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sabato 19 febbraio 2011

Nacquero contadini, morirono briganti / Recensione del libro di Valentino Romano



Il libro “Nacquero contadini, morirono briganti” è riuscito a compiere un piccolo miracolo. Da quando ho letto l’ultima composizione di Valentino Romano (edita da Capone esattamente un anno fa) mi sono appassionato al brigantaggio post unitario, tema su cui non mi ero mai soffermato per via delle difficoltà del problema e dei miei diversi interessi. 
Al di là dell’aspetto personale, “Nacquero contadini, morirono briganti” è un libro che mi sento di consigliare. Lo trovo adatto per chi del brigantaggio conosce già diversi momenti. Lo trovo adattissimo per chi di brigantaggio non sa proprio nulla perché permette di avere uno spaccato sulla questione senza avere l’impressione di ascoltare parole vuote sui massimi sistemi filosofici. La scelta di raccontare non una ma più storie brevi paga e paga soprattutto perché si tratta di storie nuove. Si racconta della vita di tutti i giorni al tempo dei briganti ma non come se si stesse leggendo un manuale di educazione domestica per educande dell’epoca. Le storie sono quelle della povera gente, di quelli che vengono segnalati in qualche fascicolo della prefettura pieno di riferimenti a briganti di prim’ordine, generali, alti ufficiali e prime donne della politica del tempo. Storie di tutti i giorni, vita veramente vissuta in prima persona e non come comprimari. Nei racconti si passa dalle ingiurie al re “galantuomo” Vittorio Emanuele II alla vicenda del leccese Nenna Nenna passando per veri e finti pazzi; dai costi della commissione parlamentare sul brigantaggio al “volo” dei carabinieri per raggiungere le bande brigantesche segnalate a San Vito dei Normanni. Non mancano i riferimenti eccellenti su Carmine Crocco e quelli sul generale José Borjes con le sue annotazioni sul diario – taccuino. Lo sfondo è quello della lotta per la restaurazione del Borbone deposto dall’invasore piemontese, ma anche la lotta di un popolo meridionale che non si arrende di fronte alle nuove condizioni in cui si ritrova per scelte di politica nazionale e per errori commessi e decisioni assunte nelle alte sfere. Uno sfondo di grandezza e miseria dove si vive di atti eroici, di battaglie, di corruzione, di disperazione, di odio e di amore. Una nazione senza stato in continuo movimento. Sull’autenticità delle storie raccontate non ci possono essere dubbi. Come già dimostrato in “Brigantesse. Donne guerrigliere contro la conquista piemontese (1860 – 1870)” (Controcorrente, Napoli, 2007), e in “Don José Borjes, generale catalano e guerrigliero borbonico” (Adda, Bari, 2003) la ricerca d’archivio è la base del lavoro su cui Valentino Romano costruisce le sue opere. Una base solidissima come si può percepire dall’elenco delle fonti archivistiche: Archivio centrale dello Stato fondo tribunali militari di guerra – brigantaggio e fondo ministero dell’Interno, gabinetto, Archivio di Stato di Lecce, fondo Prefettura e Intendenza di Terra d’Otranto; Archivio di Stato di Brindisi e l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, fondo brigantaggio. Valgono anche per me le parole che Monica Mazzitelli usa nella postfazione: “La storia di carta che fruscia non è qui: i generali impettiti, la lista degli armamenti, il computo dei morti e dei vivi, gli accordi a palazzo, i tradimenti regali, le convenzioni, i trattati, le alleanze, le dichiarazioni in parlamento: carta che fruscia senza odore. Qui invece c’è l’odore della storia, rimasto impigliato nelle pieghe dei suoi protagonisti piccoli, quelli che fino a più di un secolo fa erano contadini abbracciati alla propria terra – quelli che non sono dovuti scappare via in cerca di fortuna oltreoceano – coloro che non lasciano traccia del loro passaggio, di cui non ci sono neanche più le tombe”.
Buona lettura.
Roberto Della Rocca

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