI-     Restaurato sul trono nel maggio 1815, re Ferdinando di Borbone, IV di Napoli e III di Sicilia, allo scopo di sottolineare la rinnovata unità dello Stato nella sua persona ed in ottemperanza a quanto era stato stabilito dal Congresso di Vienna, in data 8 dicembre 1816 emanò un decreto con il quale assunse il titolo di Ferdinando I, Re del Regno delle Due Sicilie: in tal modo egli riportò in auge la antica denominazione di rex Utriusque Siciliae, che risaliva all’età normanna e che era stata resa ufficiale da Alfonso il Magnanimo nel 1442. Una norma del 22 dicembre immediatamente successivo sancì l’unificazione politica della due corone di Napoli e di Palermo, distinte sin dal settembre del 1282, anche se spesso unite personalmente nella figura di un sovrano comune[1].
Con un ulteriore decreto, datato 21 dicembre 1816, re Ferdinando I definì il proprio stemma, la corona e le insegne cavalleresche di ornamentazione esterna dello scudo, i sigilli reali[2]: un disegno allegato al decreto stesso, sottoscritto dal re per approvazione e controfirmato da Tommaso di Somma, marchese di Circello, segretario di Stato ministro cancelliere, riproduce lo stemma del quale ci accingiamo a percorrere rapidamente l’iter storico-giuridico di formazione[3] (fig. 1).
Tra tutte le insegne araldiche degli Stati italiani preunitari, l’arma in argomento è senza dubbio la più complessa: essa consta, infatti, di ben ventisette quarti[4], e sopravanza, di conseguenza, anche tanti dei complicatissimi stemmi degli Stati tedeschi[5]; forse è seconda soltanto al grande stemma del regno di Prussia, che arrivava a contare ben cinquantasei quarti[6].
Inizialmente intesa a finalità eminentemente riconoscitiva e ancora libera dalle norme che, con il tempo, interverranno a regolarla, l’araldica nacque nell’ambito dei generici usi emblematici e si sviluppò con grande rapidità fino a dar vita ad un vero e proprio “sistema” di insegne atte a costituire, specialmente nelle armi delle casate di maggiore importanza, una declaratoria visiva degli eventi storici, dei diritti, delle situazioni giuridicamente rilevanti che hanno riguardato le casate stesse: i singoli quarti, nel senso che abbiamo dato poc’anzi a questo termine, entrano, si aggregano, cambiano di posto sulla superficie di uno scudo, o, addirittura, ne escono, parallelamente al modificarsi dello status giuridico del portatore dello scudo medesimo. È appunto in conseguenza di una serie di eventi storici e sulla base di precise motivazioni giuridiche che i ben ventisette quarti che lo compongono (alcuni dei quali, per la verità, ripetuti più volte) si sono venuti aggregando insieme, e si sono disposti, secondo un ordine che osserveremo, sulla superficie dello scudo araldico dei sovrani delle Due Sicilie.
Malgrado che il numero dei quarti presenti sia molto superiore, l’arma del reame delle Due Sicilie è in realtà formata dalla riunione, sul campo di un unico scudo, di sole cinque insegne, più o meno complesse, autonomamente preesistenti. Precisamente: dalle armi del regno di Spagna, assai simili a quelle usate da Carlo II, ultimo sovrano asburgico del reame iberico, che occupano la maggior parte del settore centrale dello scudo; dalle armi della linea angioina della casa di Borbone, cui il sovrano delle Due Sicilie apparteneva, collocate su di uno scudetto, posto al centro dello scudo grande, nella posizione detta tecnicamente “sul tutto”[7]; dalle armi del ducato di Parma e Piacenza, situate nel fianco destro[8] dello scudo; dalle armi del granducato di Toscana, collocate nel fianco sinistro; dalle armi del reame di Napoli, poste immediatamente al di sotto di quelle del reame spagnolo. Per comodità espositiva, preferiamo suddividere la presente, breve trattazione in tanti paragrafi quante sono le varie armi che, unite insieme, andarono a formare lo stemma del regno delle Due Sicilie; parleremo di esse nella stessa successione con cui, più sopra, le abbiamo elencate.

Le armi di Spagna

armi di Filippo II

Le armi di Spagna di epoca asburgica erano state fissate nella riduzione definitiva, a partire dall’anno 1558, da re Filippo II che le trasferì ereditariamente ai suoi successori sul trono madrileno (fig. 2).
Figlio primogenito di Carlo V, ed erede di questi relativamente ai territori della corona di Spagna, nata dall’unione dei possessi delle corone di Castiglia e d’Aragona, ed ai territori dei Paesi Bassi, re Filippo portò, uniti su di un unico scudo, lo stemma dell’ava paterna Giovanna, figlia dei re Cattolici Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, e quello dell’avo paterno, arciduca Filippo, detto il Bello.
Le armi di Giovanna constavano della fusione delle armi castigliane, cioè di un “inquartato: nel primo e nel quarto di rosso, al castello d’oro, aperto e finestrato d’azzurro (Castiglia); nel secondo e nel terzo d’argento, al leone di porpora, coronato d’oro (León[9])”, con quelle aragonesi, ossia un “partito: a destra d’oro a quattro pali di rosso (Aragona); a sinistra inquartato in croce di Sant’Andrea d’oro, a quattro pali di rosso, e d’argento all’aquila di nero (Sicilia[10])”; innestato in punta, tra gli stemmi castigliano e aragonese, “d’argento, alla mela granata al naturale, gambuta e fogliata di verde” per via del reame arabo di Granada, occupato dai sovrani Cattolici il 5 gennaio 1492.
Di sei quarti, due gentilizi e quattro di armi territoriali, constava, a sua volta, lo stemma di Filippo il Bello. I predetti quarti erano posti quattro su di un inquartato, due su di uno scudetto sul tutto: il primo punto, “di rosso, alla fascia d’argento (Austria)”, spettava a Filippo in quanto, in qualità di Asburgo, era arciduca d’Austria dal momento della nascita[11]; il secondo punto, “d’azzurro, seminato di gigli d’oro, con la bordura composta d’argento e di rosso (Valois-Borgogna)”[12] derivava all’arciduca Filippo dalla madre, Maria di Valois Borgogna, ultima erede di una delle più importanti linee della casa reale di Valois, di ceppo capetingio, sposa nel 1477 di Massimiliano I d’Austria, futuro re dei Romani e imperatore; il terzo punto, “bandato d’oro e d’azzurro, con la bordura di rosso”, già emblema araldico della prima casa dei Capetingi di Borgogna, durata dal 1032 al 1361, rappresentava ormai le pretensioni al ducato borgognone, ricaduto nella corona di Francia nel 1477, alla morte di Carlo il Temerario di Valois Borgogna, avo materno dell’arciduca Filippo; il quarto punto, “di nero al leone d’oro” (Brabante), e il primo punto dello scudetto sul tutto, “d’oro, al leone di nero” (Fiandra), derivavano allo stesso arciduca dalla madre, Maria di Borgogna, la quale, a sua volta, li derivava dalla trisavola paterna Margherita, contessa di Fiandra e duchessa di Brabante; il secondo punto, situato nello scudetto sul tutto, “d’argento, all’aquila di rosso, le ali legate a trifoglio d’oro, coronata, rostrata e membrata dello stesso (Tirolo)”, era entrata a far parte delle insegne asburgiche da quando nel 1363, estintasi la casa del Tirolo, la contea tirolese era stata ereditata dal Rodolfo IV d’Asburgo, duca d’Austria, nipote abiatico di Elisabetta (†1312), figlia del conte Mainardo IV.
Ricordiamo che , morto in data 31 gennaio del 1580 il re del Portogallo Enrico e venute a cadere le pretensioni dell’illegittimo fratello di lui, Antonio, il priore di Crato, salì sul trono di Lisbona (2 settembre 1580) Filippo II di Spagna in quanto erede della madre, l’imperatrice e regina Isabella di Portogallo: in conseguenza di ciò, re Filippo pose le insegne reali portoghesi in uno scudetto sul tutto delle insegne spagnole. Nel 1640, però, una rivoluzione scoppiata in Portogallo depose Filippo IV di Spagna, restituendo il trono al principe reale portoghese Giovanni IV, duca di Braganza: re Filippo IV, fino alla morte avvenuta il 17 settembre 1665, conservò nelle proprie armi lo scudetto portoghese allo scopo di significare le proprie pretensioni a quella corona, ma il suo successore Carlo II lo eliminò.

Le armi dei Borbone Angiò


Il problema della successione al trono spagnolo si evidenziò fin dal 1665, anno in cui, morto Filippo IV, ne ereditò la corona il piccolo e malaticcio Carlo II (*1661 †1700), che sicuramente, come del resto avvenne, non avrebbe avuto successione. Si scatenarono, a quel punto, le pretese delle varie potenze alla corona iberica: la casa di Francia avanzava i diritti che le derivavano dall’infante Maria Teresa, sorella consanguinea di Carlo II e moglie di Luigi XIV, nonché dell’infanta Anna, figlia di Filippo III e moglie di Luigi XIII; gli Asburgo di Vienna mettevano innanzi le nozze dell’imperatore Ferdinando III con l’infanta Maria Anna, anch’ella figlia di Filippo III, e quelle dell’imperatore Leopoldo I, figlio dei precedenti, con l’infanta Margherita, sorella germana del re Carlo; anche il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, accampava pretese sul trono madrileno in quanto pronipote abiatico dell’infanta Caterina, nata da Filippo II.
Un nuovo evento, accaduto nel 1692, sembrò porre fine alla ridda delle più o meno valide pretese: in quell’anno, infatti, dalle nozze strette tra l’elettore di Baviera Massimiliano II e l’arciduchessa Antonia, nata dall’imperatore Leopoldo I e dall’infanta Margherita, sorella germana di Carlo II, nacque il principe Giuseppe Ferdinando, pronipote ex sorore e parente maschio più prossimo del re. Questi riconobbe come proprio erede il piccolo principe bavarese e un trattato delle potenze interessate, intervenuto il 13 ottobre del 1698, ratificò la successione di lui.
Nel febbraio del 1699, però, Giuseppe Ferdinando di Baviera morì: il 13 maggio del 1700 un nuovo accordo tra le potenze stabilì che sul trono spagnolo si sarebbe seduto l’arciduca Carlo d’Austria (*1685 †1740), figlio minore dell’imperatore Leopoldo I e della seconda moglie di questi, Eleonora del Palatinato Neuburg. La diplomazia spagnola si rifiutò recisamente di riconoscere tale accordo e, con testamento del 2 ottobre 1700, Carlo II nominò Filippo di Borbone (*1683 †1746), duca d’Angiò, nipote abiatico di Luigi XIV in quanto figlio minore del Gran Delfino, e parente più prossimo del re Carlo II di quanto non fosse l’arciduca Carlo d’Austria, erede di tutti i possedimenti spagnoli a condizione che la corona di Spagna non dovesse mai potersi riunire a quella francese.
Il 1° novembre del 1700 Carlo II morì e, quello stesso giorno, venne aperto il suo testamento. Luigi XIV esitò qualche giorno prima di consentire al nipote Filippo di accettare la successione: finalmente, il successivo 16 novembre il sovrano francese diede la sua adesione; il 22 gennaio del 1701 il duca d’Angiò, divenuto re Filippo V, pose piede in Spagna e il 19 febbraio entrò in Madrid. Essendo l’eredità di Carlo II a titolo universale, il nuovo sovrano di Spagna era divenuto, di pieno diritto, anche re di Napoli, con il nome di Filippo IV, nonché di Sicilia con la stessa denominazione.
Le potenze contrarie alla successione di Filippo di Borbone Angiò sul trono spagnolo, presa a pretesto la notizia che Luigi di Francia, diversamente dalle disposizioni testamentarie di Carlo II, si rifiutava di togliere a Filippo V i suoi diritti al trono francese, formarono una grande coalizione nel settembre del 1701 dando così inizio alla guerra detta di successione spagnola, che infiammò l’Europa dal 1702 al 1714.
Terminata la guerra (preliminari segreti di Londra, 8 ottobre 1711; trattato di Utrecht, 11 aprile 1713; trattato di Rastatt, 6 marzo 1714), Filippo V si vide riconoscere dalle potenze la Spagna e le colonie d’America, ma dovette cedere al nuovo imperatore Carlo VI d’Asburgo, lo stesso arciduca Carlo d’Austria cui l’accordo diplomatico del maggio 1700 aveva riconosciuto la successione alla corona spagnola[13], Napoli, lo Stato dei Presidi, la Sardegna, il ducato di Milano con il marchesato di Finale, i Paesi Bassi. Il regno di Sicilia fu dato a Vittorio Amedeo II di Savoia, che fu incoronato a Palermo il 24 dicembre del 1713. Nel 1717 la Sardegna fu nuovamente occupata da Filippo V di Spagna, ma gli accordi di Londra la restituirono poco dopo all’imperatore che la cedette a Vittorio Amedeo di Savoia in cambio della Sicilia.
Come abbiamo accennato poc’anzi, quella di Filippo V a Carlo II di Spagna nel 1770 fu una successione a titolo universale. Il nuovo sovrano ereditò, pertanto, tutti i quarti dello scudo del suo predecessore, ai quali aggiunse, ponendole in uno scudetto sul tutto, le proprie armi gentilizie di cadetto della casa reale di Francia; inoltre, allo scopo di evitare che la superficie dello scudetto stesso potesse nasconderli, apportò talune piccole varianti alla posizione di alcuni quarti delle armi asburgiche di Spagna: per la precisione, spostò l’innestato di Granada in punta ai quarti di Castiglia e di León, e, sopprimendo lo scudetto partito di Fiandra e del Tirolo, trasferì il partito stesso in un innestato in punta del grande scudo, al di sotto degli altri quarti derivanti dall’arciduca Filippo il Bello.
fig.4 - grandi armi di Francia

Alcuni disegnatori francesi crearono, per il primo sovrano di Spagna della casa di Borbone Angiò una grande composizione araldica con un padiglione simile a quello che il Moreau aveva ideato, a suo tempo, per Luigi XIII di Francia (fig. 4).
Nato il 19 dicembre 1683 da Luigi il Gran Delfino e da Maria Anna di Baviera, dei quali era il secondogenito con il titolo di duca d’Angiò, Filippo di Borbone portava le armi reali di Francia, “d’azzurro, a tre gigli d’oro, disposti due e uno” (fig. 5), “brisate”[14] da una bordura di rosso.
I gigli di Francia compaiono già sui coni dei sovrani capetingi  Luigi VI (1108-1137) e Luigi VII (1137-1180) e sulle bandiere di Filippo II Augusto (1180-1223), ma è sui  sigilli di Luigi VIII che, per la prima volta, compare la primitiva arma di Francia: “d’azzurro, seminato di gigli d’oro”. La linea di Borbone del ceppo capetingio si originò con il conte di Clermont, Roberto (*1256 †1317), ultragenito del re Luigi IX il Santo e padre di Luigi (*1279 †1391), che, per eredità materna, divenne appunto, nel 1327, duca di Borbone. Dovendo differenziare la propria arma da quella reale di Francia, i Capetingi di Borbone fecero attraversare il “seminato di gigli” da una banda di rosso.
Quando poi, a partire dal regno di Carlo V di Valois (1364-1380), i gigli dell’arma reale di Francia furono ridotti a tre, anche i Borbone ridussero a tre quelli del loro scudo che, ovviamente, continuò ad essere attraversato, per brisura, dalla banda di rosso.
Il 2 agosto del 1589, giorno in cui, come è noto, assassinato Enrico III di Valois divenne capo della casa capetingia e re di Francia Enrico IV di Borbone, la brisura costituita della banda dovette, di necessità, essere tolta dal suo scudo. Naturalmente, divenuta quella di Borbone la casa reale di Francia, i cadetti di essa dovettero comunque brisare i tre gigli reali d’oro in campo azzurro: seguendo una tradizione risalente al 1290, anno in cui Carlo dei Capetingi (*1270 †1325), conte di Valois, ottenne l’Angiò per via delle sue nozze con Margherita (†1299) di Carlo II re di Napoli, alla titolarità dell’Angiò si collegò stabilmente la brisura di una bordura di rosso; tale la portò infatti, come abbiamo veduto, Filippo V di Borbone Angiò. Salito al trono nel 1700, il nuovo re di Spagna non fu per questo legittimato a sopprimere la bordura, che, pertanto continuò a circondare il suo scudo con i gigli. Mentre, infatti, la sovranità su uno Stato è un istituto di diritto pubblico, l’istituto blasonico della brisura attiene specificamente al diritto familiare: Filippo V era sì il sovrano spagnolo, ma, relativamente al posto da lui occupato all’interno della casa di Borbone, rimaneva comunque un ultragenito.

Le armi del ducato di Parma e Piacenza

Nel secondo decennio del Settecento, la mancanza di eredi giovani nelle casate dei Farnese e dei Medici faceva presagire prossima la loro estinzione ed apriva il problema della successione al ducato di Parma e Piacenza e, rispettivamente, al granducato di Toscana.
Un accordo, stipulato a Londra il 2 agosto 1718 tra l’imperatore e i re di Francia e di Inghilterra, stabilì che Parma e Piacenza e la Toscana sarebbero state considerate esclusivamente feudi dell’Impero e che, a tale condizione, sarebbero state investite dal Cesare tedesco, una volta spentesi le rispettive case regnanti, al primogenito nato da Filippo V di Spagna e dalla sua seconda moglie, Elisabetta Farnese: l’infante don Carlo (*1716 †1788). Questi era legittimato alla successione per via ereditaria, in quanto figlio dell’unica rappresentante dell’ultima generazione farnesiana e, altresì, diretto discendente del granduca Cosimo II de’ Medici attraverso la figlia Margherita, moglie del suo trisavolo materno, Odoardo Farnese, duca di Parma.
La Spagna, non riconoscendo l’alta sovranità imperiale su Parma e Piacenza, rifiutò di accettare l’accordo di Londra; per reazione, la marina britannica distrusse la flotta spagnola alla battaglia di Capo Passero (11 agosto 1718), e, di lì a poco, anche il duca Filippo d’Orléans, reggente di Francia per il giovanissimo re Luigi XV, dichiarò guerra al reame spagnolo, facendo invadere dalle truppe la penisola iberica. Filippo V fu così costretto ad accettare le clausole del trattato londinese, il che avvenne in data 26 gennaio 1720.
Successivamente, sul cadere del 1729, ritenendo i tempi ormai maturi per far valere i diritti dell’infante Carlo, ormai più che tredicenne, la Spagna stipulò a Siviglia un trattato con la Francia, nel quale venne stabilito che un contingente militare spagnolo di seimila uomini avrebbe presidiato Portoferraio, Livorno, Parma e Piacenza onde assicurare la pacifica successione dell’infante stesso nei due Stati, emiliano e toscano. Evitato un conflitto con l’Impero, anche per via dell’intervento pacificatore del neo-eletto sommo pontefice Clemente XII, il fiorentino Lorenzo Corsini, le truppe inviate da Madrid sbarcarono nella penisola italiana. Morto improvvisamente il duca Antonio Farnese il 20 gennaio 1731 e conclusasi, il successivo 13 settembre, la tragicomica questione del “ventre pregnante”[15] della duchessa vedova Enrichetta d’Este, in data 29 dicembre dello stesso anno l’ava materna dell’infante Carlo, Dorotea Sofia del Palatinato Neuburg, duchessa vedova di Parma in quanto sposa, in seconde nozze, di Francesco Farnese, presiedette, in nome del nipote, la solenne cerimonia di investitura del ducato, voluta dall’imperatore, nel corso della quale ebbe luogo il giuramento di fedeltà da parte di tutti i feudatari ducali. L’infante Carlo di Borbone era divenuto, in tal modo, nuovo duca di Parma e Piacenza con il nome di Carlo I, ma non più di diritto pontificio, malgrado la dura contestazione della Santa Sede, bensì di diritto imperiale: l’ingresso ufficiale dell’infante nella capitale ducale ebbe luogo il 7 ottobre del 1732.
La dinastia farnesiana aveva trovato posto tra le principali casate italiane quando, quietata l’opposizione di Carlo V e calmati i malumori del sacro collegio cardinalizio, papa Paolo III Farnese aveva elevato a ducato Parma e Piacenza concedendole al figlio naturale Pier Luigi con bolla datata 26 agosto 1545.
In origine, i Farnese avevano alzato uno stemma con un campo d’oro sul quale insisteva un numero variabile di gigli azzurri: dall’unico giglio portato da Pietro nel XIV secolo fino ad un “seminato di gigli”. Più tardi esso assumerà la definitiva, nota conformazione “d’oro, a sei gigli d’azzurro, disposti tre, due, uno”: tale lo ereditò il duca Pier Luigi dal padre sommo pontefice.


Lo stemma farnesiano subì però, molto presto, due importanti ampliamenti, originati dalle alleanze coniugali strette da Ottavio ed Alessandro, rispettivamente 2° e 3° duca di Parma e Piacenza. Ottavio aveva sposato Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V: il partito d’Austria e di Borgogna antica di questa figlia illegittima dell’imperatore e re di Spagna (insegne araldiche di cui, in precedenza, abbiamo già parlato) entrò a far parte dello stemma dei Farnese, che lo collocarono nel secondo e nel terzo punto di uno scudo inquartato, riservando il primo e il quarto punto ai gigli farnesiani. A sua volta, il celebre capitano Alessandro, 3° duca, sposò nel 1565 Maria di Portogallo, figlia di Edoardo, duca di Guimarães, fratello ultimogenito dei sovrani portoghesi Giovanni III e Enrico I, da lungo tempo premorto a quest’ultimo, e il cui unico figlio maschio premorirà anch’egli allo zio re. Come abbiamo scritto trattando delle armi di Spagna, alla scomparsa di Enrico I, avvenuta nel 1580, il trono lusitano passò al sovrano spagnolo Filippo II, figlio di Isabella di Portogallo: il figlio del duca Alessandro e della principessa Maria, Ranuccio, poteva comunque vantare delle pretese successorie e, per questo motivo, l’insegna araldica portoghese entrò a far parte, collocata in posizione sul tutto, delle insegne della casa Farnese (fig. 6, sinistra).
            In linea diretta maschile, la principessa Maria di Portogallo discendeva dal duca di Borgogna Roberto (†1076) ed era, quindi, una Capetingia. Nel 1095, uno dei nipoti abiatici di Roberto, Enrico di Borgogna, sposando Teresa, illegittima di Alfonso VI di Castiglia, ottenne in feudo dal suocero Porto e le terre circostanti: dal nome latino della località, Portus Cale, il feudo cominciò ad essere conosciuto con il nome di contea del Portogallo, sulla quale il figlio di Enrico, Alfonso I, fu riconosciuto re prima da Alfonso VII di Castiglia, poi, nel 1179, da papa Alessandro III.
            Era stato nel corso del regno di Alfonso III, durato dal 1248 al 1279, che le armi reali portoghesi avevano cominciato a cristallizzarsi nella forma che non verrà più abbandonata: “d’argento, a cinque scudetti d’azzurro, disposti in croce, caricati ciascuno di cinque bisanti d’argento, posti in croce di Sant’Andrea; con la bordura di rosso, caricata di sette castelli d’oro, torricellati di tre pezzi, aperti e finestrati d’azzurro”[16].
            Dobbiamo ricordare che, con solenne e fastosa cerimonia, svoltasi nella basilica vaticana il 2 febbraio del 1537, papa Paolo III aveva conferito al figlio Pier Luigi la carica di gonfaloniere e capitano generale di Santa Romana Chiesa e che tale carica, dopo l’assassinio del medesimo Pier Luigi, era passata, consecutivamente, ai successori di lui, dal 2° fino al 4° duca; nell’ordine: ad Ottavio, ad Alessandro, a Ranuccio e a Odoardo Farnese. Conseguentemente, era stato a partire dal febbraio del 1537 che, nello stemma dei capi pro tempore della famiglia Farnese, era stato introdotto il cosiddetto “palo della Chiesa”, “di rosso, alle chiavi legate e passate in croce di Sant’Andrea, l’una d’oro, l’altra d’argento, accollate dal gonfalone (o ombrello, o basilica) papale” (fig. 6, destra), divenuto insegna stabile di quell’importantissima dignità dello Stato Pontificio fin da quando, il 29 marzo del 1500, Alessandro VI vi aveva elevato il figlio Cesare Borgia, duca Valentino[17].
            A causa della decisa resistenza opposta alla volontà papale di acquistare il ducato di Castro e la contea di Ronciglione, il titolare di questi due feudi di diritto pontificio, Odoardo Farnese, 5° duca di Parma e Piacenza, fu scomunicato da Urbano VIII Barberini nel concistoro del giorno 13 gennaio 1642. La scomunica provocò ipso facto la decadenza del duca dalla dignità di gonfaloniere e capitano della Chiesa, e, conseguentemente, il palo della Chiesa sarebbe dovuto uscire dallo scudo farnesiano. Contrariamente alla regola blasonica che consente di portare nelle proprie armi le insegne di dignità esclusivamente ai titolari di esse e soltanto durante munere, l’uso del palo stesso si era esteso pian piano a tutti i membri di casa Farnese[18], probabilmente per via del fatto che, per più di un secolo, la dignità gonfalonierizia era rimasta, quasi a titolo ereditario, nella famiglia.
            Introducendo nel 1731 nel proprio stemma di infante di Spagna le insegne farnesiane quale nuovo duca di Parma e Piacenza, don Carlo di Borbone conservò inizialmente, in queste ultime, il palo della Chiesa (fig. 7) che, però, presto scomparve. Del resto, la sovranità di Carlo sul ducato durò breve tempo in quanto, il 28 aprile del 1736, le forze austriache, condotte dal principe Giorgio Cristiano di Lobkowitz, ne occuparono i territori in nome dell’imperatore Carlo VI. Il ducato di Parma e Piacenza tornerà ai Borboni il 18 ottobre del 1748, ma nella persona di Filippo (*1720 †1765), figlio ultragenito di Filippo V e di Elisabetta Farnese e fondatore della casa di Borbone Parma.
            Nella grande arma approvata da Ferdinando I delle Due Sicilie nel dicembre del 1816, le insegne farnesiane occupano il fianco destro dello scudo. Giustamente prive del palo della Chiesa, esse non si presentano più quali un inquartato, come nel passato, bensì quali un “partito di due tratti e troncato di uno”[19], recante, nell’ordine, i punti Farnese, Austria, Borgogna antica, Austria, Borgogna antica e Farnese, con, sul tutto, lo scudetto della pretensione sul Portogallo. Nei due punti di Borgogna antica manca la bordura di rosso come spesso si verifica quando sono posti accanto alle insegne d’Austria.

Le armi del granducato mediceo di Toscana

            Nel corso di tutta l’età ducale (1532-1569), poi granducale (1569-1737), l’antico stemma della linea regnante di casa Medici non subì nessuna modifica da quando, a seguito del cosiddetto “ampliamento di Francia”, e dopo un breve periodo di incertezza,  aveva assunto la sua conformazione definitiva “d’oro, a sei palle collocate in cinta: quella del capo, più grande, d’azzurro, caricata di tre gigli d’oro, disposti due e uno; le altre cinque di rosso” (fig. 8).
            Sui singoli esemplari degli scudi di casa Medici, le figure delle palle, originariamente tutte di color rosso, si erano presentate in un numero assai variabile, compreso da un minimo di tre a un massimo di undici, saltando sistematicamente le cifre del quattro e del cinque; anche la loro disposizione sulla superficie dello scudo era stata assoggettata a numerose varianti. A nostro avviso, questa instabilità nelle figure blasoniche medicee dovette senz’altro dipendere dall’ampiezza degli scudi che le contenevano: lo scudo triangolare e con i lati concavi della Badia Fiesolana[20], ad esempio, ha una superficie talmente limitata da poter contenere soltanto tre palle; viceversa, nello scudo alto e largo in forma di “testa di cavallo”, miniato su un manoscritto della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze[21], il campo è tanto ampio da permettere di collocarvi comodamente ben undici palle.
            Agli inizî del Quattrocento, liquidata la concorrenza delle più importanti famiglie antagoniste, ottenuto un controllo delle magistrature repubblicane fiorentine tale da assicurare a se stessi una signoria di fatto sulla repubblica di Firenze, i Medici avvertirono l’utilità di distinguere onorificamente le proprie insegne tramite l’introduzione nello scudo gentilizio di qualche elemento di differenziazione che, per concessione Imperatoris vel alterius domini[22], rendesse il beneficiario dotato maioris dignitatis[23]. Il conferimento all’arma medicea di un elemento formale di differenziazione, accordato da un personaggio di altissima autorità, avrebbe significato che il concessionario aveva raggiunto un livello sociale tale da essere considerato degno di fregiarsene.
            Piero di Cosimo de’ Medici, padre del Magnifico Lorenzo, domandò tale privilegio a Luigi XI di Valois, il quale glielo accordò, tramite l’inserimento dei gigli di Francia nell’arma medicea, con diploma dato in Montluçon nel maggio del 1465[24]. Ecco il dispositivo letterale del diploma: re Luigi XI stabilisce que le dit Pierre de Medici e ses hoirs et successeurs, nez et à naistre en loyal mariage, puissent doresnavant atousiours perpetuellement avoir et portez en leur armes trois fleurdelises[25].
            Circa le reali modalità tecniche della concessione dei gigli di Francia a Piero de’ Medici[26] e circa il mutamento della collocazione di essi, operato dai Medici stessi, a suo tempo abbiamo già trattato, in altro luogo, con una certa ampiezza[27]. Non è questa, quindi, la sede nemmeno per riassumere tutte le considerazioni che abbiamo fatto in merito: qui è sufficiente ribadire, infatti, che l’arma medicea (fig. 8) da noi poc’anzi blasonata non subì più alcuna modifica fino alla morte del granduca Gian Gastone, avvenuta in data 9 luglio 1737.
            Secondo quanto previsto dalle clausole del trattato di Londra del 1718, accettato dalla Spagna nel 1720, il 20 ottobre 1731 l’infante Carlo di Borbone, avuta dal padre quella simbolica spada che re Filippo V aveva ricevuta in dono dall’avo Luigi XIV, si congedò dai genitori in Siviglia e lasciò la Spagna per venire ad impiantare la dinastia borbonica nella penisola italiana. Con un fastoso seguito, e trattato come “figlio di Francia” secondo gli ordini del cugino Luigi XV, il 27 dicembre egli sbarcò a Livorno, presidiata dalle forze spagnole, accolto dai ministri del granduca Gian Gastone quale erede presuntivo della corona toscana. Ammalatosi di vaiolo, dovette procrastinare il suo ingresso nella capitale granducale: questo ebbe luogo, comunque, il 9 marzo 1732. Il granduca ricevette in palazzo Pitti, separatamente dalla sorella, l’elettrice palatina vedova, quel “figlio bell’e rilevato fatto nascere dalle potenze”[28], che aveva adottato e che, nell’ultimo testamento, aveva dichiarato suo successore: l’infante era divenuto, così, gran principe di Toscana.
            Il nuovo rango rivestito dall’infante Carlo, già insediato sul trono ducale di Parma, lo legittimò ad unire alle insegne ereditate dal padre e a quelle della casa Farnese, indicativa di Parma stessa, anche il quarto mediceo, cui venne riservato il fianco destro dello scudo (fig. 7).
            Se, all’atto dello scoppio della guerra di successione polacca, l’infante era duca di Parma ed erede designato della corona granducale di Toscana, al termine della stessa guerra la sua posizione dinastica si era profondamente modificata, soprattutto con la conquista dei due reami di Napoli e della Sicilia, operata nel 1734. I trattati di pace, se, da un lato, riconobbero a don Carlo i due reami dell’Italia meridionale, dall’altro provocarono la perdita, per il medesimo, del ducato di Parma e dei diritti sulla Toscana.
            Carlo non eliminò, però, dal suo scudo i quarti con le due rispettive insegne araldiche: l’arma farnesiana vi rimase, quindi, sia come quarto materno, sia, e principalmente, come arma di pretensione su uno Stato che egli aveva effettivamente governato; l’arma medicea, a sua volta, venne mantenuta in quanto sia l’essere stato nominato erede della corona toscana dal legittimo granduca, sia l’essere stato riconosciuto come tale dalle potenze a partire fin dagli accordi di Londra del 1718, gli concedevano pieno diritto a conservare almeno la pretesa alla corona medesima. A questo punto, però, le insegne di Parma, dalle quali venne definitivamente soppresso l’anacronistico palo della Chiesa, trovarono la loro collocazione finale nel fianco destro dello scudo, quelle toscane nel fianco sinistro (fig. 1).

Le armi del reame napoletano

            Scoppiata la guerra di successione polacca, il 7 novembre del 1733 le corone di Francia e di Spagna firmarono nella reggia dell’Escorial il “patto di famiglia” in base al quale, tra le varie clausole che le due potenze reciprocamente si garantivano, venivano assicurati all’infante don Carlo il ducato di Parma e Piacenza, da lui già posseduto dal 1731, la successione al granducato di Toscana alla morte di Gian Gastone de’ Medici e le eventuali conquiste in terra italiana: queste ultime, secondo le ulteriori clausole firmate a Torino tra re Carlo Emanuele di Savoia e i plenipotenziari francesi, peraltro non ratificate dalla Spagna, avrebbero dovuto comprendere i due reami di Napoli e di Sicilia, al momento soggetti all’imperatore Carlo VI d’Austria, rispettivamente dal settembre del 1707 e dall’agosto del 1718, nonché quei porti toscani, conosciuti con la denominazione di “Stato dei Presidi”, che Filippo II di Spagna aveva riservato alla sua corona all’atto della concessione di Siena a Cosimo il Grande, duca di Firenze e che, dal 1708, erano stati conquistati da Carlo VI.
            Nel dicembre del 1733 le armate spagnole aprirono le ostilità contro gli imperiali. Dichiarato maggiorenne il 20 gennaio 1734, giorno del suo diciottesimo compleanno, l’infante Carlo fu nominato generalissimo dalle forze di Sua Maestà Cattolica nella penisola italiana; spronandolo alla conquista del reame partenopeo, sua madre, che era italiana, gli scrisse: “Va’ dunque e vinci: la più bella corona d’Italia ti attende!”[29].
            Il viceré di Carlo VI in Napoli, conte Giulio Visconti, disponeva di solo settemila uomini agli ordini del maresciallo Carafa; la flotta vicereale era costituita da sole sette navi comandate dall’ammiraglio Pallavicini.
            Le avanguardie della flotta spagnola ebbero ben presto ragione della squadra napoletana. Superato il confine dello Stato Pontificio con quello di Napoli, l’infante non incontrò che scarsissima resistenza: il 9 aprile del 1734, in Maddaloni, gli “eletti” napoletani, ossia il corpo municipale della capitale decorato in perpetuo della grandezza di Spagna, dopo un discorso pronunciato dal principe di Centola, di casa Pappacoda, gli offrirono le chiavi e il libro dei privilegi della città, rilegato in pergamena e oro, ottenendo conferma dei privilegi stessi. Alcuni focolai di resistenza sussistevano ancora nel regno, ma il giorno 10 maggio l’infante fece il suo ingresso trionfale in Napoli, accolto a porta Capuana dalla nobiltà. Dopo essere stato ricevuto in duomo e benedetto dal vecchio cardinale arcivescovo Francesco Pignatelli (liquefacendosi, il sangue di San Gennaro aveva dato chiara indicazione di approvare l’infante), don Carlo raggiunse il palazzo reale, dove si installò. Il 15 maggio del 1734, venne pubblicato l’atto con cui Filippo V, che le aveva tenute per alcuni anni dopo la morte di Carlo II d’Austria, rinunciava ai suoi diritti sulle due corone del Mezzogiorno d’Italia in favore del figlio che diveniva, in tal modo, Carlo VII di Napoli e Carlo IV di Sicilia.
            Anche la Sicilia non offrì una resistenza all’avanzata delle truppe spagnole: il viceré cesareo, Cristoforo Fernández, conte di Sastago, lasciò presto l’isola. Il 5 dicembre del 1734, alcuni deputati dell’antichissimo parlamento siciliano, guidati da Baldassarre Naselli e Branciforte, principe d’Aragona, e due ex pretori in rappresentanza del senato palermitano, Francesco Requesenz e del Carretto, principe di Pantelleria, e Giovanni Francesco Morso e Pacheco, principe di Poggioreale, furono ricevuti in Napoli da Carlo di Borbone: eseguita la funzione della cubertura[30], il principe di Poggioreale diede lettura dell’indirizzo di omaggio del reame insulare.
            Nella prima metà del marzo 1735, il nuovo re si imbarcò dalla Calabria per Palermo: in considerazione delle resistenze frapposto dalla Santa Sede ad una incoronazione che avesse luogo in Napoli, il giovane sovrano aveva stabilito di cingere la corona nella capitale siciliana. La grandiosa cerimonia si svolse il giorno 3 luglio del 1735 nella cattedrale palermitana secondo il rituale fissato nel Pontificale romanum[31].
            Carlo fu il diciannovesimo ed ultimo sovrano incoronato[32] nella prima sedes coronae regis, et regni caput da quando, il giorno di Natale del 1130, seicentocinque anni prima, aveva cinto la corona Ruggero il Normanno, fondatore della monarchia. Il fastosissimo cerimoniale, diretto dal gran protonotaro del regno, Giuseppe Papè e Montaperto, principe di Valdina, vide riunite, per l’ultima volta in una simile occasione, le storiche dignità siciliane: i grandi uffici del reame (Diego Pignatelli e Pignatelli, duca di Monteleone e principe di Castevetrano era ad esempio, contestualmente, gran conestabile e grande almirante; il principe Antonio Statella e Mastrilli, marchese di Spaccaforno, era gran siniscalco), e i tre bracci del parlamento, cioè il braccio ecclesiastico, presieduto dall’arcivescovo di Palermo, che era anche presidente del parlamento stesso, il braccio militare o baronale, presieduto da Ercole Michele Branciforte e Gravina, 10° principe di Butera e primo titolo del regno, al quale era affidata la custodia della corona reale, il braccio demaniale, presieduto dal pretore di Palermo. All’incoronazione del 3 luglio del 1735 presero parte anche il principe di Mirto, Filingieri, il principe di Partanna, Grifeo, e i capi delle case Calvello e Chiaramonte, ossia i rappresentanti della sole famiglie superstiti tra tutte quelle che, secondo una antica cronaca, erano state presenti alla prima consacrazione del 25 dicembre del 1130.
            Impadronitosi dei due troni meridionali e consacrato re, Carlo di Borbone, mentre non ebbe necessità di aggiungere al proprio stemma le insegne siciliane dal momento che esse, come è stato osservato in precedenza, figuravano già tra i vari quadri dell’arma che, quale infante, aveva ereditato dal padre Filippo V di  Spagna; egli pose, invece, al di sotto di quest’ultima, ossia sulla punta dello scudo, le insegne della corona partenopea.
            Nel 1266, quando strappò a Manfredi di Svevia il reame del Mezzogiorno italiano al di qua e al di là del Faro, Carlo, conte d’Angiò e di Provenza, fratello ultragenito del santo re francese Luigi IX, portava, come propria arma, la primitiva insegna dei Capetingi di Francia, “d’azzurro seminato di gigli d’oro”, brisata in via ordinaria da un “lambello[33] di rosso”. Incoronato re il 16 febbraio di quell’anno con il nome di Carlo I, il suo stemma divenne lo stemma del reame (fig. 9a).
            La vittoria di Tagliacozzo sul suo rivale Corradino di Svevia e la decapitazione di quest’ultimo il 29 settembre 1268 a Napoli solidificarono, da un lato, la posizione di Carlo nel regno meridionale d’Italia e, dall’altro, aprirono la questione della successione alla corona di Gerusalemme, alla quale pretendevano due discendenti di Isabella, figlia del sovrano gerosolimitano Americo d’Angiò[34]: Ugo e Maria di Poitiers-Antiochia. Istigata dal gran maestro dell’ordine del Tempio, Guglielmo di Beaujeu, che aveva legami familiari con la dinastia angioina di ceppo capetingio, e per intervento diretto di papa Gregorio X, nel marzo del 1277 la principessa Maria alienò i propri diritti al re Carlo I d’Angiò.
            Nell’anno successivo, questi si intitolò re di Gerusalemme, definendosi “vicario generale di tutti i paesi d’oltremare e capo supremo di tutti i cristiani che si trovano oltremare e degli ordini del Tempio, dell’Ospedale e dei Teutonici”[35], e inaugurò uno scudo partito nel quale riservò la sinistra alle sue insegne gentilizie e la destra alla croce del reame di Terra Santa: il celebre “d’argento, alla croce potenziata[36] d’oro, accantonata da quattro crocette dello stesso”[37] (fig. 9b).
            Stando alla grande genealogia stemmata, pubblicata da Ottfried Neubecker, dovrebbe essere stato all’epoca in cui la regina Giovanna I governò Napoli insieme con il suo secondo marito Luigi d’Angiò, nipote abiatico di Carlo II ex filio Filippo principe di Taranto (anni 1352-1362) che, sullo scudo reale, si invertì la posizione dei punti gerosolimitano e angioino[38]: ciò è confermato, ad esempio, dal primo dei due scudi visibili al di sopra del superbo portale della facciata orientale della cattedrale di Altamura, una delle chiese palatine della Puglia. Tale ultimo ordine di precedenza rimase invariato anche quando, nell’anno 1381, salì sul trono partenopeo Carlo III d’Angiò Durazzo, secondo cugino e successore di Giovanna I: incoronato altresì re apostolico d’Ungheria l’ultimo giorno dell’anno 1385, Carlo modificò il suo scudo partito d’Angiò e di Gerusalemme in uno scudo “interzato in palo”, ossia diviso in tre parti eguali da due linee verticali, nel quale i quarti d’Angiò e di Gerusalemme vennero fatti precedere da un “fasciato di rosso e d’argento di otto pezzi”, insegna reale ungherese fin dalla seconda metà del XII secolo (fig. 9c). Molti esemplari monumentali confermano l’ordine definitivo assunto dai tre punti dello scudo interzato: Ungheria, Angiò, Gerusalemme[39].
            Rammentiamo che, a partire dalla seconda metà del Trecento, dal quarto angioino, sia quando unito soltanto al punto di Gerusalemme, sia quando unito anche al punto di Ungheria, poteva venire omessa la brisura costituita dal lambello di rosso. A nostro avviso, tale modo di procedere non appare contrario alle regole araldiche poiché, anche se la soppressione del lambello rendeva il punto angioino identico all’insegna dei sovrani di Francia, i due stemmi non potevano in nessun caso essere confusi tra loro in quanto soltanto al sovrano napoletano spettavano i punti d’Ungheria e di Gerusalemme. Si tenga inoltre presente che, a partire dall’epoca di Carlo V di Valois (1364-1380), il numero dei gigli dell’insegna reale di Francia era andato pian piano limitandosi alla definitiva cifra di tre.
            All’atto in cui, sul trono di Napoli, salì Alfonso I re d’Aragona (12 giugno 1442) l’“interzato in palo d’Ungheria, d’Angiò e di Gerusalemme” passò a rappresentare i territori della monarchia partenopea. Il re Magnanimo non introdusse detto interzato nel suo stemma, preferendo mantenere intatta l’antica insegna aragonese “d’oro, a quattro pali di rosso”; ve lo introdusse, al contrario, il figlio illegittimo Ferdinando I (Ferrante) e lo mantennero i suoi successori fino a Federico, ultimo sovrano aragonese di Napoli, deposto il 2 agosto 1501 (fig. 9d).
            Da quando, nei primi anni del Cinquecento, il reame di Napoli perdette l’indipendenza, il suo territorio cominciò ad essere araldicamente indicato con le antiche insegne angioine (fig. 9a) e con queste soltanto, dal momento che il punto d’Ungheria non aveva più ragione di sussistere e che la pretensione al trono di Gerusalemme non era legata al reame di Napoli come tale, bensì alla corona napoletana. È ovvio che, dalle insegne angioine, venute a cadere quelle ungheresi e quelle gerosolimitane che le affiancavano, non si potette mai omettere il lambello di color rosso onde non confonderle con l’antico stemma reale di Francia.
            Assisosi sul trono di Napoli nel 1734, come abbiamo fatto notare in precedenza, Carlo di Borbone inserì nella punta del complesso suo scudo le insegne del reame (punto d’Angiò) e la croce della pretesa al trono gerosolimitano, legata a quella corona (fig. 1).


partito d'Angio e Gerusalemme (stemma di Carlo II)

            La sovranità di re Carlo su Napoli e sulla Sicilia, già riconosciuta nei preliminari di pace del 1735, venne confermata dal trattato di Vienna del 1738 con il quale ebbe fine la guerra di successione polacca. La brillante vittoria ottenuta da Carlo a Velletri sugli imperiali del Lobkowitz nel corso della guerra di successione austriaca (agosto 1744) troncò definitivamente le speranze asburgiche di una restaurazione sui troni del Mezzogiorno d’Italia: restituite all’autonomia le due corone di Napoli e di Palermo, la nuova dinastia borbonica poteva stringere con i suoi sudditi quegli stessi rapporti che, come ha osservato il Cutolo, “avevano caratterizzato il regnare pacifico e gradito dei sovrani aragonesi”[40].

Le insegne di dignità esterne allo scudo

            Dal disegno allegato al decreto del 21 dicembre 1816, la corona che timbra lo stemma reale delle Due Sicilie appare costituita da un cerchio d’oro, rialzato da otto fioroni (cinque visibili) bottonati da perle, alternati da altrettante punte basse cimate da perle; dai fioroni muovono gli archi, riuniti al centro in un globo sostenente una crocetta, il tutto d’oro. Di forma alquanto schiacciata, tipicamente napoletana, e con un tocco ribassato di velluto rosso (fig. 1), secondo quanto ha affermato il Pinoteau questa corona avrebbe potuto, a buon diritto, chiudersi in un giglio doppio, car c’est là le cimier de touts les princes des fleurs de lis[41]. Alla corona reale, che Carlo cinse a Palermo il 3 luglio del 1735, aveva lavorato Claudio Imbert: dal “Giornale Storico” del principe di Torremuzza, Castelli, sappiamo che il suo peso era di diciannove once e il suo valore di un milione e duecentomila pezze[42].
            Lo scudo del sovrano delle Due Sicilie era altresì circondato da ben sei collane di altrettanti ordini cavallereschi. In questa sede ci limitiamo ad elencarli nel medesimo ordine con il quale li indica il disegno del decreto del 1816 (fig. 1), che nomina prima i tre ordini della monarchia, poi i tre franco-spagnoli:
1. Ordine di San Gennaro. 2. Ordine di San Ferdinando e del Merito. 3. Ordine Costantiniano di San Giorgio. 4. Ordine del Toson d’Oro. 5. Ordine del Santo Spirito. 6. Ordine della Concezione.

                                                                                                          Luigi Borgia A.I.H.
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[1] L’unione personale delle due corone aveva avuto luogo negli anni 1442-1458; 1503-1707; 1718-1806, salvo il breve periodo della Repubblica Napolitana del 1799; 1815-1816.
[2] Cfr. ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI, Decreti originali, 114, 4069.
[3] Per un’ampia e approfondita disamina sull’argomento, mi sia consentito citare L. BORGIA, Lo stemma del Regno delle Due Sicilie, Firenze 2001; per una disamina molto più breve cfr. S. VITALE, Lo stemma del Regno delle Due Sicilie. Origine e storia, Napoli 2005, che ricalca molti contenuti dell’opera precedente, ma talvolta incorre in superficialità, inesattezze o, addirittura, in veri e propri errori.
[4] “Geometricamente parlando, il quarto è la quarta parte dello scudo… Ma per estensione diconsi quarti tutte le porzioni di uno scudo… purché ogni quarto rappresenti un’arma separata” (G. DI CROLLALANZA, Enciclopedia araldico-cavalleresca. Prontuario nobiliare, Pisa 1876-1877, p. 500).
[5] Dei grandi stemmi dei ducati sassoni della casa dei Wettin, quello di Sassonia Meiningen contava diciannove quarti (cfr., ad esempio, H.G. STRÖHL-J. ARNDT, Wappen und Flaggen des Deutschen Reiches und seiner Bundesstaaten (1871-1918), Dortmund 1988, pp. 60-61), quello di Sassonia Altenburg ventuno (cfr. ibid., pp. 62-63), quello di Sassonia Coburgo e Gotha venticinque (cfr. ibid., p.64-65).
[6] Cfr. ibid., pp. 12-15.
[7] Con la denominazione tecnica di “sul tutto” il linguaggio tecnico-araldico indica lo scudetto situato nel centro di uno scudo inquartato, ossia diviso in quattro parti eguali, ovvero ripartito in maniera più complessa, in modo da trovarsi come appoggiato al di sopra dell’inquartatura o di altra partizione. Abitualmente si tratta dell’arma recante le insegne familiari, collocata sui quarti di alleanza, di dominio, di pretensione e così via.
[8] Dal momento che, nel descrivere uno scudo araldico, lo si immagina convenzionalmente osservato dal punto di vista del cavaliere che lo imbraccia, la destra e la sinistra di esso coincidono, rispettivamente, con la sinistra e la destra di chi guarda.
[9] Il reame autonomo del León si unì a quello di Castiglia nel 1230, all’epoca di re Ferdinando III il Santo.
[10] L’aquila nera in campo d’argento, emblema araldico di Manfredi di Hohenstaufen, figlio dell’imperatore Federico II e re di Sicilia dal 1258 al 1266, passò attraverso la figlia Costanza, moglie del sovrano aragonese Pietro III, al figlio cadetto di lei, Federico II, che nel 1296 salì al trono di Sicilia succedendo al fratello maggiore, Giacomo II, che conservò la corona aragonese: in tal modo i pali d’Aragona si unirono all’aquila sveva, dando vita, da allora, all’insegna araldica del reame siciliano.
[11] Eletto re dei Romani il 27 ottobre del 1273, Rodolfo, conte d’Asburgo, persuase i principi elettori tedeschi a sanzionare la concessione del ducato d’Austria al proprio figlio Alberto in data 27 dicembre 1282. Il ducato austriaco costituì il più importante possesso ereditario degli Asburgo che, da esso, presero la ben nota denominazione di “casa d’Austria”. Dopo la promulgazione della famosa Bolla d’Oro del 1356, il capo della casa d’Austria cominciò a far uso del titolo di arciduca, titolo che, a partire dagli anni 1437-1438, venne esteso a tutti i membri, maschi e femmine, della famiglia; tale estensione fu ufficialmente riconosciuta dai principi elettori nel 1453 per espressa volontà appunto di un Asburgo, Federico III, che il 15 marzo dell’anno precedente aveva cinto, in Roma, la corona imperiale. È questo il motivo per cui, ben presto, gli Asburgo abbandonarono le loro insegne araldiche originarie, “d’oro, al leone di rosso, coronato, linguato e armato d’azzurro”, per sostituirle con lo stemma d’Austria, “di rosso, alla fascia d’argento”, una delle più note armi del blasone europeo.
[12] Estintasi nel 1328 la linea primogenita dei Capetingi reali di Francia, salì al trono francese il primo cadetto della famiglia, Filippo VI (*1293 †1350), conte di Valois. Questi assunse, nell’occasione, lo stemma del capo dei Capetingi di Francia, all’epoca “d’azzurro, seminato di gigli d’oro”, sopprimendo la bordura di rosso che lo aveva contraddistinto quando era semplicemente conte di Valois. Il nipote abiatico (ex filio) e ultragenito di re Filippo VI, anch’egli di nome Filippo (*1342 †1404), divenne duca di Borgogna nel 1363 e, sposando nel 1369 Margherita, suo jure contessa di Fiandra e duchessa di Brabante, pose le basi per trasferire la Borgogna e le terre della consorte alla discendenza. Lo stemma di Filippo di Valois, duca di Borgogna, venne fatto differenziare da quello del sovrano di Francia tramite l’introduzione di una bordura composta d’argento e di rosso.
[13] Eletto re dei Romani alla morte del fratello maggiore, l’imperatore Giuseppe I, avvenuta il 17 aprile del 1711, l’arciduca Carlo d’Austria era stato incoronato imperatore il successivo 12 ottobre con il nome di Carlo VI.
[14] Con il termine di armi “brisate” la tecnica blasonica indica quelle armi assoggettate ad alterazioni, ossia modificate nelle colorazioni, o nelle figure, o nella posizione e nel numero di queste, ovvero modificate tramite l’aggiunta di nuove figure, allo scopo di distinguere tra loro i diversi rami di una stessa famiglia o i diversi membri all’interno di essa. L’arma non “brisata” spetta, infatti, al solo capo della famiglia.
[15] Morto il duca Antonio, il 23 maggio del 1731 il generale milanese al servizio imperiale, conte Carlo Stampa di Soncino, conte di Montecastello, prendeva possesso del ducato di Parma e Piacenza in nome di Carlo VI d’Austria e per conto dell’infante Carlo, suscitando la violenta reazione diplomatica della Sede Apostolica, la quale ribadiva la propria bisecolare alta sovranità feudale sul ducato stesso. Aperto il testamento di Antonio Farnese, si lesse che il defunto duca lasciava erede il “ventre pregnante” della moglie Enrichetta d’Este e che costei, assistita da un consiglio composto dal vescovo della capitale ducale, Camillo Marazzani, e dai conti Federico Dal Verme, Artaserse Bojardi, Giacomo Sanvitale e Odoardo Anvidi, veniva nominata reggente finché, avveratesi le speranze della nascita di un Farnese postumo, questi non avesse raggiunto l’età di governare. Il 31 maggio del 1731 una commissione medica, probabilmente prezzolata dallo stesso Stampa, dichiarò che la duchessa vedova era gravida di sette mesi; arrivò, però, la fine di luglio senza che ella avesse messo al mondo alcun figlio e così, il 13 settembre successivo, la questione del “ventre pregnante”, che aveva finito per suscitare l’ironia di tutte le diplomazie d’Europa, ebbe termine con la dichiarazione ufficiale dell’inesistenza della gravidanza ducale.
[16] Per una breve disamina delle origini delle armi di Portogallo, cfr. J. LOUDA - M. MACLAGAN, Lines of succession. Heraldry of the royal families of Europe, London 1984, p. 228.
[17] Sull’argomento, mi si consenta di citare L. BORGIA, L’araldica di Cesare Borgia, in Cesare Borgia di Francia, gonfaloniere di Santa Romana Chiesa, 1498-1503. Conquiste effimere e progettualità statale, Atti del Convegno di Studi, Urbino 4-5-6 dicembre 2003, a cura di M. BONVINI MAZZANTI - M. MIRETTI, Ostra Vetere 2005, pp. 394-397.
[18] Cfr. D.L. GALBREATH, Papal Heraldry, London 1973, p. 58.
[19] Ossia uno scudo, o un singolo quarto di esso, diviso in sei parti eguali da due linee verticali e da una orizzontale.
[20] Lo stemma in argomento è pubblicato in L. BORGIA, L’insegna araldica medicea: origine ed evoluzione fino all’età laurenziana, in “Archivio Storico Italiano”, anno CL (1992), N.552 – Disp. II (aprile-giugno), fig. 2.
[21] Cfr. BIBLIOTECA MEDICEA LAURENZIANA – FIRENZE, Plut. 82-17, c. 3. Lo stemma è pubblicato in L. BORGIA, L’insegna araldica medicea… cit., fig. 4.
[22] BARTOLO DA SASSOFERRATO, De insigniis et armis, a cura di M. CIGNONI, “L’albero e l’arme”, 8, Firenze 1998, p. 28.
[23] Ibid., p. 30.
[24] Cfr. ARCHIVIO DI STATO DI FIRENZE, Diplomatico, Archivio mediceo, 1465 maggio.
[25] Ibid.
[26] Dobbiamo far notare che, contrariamente a quanto affermato dal padre Ménestrier, il quale ha scritto che le concessioni dei sovrani francesi n’ont jamais esté des armes pleines en un Ecusson (C.F. MÉNESTRIER, La méthode du blason, Lyon-Paris 1688, Dedica al duca di Borgogna), Luigi XI accordò a Piero di Cosimo de’ Medici proprio uno scudetto (che i Medici stessi trasformarono nella palla del capo del loro scudo) con le armi di Francia “piene”, ossia non brisate. Noi conosciamo soltanto altre due concessioni consimili, anch’esse accordate dai sovrani della casa di Valois: quella di Carlo VI ai d’Albret (1389) e quella di Luigi XII, insieme con il cognome “di Francia”, in favore di Cesare Borgia, duca di Valentinois (1499). Data, quindi, la rarità di concessioni del genere, esse devono essere considerate quali espressione di un favore particolare.
[27] Cfr. L. BORGIA, L’insegna araldica medicea… cit., pp. 620-629.
[28] Cit in S. LA SPINA, Carlo di Borbone, ultimo re di Sicilia coronato in Palermo, in “Rivista Araldica”, Anno LXVIII (1970), p. 241, nota 4.
[29] Cit. in H. ACTON, I Borboni di Napoli (1734-1825), Milano 1960, p. 60.
[30] Al pari della municipalità napoletana, il senato di Palermo era insignito della dignità di grande di Spagna.
[31] Per l’incoronazione di Carlo di Borbone cfr. P. LA PLACA, La Reggia in trionfo per l’acclamazione e coronazione della Sacra Real Maestà di Carlo, Palermo 1736; S. LA SPINA, Carlo di Borbone… cit., p. 240-252; Cerimoniali e rituali: monarchia e Stato, in PROVINCIA REGIONALE DI CATANIA, I Borbone in Sicilia (1734-1860), a cura di E. IACHELLO, Catania 1998, pp.180-181.
[32] Il successore di Carlo, Ferdinando, IV a Napoli e III in Sicilia, non si incoronò e fu l’ultimo che avrebbe potuto farlo in quanto, con l’istituzione del regno delle Due Sicilie nel 1816, il plurisecolare reame siciliano cessò di esistere.
[33] Il lambello è una figura araldica formata da una trangla (fascia diminuita della metà) solitamente scorciata (ossia che non raggiunge i lembi laterali dello scudo) e dotata di un numero variabile di pendenti; la sua positura ordinaria è nel capo dello scudo, come accadeva nell’arma dei Capetingi d’Angiò.
[34] Con questo nome, qui non si intende la dinastia degli Angioini di ceppo capetingio, bensì l’antica casa comitale d’Angiò che, con due dei figli del conte Folco, divenuto re di Gerusalemme per via delle sue seconde nozze con Melisenda di re Baldovino II, si divise in due linee: la prima, detta dei Plantageneti, salì sul trono d’Inghilterra nel 1154; la seconda succedette a Folco sul reame gerosolimitano.
[35] A. DEMURGER, Vita e morte dell’ordine dei Templari, 1118-1314, Milano 1987, p. 194.
[36] Ossia con le estremità che terminano in forma di T.
[37] Sulla croce gerosolimitana cfr. P. ADAM, Contribution à l’héraldique del l’Orient latin, “Etudes d’héraldique medieval”, V, p. 7.
[38] Cfr. O. NEUBECKER, Araldica. Origini, simboli e significato, Milano 1980, p. 100. Lo stesso Neubecker, peraltro, illustra una moneta di Luigi d’Angiò Taranto, conservata presso la raccolta numismatica statale di Monaco, nella quale la croce di Gerusalemme precede ancora i gigli angioini (cfr. ibid., p. 232).
[39] Cfr., ad esempio, le armi collocate sui portali della chiesa di San Giovanni dei Pappacoda e, rispettivamente, del palazzo Penna in Napoli, nonché quelle visibili sul maestoso monumento funebre del re Ladislao d’Angiò Durazzo (†1414) nella chiesa napoletana di San Giovanni a Carbonara, eretto da Marco e da Andrea da Firenze nel 1428.
[40] A. CUTOLO, Napoli fedelissima, Milano 1958, p. 95.
[41] H. PINOTEAU, Panorama de l’héraldique capétienne contemporaine, in “Hidalguía. La revista de genealogia, nobleza y armas”, Año III, N° 12, septiembre-octubre 1955 (Numero extraordinario con motivo del III congreso internacional de genealogia y heráldica, Madrid, 6 al 11 de octubre de 1955), p. 766, nota 4.
[42] Cfr. S. LA SPINA, Carlo di Borbone… cit., p. 241, nota 4.

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