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martedì 28 giugno 2011

LE TRADIZIONI DEL SUD: Teggiano (Sa), il programma della festa medievale di agosto



logo manifestazioneAlla Tavola della Principessa Costanza
Festa Medievale
Itinerario artistico, gastronomico
nella Diano dei Principi Sanseverino
XVII Edizione
a Teggiano (Salerno)
11 - 12 - 13 Agosto 2010
Programma:
  • ore 18.00: partenza del corteo storico 
    (presso il Castello Macchiaroli)
  • ore 18.30: rievocazione storica del Consiglio Comunale del 1481 
    (presso "Sedile") 
  • ore 19.00: Palio dei Casali "Giostra dei Ceri" 
    (nella Piazza dello Stato di Diano)
  • ore 20.30: apertura del Banco di Cambio 
    (Coronati, Ducati, Tarí, Tornesi del XV secolo) 
    (nella Piazza dello Stato di Diano)
  • ore 00.30: "Assalto al Castello Macchiaroli"
con la partecipazione di:
  • Tamburine dello Stato di Diano
  • Trombonieri "Senatore" di Cava de' Tirreni
  • Tamburi e fuochi del Calendimaggio di Assisi 
    "Majores Balestrarii Assisi"
  • Sbandieratori di Assisi
  • Musici "la Rossignol" di Cremona
  • Canti de "Monaci de la Grancia" di Buonabitacolo
  • Ricostruzioni di ambientazioni e vecchi mestieri 
    Compagnia Arte e Mestieri da Fabriano
  • I Guitti teatro di strada senz'arte nè parte da Bologna
  • Giullare Messer Furinetto da Sienda
  • Giocolieri Ale e Alvi da Venezia
Si organizzano visite guidate a chiese, conventi e musei.
Info line 0975 79 600

La storia

Nel 1480 Antonello Sanseverino, Principe di Salerno e Signore di Diano sposa Costanza, figlia di Federico da Montefeltro, il grande Duca di Urbino.
il re e la reginaIn ricordo di questo avvenimento, per riviverne i fasti e la magnificenza, la Pro Loco di Teggiano, ogni anno, organizza questa festa medioevale di metà agosto.
È una occasione unica per poter godere di tutto il patrimonio artistico e culturale di Teggiano visto che in tutti i monumenti, contemporaneamente aperti per l'occasione, sono possibili visite guidate.
Accompagnati da sbandieratori e tamburini, allietati dal suono melodioso e accattivante dei musici, distratti dai vari spettacoli allestiti da numerosi giocolieri, menestrelli, mangiafuoco si possono godere, lungo il percorso appositamente prestabilito, le delizie di pietanze sapientemente imbandite nelle Taverne.
Si comincia con la Taverna della Congiura dove si assaporano salsiccia, salame et cacio fresco, prelibati prodotti del luogo.
gli stemmi delle taverne
Così succulenti sono senz'altro i parmatieddi da gustare presso la Taverna dei Mori o i cavatieddi et fasuli co la porva piatto della Taverna Antica.
miniaturaIn un continuo via vai di gente intenta a leccarsi i baffi si arriva poi alla Taverna dell'Assediodove si viene letteralmente aggrediti dalla fragranza della salsiccia de porco in su la brace et provola rostita, per passare poi alla Taverna della Vecchia Porta con i succulenti civiere de cinghiale o de agnello.
L'itinerario ha il suo dolce epilogo presso laTaverna de lo Falco dove si trovanobicchinotto, tunnuliddo et coronetta et pizzichino a volontà.
Una tre giorni artistico-gastronomica nella Diano medioevale dei Principi Sanseverino, indomabili Signori del sito, fervidi e arditi sostenitori degli Angioini, nonché fieri avversari degli odiati Aragonesi di Napoli.
La manifestazione di agosto '98 ha avuto una vasta eco sia di stampa che di pubblico. È stato calcolato che nei tre giorni sono circolate per il Centro Storico di Teggiano non meno di 50.000/60.000 persone provenienti la maggior parte dal napoletano e soprattutto dalla zona costiera, attirate da una buona campagna pubblicitaria basata su:
  • frequenti annunci radiofonici di emittenti private (con un bacino d'utenza che copre la Campania, la Basilicata e la Calabria);
  • un buon materiale cartaceo (manifesti, locandine, brochure, volantini);
  • pubblicità su quotidiani a tiratura nazionale;
  • numerosi articoli su riviste specializzate (MEDIOEVO, CAMPANIA FELIX, QUI TOURING, GENTE VIAGGI, ALPITOUR) e quotidiani (La Repubblica, Il Mattino, Il Sole 24 ORE, Il Corriere della Sera, La Città).
Ma il veicolo pubblicitario più efficace e trascinante è risultato il passa-parola effettuato da chi, presente alla precedente edizione, ha trasmesso con entusiastico slancio l'emozione ricevuta per essere stato calato perfettamente nell'atmosfera medioevale.
La qualità e la valenza turistica della manifestazione è stata sottolineata anche da un servizio filmato che la RAI ha trasmesso nel TG3 e con un servizio su RAI INTERNATIONAL.
foto manifestazioneSulla scia di questi risultati tanto più esaltanti in quanto raggiunti in appena cinque edizioni, per le edizioni future è stato stilato un progetto che prevede l'ampliamento del Corteo Storico con la creazione di nuovi costumi d'epoca, la realizzazione di un gruppo di  Danza Medioevale e Musici, la ricostruzione fedele di arti e mestieri, messa in scena lungo tutto il percorso di spettacoli di sicura valenza medioevale per creare il clima adatto,l'allestimento su tutto l'itinerario di scenografie medioevali e una ancor più diffusa campagna pubblicitaria.
Il risultato più significativo è l'essere riusciti a ricreare l'atmosfera ed il clima di un tempo.
Passeggiando per il centro storico si ha l'impressione di tornare indietro nel tempo e di vivere come in un film.
immagini delle monete del XV secoloQuesta sensazione è ulteriormente accresciuta dalla introduzione dell'uso della moneta del XV secolo.
Passando per la Banca di Cambio, posta all'inizio del percorso, si potranno usare per ogni tipo di acquisto nelle taverne, al mercato ed in tutto il centro storico ducati, tarì e tornesi riconiati secondo gli antichi disegni.
miniaturaAl fine, poi, di studiare a fondo le nostre radici è stato preparato un progetto per una pubblicazione di grande pregio editoriale (stampa su carta patinata con numerose fotografie a colori e rilegatura in brossura con sovracopertina a colori) che partendo dall'analisi dei vecchi mestieri porti ad evidenziare come nel corso dei secoli alcune tradizioni si sono conservate nel tempo mentre altre sonocomparse.
In questo si inserisce la festa medioevale che proponendo, con rigore storico, ricostruzioni di vecchi mestieri potrà favorire nel prossimo futuro la riscoperta di vecchie attività artigianali che potranno rappresentare nel progetto più ampio di sfruttamento turistico del centro storico di Teggiano, una occasione di lavoro per molti giovani.




Fenestrelle, il 9 luglio la visita di Comitati Due Sicilie e Insorgenza Civile


Processo a Garibaldi, condannato l'eroe dei due mondi


RIMINI - Dopo 45 minuti di Camera di Consiglio si è concluso il Processo a Giuseppe Garibaldi celebrato a Saludecio (provincia di Rimini) nel Teatro Giuseppe Verdi, gremito di un vastissimo pubblico proveniente da tutto il centro e nord Italia.
Un lungo pomeriggio di storia e diritto aperto dal Saluto del Sindaco di Saludecio, Giuseppe Sanchini, e dall’introduzione del Presidente dell’Associazione Identità Europea, Adolfo Morganti, organizzatrice dell’evento in collaborazione col Comune di Saludecio. Dopodiché il Procedimento è entrato immediatamente nel vivo, con l'argomentata arringa della Pubblica Accusa, rappresentata da Edoardo Vitale, magistrato napoletano e direttore de L'’Alfiere, che ha sottolineato il carattere arbitrario e antipopolare dell'aggressione garibaldina, collocata nel quadro di una congiura internazionale diretta dalla massoneria e dalle potenze liberali dell'epoca, illustrando i gravissimi danni che l’impresa dei Mille e la conseguente conquista piemontese hanno inferto al Mezzogiorno d’Italia, e ha chiesto infine la condanna dell'avventuriero. La difesa era affidata a Domenico Cacopardo, magistrato Consigliere di Stato e noto scrittore siciliano, il quale, nel clima del 150° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, si è appellato alle presunte ragioni della Storia, che nella sua marcia verso il Progresso libererebbe da ogni possibile accusa chi si pone alla testa delle forze della libertà, come Giuseppe Garibaldi pretese di fare, e ne ha chiesto quindi la piena assoluzione.Il Presidente della Corte, Francesco Mario Agnoli, già membro del Consiglio Superiore della Magistratura, storico dell’Insorgenza e scrittore, ha infine letto la Sentenza che coraggiosamente ha ritenuto Giuseppe Garibaldi responsabile di aver violato nel 1860 la sovranità di uno Stato indipendente, il Regno delle Due Sicilie, dichiaratamente in pace con l’intera comunità internazionale organizzando ed utilizzando formazioni di combattenti irregolari, e di aver violato il diritto del popolo meridionale alla propria autodeterminazione, favorendo con ciò gli interessi di più potenze straniere interessate a quel tempo all’'usurpazione delle risorse economiche e all'annientamento politico dell'Italia meridionale. La partecipazione e l'’interesse sollevato dal Processo a Giuseppe Garibaldi hanno confermato la bontà di questo modo nuovo e stimolante per comprendere la nostra storia e le nostre radici culturali.

C.S.

domenica 26 giugno 2011

L'opera di Delassus/3: La Massoneria francese durante la monarchia orleanista (1830 - 1848)

La libertà guida il popolo, Eugène Delacroix, 1830

La mano della framassoneria è palese nella Rivoluzione del 1830 "Non istate a credere - disse Dupin il maggiore, alto massone della loggia dei Trinosofi - che siano bastati tre giorni a far tutto. Se la Rivoluzione fu sì pronta ed improvvisa, se l'abbiam compiuta in pochi giorni, si fu perché noi avevamo una chiave di volta, ed abbiamo potuto sostituire immediatamente un nuovo e completo ordine di cose a quello che era stato distrutto". La setta non poteva tollerare più a lungo sul trono il ramo primogenito dei Borboni; d'altra parte erano troppo recenti gli orribili ricordi della prima Repubblica per osar d'affrontare il sentimento pubblico proclamando una nuova Repubblica. Perciò essa prese un mezzo termine e pose "come chiave di vôlta" dell'edificio che da quindici anni andava preparando, "il figlio del regicida".(1) Alla società Aide-toi, le ciel t'aidera (chi s'aiuta, il ciel l'aiuta), presieduta da L. Guizot, era stato affidato l'incarico di preparargli le vie. Lo confessò Didier alla Camera dei deputati, il 18 maggio 1833: "Fu per le cure della nostra società che furono pubblicati e distribuiti gli opuscoli contro la ristaurazione, che furono organizzate le sottoscrizioni in favore dei condannati politici, che fu data la parola d'ordine di lagnarsi dei Gesuiti e di gridare nelle sommosse: Il Viva la Charta!". Bisognava approfittare di tutte le occasioni per iscreditare il potere, per creargli imbarazzi ed accrescere sempre più quelli che l'occasione potesse far nascere".(2) Questa società, propriamente parlando, non era framassonica, ma sotto la direzione della framassoneria. Un'altra che era al di sopra delle Loggie e degli Orienti si travagliava collo stesso intento. Era l'Ordine del Nuovo Tempio, fondato prima della grande Rivoluzione, e uno de' suoi membri, Asved, così ne indicava il carattere: "Un solo odio accende il cuore de' suoi adepti, l'odio ai Borboni ed ai Gesuiti ... Prima della Rivoluzione del 1789, i nuovi Templari non aveano altro scopo dichiarato, che annientare il cattolicismo ... Al tempo in cui le orde straniere vennero ad imporre i Borboni, i Templari si limitarono a sollecitare l'espulsione della razza asservita, e noi ci tenemmo fedeli, fino al 3 agosto, a questo patriottico dovere ... L'odio si calmava col disprezzo e sonnecchiò parecchi anni; ma il giorno in cui ci sentimmo oppressi, scoppiò come folgore ... L'irritazione calmata ha ceduto il posto al bisogno di lavorare con perseveranza all'intento propostosi da tutte le frazioni del Tempio: l'emancipazione assoluta della specie umana; il trionfo dei diritti popolari, dell'autorità legale; la distruzione di tutti i privilegi senza eccezione, ed una guerra a morte contro il dispotismo religioso o politico di qualsiasi colore. Un'immensa propaganda è ora organizzata a questo scopo generale". Il Nuovo Tempio, come l'Alta Vendita che gli succedette, era una di quelle società più profondamente misteriose, che il Consiglio supremo crea secondo i bisogni del momento, con elementi scelti, ai quali rivela per quanto è necessario, il segreto delle sue ultime intenzioni. Noi le troviamo espresse in questi termini: "Guerra a morte all'autorità civile e religiosa; annullamento di tutti i privilegi (leggi private) specie di quelli che regolano il corpo ecclesiastico e dì quelli che fanno della Chiesa cattolica una società distinta, autonoma; diritti da concedere alla cieca moltitudine onde farcela docile strumento di guerra contro le due autorità e le due società; arrivare infine all'emancipazione assoluta della specie umana", anche e soprattutto rispetto a Dio. Come mezzo ad ottener tutto questo: "La più estesa propaganda" d'idee rivoluzionarie ... Tale fu lo scopo della Rivoluzione del 1830. Essa fu un punto di partenza e servì di punto d'appoggio a tutto il movimento antisociale ed anticattolico che da Parigi si estese a tutta l'Europa. Il Governo di Luglio lo favorì in Italia coll'occupazione di Ancona, nella Spagna e nel Portogallo collo stabilimento di regimi consimili e soprattutto negli Stati del Papa colMemorandum. All'interno, uno dei primi atti del Governo di Luglio fu di far fare un nuovo e gran passo alla libertà dei culti e all'indifferenza religiosa. La perfidia giudaica fu messa alla pari delle comunioni cristiane. L'articolo VII della Charta del 1830 diceva: "I ministri della religione cattolica, apostolica e romana, professata dalla maggioranza dei Francesi, e quelli degli altri culticristiani, ricevono assegni dal Tesoro pubblico". Con una derogazione espressa a questo articolo, i rabbini furono inscritti nel bilancio del prossimo anno.(3) "Al giorno d'oggi - dice a questo proposito il rabbino Astruc nel suo libro Entretiens sur le judaïsme, son dogme et sa morale - nei nostri paesi l'eguaglianza è completa: il nostro culto cammina accanto agli altri. I nostri templi non sono più nascosti; ma si adergono agli occhi di tutti, costrutti dagli Stati e dai comuni come da noi medesimi. Altro più non desideriamo che di adorare liberamente il Dio della libertà universale". Il Governo di Luigi Filippo non si accontentava più di misconoscere, come quello di Napoleone I, l'origine divina della Chiesa cattolica, ma dichiarava di misconoscere la divinità di N. S. Gesù Cristo, accordando favori del tutto indebiti a quelli che fanno professione di negarla e di bestemmiarla. In pari tempo una guerra sorda fu diretta contro il cattolicismo. Non era più colla pena dell'esiglio e del patibolo, ma col disprezzo pubblico provocato con tutti i mezzi. La religione veniva insultata sopra quasi tutti i teatri, il clero vi era rappresentato sotto gli aspetti più odiosi; l'orgia, l'assassinio, l'incendio gli erano attribuiti come azioni ordinarie. In pari tempo l'amministrazione d'ogni grado si accaniva a maltrattarlo in ogni maniera come può rilevarsi dall'Ami de la Religionche registra le vessazioni che gli si facevano giornalmente soffrire. In quell'epoca nacque la questione operaia che dovea ben presto, sotto il nome di questione sociale, preoccupare così vivamente operai e padroni, governati e governanti, e persino il Sommo Pontefice. Ne rivelò l'esistenza e ne fu il primo atto la formidabile insurrezione di Lione. La Ristaurazione aveva inaugurato il grande movimento industriale che doveva svilupparsi sotto i regimi successivi. Durante quei quindici anni non vi fu uno sciopero di qualche importanza; dappertutto regnava l'accordo tra padroni ed operai. "Nell'inverno del 1829 al 1830 - dice Le Play - ho constatato nella maggior parte delle officine di Parigi, tra il padrone e gli operai, un'armonia pari a quella che avea testé ammirata nelle miniere, nelle officine e nelle masserie dell'Annover".(4) Ma, nel 1830, uno spirito nuovo si fe' sentire nel campo industriale. Gli economisti ufficiali accreditarono la teoria secondo la quale il lavoro non è che una mercanzia come un'altra. Molti padroni l'adottarono con premura, non pensarono più che a far fortuna, e sfruttarono i loro operai invece di studiarsi a renderli migliori colle loro istruzioni e coi loro esempi. Era la conseguenza necessaria del diminuito spirito di fede e del progresso delle dottrine naturalistiche che non veggono altro fine per l'uomo che il godimento e l'agiatezza. Dal canto loro gli operai prestavano orecchio a quelli che loro predicavano il progresso, dopo che glielo aveano fatto vedere nella facilità e moltiplicazione dei godimenti, a quelli che li eccitavano al disprezzo del clero e li mettevano in sospetto contro la dottrina che solleva gli animi mettendo dinanzi, come fine supremo dei loro sforzi, le ricompense eterne. Quello che noi oggi vediamo non è che lo svolgimento di quanto si fece allora. Intanto i cattolici non se ne stavano, come oggi, inerti e passivi, ma reagivano con tutti i mezzi. Incominciarono col fondarel'Agenzia generale per la difesa della libertà religiosa, poi le Conferenze di San Vincenzo de' Paoli; si stabilirono in quasi tutte le grandi città di Francia delle Accademie religiose; si inaugurarono le Conferenze di Notre-Dame; ed infine e sopratutto il Partito cattolico bandì la crociata per la libertà d'insegnamento. 

Ritratto di Luigi Filippo d'Orleans Re dei Francesi dal 1830 al 1848

La Charta del 1830 avea consacrato come principio la libertà d'insegnamento, introdottovi non si sa come. Il primo a rivendicarne l'applicazione, ad impegnarvi con lettera pubblica la lotta che dovea divenire sì ardente, fu il vecchio vescovo di Chartres, seguito quindi dai grandi campioni, Mons. Parisis, il C. di Montalembert e L. Veuillot. Questa rivendicazione della libertà d'insegnamento sollevò altre questioni: il diritto pel clero di manifestare il proprio parere sulle grandi questioni sociali, e quello dei vescovi di potersela intendere e concertarsi insieme per la difesa degli interessi religiosi; l'uso della stampa nella discussione di questi interessi, e il concorso che i laici possono e devono recare al clero nella difesa o nella conquista delle libertà della Chiesa; l'iniquità degli attacchi contro la vita religiosa ed in particolare contro l'Istituto dei Gesuiti. In questa grande lotta, vediamo il Governo francese cercare un punto d'appoggio a Roma. Vi mandò il conte Rossi, nato in Italia, venuto in Francia dopo la rivoluzione del 1830, nominato successivamente decano della Facoltà di diritto in Parigi, membro dell' Istituto Pari di Francia. È la fortuna ordinaria che incontrano coloro sui quali le società segrete hanno gettato gli occhi per farli strumenti di particolari missioni; come pure la morte del Rossi sotto il pugnale d'un assassino è la fine ordinaria di quelli che non obbediscono sino al termine alla consegna loro affidata. Inviato straordinario presso la Corte pontificia, ricevette, malgrado le ripugnanze manifeste di Gregorio XVI, il titolo e l'ufficio di ambasciatore. Era suo mandato di ottenere, per mezzo del segretario di Stato, le concessioni di cui aveva bisogno il Governo per giungere a' suoi fini. Si può vedere nel libro di Follioley, Montalembert et Mons. Parisis, con qual arte seppe condurre i negoziati e il successo che ne ottenne. L. Veuillot ne espresse il carattere, e ne fece la difesa con queste parole: "Vi furono tra noi dei cuori timidi per cui il Papa credette prudente di pregare e di aspettare".(5) 


Note al capitolo 16:
 (1) Le Mémoires di Metternich di fresco pubblicate, gettano vivissima luce sulle congiure massoniche che approdarono al rovesciamento della legittima dignità reale per sostituirle il governo volteriano di Luigi Filippo. 
(2) Citato da Deschamps, II, 247. 
(3) Non eravi alcuna ragione plausibile per accordare uno stipendio ai sedicenti ministri del culto israelita. Gli ebrei medesimi non riconoscono loro alcun carattere sacerdotale, né alcuna autorità sui loro correligionari. Parlando del privilegio che veniva accordato agli ebrei, Portalis disse: "È un'autorizzazione pubblica della setta che l'ottiene, è una forma di stabilità che le si accorda, un atto solenne di naturalizzazione che le si dà, una conferma autorevole della sua dottrina e de' suoi dogmi de' quali s'incoraggia la propaganda e se ne assicura l'insegnamento" 
(4) La Réforme en Europe et le Salut en France, p. 51. 
(5) Mélanges, Ier série, t. II, p. 293.

venerdì 24 giugno 2011

Fatti e misfatti del Risorgimento italiano (di Paolo Carotenuto)

Un momento del convegno di Salerno

NAPOLI - Commemorare e non celebrare. Per capire la storia del Risorgimento italiano e le basi sulle quali si è costruita l'unità d'Italia, l'associazione culturale Veritatis Splendor ha organizzato un convegno presso il Convento dell'Immacolata a Salerno, al quale hanno partecipato illustri studiosi quali il prof. Giovanni Turco, docente di Filosofia politica all'università di Udine, Marina Carrese, giornalista e fondatrice della casa editrice Il Giglio, e il prof. Guido Vignelli, vicepresidente del Centro Culturale "Lepanto" di Roma. Il dibattito, introdotto e moderato dal prof. Marco Di Matteo, è ruotato intorno alla memoria storica che implica un giudizio critico sugli eventi, passaggio ineluttabile per discernere la verità del passato, analizzare gli accadimenti senza rischiare di scadere nella retorica celebrativa. Il prof. Turco nell'introdurre la sua relazione, sottolinea questo aspetto: "la storia non si celebra, ma la si studia, la si analizza per capire. Un Paese che si ferma a celebrare la sua storia è un paese che non vuole crescere, ma soprattutto un Paese che vuole imporre una verità e una sola lettura del suo passato. Fa della storia la perenne profezia del mondo nuovo, anzi i bagliori della ideologia pretendono di essere l'anticipo dell'utopia da instaurare. Solo così si spiega la pretesa di celebrare, cioè di fare della memoria un atto liturgico, perché celebrare appartiene alla dimensione della verticalità che si inserisce nella orizzontalità del tempo. Celebrare vuol dire negare la possibilità di discutere la storia". Come affrontare, dunque, il Risorgimento italiano? Che interpretazione dare a quanto accaduto tra il 1859 e il 1861? Siamo dinanzi all'unificazione del popolo italiano oppure siamo dinanzi a una imposizione coatta di una unità ideologica che ha negato in radice tutti i motivi autentici di unione tra gli italiani?Del resto se Antonio Gramsci definì la classe dirigente italiana pre e post-unitaria come "una banda senza coscienza e senza pudore che ha triturato l'Italia", appare evidente che qualcosa non sia andato come ci è stato raccontato. Per capire cosa unisce veramente il popolo italiano, bisogna anche capire che cosa abbia contribuito alla definizione d'identità del popolo italiano e cosa ha rischiato di disintegrare quest'unità.I problemi possono essere esemplificati attraverso due riferimenti giornalistici. Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera del 23 agosto 2009, nell'articolo "La nazione abbandonata" parla dell'immagine distorta, ma sempre più diffusa, della storia del nostro Paese, in particolare della formazione dello Stato unitario. In particolare scrive: "La nascita di una nazione ha bisogno di un’idea politico-culturale forte, che rispecchi il senso e i valori della sua identità e della sua storia. In contrapposizione a una visione olegrafica del Risorgimento è venuta formandosi, e ormai dilaga, una visione dove le cose di cui vergognarsi non si contano.Ciò che è nuovo di questa immagine è, sì la sua crescente popolarità, ma soprattutto il fatto che essa è diffusa più o meno in ugual misura tanto al Nord che al Sud. È il secondo dei due aspetti che sta producendo il senso di radicale distacco, di disaffezione profonda nei confronti dell’idea d’Italia, a cui tanti italiani, soprattutto giovani, sono soliti ormai dare voce". Antonio Polito, sempre sul Corriere della Sera, ha scritto: "Sventolano ancora i tricolori sulle scuole, e su Youtube impazza ancora l’inno di Mameli nella strepitosa versione sanremese di Roberto Benigni. Ma la retorica dell’unità d’Italia, neanche due settimane dopo, sembra già spazzata via dal miserando spettacolo della disunione nazionale". Cosa è accaduto per spingere a una diffusa allergia al senso della nazione e di unità? Com'è possibile che un Paese non si riconosca nei valori fondanti della nazione, inculcati come fossero il verbo? Giovanni Turco smonta uno a uno tutti i miti del Risorgimento. E per farlo affronta la questione dalla genesi: "cos'è accaduto il 17 marzo del 1861 che quest'anno ci è stata proposta come data nella quale celebrare l'unità d'Italia?" In un sussidiario di quinta elementare è possibile trovare che in quella data è stata fatta l'unità. In realtà vi fu la ratifica di una legge: la legge 4661 del Parlamento subalpino ha stabilito che Vittorio Emanuele II assumeva il titolo di Re d'Italia per se e per i suoi successori. A questo punto si pone il problema: è nato il nuovo Stato? I costituzionalisti ci dicono che il nuovo Stato altro non è che la continuazione del Regno di Sardegna. Non un nuovo stato con una fusione di vecchi stati, ma una incorporazione di territori di stati antecedenti al Regno di Sardegna. Il Regno di Sardegna però non continua come prima. Il costituzionalista Arangio Ruiz afferma che nasce un nuovo Stato, non in corrispondenza della legge 4661 del 1861, ma deriva da quanto introdotto nel 1848 nello Statuto albertino. Lo statuto albertino veniva dunque considerato come il nuovo patto nazionale, e il nuovo stato era il frutto di una profonda modifica degli ordinamenti avviata a partire dal 1848 nel Regno di Sardegna (tutte le leggi che caratterizzano dal 1848 al 1859 che riguardano questo stato. Tra queste, ad esempio, le leggi che mettono fuori legge tutti gli ordini religiosi). Ecco, dunque, il quid novum del nuovo Stato, il risultato e l'affermarsi di una ideologia fortemente secolarizzatrice, di carattere anticristiano. A questo punto è lecito chiedersi se tra il 1848 e il 1861 si sia compiuta l'unificazione dei popoli italiani. E la risposta non può che essere negativa. In Italia si è compiuta una rivoluzione profonda, continuazione della rivoluzione francese. A dirci questo non sono solo gli oppositori dei moti risorgimentali, ma anche gli stessi fautori.Francesco De Sanctis, ad esempio, nella sua raccolta di scritti politici, scrive: "andiamo a Roma per insediarvi la terza civiltà. La capitale del mondo pagano e poi del mondo cattolico, come capitale del mondo moderno". Per realizzare tutto ciò bisogna creare l'Italia, la nazione figlia di una ideologia e non della storia. Giuseppe Ferrari afferma che "il Risorgimento è un processo che ha le sue radici nell'umanesimo rinascimento. È un processo che ha le sue radici nel pensiero di Bruno e di Machiavelli. La rivoluzione francese ha le sue radici nell'immanentismo rinascimentale e questo processo deve continuare. Un processo che si va compiendo in Italia". Nel processo risorgimentale c'era, quindi, la consapevolezza di cosa fosse accaduto, ovvero non l'unificazione dei popoli italiani, ma la rivoluzione italiana che ha costituito l'unità d'Italia, per la cui realizzazione occorreva instillare e diffondere la religione della Patria. Uno Stato, dunque, che avesse la Patria come religione, quella religione civile che Rousseau ci dice qualunque cittadino deve accettare: non accettare questo significa non accettare il Patto Sociale e per questo va condannato a morte.È chiara a questo punto la differenza tra nazione ideologica e patria reale. Tra l'Italia reale e quella nominale, tra l'Italia reale e quella ideale. Quest'ultima si identifica con l'ideologia razionalistica che pretende di essere l'Italia e la nuova coscienza civica. Siamo dinanzi a un progetto ideologico ed è in questo ambito che nel 1861 è nata l'Italia. È nato cioè uno Stato figlio di un'ideologia che non ha alcun legame con la volontà degli italiani. Già Benedetto Croce parlava di un'Italia reale e di una Italia legale, dello Stato che pretendeva di avere ogni diritto, di essere l'epifania dell'immanente nella storia. La nazione italiana nasce da un atto di volontà, dall'adesione a un progetto. Lo stesso Galli della Loggia afferma che l'Italia è uno stato ideologico e per questo distante dal popolo italiano. Questo approccio, tuttavia, ha soffocato le peculiarità di una Italia caratterizzata dalle particolarità, che costituiscono la vera essenza e la ricchezza delle tante Italie. L'alternativa autentica ai tanti stati non è l'unità o il risorgimento, ma l'unione. Ovvero l'appartenenza a una comune civiltà. L'unità, invece, ha prodotto divisioni, innanzitutto tra i veri italiani e chi non lo era. E chi era il vero italiano nella logica risorgimentale? Solo chi si identificava in questa idea artificiosa di Italia. Gobetti afferma: "i fatti di questi anni impongono una esegesi del risorgimento italiano. Occorre riappropriarsi delle proprie radici, perché solo in questo modo sarà possibile un'identificazione autentica nella nazione". Se oggi l'Italia è meno unita e ci si sente italiani solo quando si vincono i mondiali di calcio, probabilmente lo si deve alla mistificazione che si è fatta per oltre un secolo della nostra storia, che ha preteso di erigere miti e leggende da celebrare. Ma qui torniamo alle ragioni di fondo del convegno: celebrare vuol dire negare il confronto e l'analisi dei fatti storici. Vuol dire accettare una storia non rispondente alla realtà dei fatti e questo non fa altro che rendere sempre più deboli le fondamenta dello Stato che in essi vuole riconoscersi.

Paolo Carotenuto

IMMAGINI DALLE DUE SICILIE/ Il ponte sospeso sul Garigliano

MINTURNO - Pubblichiamo di seguito le immagini della visita al ponte sospeso sul Garigliano inaugurato nel 1830 da Ferdinando II. Il ponte, il primo in ferro sospeso ad essere realizzato nel vecchio continente, dimostra chiaramente la non arretratezza del Regno delle Due Sicilie che tanti "pennaruli" di professione da anni ci descrivono. Lasciamo spazio alle immagini scattate dall'amico Giancarlo Rinaldi che ci mostrano tutta l'area del ponte ferdinandeo.

La campana artistica realizzata dall'Antica Fonderia Marinelli di Agnone 


Alcuni dei pezzi del ponte, provenienti da Mongiana, accantonati. Appartenevano alla struttura originaria del ponte che fu distrutto durante la seconda guerra mondiale e poi ricostruito nel dopoguerra. 

La lapide commemorativa dei bersaglieri piemontesi copia di quella del 1891. 

 La lapide che ricorda Matteo Negri e Domenico Bozzelli. Si legge: "Nobili figure di Ufficiali dell'Esercito delle Due Sicilie e primi dei loro valorosi soldati caduti sul terreno dell'Onore e della Fedeltà al proprio giuramento, mai arretrando di un passo!"

Lapide in bronzo che ricorda la storia del ponte

Veduta d'insieme del monumento commemorativo 

Una immagine del ponte sul Garigliano 

Il Cavalier Salemi durante la visita al Ponte 

Particolare della lapide a Negri e Bozzelli

La Battaglia del Garigliano, celebrazione "bipartisan" al ponte Ferdinando

Il monumento inaugurato in memoria dei caduti alla battaglia del Garigliano

CAPUA - Con una visita al ponte borbonico sul Garigliano in località Minturno, già Traetto, effettuata il 22 giugno 2011 in compagnia degli amici Giancarlo Rinaldi e Roberto Della Rocca, ho avuto la conferma di quanto avevo appreso nei giorni precedenti circa un intervento commemorativo svolto in quel luogo a cura della Provincia di Latina e del Comune di Minturno con il patrocinio e la partecipazione della Sovrintendenza Archeologica del Lazio, la quale ultima detiene il ponte in consegna, data la vicinanza del polo archeologico delle rovine della antica Minturnae.

In quella località che rappresenta un luogo simbolo di eroismo e di amor patrio per le genti del Sud in conseguenza di quanto ivi accadde in un momento disperato della campagna di guerra che l’Esercito Napoletano conduceva nel tentativo di arrestare l’avanzata dell’Esercito Piemontese, in quel luogo dicevo, è stato dato corso ad una cerimonia celebrativa, in buona sostanza, del passaggio del fiume da parte dei Piemontesi, scoprendo due lapidi di cui una è la riedizione di altra del 1891, commemorativa dei Bersaglieri caduti nello scontro del 1860 e l’altra è a ricordo di due personaggi,il Generale Matteo Negri e il Capitano Domenico Bozzelli dell’Esercito del Regno delle Due Sicilie, caduti negli scontri svoltisi sulla sponda di quel fiume e su quel ponte tra il 28 ottobre e il 2 novembre 1860. Il ricordo di tali personaggi per qualunque meridionale, antico regnicolo, e noi tutti nati in queste contrade volenti o nolenti lo siamo , appena informato delle gesta che Essi compirono in quella occasione, è motivo di grande orgoglio: il Gen.le Matteo Negri,Ufficiale di Artiglieria uscito dalla Accademia dellaNunziatella ,cadde perché ripetutamente colpito da fuoco nemico mentre rimanendo a cavallo con grande spavalderia e coraggio ,dirigeva il fuoco dell’artiglieria e rincuorava gli uomini esortandoli a resistere e il Capitano Domenico Bozzelli, Ufficiale di Fanteria, pervenuto al grado che ricopriva dopo lungo tempo di servizio in quanto proveniente dalla truppa, lasciò la sua vita con i suoi Soldati sulla sponda del fiume ove al comando di una compagnia di Cacciatori (truppa scelta di fanteria)aveva il compito di contenere l’assalto piemontese ritardandone il cammino. A proposito dei due personaggi sopracitati a questo punto occorre una precisazione: i due Ufficiali Napoletani e i loro Soldati caduti in quegli scontri sono caduti sotto il piombo piemontese mentre difendevano il territorio del Regno Napoletano da una invasione per cui non c’era ,e non c’è tuttora, valida giustificazione .Infatti se facciamo riferimento alle date ce ne rendiamo subito conto :gli scontri si svolgono dal 28 ottobre al 2 novembre e in quel periodo esiste ancora legittimamente riconosciuto il Regno delle Due Sicilie (il 21 ottobre si erano tenuti i plebisciti e sappiamo bene quale farsa ridicola e al contempo tragica rappresentarono e il 26 ottobre con l’incontro detto di Teano, il Garibaldi, prossimo al licenziamento, aveva, così si racconta, salutato Vittorio Emanuele come Re d’Italia e sono entrambi episodi unilaterali senza legittimo riconoscimento). Di conseguenza i Napoletani sotto la loro legittima bandiera con le armi di Casa Borbone, dinastia regnante riconosciuta come tale dal diritto internazionale, difendevano il territorio della loro Patria che aveva subito e stava subendo ancora la duplice invasione,la garibaldina e la sabauda,entrambe avvenute sotto bandiera di altro Stato con armi di altra Casa Regnante (Savoia) e sotto speciose e false motivazioni, senza alcuna preliminare dichiarazione di guerra come previsto dalle norme del diritto internazionale (un inciso: tra le accuse formulate alla Germania per la seconda guerra mondiale,c’era anche quella di guerra di aggressione proprio perché scatenata senza dichiarazione preliminare ).

Detto questo è chiarissimo che sarebbe stato molto giusto lasciare la celebrazione di quei Morti a qualche Associazione ispirata a sentimenti legati all’antica Patria: Essi sarebbero stati onorati con la antica Bandiera e con l’Inno del Regno per cui avevano combattuto fino a sacrificare la loro vita .!
Nulla sarebbe accaduto, la Repubblica non sarebbe stata in pericolo e anche quei cittadini di oggi che guardano con passione e amore al loro antico Regno e ai loro Soldati avrebbero potuto avere la gioia e la soddisfazione di sentirsi orgogliosi di essere Gente del Sud. Un poco come gli scozzesi che, fedeli sudditi della Regina, sono rigidi custodi della loro bandiera del loro inno delle loro tradizioni,della loro storia e dei loro costumi (per non dire della loro squadra di calcio).

Invece NO, la Repubblica, nelle sue espressioni istituzionali, questo non l’ha consentito e ancorché, come detto prima, siano state apposte due lapidi, e quella dedicata ai Napoletani merita un complimento per le espressioni costituenti l’epigrafe, la celebrazione è stata orchestrata con la fanfara e un picchetto in uniforme storica (leggi sabauda) dei Bersaglieri con tanto di piume sul cappello della Brigata “Garibaldi” (non c’era nome più adatto, dato il luogo!!), con la partecipazione del solito Onorevole rappresentante del Governo, il Presidente della Provincia, il Sindaco, il Capo di Stato Maggiore per rafforzare il concetto del riferimento all’Esercito Italiano erede e prosecutore delle “glorie” di quello piemontese (tutta la storia dei Corpi Armati si fa risalire a quelli piemontesi trascurando tutti gli altri ) e il solito sacerdote disponibile a benedire, così come dice il giornale “la Provincia”, la campana commemorativa e le lapidi di ricordo .

Infine, riferendomi ancora al desiderio di “regnicoli” di voler onorare i propri Caduti, i propri Eroi, desidero rendere noto che una richiesta da me avanzata, nella qualità di Presidente della Associazione Culturale Capitano De Mollot ( Ufficiale Napoletano Caduto al Volturno) in data 30 settembre 2010, ha avuto risposta del tutto negativa con foglio della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio al numero 12206 del 14.10.2010 firmato dalla Soprintendente dott.ssa Marina Sapelli Ragni che precisa:  "[...] ritiene che il compito istituzionale di organo periferico dello Stato unitario nato dai fatti di cui la battaglia del Garigliano del 1860 è uno dei momenti decisivi, sia quello di ASSOLUTA ED IMPARZIALE TERZIETA'. Per questo motivo questa soprintendenza che detiene in consegna il monumento in oggetto (il ponte), non intende accordare autorizzazione alla collocazione richiesta né concedere l’uso dell’area archeologica di Minturno per cerimonie connesse alla commemorazione cui si fa riferimento nella nota pervenuta".

Per quanto riguarda la TERZIETA’, è pur vero che essa è stata rispettata con l’apposizione di due targhe in un certo qual modo paritarie, ma non credo possa essere il caso di farsene un cavallo di battaglia da parte delle Istituzioni perché, almeno finora, lo Stato Italiano non l’ha certamente usata verso l’antico Regno sia in regime monarchico che in quello repubblicano: l’insegnamento scolastico della storia, la toponomastica riferita anche a edifici pubblici di ogni tipo, le cancellazioni gratuite e inutili di insegne varie, la damnatio memoriae di ogni cosa, e così via. Con l’occasione desidero ricordare che nell’ottobre scorso si era avuta una cerimonia a mio parere offensiva per i Nostri Caduti: il Sindaco di Formia, Senatore Forte, concesse la cittadinanza onoraria del proprio Comune alla Associazione Granatieri di Sardegna perché all’epoca (sempre la stessa data e lo stesso episodio bellico) conquistarono la Città di Formia, allora Mola di Gaeta. Anche in quel caso provvidi con una dettagliata lettera a esprimere al Sindaco la inopportunità di una tale decisione ,e non fui il solo, ma tutto fu inutile e si procedette alla apposizione di altra lapide con relativa campana, anch’essa benedetta, questa in Formia. Come già fatto nella lettera sopracitata preciso ancora una volta che il valore militare e l’importanza del Corpo dei Granatieri NON è assolutamente in discussione e quanto enunciato è riferito a quella data del 1860 per cui sono valide le considerazioni già sopra espresse .

Quanto sopra vuole essere ed è l’espressione di un innamorato del Sud, ostinatamente legato alla memoria storica e ostinatamente orgoglioso di esserlo.

Giovanni Salemi

P.S. Seguirà post con le immagini della visita al ponte del Garigliano.

giovedì 23 giugno 2011

LA LETTERA/ Il plagio di Izzo, Valentino Romano: "Solidarietà piena. No al metodo Ruba e incolla!"

Carissimi,
devo esprimere tutta la mia convinta solidarietà a Fulvio Izzo.
E non è solo solidarietà di maniera o dettata dalla stima personale nei suoi confronti; è... comunanza di saccheggi.
Infatti anche a me è capitato più volte. La mia introduzione a "Brigantesse" ha subito le medesime "fortune": dal sito di un'associazione duosiciliana operante al Nord, a riviste telematiche e cartacee per finire ad un sedicente "autore" che ebbe l'ardire di proporre a me (in quanto direttore editoriale di una collana editrice) un testo che aveva quasi un intero capitolo copiato sempre dalle benedette "Brigantesse".  E naturalmente, prima di essere rimandato nel suo paese... d'origine, mi firmò pure una dichiarazione di piena paternità intellettuale dell'opera.
E che dire di quella docente di non so più quale Università svizzera che diceva di insegnare "metodologia della ricerca storica" (sic) e che, in suo libro, ne riportò alcuni brani, spiegando ai suoi incliti lettori che quel capitolo era frutto di una ricerca  legata ad un progetto con una scuola di Potenza? Praticamente agli alunni di quella scuola aveva insegnato che la metodologia della ricerca storia altro non è che il "copia e incolla", anzi il "ruba e incolla".
Se può servire al carissimo Fulvio come consolazione, valga però la considerazione che - evidentemente - non hanno trovato niente di meglio da copiare. Ed è una sorta di riconoscimento per il suo onesto e validissimo lavoro intellettuale.
Chi può vantare altrettanto?
Un abbraccio
Valentino Romano

ESCLUSIVA DELL'ISTITUTO DI RICERCA STORICA DELLE DUE SICILIE/ Fulvio Izzo denuncia: plagiato il mio libro!


CAPUA - Pubblichiamo di seguito, una lettera che ci è stata mandata dall'amico Fulvio Izzo, uno storico di indiscusse capacità e bravura tanto nella ricerca storiografica quanto nella stesura di testi inerenti la nostra Patria. Lo storico denuncia, tramite il nostro Istituto di Ricerca storica un fatto che, se confermato nelle opportune sedi, sarebbe gravissimo, un plagio al testo più conosciuto di Fulvio Izzo, "I lager dei Savoia", edito da Controcorrente nel 1999. Autore di questo "scippo" sarebbe il giornalista Giuseppe Novero (già della Rai oggi in forza a Mediaset) che ha pubblicato in questi mesi "I prigionieri dei Savoia", edizioni Sugarco. Non tocca a noi fornire una soluzione a questo caso che già si annuncia spinoso. Possiamo soltanto fornirvi alcuni strumenti di lettura. Per questo motivo, dopo la lettera di Izzo seguono alcune pagine a confronto tra i due libri. E' plagio oppure no? Ai posteri (o alla magistratura competente) l'ardua sentenza!

g. s.

---------------------------------------------------------------- LA LETTERA -----

Carissimo Salemi,
nella prefazione al mio libro "I Lager dei savoia", pubblicato nel 1999, mi auguravo che altri avrebbero potuto portare ulteriori contributi alla ricerca storica sui prigionieri borbonici. Non è stato così, almeno per alcuni pseudo-storici.
E' stato pubblicato qualche mese fa il libro di Giuseppe Novero (giornalista di mediaset e già giornalista Rai) "I prigionieri dei Savoia" Sugarco, Milano, 2011, che già nel titolo saccheggia velatamente il mio; ma fa molto di più.
Relativamente alla ricerca dei campi di prigionia, copia apertamente e dettagliatamente pagine e pagine del mio volume senza nè virgolettare i passi, nè inserire alcuna nota o riferimento.
Alla fine, nella bibliografia scrive velocemente: "Esiste un lungo elenco di libri dedicati alla storia controcorrente: testi che trattano le vicende di deportazione del soldato napoletano... Fulvio Izzo, I Lager dei savoia, Controcorrente".
Mi sono divertito a comparare i passi plagiati e ti invio il lungo risultato in uno specchietto che potrebbe essere diffuso.
E' semplicemente vergognoso! Penso che bisogna denunciare l'accaduto: da parte mia non è esclusa una azione legale.
Ma indipendentemente da ciò valuta tu se pubblicare in rete.
In altri capitoli viene trattato dei tentativi di fondare colonie penali in America: anche qui ha saccheggiato un mio capitolo; tra l'altro ,non ho avuto il tempo di controllare, penso che abbia fatto man bassa anche dei lavori di Di Fiore e soprattutto di Martucci.
Un forte abbraccio. 

Fulvio Izzo

------------------------------------------------------ IL TESTO ------

Qui di seguito il confronto inviatoci da Fulvio Izzo. Ci siamo limitati solo ad evidenziare in giallo le parti riprodotte parola per parola.

















mercoledì 22 giugno 2011

L'ultima dei 150 anni: Garibaldi carabiniere contro la rivoluzione!!!


Garibaldi carabiniere?!?

CASERTA - Udite, udite italiani tutti! Grande novità da quel di Milano dove il Corrierone nazionale (corriere.it, pagine dedicate ai 150 anni) si è tornato ad occupare dell'eroica e quasi mistica figura del Generale Giuseppe Garibaldi. Lo fa con poche righe affidate alla penna di Sebastiano Vassalli, scrittore con natali genovesi ma piemontese d'adozione (vincitore del Grinzane Cavour tanto per intenderci), saggista e autore di romanzi molto apprezzato dai salotti buoni della italica cultura. In neanche 15 righe Vassalli ci spiega che a Garibaldi, udite, udite, toccò il ruolo di carabiniere contro la rivoluzione. Ecco la novità, questa ci mancava. Garibaldi è un contro rivoluzionario! Questa la chiave di volta necessaria per comprendere tutta la rivoluzione italiana, pardon, la controrivoluzione italiana del 1860. Carabiniere contro la rivoluzione perché la rivoluzione era ormai questione di ore in Sicilia. Ma val la pena di leggere un pò di righe: 


"Chissà se ci fu davvero, alla vigilia della spedizione dei Mille, quel dialogo tra Giuseppe Garibaldi e Francesco Crispi di cui parla qualche biografo di Crispi. Garibaldi, in base a sue informazioni riservate, sapeva che le navi dei volontari sarebbero arrivate nell’isola, ma temeva il dopo; Crispi, invece, aveva paura di ciò che sarebbe potuto succedere durante la navigazione. «Se voi mi garantite il mare», avrebbe detto a Garibaldi, «io vi garantisco la terra». La Sicilia prima dell’Unità, su cui Crispi faceva tanto affidamento e che noi possiamo immaginare leggendo alcune pagine del romanzo giovanile di Pirandello, I vecchi e i giovani, era una terra in attesa di qualcosa che nessuno, nemmeno Garibaldi, avrebbe potuto darle: la rivoluzione. Lo «spettro» che secondo il Manifesto di Karl Marx (1848) si aggirava allora sull’Europa, aveva messo gli occhi sull’isola. Quella era la sorpresa (poi minimizzata dalla storiografia ufficiale) che attendeva i Mille. Andavano a fare l’Italia e si trovarono a dover soffocare sul nascere una rivoluzione. Ippolito Nievo, in una delle sue lettere dalla Sicilia, si lamenta: ci tocca fare i carabinieri".


CLAMOROSO, ordunque, la Sicilia voleva la rivoluzione e Garibaldi che non voleva dargliela fu accolto come un eroe! Incredibile, non ci avremmo mai pensato ad una tesi del genere. I movimenti contadini non protestarono quando Garibaldi si rimangiò la promessa di redistribuire le terre, moderno Silla, nooooo! I contadini erano pronti a fare la rivoluzione a prescindere sia che ci fossero stati i Borbone, sia che ci fosse stato il barbuto neo carabiniere. A proposito del Borbone oscurantista, retrogrado, incapace, sanguinario e (pecca delle pecche) cattolico fedele a Santa Romana Chiesa, Vassalli ci spiega anche che Garibaldi fu accettato da tutte le potenze europee proprio perchè nella sua veste di carabiniere avrebbe riportato l'ordine e allontanato la rivoluzione dalle Due Sicilie! Non sto scherzando e non scrivo sotto l'effetto di stupefacenti, per dimostrarvelo riporto l'ultimo passaggio dello scrittore ligure:

"Ma non c’erano alternative: se Garibaldi avesse assecondato le insurrezioni popolari, intorno a lui gli scenari sarebbero cambiati in un batter d’occhi. Le potenze dell’epoca gli avrebbero tolto il loro appoggio e l’avrebbero dato (turandosi il naso) ai Borbone. L’impresa dei Mille sarebbe finita così".

Giusto per la cronaca vale la pena chiarire qualche punto:
- Garibaldi dalle potenze europee era considerato un pirata avventuriero al servizio della rivoluzione anticattolica;
- Le rivolte scoppiate durante i primi mesi di regno di Francesco II di Borbone a Palermo furono facilmente represse anche perchè erano state mosse, come al solito, dalle logge di ispirazioni anglo - francesi e dagli uomini di Francesco Crispi. Quel primo periodo di regno fu vissuto come molto positivo e l'Europa intera guardava con speranza ai giovani Sovrani tanto che un clima di distensione calò sul Regno delle Due Sicilie che, dal 1848, non aveva ancora del tutto superato il trauma della rivoluzione;
- Vittorio Emanuele II Re di Sardegna poté intervenire nel meridione proprio perchè si presento all'Europa come l'unico capace di evitare che la rivoluzione rossa garibaldina traversasse il Garigliano;
- Sul fatto che le potenze europee avessero a che fare con il Borbone turandosi il naso si potrebbe tirare fuori tutto il materiale d'archivio sui rapporti diplomatici ma lo risparmio ai lettori. Basti considerare che solo Gran Bretagna e Francia erano dalla parte dei Savoia (e di Garibaldi che finanziarono e sostennero). L'Impero Austriaco non riconobbe fino al 1866 il Regno d'Italia, l'Impero Russo riconobbe una certa legittimità al Regno Savoia solo alla fine del secolo XIX visto che nel 1861 in un atto ufficiale del ministero degli Esteri di Mosca si sostenne che lo Zar prendeva atto del solo cambiamento di situazione senza prender parte alla contesa Torino - Roma - Napoli. Aggiungiamoci anche che decine furono gli stati minori che non riconobbero il Regno d'Italia continuando a sostenere le pretese di Francesco II in esilio;
Insomma considerare Garibaldi un carabiniere al servizio della controrivoluzione è veramente troppo! Pensavo di averle viste, sentite e lette tutte ma, come al solito, mi sbagliavo.

Roberto Della Rocca