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mercoledì 27 aprile 2011

Venerdì 29 aprile ore 17.00 incontro aperto con Carlo Marino sul futuro della città di Caserta


CASERTA - Si svolgerà venerdì il terzo incontro aperto con i candidati Sindaco di Caserta organizzato dall'Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie e dall'Ass. Culturale Capt. G. De Mollot. Protagonista della terza giornata sarà il candidato del centrosinistra, l'avvocato Carlo Marino, che arriverà alle 17.00 presso la Sala Carlo III dell'Hotel dei Cavalieri, in piazza Vanvitelli (accanto alla Banca d'Italia). Gli incontri sono stati organizzati per sensibilizzare i candidati alle tematiche di maggiore interesse delle due associazioni e per offrire un servizio alla cittadinanza che avrà l'opportunità di presenziare all'evento e porre le proprie domande ai candidati. Vi raccomandiamo di non mancare!

L'idea del risorgimento nel novecento, convegno a Modena con la dott.ssa Bianchini Braglia


Il foro Boario di Modena

MODENA - Segnaliamo il convegno promosso da Mucchi editore che si svolgerà il 28 aprile 2011 alle ore 17.00 presso il Foro Boario di Modena in via Bono da Nonantola. Tema trattato nel pomeriggio è quello dell'idea del risorgimento nel novecento. Un modo per interrogarsi su come i fatti del 1860 - 1861 hanno influenzato la vita di tutti gli italiani e anche un tentativo di tracciare un bilancio di questi festeggiamenti. Chiamati a relazionare sull'argomento sono il Dott. Stefano Boni, commissario dell'Istituto per la storia del Risorgimento, e la dott.ssa Elena Bianchini Braglia, Presidente nazionale del Centro Studi sul Risorgimento e gli Stati Preunitari. Non mancate!

Per informazioni: 338/4791481 - info@mucchieditore.it - www.mucchieditore.it

martedì 26 aprile 2011

Capodimonte, un gioiello borbonico al servizio di Italia 150!


Il complesso Reale di Capodimonte


CAPUA - Dovremmo essere tutti, noi che ci interessiamo della nostra storia uscendo dalla “strettoia” del racconto ufficiale, ben preparati a sentire le cose più strane e le menzogne più ardite recitate (a volte anche bene) dagli organi dello stato. E dicendo tutti, intendo comprendere anche quelli deputati a fare cultura.
La presenza di questi ultimi, ben riflettendo, non può essere esclusa essendo essi serviti nel passato a costruire i miti e le false verità su cui ancora oggi si appoggiano le istituzioni di uno stato mal costruito, difforme nei suoi popoli per antiche diverse storiche tradizioni di vita. Questa  breve riflessione mi serve per entrare nel tema vero e proprio di cui voglio dire: stamattina, ascoltando il programma di RAI Regione (Campania) tra le varie notizie di cronaca ho sentito la comunicazione (fatta anche con una certa enfasi!) della apertura nel palazzo di Capodimonte di una mostra di dipinti che celebrano il famoso centocinquantenario della unità e tra questi,
così è stato riferito dal giornalista incaricato dell’intervista, si segnala la presenza di quadri, disegni e sculture ordinati da Vittorio Emanuele II ad artisti dell’epoca anche importanti (sarebbe interessante sapere cosa avrebbe pensato in proposito Giacinto Gigante, già istruttore di disegno dei Principi Reali Borbonici!) e “donati” al popolo napoletano.
Siamo alle solite: per amore del potere, per conformismo, per viltà, per ignoranza della vera verità, la classe dirigente della antica capitale dimentica tutto e, utilizzando come contenitore un gioiello borbonico, coglie l’occasione per continuare a celebrare chi a quella capitale e al suo popolo tolse ogni bene morale e materiale, arrivando a parlare, cosa alla quale non si era ancora arrivati, di doni ricevuti.
Pare incredibile! Eppure è così: i predicatori delle menzogne possono continuare a raccontarne altre senza accorgersi, ma forse lo sanno e gli conviene, che in tal modo annullano sempre più la coscienza identitaria del popolo stesso, favorendo l’abbassamento del senso civico perché, è facilissimo comprenderlo, come si può essere orgogliosi del proprio passato quando  non lo si racconta oppure quando, se qualcosa di esso viene detta, si tratta sempre e solo di denigrazioni (quasi sempre di denigrazioni pesanti)?
Intanto oltre ad essere ignoranti, supinamente conformisti e vili, le classi dirigenti di ogni livello hanno perso anche il senso della vergogna, hanno perso lo “scuorno”, addormentando il popolo con il pallone, importante sì ma solo un aspetto della vita, costringendolo a vivere camminando sulla “monnezza” con la quale si ricevono anche i turisti. Che peccato, essere finiti tanto in basso!
La speranza però si sa, non muore mai, e noi speriamo di riuscire a incuriosire i buoni compatrioti verso il passato, certo non come sterile nostalgismo, ma come stimolo che faccia guardare al presente e al futuro che noi ci auguriamo ci porti a un insieme di macroregioni riflettenti gli antichi stati preunitari con il loro patrimonio di tradizioni e di specificità di vita. Operazione che, restituendoci la possibilità di onorare il nostro passato, porterà ad un futuro migliore.

Gianni Salemi

domenica 24 aprile 2011

La controstoria di un'eroe risorgimentale



CASERTA – Tanto per mettere immediatamente le cose in chiaro, è opportuno che alla prossima occasione non vi lasciate scappare l’acquisto del libro “Garibaldi. L’avventuriero, il massone, l’opportunista” (Controcorrente, Napoli, 2011) ultimo testo dello storico Gustavo Rinaldi. Non esito a definire il libro un’opera definitiva su Garibaldi, l’eroe risorgimentale per antonomasia, un mito distrutto dalla minuziosa opera di ricerca svolta da Rinaldi. Un lavoro frutto della ricerca bibliografica (basata sui testi autografi di Garibaldi o degli uomini a lui vicino, e su quella degli storici contemporanei al Nizzardo e sugli studi più recenti, come quello valido di Pappalardo) e d’archivio. Ogni tesi anti – garibaldina è corredata da uno stuolo di documenti efficaci e di chiara comprensione. Siamo di fronte, a mio modesto avviso, ad un’opera definitiva perché la vita di Garibaldi viene messa nero su bianco e smitizzata per intero, a cominciare dalle poco edificanti esperienze in America Latina, dove si esprime l’animo piratesco del presunto eroe. Crimini e cattive compagnie ricostruite grazie alla lettura dei giornali dell’epoca che raccontano una verità occultata e poco conosciuta. Ad esempio “La Gaceta Mercantil, quotidiano argentino, così pubblicava il 3 ottobre 1842: Il pirata Garibaldi mandato nelle acque del Paranà dal selvaggio mulatto Rivera teneva prigionieri a bordo della corvetta Constitucion dieci uomini, che anelavano a fuggire dalle mani di quell’uomo maledetto. Queste infelici creature e tutti gli uomini feriti sul brigantino Pereyra, vennero lasciati a bordo quando le due navi furono incendiate dal nemico. In quel momento le urla di disperazione si poterono udire chiaramente e si videro quegli sventurati feriti cercare d’arrampicarsi sulla murata. Ma il loro martirio non durò a lungo; l’atrocità del pirata si compì […] le navi saltarono in aria e il Paranà offerse uno spettacolo raccapricciante”. E ancora, tanto per elogiare il Nizzardo: “Il 6 dicembre il Correo de Lima pubblicò un articolo intitolato Garibaldi l’assassino nel quale si dichiarava che, sebbene al suo arrivo il giornale l’avesse acclamato come un eroe, si rendeva ora conto che sarebbe stato più esatto chiamarlo assassino”


Così come pure fa piacere riscoprire un vecchio articolo di Nazione Napoletana del 1999 che racconta del Garibaldi negriero. Troppe volte si parla del nizzardo come schiavista e professionista della tratta dei cinesi durante la sua esperienza marinara dal Perù alla Cina ma pochi hanno riportato una minuziosa descrizione del viaggio, le testimonianze e le circostanze che ci fanno dire che Garibaldi ha esercitato il mestiere del contrabbando degli uomini, in anni in cui la cosiddetta “tratta” era stata messa fuori legge da un trattato internazionale che ebbe tra i primi sottoscrittori, nientemeno che Ferdinando II di Borbone! Tesi, questa, che si basa su dati di fatto e testimonianze. Garibaldi era solito registrare sempre il carico che egli trasportava e difatti l’autore dell’articolo di Nazione Napoletana è in grado di ricostruire il viaggio del Nizzardo con le merci trasportate in ogni tratto di mare. Tutto il viaggio tranne il tratto da Canton a Lima dove i cinesi venivano sbarcati per andare a lavorare nelle miniere di guano, il cui proprietario don Pedro de Negri era anche l’armatore della nave di Garibaldi, la Carmen! Dopo quell'esperienza Garibaldi passò a New York e dalla città americana acquistò un possedimento nel suo regno di provenienza (quello di Sardegna). Acquistò mezza isola di Caprera. A questo punto si legge nel libro: “Donde gli vennero i soldi per l’acquisto di tale proprietà visto che a New York, a Staten Island, precedentemente al viaggio, per sopravvivere si era messo nella fabbrichetta del Meucci a produrre candele di sego che non rendevano un cent e che il comando di due navi poteva avergli fatto guadagnare al massimo cinquanta dollari, chiaramente insufficienti per l’acquisto del piccolo possesso?”. Già. Chissà! Altrettanto approfondite le frequentazioni massoniche dell’eroe dei Due Mondi e sulle compagnie di scorribande che dai fiumi sudamericani al Volturno lo hanno affiancato. 


Due documenti autografi di Garibaldi che, nel 1843, riferito ai suoi amici sudamericani li apostrofò: “Quasi tutti disertori da bastimenti da guerra. E questi devo confessarlo erano i meno discoli. Circa agli americani, tutti quanti, quasi, erano stati cacciati dall’esercito di terra per misfatti e massime per omicidio”.  Non dissimile l’opinione del generale sui suoi Mille: “Tutti generalmente di origine pessima e per di più ladra. E, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”. E’ vero che la guerra si fa con gli uomini che si hanno a disposizione ma è anche vero che una brava persona non si circonda di criminali e assassini a meno che non è accumulabile, anch'egli, alla categoria.


Omettendo la parte più nota della vita di Garibaldi, quella relativa alla occupazione delle Due Sicilie (dove Rinaldi fa emergere chiaramente la realtà dei fatti aggiungendo ai già noti fatti di Bronte tutta una serie di testimonianze e di espisodi che dimostrano la natura predatoria e aggressiva, nonché criminale dell’impresa garibaldina in Sicilia), mi preme sottolineare che il tentativo dell’autore non è quello di distruggere la figura di Garibaldi perché “odiato” ma semplicemente è quello di raccontare la verità. Non a caso, Gustavo Rinaldi si definisce un amico della verità storica (questa sì un’amica da frequentare, non come i succitati amici di Garibaldi). Per questo motivo è opportuno riportare, a conclusione di questo breve resoconto, le parole dell’autore: “Garibaldi e la sua impresa vengono contestati un po’ ovunque: al Sud come al Nord. E’ tutto il Risorgimento che viene messo in discussione. Perché non fu una unificazione, né una libera unione ma si trattò di invasione e conquista del Sud. Non fu nemmeno una rivoluzione popolare perché le condizioni sociali peggiorarono immediatamente a favore dei rapaci possidenti (tutti galantuomini e liberali) e poi perché le rivoluzioni, la libertà, la democrazia, la giustizia sociale non si esportano ma nascono in seno al popolo. Celebrare ancora oggi, a distanza di 150 anni, la maggiore impresa di Garibaldi, quella dei mille, da lui stesso rinnegata, non può fare onore né a lui né al popolo italiano, né all’Italia quale Nazione e Stato. Che si abbia il coraggio, la volontà, la determinazione di ricercare altrove il collante che ha portato all’unità degli antichi Stati d’Italia se tale collante c’è mai stato, ma, quantomeno, che il personaggio Garibaldi non venga ancora definito eroe, eroe dei due mondi (quali due mondi?), certamente non quello duo siciliano”.

Buona lettura.

Roberto Della Rocca

Nota biografica dell'autore tratta dal sito http://www.controcorrentedizioni.it/ :

GUSTAVO RINALDI è nato a Napoli nel 1946. Ha frequentato l’Accademia Militare di Modena; nell’Esercito italiano ha raggiunto il grado di colonnello. Meridionalista, si defi-nisce amico della verità storica. Ha scritto 1799 la Repubblica dei traditori e, per i tipi di Controcorrente, Il Regno delle Due Sicilie. Tutta la verità, giunto alla seconda edizione. Con quest’ultima opera ha ricevuto i seguenti riconoscimenti: Premio Giornalistico Inter-nazionale “Inarsciociaria” (Frosinone, 2002); Primo Premio per la saggistica edita al Premio Letterario “Giuseppe Federici” (Rimini, 2002); Premio speciale al Premio Interna-zionale di Poesia e Letteratura “Nuove Lettere” (Napoli, 2003); Primo Premio per la saggistica edita al Premio Letterario Internazionale “Emily Dickinson” (Napoli, 2005).

giovedì 21 aprile 2011

Tanti auguri di Buona Pasqua


"Christus vincit, 

Christus regnat, 

Christus imperat"




L'Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie augura a tutti i soci, i simpatizzanti e alle loro famiglie gli auguri di una Santa e felice Pasqua.

Il Direttivo

domenica 17 aprile 2011

Un calendario per la nostra memoria!

SORA - Bella l'iniziativa lanciata dal mensile "Vita ciociara", rivista di cultura, arte e attualità diretta dal Dott. Antonino Tuzi, che ha promosso la realizzazione e la diffusione di un calendario speciale in occasione del centocinquantesimo anniversario dell'unificazione politica della penisola. Il calendario è speciale (malgrado la copertina tricolorata) perché si pone l'obiettivo di recuperare la nostra memoria storica. Già l'intestazione del mensile parla chiaro, ponendosi come obiettivo il "rilancio della cultura e delle tradizioni popolari ciociare e di Terra di Lavoro". La scelta di fare un calendario, graficamente apprezzabile (cosa che non guasta), è azzeccata anche per come è stata studiata la pubblicazione. Ad ogni mese si racconta brevemente un evento della nostra storia. Per i testi non si sarebbero potuti scegliere due autori migliori: il dott. Fernando Riccardi (storico e giornalista) e l'avv. Ferdinando Corradini, appassionato ricercatore di Storia Patria napoletana. Insieme hanno raccontato la storia che, proprio in occasione del 150enario, doveva rimanere nascosta, una memoria collettiva che, malgrado i tentativi, è ancora viva nelle popolazioni oltraggiate. "Numerosi e notevoli sono i segni dell'appartenenza della media valle del Liri all'Italia meridionale e alla provincia di Terra di Lavoro. Nella metà inferiore dello stemma della provincia di Frosinone - si legge nell'introduzione dell'avv. Corradini - figurano due cornucopie incrociate, la cosiddetta Bicornia, che altro non sono se non l'antichissimo emblema di Terra di Lavoro, riprodotto anche nel blasone della provincia di Caserta. Inoltre, la nostra odierna provincia è divisa in due dai circondari dei Tribunali di Frosinone e Cassino, il cui territorio è delimitato dalle colonnette in pietra calcarea che segnavano il confine fra lo Stato Pontificio  e il Regno delle Due Sicilie. In numerosi centri, poi, sono ancora visibili delle tabelle che indicano, per così dire, le "generalità" amministrativo - giudiziarie degli stessi; tali tabelle si concludono con l'indicazione della provincia di appartenenza, che era appunto Terra di Lavoro". Gli eventi e i temi raccontati dai due autori sono la Battaglia di Bauco (28 gennaio 1861), La convenzione di Cassino (24 febbraio 1867), La proclamazione del Regno d'Italia (17 marzo 1861), Un confine lungo tredici secoli (aprile), Giuseppe Polsinelli e l'industria laniera di Arpino (maggio), La morte di Chiavone (28 giugno 1862), La strada Napoli - Sora (luglio), Con la morte di fuoco sul brigantaggio cala il sipario (agosto), Mons. Montieri fugge da Sora (settembre), Il Plebiscito del 1860 (21 ottobre 1860), Gli insorgenti prendono Isoletta e San Giovanni Incarico (11 novembre 1861) e La strada Civita - Farnese (dicembre). Di seguito elenchiamo i primi quattro eventi dell'anno e ogni mese aggiungeremo i tasselli seguenti. Nel frattempo vi invitiamo a presentare alla redazione del mensile i complimenti per questa iniziativa.

P.L.

Veduta di Boville Ernica (Bauco)

La battaglia di Bauco (28 gennaio 1861) di Fernando Riccardi
Il 22 gennaio del 1861 il generale sabaudo De Sonnanz ordinò ai suoi soldati di oltrepassare il confine e di marciare contro la banda di Chiavone e di De Christen che stazionava nei pressi di Casamari. Colti di sorpresa i briganti si defilarono e andarono a trincerarsi a Bauco, l'odierna Boville Ernica, un antico borgo circondato da una imponente cinta muraria. I piemontesi allora, rabbiosi per essersi fatti sfuggire la preda, pensarono bene di devastare selvaggiamente l'abbazia. Il 28 gennaio una nutrita colonna di granatieri mosse all'attacco di Bauco incontrando una accanita resistenza. Lo scontro fu molto aspro e si giunse ad un feroce corpo a corpo. I briganti, giovandosi anche della posizione favorevole, riuscirono a respingere ripetutamente i soldati sabaudi che lasciarono sul terreno parecchi morti e feriti. Fu allora che da parte piemontese partì la proposta di interruzione delle ostilità che venne subito accolta. 
De Sonnaz fu costretto a ritornare a Sora dopo aver giurato sulla sua parola di ufficiale di non rimettere più piede in territorio papalino. I soldati di De Christen e i briganti di Chiavone avevano ottenuto una netta ed inaspettata vittoria. I granatieri erano stati sconfitti da una banda di irregolari, uno smacco gravissimo per il poderoso esercito di sua maestà sabauda. La battaglia di Bauco non modificò le sorti di una guerra già persa in partenza. Fece comprendere, però, ai nuovi governanti che al conquista dell'Italia meridionale avrebbe comportato un pesante fardello di lacrime e sangue.

File:T. Rodella - battaglia di Mentana - litografia acquerellata su carta - 1870s.jpg
Riproduzione dello scontro di Mentana (vinto dai papalini) che anticipò la firma della Convenzione

La Convenzione di Cassino (24 febbraio 1867) di Fernando Riccardi
Il 24 febbraio del 1867, a Cassino, il maggiore della gendarmeria papalina di Frosinone, conte Leopoldo Lauri, e il maggiore generale Lodovico Fontana, comandante italiano della prima zona militare, siglarono un importante accordo conosciuto come la "Convenzione di Cassino".
Era la prima volta da quando i piemontesi avevano preso possesso "manu militari" del meridione d'Italia che plenipotenziari sabaudi e pontifici si mettevano attorno ad un tavolo per discutere del problema del brigantaggio. D'altro canto, considerata la particolare virulenza del fenomeno che avvampava soprattutto nella zona a cavallo della linea di frontiera tra i due stati, i governi erano stati quasi costretti a cercare una collaborazione di natura politica e militare che potesse impegnarli "ad una energica repressione nei rispettivi territori".
La Convenzione di Cassino, che contemplava sei soli articoli, fece registrare un netto cambio di strategia. Se prima, infatti, i briganti avevano potuto avvalersi di una certa compiacenza da parte delle autorità pontificie, ora, su entrambi i fronti, nell'ex regno napoletano e nel comprensorio papalino, l'attività di repressione si intensificava decisamente.
In precedenza era stato possibile fare il salto della quaglia da uno stato all'altro passando indisturbati la frontiera, ora la cosa incontrava parecchie difficoltà. Anche perchè l'inseguimento ai briganti non si arrestava più sulle sponde del fiume Liri, che segnava la linea di demarcazione, ma poteva continuare anche nel territorio appartenente allo stato limitrofo. 
Grazie alla Convenzione di Cassino e alla sua rigida applicazione il brigantaggio di frontiera iniziò a segnare decisamente il passo. Di lì a qualche tempo il fenomeno perse definitivamente la sua connotazione politica e intorno al 1870 finì per scomparire del tutto.

Vittorio Emanuele II omaggiato dopo la proclamazione del Regno d'Italia

La proclamazione del Regno d'Italia (17 marzo 1861) di Fernando Riccardi
Nel gennaio del 1861 si tennero le elzioni per la formazione del primo parlamento unitario. Tutto ciò mentre il vessillo borbonico continuava a sventolare sulle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto che resistevano gagliardamente all'assedio delle truppe sabaude.
Furono chiamate a votare 420mila persone, meno del 2% della popolazione che allora ammontava a quasi 26 milioni. Alle urne si recarono in 240mila e i voti validi furono poco più di 170mila. Numeri particolarmente esigui: Garibaldi fu eletto nel collegio di Napoli con soli 39 voti. La prima convocazione del Parlamento italiano si ebbe il 18 febbraio.
Un mese dopo, era il 17 marzo del 1861, fu proclamata la nascita del Regno d'Italia. La legislatura che andava ad iniziare fu contrassegnata dal numero VIII (il conteggio inglobava quelle precedenti di matrice piemontese) mentre Vittorio Emanuele fu nominato Re d'Italia conservando il numerale II, a sottolineare in maniera palese che il processo risorgimentale aveva assunto le caratteristiche di una vera e propria annessione.
Il Regno d'Italia rimase in vita per 85 anni fino al 2 giugno del 1946 quando un referendum istituzionale scelse la forma di governo repubblicana decretando l'esilio per i regnanti sabaudi.

Due lati dei cippi di confine tra Stato Ponticio e Regno delle Due Sicilie

Un confine lungo tredici secoli (aprile) di Ferdinando Corradini
Il territorio della odierna Provincia di Frosinone, per più secoli è stato diviso in due da una frontiera fra Stati. Tale situazione ebbe inizio sul finire del VI secolo, allorchè i Longobardi di Benevento ne occuparono la parte meridionale, mentre quella settentrionale rimase sotto il ducato bizantino di Roma. Come già visto nella introduzione in epoca normanna la parte meridionale entrò a far parte della provincia di Terra di Lavoro, ricompresa nel regno di Sicilia, successivamente detto di Napoli e poi delle Due Sicilie. La parte settentrionale, invece, faceva parte dello Stato della Chiesa. Tale situazione di divisione perdurò fino al 1° gennaio 1927, allorchè venne istituita la provincia di Frosinone assemblando parte della provincia di Roma con parte di quella di Caserta. 
Facendo due conti, ci avvediamo come, dal 1927 alla fine del VI secolo, passino oltre 1300 anni. E' per questo che la storica inglese Georgina Masson ha scritto che, fino all'unificazione italiana, la frontiera fra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie è quella che è durata più a lungo in Europa.
Come ha evidenziato lo storico cepranese Giovanni Colasanti, che è stato il primo e, per quanto si sappia, l'unico a studiare le vicende del nostro territorio dal punto di vista topografico, tale linea di confine poggiava su capisaldi naturali, rappresentati dalla catena dei monti Simbruini e Ernici, che ancora oggi delimitano il Lazio dall'Abruzzo, dal medio corso del Liri, press'a poco nel tratto che va da Isola Liri a Isoletta, e dalla catena dei monti Ausoni, da San Giovanni Incarico alla costa tirrenica.
Nonostante la frontiera fosse tanto antica, soltanto intorno alla metà dell'Ottocento si provvide a disciplinarla compiutamente, con un trattato fra due Stati, sottoscritto a Roma il 26 settembre 1840 e ratificato il 5 aprile 1852. Nel frattempo, negli anni 1846/47, si era provveduto a porre a dimora le 686 colonnette lapidee che delimitavano correttamente la frontiera. Negli anni novanta del passato secolo, tre amici di Sora, il signor Argentino Tommaso D'Arpino, il dr. Antonio Farinelli e il dr. Ugo Muraglia hanno eseguito una ricognizione delle colonnette ancora presenti in situ. I primi due hanno anche dato alle stampe una pregevole pubblicazione sull'argomento, unica nel suo genere. Tali colonnette erano di dimensioni variabili. Avevano tutte, inciso verso Roma, lo stemma dello Stato pontificio, costituito da due chiavi incrociate o, come si dice con termine tecnico, decussate, e, verso Napoli, un giglio stilizzato, emblema della famiglia dei Borbone. Sotto lo stemma pontificio fu indicato l'ano di posa in opera della colonnetta (1846 o 1847), sotto il giglio borbonico il numero della colonnetta, che era in progressivo, dal Tirreno verso l'Adriatico. Sulla cupola apicale era inciso l'esatto andamento della linea di confine.

sabato 16 aprile 2011

“La fine dei vinti! Giovanni D’Avanzo, da gendarme a brigante” recensione di Marina Lebro dell'ultimo libro di Fiore Marro




NAPOLI - Il romanzo di Fiore Marro “La fine dei vinti! Giovanni D’Avanzo, da gendarme a brigante”, si presta a diversi piani di lettura, caratteristica questa atta a conferirgli un interesse tutto particolare nel panorama del romanzo storico.
La storia nella sua lettura immediata si presenta con un taglio asciutto da cronista, ed infatti il protagonista, la voce narrante, è quella di Paolino Amato, avvocato e giornalista dell’Osservatore.
Ma Don Paolino è anche un uomo che per vicende personali conosce  Giovanni D’Avanzo, ex gendarme ora implicato nel processo alla banda La Gala, suo amico d’infanzia, nei confronti del quale è legato da affetto profondo e un debito di riconoscenza.

Così parte come giornalista ad incontrare l’ex amico in carcere, con mille domande riguardanti l’intera vicenda di cronaca di per sé tremenda ed a tratti terribile.
Una vicenda che vede gli imputati accusati finanche di cannibalismo e che al di là dell’immaginazione tratta invece di fatti presi dalla verità degli atti processuali del tempo, essendo questo un romanzo storico che attinge a documentate vicende penali del 1863.Ma l’aspetto più interessante della narrazione di Fiore Marro è nella contrapposizione, sempre presente ma mai ostentata , tra etica e assenza dell’etica, onore ed abominio morale, a cui va ad inserirsi, come motivazione suggerita ma non imposta, non “strillata”, il legame tra perdita della propria identità culturale di appartenenza, e nascita, o meglio, ritorno alla barbarie umana, come a voler suggerire come possa essere facile, tolto il supporto culturale che ci guida, tornare ad essere fiere, ed a disconoscere la stessa sacralità del corpo, anche se del nemico, di cui ci si può tornare a cibarsi come ultimo affronto.
Ma in una lettura antropologica del testo vi si può anche scorgere nell’assimilazione delle carni del nemico il rovesciamento totale dei normali parametri, il livello zero della dualità vittima carnefice, dove il carnefice muore nella morte della vittima, a sua volta carnefice.
Anche le ultime guerre da quella dei Balcani a quella del Ruanda hanno visto compiersi questa stessa parabola verso l’inferno, perché sì di discesa agli inferi si tratta, perché cosa resta ad un uomo che ha perso con la propria terra il proprio senso di appartenenza al “gruppo” e con esso al mondo civile? La barbarie, quella autentica, non è quella del vinto,ma quella di chi lo ha ridotto tale derubandolo della propria Storia sociale, ed in quegli anni nelle nostre Terre è successo giustappunto questo …
Bravo l’autore nel tratteggiare i personaggi,dove fin dal Titolo, nella contrapposizione gendarme/brigante, riesce ad unire più che a dividere , bravo nel farceli intuire e percepire al di là del testo, con una capacità evocativa e narrativa tale da regalarci un quadro di Caravaggesca memoria, di ombre e luci.La memoria appunto, quella che non dobbiamo perdere, la memoria critica, quella che a volte dobbiamo andare a recuperare nel sonno della Storia ufficiale, grazie a romanzi come questo, capaci di parlarci di uomini e di riportare in vita le nostre radici …
Marina Lebro.

Giuseppe Zingarelli, lo storico dimenticato

Uno dei testi del prof. Spagnuolo che racconta delle proteste anti sabaude

AVELLINO - Lo studioso e ricercatore di storia patria Edoardo Spagnuolo ha, pochi anni fa  pubblicato in un agile libricino una breve biografia di un insigne e valoroso giurista e storico Giuseppe Zingarelli, ignoto non solo ai più,ma anche a coloro che dedicano  tempo e fatiche presso gli archivi di stato  o interessati semplicemente alla ricerca storiografica. Come ricordato dallo Spagnuolo Giuseppe Zingarelli era un discendente di un illustre famiglia irpina che aveva dato lustro alla provincia del Principato Ultra nel campo politico, amministrativo, ecclesiastico e giuridico. Diversi esponenti della famiglia Zigarelli ricoprirono cariche pubbliche sotto i regni dei sovrani Ferdinando II e Francesco II  di Borbone.Il nostro fu uomo di lettere ed un intellettuale che dedicò  parte della sua vita alla ricerca storica e agli studi di archeologia. Laureatosi brillantemente in diritto canonico e civile  a Napoli, fu nominato ispettore per gli scavi di Antichità del distretto di Avellino a nome del Museo borbonico,fu  membro del Consiglio generale dei regi ospizii ed in seguito fu nominato  sottointendente nei distretti di Ariano e di Sant'Angelo dei Lombardi della provincia di Principato Ultra e nel distretto di Gerace in Calabria. 
In queste contrade si fece  molto apprezzare  dalla popolazione  locale per  la sua sapienza ,generosità e per la sua proverbiale capacità amministrativa. Allo scoppiare dei moti rivoluzionari in Sicilia nel 1860 ed in seguito al collasso politico e militare del Regno delle Due Sicilie occultamente preparato dal governo sardo e britannico ad opera delle forze disgregatrici presenti nello stesso governo del legittimo sovrano costituzionale  Francesco II ,operanti nell'esercito e nella marina napolitana e manifestamente visibili nel gabinetto della Dittatura del generale Garibaldi, Giuseppe Zigarelli rimase fedele al giuramento di fedeltà  al sovrano delle Due Sicilie e alle istituzione dell'antica Patria Napoletana, dimettendosi da tutte le cariche pubbliche. Egli  sempre considerò usurpatore ed invasore il governo della dittatura garibaldina prima e quello dei luogotenenti generali del re sabaudo per le province napoletane poi. Ritiratosi a vita privata,dedicò il resto della vita agli studi ed in particolare alla stesura della Storia civile della città di Avellino.
In questa opera l'autore denunciò l'annessione dell'ex Regno di Napoli nel Regno di Sardegna, l'opera di proditoria disgregazione del tessuto sociale ed economico dei suoi luoghi natii ad opera del nuovo regime liberale unitario sostenuto fortemente dalle elite progressiste ed "illuminate" di una parte consistente della borghesia meridionale e di parte del  decadente patriziato siciliano e napoletano  e difese la legittimità politica ed istituzionale  del cessato regime borbonico.
Giuseppe Zigarelli rimane con il mutar dei tempi  e delle situazioni storiche e sociali un esempio raro di amor patrio ,di grande civismo , fedeltà   e onestà politica ed umana anche per la nostra generazione.(Si suggerisce vivamente la lettura  del piccolo opuscolo  scritto da Edoardo Spagnuolo “Giuseppe Zigarelli: uno storico che denunziò l'invasione garibaldino-sabauda del Regno delle Due Sicilie”).

Andrea Casiere

Unità, “Via il segreto di Stato sul Sud”



NAPOLI - Importante passo avanti verso la verità storica dell’Unità di Italia, per anni coperta dal segreto di Stato. Il Consiglio regionale della Campania ha approvato all’unanimità l’ordine del giorno per far rimuovere quello che, a tutti gli effetti, resta un ‘Segreto di Stato’ su 150.000 documenti relativi al Mezzogiorno d’ Italia, nel periodo fra il 1860 e il 1870. La Giunta regionale si è impegnata a fare da tramite presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Parlamento affinchè si chiarisca, una volta per tutte, cosa effettivamente sia successo in quel periodo su cui esistono contrastanti ricostruzioni storiche. Lo ha annunciato Anita Sala, consigliere regionale campano dell’Italia dei Valori e promotrice dell’ordine del giorno.
”A 150 anni dall’Unita’ d’Italia, il Sud ritiene che non possa più reggere l’ impossibilita’ di conoscere quei fatti avvenuti fra gli anni 1860 e 1870. Ancora oggi in diverse realtà del Mezzogiorno e anche della Regione Campania, è aperta una discussione culturale tesa ad una rilettura più puntuale del processo di unificazione nazionale che in particolare ha interessato il meridione. Su tale problematica appare però che non esista ancora la voglia di fare opportuna chiarezza. Pertanto, nonostante interrogazioni parlamentari e solleciti, 150.000 pagine della nostra storia rimangono ancora prive di visibilità. Al Sud si nega dunque l’occasione – conclude Sala – di poter accedere a quelle pagine che potrebbero raccontare la vera storia”.
Quante pagine come quella dell’eccidio di Pontelandolfo restano ancora secretate? Più volte abbiamo scritto su Il Sud della necessità di rivedere l’Unità, anche per restituire dignità alle migliaia di persone trucidate dalle truppe garibaldine o piemontesi.  Sarebbero opportune azioni anche dal “basso”, dal popolo per chiedere che l’indegno segreto di Stato che ha condizionato la storia degli ultimi 150 anni venga rimosso. Ma a chi interessa? Vuoi vedere che i meridionali non sono così terroni come li hanno descritti?

Un matrimonio per accorgersi che i Borbone sono meglio dei Savoia


LONDRA - Qui radio Londra. Abbiamo comunicazioni importanti per voi! Il voi è da riferirsi a noi borbonici che dopo 150 anni siamo ancora qui a combattere (e ci staremo per altri 300 se necessario!) per difendere l'onore della Patria e dei nostri antenati napoletani e siciliani. Le comunicazioni da Londra sono, questa volta, alquanto leggere ma molto significative. Chi detesta il gossip si astenga dalla lettura. L'argomento è quello del matrimonio dell'erede al trono britannico William Windsor Mountbatten (figlio di Carlo e Diana) e della futura regina di Gran Bretagna Kate Middleton. La macchina da guerra allestita per l'organizzazione dell'evento è spaventosa e vi risparmiamo i dettagli del cerimoniale per andare al punto che ci interessa. Come sempre avviene nelle occasioni di importanti unioni reali, il parterre degli invitati è molto vasto. In questo caso va segnalato che per i giovani sposini inglesi l'elenco degli invitati ha toccato le 1900 unità, tutte ben giustificate. Ci saranno i soliti noti dello spettacolo e del bel mondo inglese, come Elton John, Rowan Atkinson, David Beckham con consorte e prole, e ci saranno anche le teste coronate di ogni parte del mondo. Oltre a chi la corona ce l'ha ancora (sovrani di Spagna, Lussemburgo, Olanda, Belgio, Lichtenstein, Andorra, Monaco, Danimarca, Svezia e Norvegia per citare solo quelli europei) ci saranno anche gli ex regnanti nonché una sfilza di nobili provenienti da tutto il mondo. Oltre ai nobili ci sarà una buona rappresentanza dell'alta borghesia imprenditoriale inglese (area sociale di provenienza della Middleton) e parecchi cosiddetti borghesi bassi, categoria non proprio apprezzata dai reali inglesi. Tutto il bel mondo (anche quello meno bello senza nulla togliere ai non nobili) sta insomma preparando le valige per recarsi a Londra il 29 aprile, data in cui è stato fissato il matrimonio reale. Tutti? Non proprio tutti. Gli italianissimi Savoia il 29 aprile dovranno partire per altre destinazioni, se proprio vorranno allontanarsi da casa. I vertici di Casa Savoia sono infatti rimasti senza real invito. Disguido delle poste? Incomprensione tra famiglie reali sugli indirizzi di residenza? Nulla di tutto questo! Semplicemente gli inglesi si sono accorti dell'impresentabilità dei signori Savoia. Ci hanno messo 150 anni ma, come amava dire il buon Francesco II, il tempo delle usurpazioni non è eterno. Buon per gli inglesi che ci sono finalmente arrivati! Basti pensare che al matrimonio è stato invitato il pizzicagnolo dei Middleton mentre il principe dei cetriolini, duca di Saclà, Emanuele Filiberto resterà a casa. Proprio il principe più riciclato del mondo, a soli 39 anni è già stato esiliato e graziato, cantante e ballerino, attore, candidato, naufrago all'isola dei (presunti) famosi, riuscendo a non distinguersi in nessuno di questi campi. 


L'ostracismo varrà ovviamente anche per Vittorio Emanuele e per la consorte Marina Doria, vale a dire l'ufficiale capo di una casa reale ex regnante. In questo caso non può aver pesato il pedigree poco nobiliare della Doria visto che a Londra si va a celebrare proprio la commistione tra borghesia e casa reale. Sicuramente avranno pesato gli scandali in cui è stato coinvolto Vittorio Emanuele che, seppur uscito penalmente indenne dalle inchieste di Woodcock, ha sicuramente avuto poco nobili frequentazioni con signorine allegre (stando alle famose intercettazioni) senza considerare lo scandalo della morte di Dirk Hamer, dopo 33 anni, proprio mentre era in carcere arrestato su ordine di Woodcock ha confessato di aver ucciso il giovane tedesco e di averla fatta franca. Il video del colloquio tra detenuti del carcere di Potenza è stato mostrato da Il Fatto quotidiano anche se il Savoia ha respinto le accuse parlando di taglia e cuci fatto al discorso reale (cosa possibile).  Ma l'ostracismo non coinvolge solo i Savoia lato Carignano ma anche i Savoia Aosta. Senza invito è rimasto il principe Amedeo che da anni contende al cugino (ahinoi) principe di Napoli, il titolo di Capo della Real Casa di Savoia e la legittimità alla successione al trono d'Italia (trono che non esiste e che, purtroppo per il Sud, è esistito per una ottantina di stramaledettissimi anni!). Anche qui i motivi sono poco chiari. 


Amedeo di Savoia doveva essere invitato per protocollo, visto che, in quanto figlio di Irene di Grecia è cugino del principe consorte Filippo di Edinburgo (marito di Elisabetta e nonno dello sposo). Anche qui, facendo uno strappo all'etichetta si è lasciato Amedeo a riposo in Toscana (dove possiede una magnifica tenuta). Malgrado scandali, reati, esposizione televisiva e politica, molto probabilmente il motivo dell'esclusione dei Savoia dalla cerimonia inglese è molto più "basso". Per etichetta non si sarebbe potuto invitare l'Aosta e lasciare a casa il Carignano, o viceversa, ma insieme, i due, non possono proprio stare. L'ultima volta in cui i due cugini si videro fu nel 2004, in occasione delle borboniche nozze di Filippo di Borbone a Madrid. In quell'occasione i due fratellastri d'Italia riuscirono a farsi notare più degli sposi con una scazzottata degna di entrare nell'albo d'oro della nobiltà europea. Amedeo d'Aosta con un gancio da scaricatore di porto stese il cugino che poté soltanto limitarsi ad una serie di insulti che scandalizzarono tutta la corte madrilena e gli invitati. Una scena non proprio esaltante che potrebbe aver indotto gli inglesi a rinunciare ad avere i Savoia pur di non far ripetere le scene di sangue già vissute in Spagna. Insomma una famiglia molto, molto, molto chiacchierata che si è talmente inabissata da finire dietro al pizzicagnolo della moglie borghese di William d'Inghilterra. Se sui Savoia si abbatte lo tsunami della vergogna nell'altra metà del cielo, quella borbonica, splende il sole. 



Carlo di Borbone, duca di Castro ed erede al trono delle Due Sicilie (quello sì legittimo e secolare) è stato, ovviamente, invitato con la duchessa Camilla, alle nozze londinesi e il 29 aprile sarà ricevuto, con tutti gli onori del caso, alle cerimonie ufficiali. Come dicevamo di acqua ne è passata sotto i ponti ma alla fine, anche la perfida Albione, ha scelto la famiglia giusta. Nell'anno del centocinquantesimo anche queste sono soddisfazioni!

Roberto Della Rocca

venerdì 15 aprile 2011

Oggi alle 17.30 Hotel dei cavalieri cominciano gli incontri con i candidati


CASERTA - Comincerà oggi pomeriggio con l'intervista a Pio Del Gaudio, il progetto degli incontri aperti con i candidati, lanciato dall'Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie e dall'ass. culturale De Mollot. Le giornate si svolgeranno presso la sala Carlo III dell'Hotel dei Cavalieri di Caserta, in piazza Vanvitelli. Le domande riguarderanno il progetto della Caserta futura, la programmazione per i più giovani in tutti gli aspetti (dal lavoro alla così detta movida) e il recupero della nostra memoria monumentale e artistica, in troppi casi abbandonata a se stessa. L'incontro con Pio Del Gaudio si svolgerà questo pomeriggio alle 17.30. Martedì 19 toccherà all'ex sindaco Luigi Falco, venerdì 29 all'avvocato Carlo Marino e sabato 7 maggio al prof. Nicola Melone. Gli incontri si svolgono grazie alla sponsorizzazione dei privati che, incuriositi e interessati dall'iniziativa dell'Istituto e della De Mollot, hanno messo mano al portafoglio per finanziare l'operazione. I quattro sponsor (il centro estetico Beautiful, Giurin s.r.l. ingrosso alimentari, la Vorwerk folletto e il ristorante Chichibio) si distinguono così per la sensibilità dimostrata nei confronti di attività culturali che investono e riguardano il futuro di Caserta. 
r.p.

"Quell'amara unità d'Italia" alla libreria Guida Caserta


CASERTA - Ha suscitato molto interesse la presentazione del libro di Dora Liguori "Quell'amara unità d'Italia" divenuto, assieme ad altri testi usciti negli ultimi anni, un vero e proprio caso editoriale della pubblicistica antirisorgimentale. A fare gli onori di casa, il cavalier Giovanni Salemi, presidente dell'Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie responsabile dell'organizzazione dell'evento. L'autrice ha risposto alle domande poste dall'intervistatrice, la dirigente scolastica del Liceo Manzoni di Caserta, Adele Vairo, in modo preciso e accattivante, richiamando l'attenzione del pubblico raccoltosi per l'occasione. "Siamo oggi presenti per un ulteriore passo in avanti nello studio della malaunità che ancora oggi fa sentire i suoi effetti negativi - ha dichiarato il presidente Salemi - Dora Liguori con il suo testo da un bel colpo a quei tanti storici di professione che infangano la nostra storia e insultano la nostra intelligenza, alterando la realtà dei fatti". In "Quell'amara unità d'Italia" molto approfondita è la genesi del risorgimento che affonda le sue radici nelle degenerazioni dell'illuminismo che portarono alla rivoluzione francese. Molto interesse ha suscitato anche il racconto della corruzione fatta ai danni delle Due Sicilie con le piastre turche raccolte dal governo inglese e dalla massoneria (guidate entrambe da Lord Palmerstone, acerrimo nemico di Ferdinando II e dei Borbone) così come ha meravigliato scoprire il negativo operato di alcuni ufficiali napoletani nel corso della guerra del 1860 - 1861. Parte della discussione è stata poi dedicata alla resistenza antisabauda marchiata con l'infamante termine di brigantaggio dalla pubblicistica sabauda e unitarista. 
p.l.

Manzoni, appuntamento "rosa" per i ragazzi impegnati nel Seminario sulle Due Sicilie



CASERTA – Una mattinata “rosa” per gli alunni del Liceo Manzoni dove ieri si è tenuto il quarto appuntamento del I seminario di studi storici organizzato dall’Istituto di ricerca delle Due Sicilie. A confrontarsi con i ragazzi sono state la storica Dora Liguori, la critica d’arte Maria Rosaria Nappa e la prof.ssa di lettere Renata Montanari. Diversi i temi trattati nel corso del convegno, dalla caduta del regno, all’arte e alla letteratura napoletana. Il Seminario, che si svolge al Manzoni di Caserta da dicembre, sta riscuotendo un grande successo presso i ragazzi ma anche presso i docenti. Le lezioni tenute dagli esperti dell’Istituto di ricerca storica hanno consentito di portare, nella più grande scuola di Caserta, la vera storia del Regno delle Due Sicilie. La grande sensibilità della Dirigente Scolastica Adele Vairo e della direttrice del dipartimento di storia e filosofia, Francesca D’Errico, hanno consentito di lavorare in un ambiente organizzato e tranquillo. Ogni dibattito è stato infatti improntato alla massima correttezza e rispetto reciproco, premessa fondamentale per uno scambio culturale con i giovani. A conclusione della lezione di ieri mattina Dora Liguori ha lanciato ai ragazzi una richiesta molto intelligente, quella di scrivere una garbata lettera al Signor Presidente della Repubblica affinchè prenda l’impegno di chiudere il museo lombroso, una delle vergogne nazionali che ha ultimamente incassato 5 milioni di euro dal comitato torinese per i festeggiamenti della malaunità d’Italia. La proposta della scrittrice è stata accolta con un lungo applauso dalla platea. Non ci resta che attendere il testo della missiva e, soprattutto, la risposta (semmai ve ne sarà una) del presidente Napolitano.

mercoledì 13 aprile 2011

Doppio appuntamento a Caserta: seminario al Manzoni e presentazione del libro di Dora Liguori

 
La prof.ssa Dora Liguori e la copertina del suo ultimo libro

CASERTA – Giornata casertana fitta d’impegni per la scrittrice Dora Liguori che è, insieme con Pino Aprile e Lino Patruno, tra i più letti nuovi autori meridionalisti attualmente in circolazione. Con il suo “Quell’amara unità d’Italia” Dora Liguori fa luce su alcuni dei fatti ignoti e sui misfatti dei presunti eroi risorgimentali collocandosi idealmente accanto alla nuova pubblicistica revisionista sugli anni che portarono all’unificazione politica dell’Italia. Questa mattina Dora Liguori sarà una delle relatrici del quarto appuntamento del I seminario di studi storici organizzato presso il Liceo Manzoni dall’Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie. Dora Liguori, prendendo spunto dal suo ultimo testo racconterà ai ragazzi gli aspetti meno conosciuti del cosiddetto risorgimento e dei suoi miti. Moderatrice dell’incontro al Manzoni la giornalista Assunta Ferretta. Accanto alla scrittrice romana ci saranno anche Renata Monatanari, docente del Liceo Giannone impegnata a illustrare la ricchezza della letteratura napoletana, e la critica d’arte Maria Rosaria Nappa che si occuperà appunto delle bellezze delle Due Sicilie. Nel pomeriggio la Liguori sarà invece alla Libreria Guida Caserta, in via Caduti sul Lavoro, dove presenterà proprio “Quell’amara unità d’Italia” con la presentazione della Dirigente Scolastica del Liceo Manzoni, Adele Vairo, impegnata e sensibile sul fronte della valorizzazione della storia meridionale. A introdurre i lavori pomeridiani sarà Giovanni Salemi, presidente dell’Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie, organizzatore dei due incontri. “E’ un momento di riflessione importanti e siamo contenti di aver portato in città, la professoressa Dora Liguori che parlerà ai nostri giovani e racconterà la storia, troppe volte trasformata in mito – ha dichiarato Salemi – una attività che ci impegna costantemente, con ottimi risultati, da anni”.

Modena, scene di corte e di cospirazione

Il palazzo ducale di Modena

MODENA - Segnaliamo l'attività del Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari diretto dalla dott.ssa Elena Bianchini Braglia. Si tratta di una mostra sulla Modena dell'ottocento dal titolo "Scene di corte e di cospirazione - Modena dalla restaurazione austro estense all'Unità" a cura di Graziella Martinelli Braglia e Luca Silingardi, organizzata dall'Istituto per la storia del Risorgimento, l'associazione culturale Terra e Identità e il Comune di Modena in collaborazione con il Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari e l'Accademia Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Modena. Auguri agli amici modenesi di riscuotere un grande successo e aprire un dibattito per continuare a far luce sul mito risorgimentale.


COMUNE DI MODENA  Circoscrizione 1 Centro Storico / San Cataldo

ISTITUTO PER LA STORIA DEL RISORGIMENTO Comitato di Modena


ASSOCIAZIONE CULTURALE TERRA E IDENTITA' 
 
invitano Sabato 16 aprile 2001 alle ore 11 in piazza Redecocca 1
all'inaugurazione della mostra

SCENE DI CORTE E DI COSPIRAZIONE Modena dalla Restaurazione austro-estense all'Unità

a cura di Graziella Martinelli Braglia e Luca Silingardi
 
La mostra sarà inoltre visitabile dal 16 aprile al 10 giugno 2011 presso la
Sala della Circoscrizione 1 Piazzale Redecocca 1 - Modena dal lunedì al venerdì, dalle 8.30 alle 13.00 lunedì e giovedì, dalle 14.30 alle 18.00
in collaborazione con Accademia Nazionale di Scienze Lettere e Arti di Modena Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari 

sabato 9 aprile 2011

L'Istituto di ricerca storica incontra i candidati di Caserta


CASERTA – Quattro incontri aperti al pubblico per capire dove sta andando la città di Caserta. Questo il senso dell’iniziativa lanciata dall’Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie e dall’associazione culturale De Mollot che stimoleranno il dibattito sulla città del futuro. Viene pensata in quest’ottica “Caserta 2011. Incontro aperto con i candidati” una serie di incontri che si svolgeranno presso la sala Carlo III dell’Hotel dei Cavalieri (adiacente alla Banca d’Italia) in piazza Vanvitelli. Il primo a sottoporsi alle domande delle associazioni sarà il candidato del Popolo della Libertà Pio Del Gaudio, venerdì 15 aprile alle ore 17.30, seguirà martedì 19, allo stesso orario, il candidato del centro destra indipendente (nonché ex Sindaco) Luigi Falco. Venerdì 29, ore 17, toccherà all’avvocato Carlo Marino, candidato del Partito Democratico e del centro sinistra, mentre sabato 7 maggio a Nicola Melone, esponente della civica Speranza per Caserta. “Siamo interessati a capire dove intendono portarci i candidati alla carica di sindaco e che progetto hanno per la Caserta del domani – dichiara Giancarlo Rinaldi, segretario dell’Istituto Due Sicilie – solitamente noi ci confrontiamo su temi storici e sulla cultura, dentro le scuole e fuori. Si tratta di una sfida nuova che ci sentiamo pronti ad affrontare perché conosciamo il nostro passato ma dobbiamo comunque essere proiettati al futuro”. “Chiederemo a Falco perché ha scelto di candidarsi anche senza il sostegno dei partiti, siamo curiosi di conoscere le idee nuove di Marino e il progetto di Del Gaudio, così come siamo interessati al progetto civico di Melone, sentiremo – afferma Giovanni Salemi, presidente dell’associazione De Mollot – cosa hanno da dirci affinché i nostri associati e simpatizzanti possano compiere una scelta più consapevole”.

venerdì 8 aprile 2011

Centicinquanta, l'anniversario dell'unità diventa un fallimento anche in televisione!


ROMA – Avevo omesso ogni commento fino alla fine, malgrado le richieste sul tema. Non volevo rovinare le serate di nessuno spingendolo, con un mio commento, alla visione di Centocinquanta quell’orribile trasmissione televisiva andata in onda per un mese, a partire dal 17 marzo, sulla rete ammiraglia della sempre più tricolorata Rai. Ora che sulla trasmissione è stata posta una (giustissima) pietra tombale, con due serate di anticipo sulla fine prevista, posso dare sfogo alle idee represse. Comincerei col denunciare il comportamento vergognoso dei due capi bastione della trasmissione, due meridionali che avrebbero dovuto rappresentare gli estremi delle Due Sicilie, l’abruzzese Bruno Vespa e il siciliano Pippo Baudo, soprattutto in occasione della prima puntata dello show televisivo credo altamente costoso (a proposito, se ogni tanto mamma Rai ci facesse anche sapere come spende i nostri soldi non sarebbe male). Baudo e Vespa dall’alto delle loro professionalità, così diverse, non sempre condivisibili ma comunque da riconoscergli, hanno perso una occasione enorme, soprattutto in quanto rappresentanti del meridione. L’occasione era semplicemente quella di dire la verità, di raccontare i fatti del biennio 1860 – 1861 per quelli che furono. Purtroppo, come al solito, nulla è più difficile del raccontare la realtà dei fatti. E infatti inutile dirlo, l’occasione è andata perduta. Per quattro puntate, invece di una sana riflessione, ci è toccato subire, e non solo nei momenti in cui si parlava di Risorgimento, una retorica completamente fuori luogo. La prima guerra mondiale, che ha “forgiato” l’italica stirpe, la storia di Anita Garibaldi, l’incontro di Teano, i bersaglieri a Porta Pia, il fascismo, la seconda guerra mondiale, la repubblica, insomma 150 anni visti in modo alquanto curioso, soprattutto in riferimento ai fatti del risorgimento. Pietoso il racconto della vicenda di Virginia Oldoini conosciuta come Contessa di Castiglione. Pietoso aver fatto passare la nobildonna tosco piemontese quasi per una martire e santa donna quando l’attività che maggiormente le si confece per tutta la vita fu quella del meretricio. Squallida la rievocazione della battaglia di Calatafimi con  il siciliano Baudo che faceva di tutto per elogiare il biondo eroe e i suoi mille miliziani settentrionali e altrettanto faceva per offendere la memoria dei soldati siciliani in prima linea. Per non parlare degli ospiti. Sono stati 17 nella prima puntata, 11 nella seconda, 12 nella terza e 15 nell’ultima. Ospiti pagati (e io pago!) per mettere in scena le fasi clou della storia italiana, opportunamente rivisitata e corretta. Ospiti in gran parte del sud che si sono venduti ai festeggiamenti e alle celebrazioni (ma in fin dei conti di cosa mi stupisco visto che anche una minoranza di presunti sostenitori della causa del meridione si è andata a infilare sotto i tricolori pur di apparire in cerimonie pubbliche!). Centocinquanta è stato però molto più rappresentativo della realtà italiana di quanto ci si possa immaginare. Una realtà emersa nel finale dell’ultima puntata della trasmissione quando sono volati gli “stracci” tra i conduttori. Una trasmissione pensata e studiata a tavolino da un “pool” di esperti della tv che annovera oltre a Baudo e Vespa, Pierfrancesco Pingitore, Giulio Calcinari, Claudio Donat-Cattin, Gino Landi, Francesco Valitutti, Marco Zavattini, e negli aspetti tecnici da Cristiano D’Alisera, Vito Lo Re, Gino Landi e Gaetano Castelli, nomi che al grande pubblico non dicono nulla ma che sono considerati tra i migliori “uomini” della tv di stato. Nomi noti, ospiti d’eccezione, soldi spesi, scenografie complesse e musiche d’alto livello non sono bastati ad evitare il “bagno di sangue”, a cominciare dal settore auditel, quello a cui più tengono i signori della tv odierna. La prima puntata (16 marzo) ha retto bene e il tema altamente culturale, non proprio facile per la platea televisiva, aveva conquistato 5 milioni e mezzo di ascoltatori e il 24% di share. La seconda è stata subito una vera e propria debacle con la perdita di 2 milioni e di ascoltatori e lo share fermo al 14%. Il crollo è stato talmente repentino che nel tentativo di solleticare l’audience si è fatto ricorso alle bellone di turno nel tentativo di solleticare l’immaginario storico - erotico degli italiani. 


La vista di Belen – Anita è servita però solo a far peggio, visto che la terza puntata l’ascolto si è fermato al 12,7% e alla quarta si sono registrati meno di 3 milioni di ascoltatori e solo il 12% di share. Chiusura anticipata e vittoria piena per i detrattori della falsa unità. Come se non bastasse, la decisione di chiudere anticipatamente i lavori della trasmissione ha creato frizione tra gli staff dei due conduttori. Le cronache di viale Mazzini vedono Baudo sputare contro il già citato Claudio Donat-Cattin, autore di Vespa, e la direzione Rai pare sia intenzionata a richiamarlo all'ordine con una lettera e a multarlo di 80mila euro per il gesto. Vespa, se possibile, ha fatto peggio. Gli autori hanno montato le immagini dei volti rappresentativi della Rai e chi hanno inserito a rappresentare i giornalisti Rai? Il faccino angelico di Michele Santoro, che si odia cordialmente col Vespone nazionale. Premesso che Santoro mi sta simpatico come un attacco di colite la scenata di Vespa immortalata da Striscia è stata oggettivamente esagerata così come esagerato è stato il suo rapido abbandono della scena al momento dei saluti finali quando ha lasciato un decadente Baudo a chiudere il programma. E mamma Rai ha pronta un’altra letterina per abbandono di trasmissione immotivata. In conclusione su questa trasmissione (forse la peggiore degli ultimi anni sfornata dalla tv di stato) va detto che: nessuno l’ha seguita, gli autori (che l’hanno fatta) hanno litigato tra di loro e quelli che l’hanno condotta hanno fallito. Per farla breve si è trattato di un caos totale. Proprio come l’Ita(g)lia!

Roberto Della Rocca

giovedì 7 aprile 2011

Dal regno delle Due Sicilie al declino del Sud, presentato il libro del prof. Romano a Capua

Un momento della presentazione 

CAPUA – Un pomeriggio all’insegna della cultura quello trascorso assieme al prof. Tommaso Romano che sabato 2 aprile ha presentato due suoi testi: “Dal regno delle Due Sicilie al declino del Sud” e “La Real Fortezza di Messina”. Due libri pieni di contenuti e di spunti continui d’attualità. A presentare l’attività del professore è stato il Cavaliere Giovanni Salemi, presidente dell’Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie, che ha introdotto i lavori nella libreria Guida del palazzo Lanza di Capua. “Presentiamo due volumi importantissimi per i temi affrontati a noi tutti molto cari. Da un lato la storia del declino del sud, dall’altro il gesto eroico dei difensori di una delle ultime fortezze del Regno, una storia di coraggio e di amore per la propria patria” ha sostenuto Salemi. Diversi i temi affrontati nel corso del convegno: dall’avvento della rivoluzione italiana, importata dalle armate francesi, all’arrivo di Garibaldi, dall’attacco alla chiesa al progressivo sradicamento dei valori tradizionali che erano alla base delle “Italie reali”, dalla cospirazione piemontese al ruolo della Francia e della Gran Bretagna nella caduta del Regno delle Due Sicilie. Impossibile non fare un riferimento ai giorni dì oggi. La nuova invasione di Lampedusa, l’inattività del Governo italiano e dell’Europa, l’aggressione francese alla Libia e i nuovi scenari geo politici mediterranei. Il prof. Romano ha le idee molto chiare quando presenta questi singoli aspetti della nostra storia e del nostro presente. Uomo di cultura, letterato, storico e politico, la sua esperienza di vita contribuisce a renderlo uno dei più lucidi interpreti della situazione del meridione come ha dimostrato, per l’ennesima volta, in occasione dell’incontro di sabato scorso. 

p.l.

lunedì 4 aprile 2011

Condoglianze al Cav. Salemi



Il direttivo, gli associati e i simpatizzanti dell’Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie, si stringono attorno al Presidente Giovanni Salemi per la perdita del caro fratello.

venerdì 1 aprile 2011

"Quell'amara Unità d'Italia" presentazione del libro di Dora Liguori alla libreria Guida Caserta


CASERTA - L'Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie è lieto di presentare uno dei libri che ha fatto più riflettere gli italiani durante l'ultimo anno. "Quell'amara Unità d'Italia" è il racconto del cosiddetto risorgimento che è stato, in realtà, una spietata guerra di conquista seguita da dieci anni di guerra civile volutamente nascosta dalla storiografia ufficiale con l'ignobile denominazione di brigantaggio. La smitizzazione del risorgimento per capire come stavano e come stanno le cose. La verità senza ideologie e falsi schemi. A presentare la serata il presidente dell'Istituto di ricerca storica, Cavalier Giovanni Salemi, a intervistare l'autrice, Dora Liguori, sarà la Prof.ssa Adele Vairo, Dirigente Scolastica del Liceo Manzoni di Caserta. Appuntamento giovedì 14 aprile 2011 presso la Libreria Guida Caserta, via Caduti sul Lavoro, 29, alle ore 18.00. Non mancate!

Bronte, quello che i libri di storia non raccontano

Una foto di gruppo dei garibaldini lombardi

BRONTE (CT) - Garibaldi, sbarcato in Sicilia nel maggio del 1860, aveva radunato attorno a sé un gran numero di “cafoni” e di “bracciali”. La promessa delle terre ai contadini: questa la molla che aveva spinto tanti diseredati ad accorrere lesti sotto il purpureo vessillo. Il decreto del 2 giugno, del resto, parlava molto chiaro. La proprietà fondiaria sarebbe stata ridistribuita secondo criteri di equità, eliminando soprusi e vessazioni. Ogni contadino avrebbe avuto il suo bel pezzo di terra da coltivare. Per gente nata e vissuta nella povertà più assoluta, che si era spezzata la schiena e spellate le mani per lavorare una terra che era sempre di altri, si trattava di una rivoluzione epocale. Di un evento portentoso che avrebbe radicalmente cambiato la loro misera vita. Fu così che fiduciosi e festanti accorsero da ogni angolo dell’isola ad infoltire i ranghi del variegato esercito meridionale. Quello che avrebbe consentito a Garibaldi di conquistare un intero regno quasi senza colpo ferire. Passati i giorni dell’euforia, però, i braccianti presero a rumoreggiare, diventarono impazienti. Ormai la loro scelta l’avevano fatta. Avrebbero portato Garibaldi in trionfo fino a Palermo. E poi fino a Napoli. E se si trattava di combattere contro i soldati di sua maestà borbonica non si sarebbero di certo tirati indietro. Perché aspettare dunque? Perché far passare ancora altro tempo? Il generale aveva promesso la terra ai contadini. E loro se la sarebbero presa. Il patto era solennemente sancito. Avrebbero combattuto per Garibaldi contro l’esercito napoletano in cambio della tanto desiderata terra. Più chiaro di così… Tra il giugno e il luglio del 1860 in parecchi paesi della Sicilia i contadini occuparono i latifondi dei baroni e del clero. Una sorta di esproprio proletario che anticipava, di fatto, le promesse di Garibaldi. Disordini si ebbero a Mirto, Biancavilla, Cefalù, Castiglione, Petralia, Niscemi, Nicosia, Regalbuto e in molti altri centri più piccoli. Più o meno la stessa cosa accadde a Bronte, popoloso comune del catanese, adagiato sulle pendici occidentali dell’Etna. Anche qui i contadini avevano occupato le terre che appartenevano in gran parte alla “ducea”, un’immensa area agricola che nel 1799 il Re Ferdinando IV di Borbone aveva donato ad Horatio Nelson per ricompensarlo dei preziosi servigi arrecati durante la tumultuosa parentesi della Repubblica Napoletana. Alla morte dell’ammiraglio quelle terre erano passate ai suoi eredi che continuavano ad amministrarle alla vecchia maniera. Di fronte all’occupazione, alle proteste del console Goodwin che temeva per la sorte dei suoi connazionali e alla richiesta di aiuto degli amministratori della ducea, Garibaldi, che non voleva e non poteva entrare in rotta di collisione con l’Inghilterra che tanto si era adoperata per la sua impresa, decise di intervenire. Intanto i contadini di Bronte continuavano a tumultuare. Al grido di “abbasso la Ducea” e “a morte i cappelli e i ducali” furono incendiate e depredate molte case e di contarono 16 morti. Tutti agiati proprietari terrieri e ricchi possidenti tra i quali il notaio Ignazio Cannata, contabile della ducea e il figlio Antonino. L’intervento di un massiccio contingente di Guardia Nazionale proveniente da Catania non riuscì a ristabilire l’ordine. Fino a che il 6 agosto a Bronte non arrivò Gerolamo Bixio, detto Nino, il fido attendente di Garibaldi. Il quale non ci pensò due volte ad usare il pugno di ferro e le maniere forti. Il paese fu posto in stato di assedio e dichiarato “colpevole di lesa umanità”. Iniziò subito la caccia spietata ai responsabili della sommossa. In soli tre giorni la questione fu risolta. Tale sollecitudine serviva anche a rassicurare gli inglesi che nessuno avrebbe più minacciato i loro interessi commerciali ed economici in Sicilia. Assicurati alla giustizia i presunti colpevoli, dopo un processo farsa, una “commissione mista di guerra” decretò cinque condanne a morte. Venne fucilato all’alba del 10 agosto, nella piazzetta della chiesa di San Vito, il vecchio avvocato liberale Nicolò Lombardo, che si era consegnato spontaneamente, e con lui altri quattro poveracci che niente avevano a che vedere con i disordini. Fu giustiziato perfino il 50enne Nunzio Ciraldo Frainuco, infermo di mente, da tutti considerato lo scemo del paese che, sopravvissuto alla gragnuola di pallottole, pur implorando a gran voce la grazia, venne finito con un colpo di rivoltella alla tempia. Nino Bixio, intanto, ritto sul suo cavallo e impettito nella sua austera uniforme, osservava il tutto con aria compiaciuta e soddisfatta. I corpi vennero lasciati sul sagrato della Chiesa per un giorno intero come monito per gli abitanti del luogo. In una lettera che Bixio inviò alla moglie Adelaide così si legge: “Che paesi! Si potrebbero chiamare dei veri porcili. Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Africa a farli civili”. Dopo il primo e sommario processo, la Corte di Assise di Catania ne intentò un altro molto più articolato che si concluse soltanto nel 1863 con 37 condanne delle quali 25 all’ergastolo. Il 12 agosto 1860 Bixio, ultimata l’eroica missione, fece affiggere nei comuni del catanese un manifesto con il quale annunciava il ripristino della legalità. “Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati severamente puniti. Guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico”. A molti questo potrà sembrare strano e inverosimile, ma l’unità d’Italia fu anche questo*.

Fernando Riccardi

*Articolo apparso sul mensile di storia contemporanea "Storia del Novecento" - numero 110, gennaio 2011 - Str. Vicinale della Pieve, 11 Copiano (PV), 0328/968151 - storiadelnovecento@tin.it