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venerdì 1 aprile 2011

Bronte, quello che i libri di storia non raccontano

Una foto di gruppo dei garibaldini lombardi

BRONTE (CT) - Garibaldi, sbarcato in Sicilia nel maggio del 1860, aveva radunato attorno a sé un gran numero di “cafoni” e di “bracciali”. La promessa delle terre ai contadini: questa la molla che aveva spinto tanti diseredati ad accorrere lesti sotto il purpureo vessillo. Il decreto del 2 giugno, del resto, parlava molto chiaro. La proprietà fondiaria sarebbe stata ridistribuita secondo criteri di equità, eliminando soprusi e vessazioni. Ogni contadino avrebbe avuto il suo bel pezzo di terra da coltivare. Per gente nata e vissuta nella povertà più assoluta, che si era spezzata la schiena e spellate le mani per lavorare una terra che era sempre di altri, si trattava di una rivoluzione epocale. Di un evento portentoso che avrebbe radicalmente cambiato la loro misera vita. Fu così che fiduciosi e festanti accorsero da ogni angolo dell’isola ad infoltire i ranghi del variegato esercito meridionale. Quello che avrebbe consentito a Garibaldi di conquistare un intero regno quasi senza colpo ferire. Passati i giorni dell’euforia, però, i braccianti presero a rumoreggiare, diventarono impazienti. Ormai la loro scelta l’avevano fatta. Avrebbero portato Garibaldi in trionfo fino a Palermo. E poi fino a Napoli. E se si trattava di combattere contro i soldati di sua maestà borbonica non si sarebbero di certo tirati indietro. Perché aspettare dunque? Perché far passare ancora altro tempo? Il generale aveva promesso la terra ai contadini. E loro se la sarebbero presa. Il patto era solennemente sancito. Avrebbero combattuto per Garibaldi contro l’esercito napoletano in cambio della tanto desiderata terra. Più chiaro di così… Tra il giugno e il luglio del 1860 in parecchi paesi della Sicilia i contadini occuparono i latifondi dei baroni e del clero. Una sorta di esproprio proletario che anticipava, di fatto, le promesse di Garibaldi. Disordini si ebbero a Mirto, Biancavilla, Cefalù, Castiglione, Petralia, Niscemi, Nicosia, Regalbuto e in molti altri centri più piccoli. Più o meno la stessa cosa accadde a Bronte, popoloso comune del catanese, adagiato sulle pendici occidentali dell’Etna. Anche qui i contadini avevano occupato le terre che appartenevano in gran parte alla “ducea”, un’immensa area agricola che nel 1799 il Re Ferdinando IV di Borbone aveva donato ad Horatio Nelson per ricompensarlo dei preziosi servigi arrecati durante la tumultuosa parentesi della Repubblica Napoletana. Alla morte dell’ammiraglio quelle terre erano passate ai suoi eredi che continuavano ad amministrarle alla vecchia maniera. Di fronte all’occupazione, alle proteste del console Goodwin che temeva per la sorte dei suoi connazionali e alla richiesta di aiuto degli amministratori della ducea, Garibaldi, che non voleva e non poteva entrare in rotta di collisione con l’Inghilterra che tanto si era adoperata per la sua impresa, decise di intervenire. Intanto i contadini di Bronte continuavano a tumultuare. Al grido di “abbasso la Ducea” e “a morte i cappelli e i ducali” furono incendiate e depredate molte case e di contarono 16 morti. Tutti agiati proprietari terrieri e ricchi possidenti tra i quali il notaio Ignazio Cannata, contabile della ducea e il figlio Antonino. L’intervento di un massiccio contingente di Guardia Nazionale proveniente da Catania non riuscì a ristabilire l’ordine. Fino a che il 6 agosto a Bronte non arrivò Gerolamo Bixio, detto Nino, il fido attendente di Garibaldi. Il quale non ci pensò due volte ad usare il pugno di ferro e le maniere forti. Il paese fu posto in stato di assedio e dichiarato “colpevole di lesa umanità”. Iniziò subito la caccia spietata ai responsabili della sommossa. In soli tre giorni la questione fu risolta. Tale sollecitudine serviva anche a rassicurare gli inglesi che nessuno avrebbe più minacciato i loro interessi commerciali ed economici in Sicilia. Assicurati alla giustizia i presunti colpevoli, dopo un processo farsa, una “commissione mista di guerra” decretò cinque condanne a morte. Venne fucilato all’alba del 10 agosto, nella piazzetta della chiesa di San Vito, il vecchio avvocato liberale Nicolò Lombardo, che si era consegnato spontaneamente, e con lui altri quattro poveracci che niente avevano a che vedere con i disordini. Fu giustiziato perfino il 50enne Nunzio Ciraldo Frainuco, infermo di mente, da tutti considerato lo scemo del paese che, sopravvissuto alla gragnuola di pallottole, pur implorando a gran voce la grazia, venne finito con un colpo di rivoltella alla tempia. Nino Bixio, intanto, ritto sul suo cavallo e impettito nella sua austera uniforme, osservava il tutto con aria compiaciuta e soddisfatta. I corpi vennero lasciati sul sagrato della Chiesa per un giorno intero come monito per gli abitanti del luogo. In una lettera che Bixio inviò alla moglie Adelaide così si legge: “Che paesi! Si potrebbero chiamare dei veri porcili. Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Africa a farli civili”. Dopo il primo e sommario processo, la Corte di Assise di Catania ne intentò un altro molto più articolato che si concluse soltanto nel 1863 con 37 condanne delle quali 25 all’ergastolo. Il 12 agosto 1860 Bixio, ultimata l’eroica missione, fece affiggere nei comuni del catanese un manifesto con il quale annunciava il ripristino della legalità. “Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati severamente puniti. Guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico”. A molti questo potrà sembrare strano e inverosimile, ma l’unità d’Italia fu anche questo*.

Fernando Riccardi

*Articolo apparso sul mensile di storia contemporanea "Storia del Novecento" - numero 110, gennaio 2011 - Str. Vicinale della Pieve, 11 Copiano (PV), 0328/968151 - storiadelnovecento@tin.it

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