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sabato 28 maggio 2011

L'esercito delle Due Sicilie, relazione del Cavalier Giovanni Salemi





Pubblichiamo qui di seguito la relazione tenuta dal Presidente dell'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie, Cav. Giovanni Salemi, durante il convegno promosso dall'Associazione Ex Allievi della Nunziatella, ospitato dall'Unuci di Napoli il 19 maggio scorso. L'intervento è accompagnato dalle immagini di alcuni disegni che riproducono l'esercito delle Due Sicilie.


NAPOLI - Buona sera. Ringrazio gli organizzatori di questo convegno per avermi chiamato a relazionare su un argomento così difficile eppure a me tanto caro. Aggiungo che non sono uno storico di professione, né un letterato: sono essenzialmente un ex allievo della Nunziatella e sono un innamorato del Sud. Sono questi i miei titoli per l’occasione di stasera. Occasione che ritengo validissima ad onorarmi dato il compito affidatomi e il relativo uditorio. Oggetto del mio dire sarà l’Esercito Napoletano e le vicende che esso dovette affrontare in tutta la sua vita fino al 1860 – 61: questo già mi riempie di orgoglio, così come mi inorgoglisce altrettanto, avere, io stesso ex allievo ed ufficiale in congedo proveniente dal servizio effettivo, un uditorio costituito da ex allievi e da ufficiali in congedo. Non ho certo di che lamentarmi, anzi mi posso sicuramente rallegrare! Entro quindi in argomento facendo però prima qualche premessa: siamo nel pieno di un anno, questo 2011, che è stato trasformato in una grande e infinita vera e propria kermesse per ricordare, celebrare, festeggiare (troppe cose insieme!) il 150° anniversario della unità italiana e si sono andati ripetendo, con la stampa, con i convegni, con le trasmissioni televisive e con quant’altro lo si sia potuto e lo si possa fare, i racconti della storia di quel periodo mitizzato, con primi attori anch'essi mitizzati, definito risorgimento. Io cercherò di raccontare dell’Esercito Napoletano nel modo secondo me migliore, cioè spogliandolo di quella veste di incapacità, viltà, arretratezza, crudeltà, ignoranza: ricordiamo, forse non tutti, ma i più anziani tra noi certamente ricordano le tante barzellette che circolavano nelle caserme, ahimè raccontate anche da meridionali (quale “cu pilu e senza u pilu” per segnare il passo, il “facite ammuina”, o “i fessi stanno qua, gli uomini stanno a casa" e altro ancora) sull’esercito di “Franceschiello”, altro insulto diretto all’esercito stesso e al suo Sovrano. E tale veste negativa all’Esercito Napoletano era stata tagliata e cucita addosso dopo la caduta dell’antico Regno delle Due Sicilie dai vincitori, che per come erano andate le cose (e non erano andate in maniera franca e leale) avevano la assoluta necessità di cancellare ogni sia pur piccolo ricordo o lontana idea al positivo, di un tempo precedente. Per fare ciò nulla poteva meglio funzionare del dire male, anzi malissimo dell’esercito sconfitto, glorificando il proprio. E così fu fatto, in maniera, dobbiamo riconoscerlo, egregia: tutto fu demonizzato, cancellato, vilipeso, irriso, dalla vecchia dinastia, obiettivo principale (dato il profondo legame tra essa e l’esercito stesso e meglio ancora il popolo, diciamo, semplice) all’ultimo suddito del Regno, in ogni campo della vita ordinaria civile, militare, culturale, economico, industriale, artistico, agricolo e così via. A tal proposito voglio ricordare le parole di Milan Kundera, poeta ceco che nella sua opera “il libro del riso e dell’oblio”, riferendosi alle tristi vicende di casa sua, la Repubblica Cecoslovacca con regime comunista, così si esprime: “Per liquidare i popoli si comincia col privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E, intorno, il mondo lo dimentica ancora più in fretta. E la lingua? Perché dovrebbero togliercela? Non sarà più che folclore e prima o poi morirà certamente di morte naturale”. E’ una grande verità ed è quello che è successo nelle Due Sicilie.



Questa mia introduzione forse, o senza forse, mostra carattere polemico, ma non posso tacere tali considerazioni prima di raccontare della struttura militare Napoletana. L’avrei potuto fare solo se avessi voluto raccontare di quell'infelice Esercito ripetendo le solite menzogne di cui ho accennato prima. Le Due Sicilie, all’epoca ancora suddivise nei due Regni, di Napoli e di Sicilia, uniti nella stessa Corona, ritornarono ad essere Stato Sovrano e del tutto indipendente con la presa di potere, nel 1734, da parte di Carlo di Borbone (tra qualche giorno, il 25 maggio, ricorrerà l’anniversario della battaglia di Bitonto che segnò la sua definitiva vittoria sugli austriaci). Subito ebbero inizio, con l’opera di quel sovrano, una serie di iniziative tese a ricostruire lo Stato stesso tra cui organismi militari autoctoni: furono fondate le Accademie Militari, la prima quella di marina detta dei Guardiastendardi e di seguito quella di Artiglieria e una del Genio cui seguì l’istituzione del Battaglione Real Ferdinando, sempre per la formazione dei quadri. Tali istituti furono poi nel 1787 riuniti a costituire l’Accademia Militare che fu detta della Nunziatella perché allestita nell’antico Collegio dei Gesuiti di Pizzofalcone la cui chiesa annessa è intitolata all’Annunciazione. Essa fu voluta da Ferdinando IV e la lapide che sormonta l’ingresso principale ancora oggi, fortunatamente, in sito indica lo scopo che quel Sovrano si prefiggeva. Essa così recita: “Questa Accademia perché nell’arte della guerra e degli ornati costumi la militare gioventù ottimamente ammaestrata crescesse a gloria e sicurezza dello Stato. Ferdinando IV con regal magnificenza fondò l’anno XXIX del suo Regno”. Oggi questo Istituto orgoglio di Napoli e del Sud, seppure declassato dopo il 1861 da Accademia Militare a Istituto di formazione per l’ammissione alle Accademie Militari, continua il suo lavoro di preparazione alla vita e alle armi. Sul labaro dell’Associazione Ex Allievi Nunziatella, tra le medaglie d’oro brilla, prima tra tutte, la medaglia della campagna di Sicilia conferita all’Alfiere Michele Bellucci del V Battaglione Cacciatori. Furono costituiti anche reparti operativi totalmente regnicoli, di cui alcuni come i Reggimenti “Corona” e “Terra di Lavoro” parteciparono alla battaglia di Velletri del 1744 con la quale si consolidò il potere borbonico e si confermò l’indipendenza del Sud. In quel periodo furono formati reparti detti di “fucilieri di montagna”, reclutati e stanziati negli Abruzzi per difendere le vie di invasione del Nord: per addestramento, impiego e armamento, antesignane truppe alpine. Successivamente furono creati altri reparti e corpi militari delle varie armi e, iniziato il turbolento periodo napoleonico, i napoletani furono impegnati dando ottima prova contro i francesi a Tolone, nel 1793, e sui campi della Lombardia ove, nel 1796, rifulse in particolare la capacità e il valore dei Reggimenti di Cavalleria che furono importanti nel proteggere con le loro cariche la ritirata degli alleati austro – russi. Lo stesso Napoleone, per via del colore del mantello, definì i cavalieri napoletani “diavoli bianchi”, riconoscendo di aver ricevuto molto danno dalla loro azione. Un tale giudizio, espresso da un capo militare del livello di Napoleone, mi sembra il miglior encomio. Sempre durante il periodo napoleonico i napoletani furono impegnati nella campagna del 1798 che, iniziata con una rapida avanzata fino a conquistare Roma, si trasformò, purtroppo, in una disastrosa ritirata. In questa occasione, comunque, come poi avverrà altre volte, molti appartenenti ai reparti militari sbandati andarono a rinforzare le bande che sotto il comando di Ruffo riconquistarono il Regno e di seguito reparti regolari ricostituiti animosamente raggiunsero Siena. E poi ancora una volta, all’atto della seconda invasione francese nel 1806, pur avendo dovuto ritirarsi in Sicilia, l’esercito contese il possesso del territorio a quella poderosa macchina da guerra che era l’esercito francese napoleonico con numerosi fatti d’arme di cui Campotenese, Mileto, Maida, Amantea sono solo i più noti insieme alla resistenza di Gaeta e di Civitella del Tronto. E non mancò l’aiuto della popolazione civile e anche in questo caso di bande partigiane che operavano in azioni di guerriglia. La più nota tra queste fu quella di Michele Pezza da Itri, alias Fra Diavolo, morto impiccato dai francesi. Sempre l’esercito Napoletano fu ricostituito in quella lunga lotta contro i francesi e sempre con animo indomito affrontò il nemico: furono davvero pochi gli Stati Europei che, come lo Stato Borbonico, si opposero per circa un ventennio con tanta tenacia e costanza ai francesi.


 


Nel periodo di regno di Ferdinando II, l’esercito per volontà di questo Sovrano che gli dedicava cure quotidiane, fu ancora migliorato nel sistema disciplinare, nell’equipaggiamento, nell’armamento e nell’addestramento; l’esercito rispose sempre con fedeltà alla chiamata del Re in ogni circostanza d’impiego sia all’interno, per ristabilire l’ordine e la legalità tutelando la sicurezza dello Stato, sia all’esterno quando dovè intervenire sui campi di battaglia, come nel 1848, accanto ai piemontesi di Carlo Alberto. In quella campagna, a Goito, si fece particolarmente onore il 10° Reggimento Abruzzi, il cui comandante Giovanni Rodriguez, fu decorato con la croce di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro dal Re di Sardegna, e con la croce dell’ordine di San Giorgio della Riunione dal Sovrano delle Due Sicilie. Se infine nella campagna del 1860 – 1861 la vittoria finale non arrise alle nostre armi, non fu per mancanza di valore, ma essenzialmente perché una specie di maledizione sostenuta da una corruzione ideologica e spesso materiale infiltrandosi nella macchina dello Stato, attanagliò i comandi superiori sì che le azioni furono mal guidate o interrotte e spente dando la vittoria al nemico. Comunque anche in quella campagna si ebbero episodi bellici in cui il nostro soldato rifulse per valore, fedeltà ed animo. A Calatafimi, dove fu strappata la bandiera al nemico ad opera del soldato Luigi Lateano dell’VIII cacciatori; a Milazzo, sotto la guida di Beneventano del Bosco; a Reggio Calabria, dove morì il Colonnello Dusmet, comandante del 14° reggimento Sannio; a Caiazzo, a Sant’Angelo in Formis e a Santa Maria Capua Vetere, tra i morti il Capitano di artiglieria Giovanni Giordano, ex allievo e il Capitano De Mollot anch’esso uscito dalla Nunziatella e altri ancora, e tanti, a Cascano di Sessa e al Garigliano dove nel difficile momento di ritirata verso Mola di Gaeta, l’attuale Formia, a difesa del ponte sospeso era rimasto un reparto di Cacciatori al comando di un oscuro Capitano, l’abruzzese di Castel di Sangro, Domenico Bozzelli, che nonostante avesse ricevuto l’ordine di ritirarsi rimase con i suoi uomini a coprire la ritirata per ritardare il passaggio del fiume ai Granatieri di Sardegna facendosi massacrare tutti. (Un inciso: nel contesto delle celebrazioni in corso, il Sindaco di Formia ha conferito all’Associazione Granatieri, per tale gesto, la cittadinanza onoraria, dimenticando, trascurando e, secondo me, offendendo, la memoria dei soldati napoletani sacrificatisi in quella occasione. Il commento se lo faccia ognuno da se stesso!) E fu a Gaeta dove si compì il destino dell’esercito e del Regno tutto che si ebbe l’epopea finale, corroborata dalle altrettanto valorose resistenze di Civitella del Tronto e di Messina, e anche in tale caso si possono ricordare il Colonnello Ascione e il Colonnello Giovine, che tennero il comando a Civitella e anch’essi ex Allievi della Nunziatella, mentre per Messina la condotta del Comandante Generale Fergola che fu improntata a grande dignità davanti al Cialdini che poi rivelerà tutta la sua codardia a Custoza nel 1866. A Gaeta va ricordata la partecipazione dei cannonieri di marina che, allontanandosi dalle navi che Comandanti felloni consegnarono ai Piemontesi, parteciparono come artiglieri validissimi alla difesa di quella piazza. L’esercito poi, restò fedele anche dopo la fine ufficiale delle ostilità e a tal proposito vanno ricordate le sofferenze patite dai prigionieri di guerra che, trasportati in campi di concentramento del Nord, non si piegarono all’invito ad entrare nel nuovo esercito di Vittorio Emanuele II. Essi rispondevano: “Uno Dio, uno Re!”. Eppure, specie in alcune prigioni come la triste e fredda Fenestrelle, questi figli del sole ebbero a soffrire tanto e molti ci morirono! Le loro salme furono immerse poi nella calce viva. L’esercito, quindi, tutto sommato, se pure sconfitto sul campo, fu moralmente vittorioso, ma il vincitore forse, proprio per questo, volle cancellare tutto e così nel nuovo esercito non fu mai più ricordato il nostro antico esercito, nessuna caserma fu intitolata ad uno dei nostri valorosi: si preferì il nome, oltre che dei soliti Garibaldi e Vittorio Emanuele II, di quei personaggi che tradirono il giuramento come Pianell, Mezzacapo, Guglielmo Pepe, Cosenz il cui comportamento, spregevole specie per un militare, non trova alcuna giustificazione qualunque possa essere la motivazione addotta. L’arma del Genio del Regio Esercito italiano ebbe come giorno della sua festa il 13 febbraio, giorno della resa di Gaeta. Quale insulto peggiore si poteva fare a coloro che nella difesa di quella piazza si erano sacrificati fino alla morte? Non ci sono risposte valide, ma questi fatti non si raccontano.



Infine mi piace citare qualche nome ancora di valorosi: il pugliese Generale Traversa che nonostante l’età molto avanzata fu sempre in prima fila e morì travolto dallo scoppio di una polveriera a Gaeta; gli allievi che si allontanarono dalla Nunziatella per raggiungere Gaeta dove furono nominati Alfieri e impiegati nelle operazioni belliche, come l’Alfiere Carlo Giordano morto nello scoppio di una polveriera, i fratelli anch’essi Alfieri, Lanza di Brolo di cui uno fu amputato ad un piede per una ferita; il Generale Matteo Negri, morto mentre orgogliosamente a cavallo dirigeva il fuoco di artiglieria sulla riva del Garigliano; il molisano Capitano Orlando già istruttore alla Nunziatella che condusse un reparto di formazione a riconquistare le posizioni davanti Gaeta; il Capitano Fiore, che dopo aver resistito alla tentazione a tradire fattagli dal vile Alessandro Nunziante, ferito a Triflisco, rifiutò di entrare nel nuovo esercito italiano e partecipò a cospirazioni borboniche tanto da essere ripetutamente arrestato; il Capitano di Fregata Roberto Pasca che condusse la sua nave, la fregata Partenope a Gaeta e lì rimase fino alla fine dell’assedio, anzi seguì il Re a Roma. Onore e gloria all’Esercito delle Due Sicilie e onore e gloria ai suoi morti. Essi non ebbero onori postumi, non ebbero un ossario, un monumento, una stele o una lapide che li ricordasse, perché così si volle dal nuovo potere e dalla classe politica meridionale ad esso asservita. Il ricordo va in particolare ai tanti soldati di cui non conosciamo il nome e che resteranno ignoti per sempre. Che siano vivi nei nostri cuori.


Giovanni Salemi

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