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venerdì 24 giugno 2011

Fatti e misfatti del Risorgimento italiano (di Paolo Carotenuto)

Un momento del convegno di Salerno

NAPOLI - Commemorare e non celebrare. Per capire la storia del Risorgimento italiano e le basi sulle quali si è costruita l'unità d'Italia, l'associazione culturale Veritatis Splendor ha organizzato un convegno presso il Convento dell'Immacolata a Salerno, al quale hanno partecipato illustri studiosi quali il prof. Giovanni Turco, docente di Filosofia politica all'università di Udine, Marina Carrese, giornalista e fondatrice della casa editrice Il Giglio, e il prof. Guido Vignelli, vicepresidente del Centro Culturale "Lepanto" di Roma. Il dibattito, introdotto e moderato dal prof. Marco Di Matteo, è ruotato intorno alla memoria storica che implica un giudizio critico sugli eventi, passaggio ineluttabile per discernere la verità del passato, analizzare gli accadimenti senza rischiare di scadere nella retorica celebrativa. Il prof. Turco nell'introdurre la sua relazione, sottolinea questo aspetto: "la storia non si celebra, ma la si studia, la si analizza per capire. Un Paese che si ferma a celebrare la sua storia è un paese che non vuole crescere, ma soprattutto un Paese che vuole imporre una verità e una sola lettura del suo passato. Fa della storia la perenne profezia del mondo nuovo, anzi i bagliori della ideologia pretendono di essere l'anticipo dell'utopia da instaurare. Solo così si spiega la pretesa di celebrare, cioè di fare della memoria un atto liturgico, perché celebrare appartiene alla dimensione della verticalità che si inserisce nella orizzontalità del tempo. Celebrare vuol dire negare la possibilità di discutere la storia". Come affrontare, dunque, il Risorgimento italiano? Che interpretazione dare a quanto accaduto tra il 1859 e il 1861? Siamo dinanzi all'unificazione del popolo italiano oppure siamo dinanzi a una imposizione coatta di una unità ideologica che ha negato in radice tutti i motivi autentici di unione tra gli italiani?Del resto se Antonio Gramsci definì la classe dirigente italiana pre e post-unitaria come "una banda senza coscienza e senza pudore che ha triturato l'Italia", appare evidente che qualcosa non sia andato come ci è stato raccontato. Per capire cosa unisce veramente il popolo italiano, bisogna anche capire che cosa abbia contribuito alla definizione d'identità del popolo italiano e cosa ha rischiato di disintegrare quest'unità.I problemi possono essere esemplificati attraverso due riferimenti giornalistici. Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera del 23 agosto 2009, nell'articolo "La nazione abbandonata" parla dell'immagine distorta, ma sempre più diffusa, della storia del nostro Paese, in particolare della formazione dello Stato unitario. In particolare scrive: "La nascita di una nazione ha bisogno di un’idea politico-culturale forte, che rispecchi il senso e i valori della sua identità e della sua storia. In contrapposizione a una visione olegrafica del Risorgimento è venuta formandosi, e ormai dilaga, una visione dove le cose di cui vergognarsi non si contano.Ciò che è nuovo di questa immagine è, sì la sua crescente popolarità, ma soprattutto il fatto che essa è diffusa più o meno in ugual misura tanto al Nord che al Sud. È il secondo dei due aspetti che sta producendo il senso di radicale distacco, di disaffezione profonda nei confronti dell’idea d’Italia, a cui tanti italiani, soprattutto giovani, sono soliti ormai dare voce". Antonio Polito, sempre sul Corriere della Sera, ha scritto: "Sventolano ancora i tricolori sulle scuole, e su Youtube impazza ancora l’inno di Mameli nella strepitosa versione sanremese di Roberto Benigni. Ma la retorica dell’unità d’Italia, neanche due settimane dopo, sembra già spazzata via dal miserando spettacolo della disunione nazionale". Cosa è accaduto per spingere a una diffusa allergia al senso della nazione e di unità? Com'è possibile che un Paese non si riconosca nei valori fondanti della nazione, inculcati come fossero il verbo? Giovanni Turco smonta uno a uno tutti i miti del Risorgimento. E per farlo affronta la questione dalla genesi: "cos'è accaduto il 17 marzo del 1861 che quest'anno ci è stata proposta come data nella quale celebrare l'unità d'Italia?" In un sussidiario di quinta elementare è possibile trovare che in quella data è stata fatta l'unità. In realtà vi fu la ratifica di una legge: la legge 4661 del Parlamento subalpino ha stabilito che Vittorio Emanuele II assumeva il titolo di Re d'Italia per se e per i suoi successori. A questo punto si pone il problema: è nato il nuovo Stato? I costituzionalisti ci dicono che il nuovo Stato altro non è che la continuazione del Regno di Sardegna. Non un nuovo stato con una fusione di vecchi stati, ma una incorporazione di territori di stati antecedenti al Regno di Sardegna. Il Regno di Sardegna però non continua come prima. Il costituzionalista Arangio Ruiz afferma che nasce un nuovo Stato, non in corrispondenza della legge 4661 del 1861, ma deriva da quanto introdotto nel 1848 nello Statuto albertino. Lo statuto albertino veniva dunque considerato come il nuovo patto nazionale, e il nuovo stato era il frutto di una profonda modifica degli ordinamenti avviata a partire dal 1848 nel Regno di Sardegna (tutte le leggi che caratterizzano dal 1848 al 1859 che riguardano questo stato. Tra queste, ad esempio, le leggi che mettono fuori legge tutti gli ordini religiosi). Ecco, dunque, il quid novum del nuovo Stato, il risultato e l'affermarsi di una ideologia fortemente secolarizzatrice, di carattere anticristiano. A questo punto è lecito chiedersi se tra il 1848 e il 1861 si sia compiuta l'unificazione dei popoli italiani. E la risposta non può che essere negativa. In Italia si è compiuta una rivoluzione profonda, continuazione della rivoluzione francese. A dirci questo non sono solo gli oppositori dei moti risorgimentali, ma anche gli stessi fautori.Francesco De Sanctis, ad esempio, nella sua raccolta di scritti politici, scrive: "andiamo a Roma per insediarvi la terza civiltà. La capitale del mondo pagano e poi del mondo cattolico, come capitale del mondo moderno". Per realizzare tutto ciò bisogna creare l'Italia, la nazione figlia di una ideologia e non della storia. Giuseppe Ferrari afferma che "il Risorgimento è un processo che ha le sue radici nell'umanesimo rinascimento. È un processo che ha le sue radici nel pensiero di Bruno e di Machiavelli. La rivoluzione francese ha le sue radici nell'immanentismo rinascimentale e questo processo deve continuare. Un processo che si va compiendo in Italia". Nel processo risorgimentale c'era, quindi, la consapevolezza di cosa fosse accaduto, ovvero non l'unificazione dei popoli italiani, ma la rivoluzione italiana che ha costituito l'unità d'Italia, per la cui realizzazione occorreva instillare e diffondere la religione della Patria. Uno Stato, dunque, che avesse la Patria come religione, quella religione civile che Rousseau ci dice qualunque cittadino deve accettare: non accettare questo significa non accettare il Patto Sociale e per questo va condannato a morte.È chiara a questo punto la differenza tra nazione ideologica e patria reale. Tra l'Italia reale e quella nominale, tra l'Italia reale e quella ideale. Quest'ultima si identifica con l'ideologia razionalistica che pretende di essere l'Italia e la nuova coscienza civica. Siamo dinanzi a un progetto ideologico ed è in questo ambito che nel 1861 è nata l'Italia. È nato cioè uno Stato figlio di un'ideologia che non ha alcun legame con la volontà degli italiani. Già Benedetto Croce parlava di un'Italia reale e di una Italia legale, dello Stato che pretendeva di avere ogni diritto, di essere l'epifania dell'immanente nella storia. La nazione italiana nasce da un atto di volontà, dall'adesione a un progetto. Lo stesso Galli della Loggia afferma che l'Italia è uno stato ideologico e per questo distante dal popolo italiano. Questo approccio, tuttavia, ha soffocato le peculiarità di una Italia caratterizzata dalle particolarità, che costituiscono la vera essenza e la ricchezza delle tante Italie. L'alternativa autentica ai tanti stati non è l'unità o il risorgimento, ma l'unione. Ovvero l'appartenenza a una comune civiltà. L'unità, invece, ha prodotto divisioni, innanzitutto tra i veri italiani e chi non lo era. E chi era il vero italiano nella logica risorgimentale? Solo chi si identificava in questa idea artificiosa di Italia. Gobetti afferma: "i fatti di questi anni impongono una esegesi del risorgimento italiano. Occorre riappropriarsi delle proprie radici, perché solo in questo modo sarà possibile un'identificazione autentica nella nazione". Se oggi l'Italia è meno unita e ci si sente italiani solo quando si vincono i mondiali di calcio, probabilmente lo si deve alla mistificazione che si è fatta per oltre un secolo della nostra storia, che ha preteso di erigere miti e leggende da celebrare. Ma qui torniamo alle ragioni di fondo del convegno: celebrare vuol dire negare il confronto e l'analisi dei fatti storici. Vuol dire accettare una storia non rispondente alla realtà dei fatti e questo non fa altro che rendere sempre più deboli le fondamenta dello Stato che in essi vuole riconoscersi.

Paolo Carotenuto

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