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mercoledì 25 maggio 2011

I Cantieri di Castellammare, gloria borbonica verso la chiusura!

File:Cantieri navali Castellammare di Stabia 1.jpg
I cantieri visti da Pozzano

CASTELLAMMARE DI STABIA - Nemmeno i Savoia erano riusciti ad arrivare a tanto. Personale e produzione ridotta nonché protesta repressa nel sangue (vero stile "Galantuomo"), solo questo si era visto durante gli 80 anni di regno Saboia. In epoca repubblicana, negli anni dell'assistenzialismo non si sarebbe nemmeno potuta immaginare l'eventualità che invece, alle soglie della terza repubblica, agli sgoccioli della seconda (quella della ricotta e delle banane), è diventata realtà. I gloriosi cantieri di Castellammare di Stabia chiudono. Questa è, stando a oggi, la decisione presa da Fincantieri che ne possiede le chiavi. La crisi economica e la mancanza di ordinativi ha portato la dirigenza del colosso della cantieristica a optare per il taglio di personale e per la chiusura degli stabilimenti. Giusto per ricordare a Castellammare sono state varate le navi, vanto della marina borbonica: la Partenope, la Sannita, la Vesuvio, la Regina Isabella, l’Archimede, l’Ettore Fieramosca, la Monarca e la Borbona. 

 
L'Archimede

File:Re galantuomo.jpg 
La Monarca

Fino al 1980 ha sfornato navi, ancora da guerra, per la marina militare italiana: le due Caio Duilio, la Amerigo Vespucci (ancora oggi nave scuola della marina militare), la corazzataVittorio Veneto, le navi classe “Canguro”, e quelle classe “Ardito”. Poi, dal 1980 navi per la flotta mercantile (Riace e Scilla) e mezzi di trasporto (traghetti Tirrenia e Finnlines). Tanto per chiarirci Finmeccanica è l'azienda di stato che ha sfornato, negli ultimi dieci anni alcune tra le navi più belle, lussuose e veloci del mondo. Basti pensare alla flotta della Costa Crociere (7 supernavi extralusso), ai gioielli della Cunard (Queen Victoria e Queen Elizabeth), i traghetti della Grimaldi e quelli Tirrenia nonché le due portaerei della Marina Militare Italiana, Garibaldi e Cavour (nomi pessimi, tra le altre cose!). Ebbene, l'azienda statale figlia dell'Iri e oggi società per azioni la cui crisi ha bloccato la messa in borsa delle quote societarie, l'azienda che ha fatturato nel 2009 ben 3,26 miliardi di euro, l'azienda che ha gestito e gestisce, tra gli altri, l'arsenale di Taranto, i bacini di Napoli, i cantieri di Ancona, Castellammare, Marghera, Monfalcone, Muggiano, Palermo e Venezia, ebbene questa azienda sta morendo. 

Giuseppe Bono, Ad di Fincantieri

L'Amministratore Delegato della società, Giuseppe Bono, ha avuto l'ingrato e infausto compito di annunciare il piano di risanamento che i vertici di Fincantieri hanno approvato per non chiudere bottega. Tutto il settore della cantieristica è in crisi profonda e non solo in Italia. In tutto il mondo dal 2008 al 1010 si sono persi 50mila posti di lavori mentre la domanda di navi precipitava del 55%. Così, forzata dalla crisi, la Fincantieri, ha approntato il suddetto famoso piano per tentare di salvare il salvabile degli otto stabilimenti cantieristici che ha attivi in Italia. Il personale impiegato in queste località ammonta a 8.500 operai. Il piano di Fincantieri prevede l’esubero, dolce parola usata in sostituzione del termine giusto: licenziamento, di ben 2.551 maestranze divisi in tutti i luoghi di produzione. A Castellammare sono impiegati 663 unità che da un anno e mezzo sono in cassa integrazione a rotazione. Ebbene a Castellammare è prevista la messa alla porta di 663 unità, ovvero tutte. Il che si traduce nella chiusura dei Cantieri. Bellezze architettoniche a parte (che pure cadono in pezzi, vedi villa d’Elboeuf a Portici) le uniche due realtà di epoca borboniche sopravvissute alla calata dei barbari erano la Nunziatella, seppur degradata da Accademia Militare a Scuola di Formazione per le Accademie Militari,  e i Cantieri Navali di Castellammare voluti da John Acton, il noto ministro della Marina chiamato dalla Toscana per volontà della regina Maria Carolina e di Ferdinando IV, proprio con l’incarico di allestire una nuova grande e potente flotta militare per il Regno dei Borbone. 

 
John Acton e i Sovrani Ferdinando IV e Maria Carolina

Ebbene il cantiere, che aveva resistito anche alla barbarie sabauda e al saccheggio del Sud, oggi cede le armi e chiude i cancelli. Anche se ancora non è detto. La chiusura dello stabilimento significa mettere  in strada (tra produzione diretta e indotta) 2000 famiglie. La reazione dei 663 di Castellammare non è stata proprio benigna. Prima il corteo che ha invocato un “buffone buffone” all’indirizzo dell’Ad Bono e scandito lo slogan “Castellammare non si tocca” e poi l’assalto al Comune ospitato a Palazzo Farnese. Casa comunale che è stata devastata dalla furia degli ormai prossimi disoccupati che presidiano l’ingresso principale e hanno occupato la sala del Consiglio Comunale. 

 
La protesta dei lavoratori di Castellammare

A farne le spese è stato anche un busto di Don Peppino Garibaldi, realizzato dopo l'Unità d'Italia dallo scultore Giovanni Spertini, che è stato rotto e la cui testa è finita in una toilette del comune. Dubitiamo fortemente che il gesto sia una volontà di rompere i cordoni con uno stato poco incline agli interessi del Sud quanto piuttosto il gesto estemporaneo dettato dal dramma in corso. Fortunatamente a farne le spese è stato il busto del gaglioffo Garibaldi e non la vita di qualche operaio visto che nell’ottobre 2010 Vincenzo Di Somma, operaio Fincantieri finito tra i lavoratori in “esubero” si è tolto la vita per non essere riuscito a trovare un lavoro rapidamente. 

 
La fine dell'eroe dei Due mondi!

Stesso destino subirà il cantiere di Sestri Ponente e altri pesanti tagli subirà quello presente a Riva Trigoso, tanto che ieri a Genova, è stata giornata di battaglia con scontri e tafferugli nella zona del porto, dove erano scesi in strada gli operai con i sindacati, tanto che sono tornati alla mente i giorni del G8 del 2011 nel capoluogo ligure. Per spegnere l’incendio Fincantieri ha emesso un comunicato all’interno del quale è stato spiegato che il piano è un punto di partenza, cui dovrebbe seguire una trattativa per definire i dettagli. Ma comunque non ci sono particolari motivi di speranza. La decisione di chiudere i cantieri pare definitiva, al massimo, si potrà tentare di salvare parte degli operai. I più anziani saranno “accompagnati” alla pensione, i più giovani saranno “sostenuti” con cassa integrazione e contributi di disoccupazione, il tutto grazie ai soldi che il Ministero dell’Economia dovrà drenare a questo scopo. Ma non è certo, anzi è probabile che Tremonti non allargherà i cordoni della borsa anche perché la borsa si sta svuotando. Per una soluzione premono i sindacati, che hanno proclamato 8 ore di sciopero e le istituzioni campane, prima tra tutti il Governatore Stefano Caldoro e il Presidente della Provincia Luigi Cesaro che hanno chiesto di aprire un tavolo con il Governo per evitare che gli operai del sud siano penalizzati dalla scelta di mantenere in piedi solo gli stabilimenti del nord. Insomma, ci sono voluti 150 anni, ma anche per Castellammare si chiude un’epoca. Forse anche questo gioiello dell’epoca borbonica finirà come Pietrarsa, museo di glorie passate, visitate da scolaresche disinteressate al proprio passato e nulla più. E a noi non resta che chiederci, cosa resterà a Sud, del Sud, per il Sud?

Roberto Della Rocca

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