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domenica 18 settembre 2016

MONGIANA E LA FABBRICA D'ARMI SENZA BUFALE E BUGIE


il prof. Ulderico Nisticò


Abbiamo il grande piacere di pubblicare un recentissimo articolo del prof. Nisticò su Mongiana (Calabria Ultra)
Martedì 20 sarà a Mongiana in visita Oliverio, in previsione dell’apertura del Museo. Tutto bene, sia il Museo sia la visita; ma siccome sento già odore di bufale e strombazzature, forse sarà meglio raccontare noi la storia di Mongiana.  Lavorazione del ferro è attestata a Stilo nel XII secolo; nell’età moderna, a Pazzano; per poi salire sempre più in montagna, alla ricerca di acqua e di legname da cui ricavare il carbone. Nel XVIII secolo, da piccoli villaggi del territorio di Castelvetere (poi, Caulonia), nacque Mongiana, dove ebbero sede le fonderie e la fabbrica.

il museo, ex fabbrica d'armi, recentemente restaurato

I re Borbone di Napoli, Carlo e Ferdinando IV; Murat; Ferdinando in veste di re delle Due Sicilie dal 1816 riservarono ogni attenzione a questa attività, che, è bene precisare, era di proprietà dello Stato. Vi attirarono tecnici anche stranieri, donde i cognomi Broussard, Broussardi, Franzè, Franzè… La materia prima veniva dalle miniere di Pazzano e Bivongi; nel 1846, Ferdinando II sbarcò a Siderno e si recò a inaugurare una nuova miniera, quella di Agnana.

S.M. Re Ferdinnado II

Per le scomode leggi del Regno, solo le fabbriche di Stato potevano utilizzare il ferro calabrese; e Razzona di Cardinale, che era privata – ne parleremo un’altra volta – importava il ferro dall’Elba. Il carbone di legna non era un’energia molto potente come quello fossile, ma almeno era prodotto in loco.  Il complesso di Mongiana dava lavoro a centinaia di operai; e restano, a genuina gloria dei Borbone, le belle case costruite per le maestranze. E qui mi si lasci dire che, verso il 1840, un operaio inglese, francese, americano (altro discorso, la Germania) avrebbe considerato un sogno impossibile avere sopra la testa una solida casa di pietra a due piani e soffitta, e il pane assicurato, e una paga garantita dal re. 

Come tutte le attività garantite dallo Stato, anche Mongiana andava avanti con una mentalità burocratica, con lente innovazioni sia delle tecniche sia delle cose stesse da produrre: fucili presto superati; e una sezione artistica fondeva busti del re di ghisa: ne sono rimasti, in Calabria, tre; e una statua intera è a Messina. Di particolare pregio sono le colonne greche di ghisa, una bella sintesi tra l’antichità e il progresso.  Dopo il 1861, privatizzata, Mongiana venne acquistata da Achille Fazzari.

Achille Fazzari


Era stato garibaldino, e, come altri, fece colpo su una ricca fanciulla catanzarese, ovviamente attirata dal bel tenebroso invece che da un noiosissimo vicino di casa militesente. Ammodernò il vecchio fucile per farne un moschetto, e, con il nome di “Mongiana” trovò chi, nell’esercito, lo adottasse. Non durò a lungo, e la fabbrica finì abbandonata. Una leggenda metropolitana parla di macchine trasferite a Terni, ma un amico che vive proprio lì e che intendeva darsi alla ricerca, non ha trovato alcuna prova. Mentre gli edifici andavano in degrado, anche il contesto sociale s’impoverì. Un po’ di respiro lo diede il Parco della Vittoria, gestito dal Corpo Forestale, che ha dato e dà impulso al turismo estivo.  Malamente non dico restaurata ma rifatta, la Fabbrica riceve visitatori, e si spera che giovi il Museo. Basta che se ne parli sul serio, senza fantasie da “terza potenza industriale del mondo”, seguita da improvviso “genocidio”.


per approfondire vedasi l'articolo:

Le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana


giovedì 15 settembre 2016

150 anni fa la “Rivolta del Sette e Mezzo” di Palermo: perché, oggi, è importante ricordarla


di Ignazio Coppola
Il 15 Settembre di 150 anni fa i palermitani scesero in piazza per ribellarsi agli assassini e predoni di casa Savoia. La rivolta durò sette giorni e mezzo e fu repressa nel sangue dai generali piemontesi. Ma anche se i soliti libri di storia hanno ignorato e continuano a ignorarla, “La Rivolta del Sette e Mezzo” rimane nella memoria dei palermitani che, quando vogliono, sanno ribellarsi alle prepotenze dei Governi romani e degli stessi sindaci che li vessano con tasse e balzelli truffaldini
Se dovessi ripercorrere le strade della Sicilia, i siciliani mi prenderebbero a sassate”. Così scriveva Garibaldi ad Adelaide Cairoli nel 1866. I palermitani nel Settembre di quello stesso anno fecero molto di più, rivoltandosi e prendendo a fucilate i nuovi padroni dell’Isola. Il 15 Settembre del 1866, esattamente 150 anni fa, infatti, scoppiò a Palermo quella che è passata alla storia come “La rivolta del Sette e Mezzo”, così detta perché durò appunto sette giorni e mezzo. E precisamente dal 15 al 22 Settembre di quell’anno.

Erano passati appena sei anni dall’unità d’Italia, e già i siciliani si erano accorti a loro spese che il nuovo era anche peggio del vecchio.
Dall’assolutismo borbonico s’era passati ad un regime prevaricatore e repressivo, che aveva finito per tutelare, in una scontata logica gattopardiana, le stesse classi e la stessa aristocrazia terriera, il cui potere i siciliani si erano illusi fosse finito con l’unità d’Italia. Con il “Sette e Mezzo”, i palermitani si riscoprirono i degni eredi dei Vespri Siciliani, per lo spirito di ribellione, come allora, contro ogni forma di sopraffazione e di violenza.
Fu lo scontro feroce tra chi annettendo la Sicilia intendeva colonizzarla e chi da quell’annessione si illudeva  di essere affrancato da ogni forma di dispotismo ed assolutismo: quella lotta all’assolutismo che aveva portato, nel 1860, alcuni siciliani a battersi a fianco dei garibaldini.
La rivolta scoppiò puntuale il 15 Settembre del 1866, al grido di “Viva la Repubblica”, “Viva santa Rosalia”, “Viva Francesco II“ ed allo sventolare delle bandiere rosse, a dimostrazione dell’eterogeneità e della spontaneità dell’insurrezione.
Alla rivolta presero parte renitenti di leva (in Sicilia quasi ventimila), ecclesiastici espropriati, repubblicani, mazziniani, socialisti, autonomisti, impiegati borbonici cacciati dai loro posti di lavoro, legittimisti, contadini che avevano sperato con le promesse di Garibaldi nella distribuzione delle terre ed avevano ricevuto soltanto fucilate ed i rappresentanti delle arti e dei mestieri, colpiti pesantemente dalla soppressione delle corporazioni religiose. Tutti accomunati nell’avversione verso un regime accentratore e dispotico, che nulla concedeva alle aspettative che il nuovo Stato unitario, in premessa, aveva illusoriamente creato.
Anche se la rivolta non ebbe un capo carismatico – e proprio per questo da alcuni storici fu definita “acefala” – furono proprio i rappresentanti delle corporazioni ad essere i soggetti propulsori della rivolta palermitana del “Sette e Mezzo”. Gli uomini che seppero condurre con disciplina l’azione degli insorti furono dei capisquadra riconosciuti autorevolmente nei vari quartieri di Palermo e rappresentanti delle varie corporazioni e dei ceti artigianali quali Francesco Bonafede (che in seguito aderirà all’internazionale socialista), Salvatore Nobile, Francesco Pagano, Salvatore Miceli; poi vi erano i reduci delle rivolte del 1848 e del 1860. Questi, grosso modo, furono i coordinatori strategici della rivolta.
Per dare maggiore legittimazione ed autorevolezza all’insurrezione venne costituito un comitato provvisorio rivoluzionario, rappresentativo di tutte le componenti che avevano promosso la rivolta, con la presenza anche di aristocratici, quali il marchese di Torrearsa ed il principe di Linguaglossa. A quest’ultimo venne affidato il compito di presiedere la rivolta.
Una volta sedata la sommossa gli aristocratici si dissoceranno e diranno di essere stati costretti con la forza a far parte del comitato.
La vera forza e la motivazione ideale dei rivoltosi fu la consapevolezza della “giusta causa” per la quale si battevano, spinti ormai da una condizione che andava oltre ogni limite di sopportazione per lo stato di prostazione sociale e di repressione autoritaria cui erano stati sottoposti dal nuovo governo Italo-piemontese con nuove tasse, la coscrizione obbligatoria e, in ultimo, la soppressione delle corporazioni religiose in applicazione alla legge Siccardi (già vigente nel regno di Sardegna sin dal giugno del 1850), con la conseguenza di buttare sul lastrico più di diecimila famiglie nella sola città di Palermo.
In poche ore, i rivoltosi, così fortemente motivati, riuscirono a sconfiggere le truppe sabaude comandate dal generale Calderina ed assumere in pieno il controllo della situazione.
Nei giorni successivi al 15 Settembre furono sbarcati nel porto di Palermo, ad ondate successive, più di 40.000 regi agli ordini delgenerale Aglietti prima e del generale Raffaele Cadorna poi, per reprimere nel sangue la rivolta e decretare lo stato d’assedio della città di Palermo.

In quegli eroici sette giorni i palermitani provarono l’ebbrezza e coltivarono la speranza di essere padroni dei loro destini, del loro futuro e della loro città. Avevano costretto ad asserragliarsi a Palazzo di Città, il generale Gabriele Camozzi, comandante delle guardia nazionale forte di 12.000 uomini, il prefetto Torrelli e il sindaco marchese Starrabba di Rudinì.

marchese Antonio Starrabba di Rudinì


Alla fine di quelle eroiche sette giornate di lotta, quando si trovarono davanti 40.000 militari (fanti, granatieri e bersaglieri) sbarcati ad ondate successive da decine e decine di vascelli militari ed anche da navi mercantili) i rivoltosi di Palermo furono costretti alla resa.

Gabriele Camozzi

I caduti e i feriti per le strade si contarono a migliaia. Mentre il generale Raffaele Cadorna (padre di Luigi, l’artefice delle disfatta di Caporetto), ormai padrone della piazza, poteva decretare lo stato d’assedio della città.


La reazione e le rappresaglie più sanguinose e terribili non si fecero attendere. Mentre da parte dei rivoltosi, per tutto il tempo della sommossa, sì era tenuto un contegno corretto, da veri rivoluzionari e non da briganti, senza che ci si abbandonasse a saccheggi e vendette personali o a ruberie, diverso fu il comportamento delle truppe regie e governative una volta ristabilito l’ordine.
In questo senso è significativa l’autorevole testimonianza del console di Francia dell’epoca a Palermo, che sul corretto comportamento dei rivoltosi durante la sommossa così ebbe a scrivere:
“I numerosi soldati ed ufficiali, che sono stati fatti prigionieri, non sono stati fatti oggetto di alcun cattivo trattamento. Tutti i consolati e le delegazioni straniere sono state rispettate. Questa condotta – concludeva il console di Francia a Palermo – non è certo quella dei briganti, ma di veri rivoluzionari che si rifanno ad un ideale, ad uno scopo politico ed a una giusta causa”.
In una lettera, un ufficiale dei granatieri, Antonio Cattaneo, a testimonianza delle atrocità commesse dai regi, scrisse ad alcuni amici.
“Vi posso assicurare che qualche vendetta la facemmo anche noi, fucilando quanti ci capitavano. Anzi il 23 Settembre, condotti fuori porta circa 80 arrestati si posero in un fosso e ci si fece fuoco addosso, finché bastò per ucciderli tutti”. 
Ma ancor più raccapricciante, quando lo stato d’assedio posto dal generale Cadorna era stato già revocato con il ritorno, si fa per dire, alla legalità, fu quanto accadde tra il 12 ed il 15 Gennaio  del 1867. Due gruppi di detenuti, senza alcun processo e senza alcuna sentenza, furono fucilati dalle truppe durante l loro traduzione a Palermo. Stesso destino per altri cinque prigionieri provenienti da Misilmeri, fucilati ad un paio di chilometri dal capoluogo.
un momento della rivolta

Una rivolta quella del “Sette e Mezzo” del Settembre del 1866 epica e certamente gloriosa ma, more solito, puntualmente ignorata e dimenticata dai libri di scuola e dalla storiografia risorgimentale. Una rivolta  che rimane un’eroica pagina della storia del popolo palermitano e proprio perché dimenticata è da parte nostra un atto dovuto ricordarla nella ricorrenza del suo 150° anniversario.
Foto tratta dal giornaledibolognetta.blogspot.com




"Rivolta del sette e mezzo", iniziativa per ricordare i morti del 1866 a Palermo"
fonte:



Giovedì 15 settembre, in occasione del 150° anniversario della “Rivolta del sette e mezzo” - avvenuta a Palermo il 15 settembre 1866 - che vide perire migliaia di palermitani, l’Accademia nazionale della politica ha indetto un "direttivo" nel corso del quale verranno commemorate le vittime e verrà deliberato un calendario di lavori, di manifestazioni e di iniziative che si protrarranno sino a dicembre 2016.

Le attività di ricerca e di studio svolte verranno, quindi, sintetizzate in alcune pubblicazioni che avranno come leit motiv la “questione siciliana”. Prenderà parte ai lavori Giuseppe Scianò, coordinatore del Centro Studi “Andrea Finocchiaro Aprile”. Nella ricerca si userà una metodologia scientifica volta al recupero e alla rilettura delle testimonianze, delle pubblicazioni, delle documentazioni degli Archivi di Stato, della polizia e dell’Esercito del Regno d’Italia, dei “rapporti” delle diplomazie straniere. Saranno riletti gli atti parlamentari, i manifesti, i libri, le pubblicazioni e tutto quanto sarà ritenuto utile alla conoscenza dei fatti realmente accaduti e le cui conseguenze si sarebbero protratte per diversi decenni.
“Il 15 settembre non è un anniversario qualsiasi - dichiara Bartolo Sammartino, presidente dell’Accademia nazionale della politica - si tratta, infatti, di un importante evento storico che si è tentato e si tenta di cancellare, dopo averne per ben centocinquanta anni occultato gli aspetti più significativi e più drammatici. Dobbiamo anche rendere un minimo di giustizia alle vittime dell’una e dell’altra parte. L’iniziativa – conclude Sammartino - non vuole riaccendere rancori, ma al contrario, vuole provare a dare un 'riconoscimento' doveroso ai sacrifici e all’eroismo di un intero popolo".

La rivolta fu una dimostrazione antigovernativa, organizzata da ex garibaldini delusi, reduci dell'esercito meridionale, partigiani borbonici e repubblicani, che insieme formarono una giunta comunale a Palermo. Il malcontento era favorito dall'integralismo dei funzionari statali, che consideravano "quasi barbari i palermitani", e dalle pesanti misure poliziesche e i vessatori balzelli introdotti. Quasi 4.000 rivoltosi assalirono prefettura e questura e la città restò in mano agli insorti (circa 35.000). Palermo per sette giorni rimase così in mano ai rivoltosi. Il governo italiano decise di proclamare lo stato d'assedio e adottò contro il popolo palermitano una dura repressione, con la nave ammiraglia Re di Portogallo che bombardò la città. Dopo lo sbarco dei fanti della "Real Marina", molti dei rivoltosi furono arsi vivi e si combattè casa per casa. Circa 200 furono i militari morti, mentre non vi è un numero ufficiale di vittime civili nella popolazione. Secondo alcune fonti furono arrestati 2.427 civili, 297 furono processati e 127 condannati.





mercoledì 14 settembre 2016

XIX COMMEMORAZIONE DEI SOLDATI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE CADUTI NELLA BATTAGLIA DEL VOLTURNO, 1-2 OTTOBRE 1860





CAPUA 1-2 OTTOBRE 2016

“PER LA MEMORIA CONTRO L’OBLIO”


PROGRAMMA 
SABATO 1 OTTOBRE 2016

ore 16,00: Palazzo Salemi (già Palazzo Abenavolo)
(C.so Gran Priorato di Malta, 3)
Deposizione di una corona d’alloro alla lapide in memoria dei Soldati del Regno delle Due Sicilie Caduti nella Battaglia del Volturno.


Allocuzione del Comm. Giovanni Salemi.

ore 16,30: Chiesa dei S.S. Rufo e Carponio (C.so Gran Priorato di Malta, 15)

S. Messa in suffragio dei Soldati del Regno delle Due Sicilie caduti nella Battaglia del Volturno del 1-2 ottobre 1860


concelebrata da Don Francesco Pappadia ed il M. Rev. Padre Damiano La Rosa, Comm. di Grazia Ecclesiastico e Priore della Delegazione per Napoli e Campania del S.M.O. Costantiniano di San Giorgio.


ore 17,30: Liceo Musicale “L. Garofano” sede del Gesù Gonfalone (Via Pier delle Vigna)

CONVEGNO
moderatore: Dr. Massimo Calenda (Giornalista RAI)

Apertura dei lavori e saluti istituzionali:
Dott. Comm. Giovanni Salemi
(Presidente Istituto di Ricerca Storica delle Due Sicilie)

relatori:
Dott. Giuseppe Catenacci
(Pres. Onorario dall’Ass. Nazionale Ex Allievi Nunziatella) Presentazione del pamphlet commemorativo dedicato dall’Ass. Nazionale Ex Allievi Nunziatella e curato dal Dott. Giuseppe Catenacci e dal Dott. Cav. Francesco M. Di Giovine.


Prof. Nicola Ruggieri
(già Docente presso l'Università delle Calabrie e della Sapienza-Roma) “L'ingegneria sismica nel Regno di Napoli

Dott.ssa Elena Bianchini Braglia
(Scrittrice - Ricercatrice)
Le due Sicilie e gli Stati preunitari: retaggio del passato o possibilità per il futuro? 

Prof. Comm. Gianni Bonanno
(già Docente dell'Università di Messina)
Lungimiranza, riforme e menzogne ufficiali sul Regno Borbonico



Esecuzione musicale di una rappresentanza degli alunni del liceo diretti dal M° Antonio Parillo.


ore 20,30: Ristorante “Ex Libris - Palazzo Lanza”
(C.so Gran Priorato di Malta, 25)
Momento conviviale
Per info e prenotazioni: 0823.622924 e/o 338.9993220.
E’ consigliata la prenotazione entro e non oltre il 27 settembre p.v

DOMENICA 2 OTTOBRE 2016


In accordo con il Console del Touring Club Dott.ssa Annamaria Troili, alle ore 10 , inizierà la visita della Capua Longobarda. La visita sarà preceduta da una breve presentazione, presso la Chiesa di San Salvatore a Corte, a cura del Prof. Pompeo Pelagalli e della Sig.ra Carmen Autieri.
La S.V. è invitata
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PER INFORMAZIONI335.7742914 (Cav. Francesco Salemi) 

lunedì 12 settembre 2016

SUOR CATERINA EMMERICK, LE SUE PROFEZIE: Replica e Controreplica

DE STULTILOQUENTIA LEPCISMAGNI

«Non ascoltare la Vergine Santissima, inviata da Dio, è un peccato contro lo Spirito Santo».
Suor Lucia dos Santos

Avrete notato che a volte riprendiamo argomenti pubblicati da altri siti.
Questo accade se riteniamo interessante l'argomento e, ovviamente, se lo riteniamo ben trattato. La stessa cosa può capitare anche a quanto viene postato su questo nostro piccolo blog.
Così capita spesso che il nostro instancabile ed inarrestabile amico Claudio Saltarelli, presidente dell'Ass. Identitaria Alta Terra di Lavoro, riprenda sul sito della sua associazione quanto abbiamo pubblicato qui.
Così è capitato ad un articolo, ripreso da alcuni siti cattolici, che avevamo postato per la festività dell'Assunta e che, grazie all'Ass. Ident. Alta Terra di Lavoro, ha avuto una replica.


cliccando qui il post sul blog di Alta Terra di Lavoro. (ripreso da quello pubblicato da noi)





Così, infatti, l'amico Saltarelli scrive sul blog in data 7 settembre 2016:

"circa tre settimana fa in corrispondenza del 15 di agosto pubblicai un importante articolo sulla profezia della Emmerick e finito il periodo vacanzieri Octavius Lepcismagnus mi invia una sua replica."

Innanzitutto vogliamo ringraziare il presidente Saltarelli sia per aver ripreso l'articolo sia per averlo definito "importante".

Infatti, stimolare un dibattito, una discussione, su un argomento proposto, è qualcosa che ci fa sempre estremamente piacere, quindi non diremo che sarebbe stato molto meglio se l'autore della replica avesse continuato, ad libitum, il suo periodo vacanziero. 

Ma è evidente che il nostro Octavius Lepcismagnus fa un po' di confusione.
E quindi avremmo preferito che avesse impiegato il tempo trascorso in ferie (o almeno parte di esso) a documentarsi su quanto ha poi voluto esternare.

Non ce ne voglia l'autore della replica. Sicuramente è una persona degnissima, coltissima ed intelligentissima. Vogliamo solo evidenziare come, anche apparentemente ben argomentate, se non ci si documenta "bene" e non si presta la dovuta attenzione, si possono scrivere un cumulo di sciocchezze.

Leggendo la "replica", infatti, abbiamo avuto nettissima la stessa sensazione di quando su Facebook vengono postate delle semplici espressioni matematiche che prevedono una semplice univoca soluzione e, tra i commenti, si leggono risultati tra i più diversi e tutti differenti tra loro.
Chiedendo spiegazioni si scopre che coloro che hanno dato risultati, per così dire, "ad organo riproduttore canino" hanno seguito un "loro" ragionamento  prescindendo totalmente dalle regole e dall'espressione proposta.
In parole povere: non avevano capito nulla!


È  vero che le profezie dei veggenti non sono paragonabili a quelle delle scritture, ed è  vero anche che le profezie possono essere cambiate (cfr. Giona, "ancora 40 giorni e Ninive sarà  distrutta", poi gli abitanti fanno penitenza e Dio non la distrugge piu), ma la profezia della Emmerich si è  già  avverata, come appare chiaro leggendo (e capendo) quanto scritto dalla Beata due secoli fa.

La visione del tempo con i Due Papi (non Papa e antipapa), se non si vuole considerare altro, ne è la prova provata più eclatante.


i due Papi della profezia

Riporto quindi la replica del sig. Octavius Lepcismagnus (in nero) con la controreplica (in grassetto ed in rosso). Le note  con un numero in blu tra [parentesi quadre] sono dell'autore della replica; le note in rosso ed indicate da asterischi sono della controreplica.
A scanso di equivoci, il termine "IGNORANTE" è usato in senso strettamente "etimologico" e cioè di persona che non sa, che ignora.



Suor Katharina Emmerick



Replica e Controreplica

Una prima cosa, generale, che andrebbe puntualizzata è che una cosa sono le “visioni” e le “predizioni” di vari veggenti, altra cosa sono le vere e proprie profezie, che si ritrovano nei Testi Sacri.
Son due piani differenti, che, dunque, non andrebbero confusi.
Quello dei Testi Sacri è un futuro necessarioquelli dei veggenti son futuri possibili.
I futuri “possibili” possono realizzarsi o non realizzarsi, mentre il futuro necessario deve realizzarsi.

il futuro previsto dalla Emmerick, infatti, si è già relizzato, almeno in alcune sue parti.
Allo stesso modo con il quale si può giungere a Roma da vie diverse, ma giungere a Roma è l’obiettivo, così il futuro “necessario” può prendere vie molto diverse, si può realizzare in maniere differenti. Quello dei veggenti è questo secondo livello, quello cioè dei futuri possibili. Per questo motivo, ovunque confliggono le “visioni” con le “profezie” (dei TestiSacri), le prime – le “visioni” – devono passare in secondo piano.


Questo non significa che le “visioni” siano tutte false, solo che vanno prese “con le (dovute) molle”. Il problema, in tal caso, alla radice di tutti gli usi delle “visioni”, sta sempre nelle loro interpretazioni.

"Penso, dice Antonio Socci, che le profezie vadano maneggiate con molta cura e prudenza…Tuttavia…devo ammettere che gli eventi che si sono susseguiti tendono purtroppo ad assomigliare sempre più alle visioni profetiche della Beata Ennerich." (fonte: Antonio Socci sul suo sitoInfatti molto di quanto "visto" dalla Emmerick si è già avverato; Concordo che il problema sia nel "capire" quanto profetizzato ma pensavo che alcune profezie della Emmerick fossero talmente chiare da poter evitare questo problema, almeno per quelle profezie che si erano già compiute, ma evidentemente avevo torto.
Questo è anche il caso delle visioni di Anne Catherine Emmerick (1774-1824). Nel link in questione (http://www.altaterradilavoro.com/14-e-15-agosto-due-date-importanti-per-noi-napolitani/), vi è un passo: “La Messa era breve. Il Vangelo di San Giovanni non veniva letto alla fine.” (12 luglio 1820) [Si tratta della nuova Messa nata dopo il Concilio Vaticano II, dove è soppresso l’ultimo Vangelo, quello di San Giovanni, che viene letto nella Messa tridentina – ndr]’.
Tra parentesi quadra vi è l’interpretazione, infatti, è aggiunto “ndr”, dove “r” è redattore, il redattore dell’ interpretazione del passo della Emmerick.

caro Octavius Lepcismagnus, non di interpretazione si tratta ma di spiegazione, chiarificazione (evidentemente non riuscita e me ne dispiace) ad uso delle persone che, forse anche perché troppo giovani, non conoscono il rito tridentino e per questo non in grado di capire sia "messa breve" sia il "Vangelo alla fine".
Da dove spunta fuori, ora, che nella Messa post Concilio Vaticano II non si legga più il Vangelo di Giovanni?

Da dove spunta fuori? La risposta è molto semplice: dal Concilio Vaticano II e con la costituzione apostolica Missale Romanum del 3 Aprile 1969. "Contra facta non valet argumentum", caro Lepcismagnus.
Legga il Messale, partecipi alla Santa Messa e vedrà che nel rito "novus ordo", la celebrazione termina con "la Messa è finita, andate in pace".
Si tratta di un’ evidente sciocchezza  [1].

"Si tratta di un'evidente sciocchezza". Ma la sciocchezza è quella che afferma lei.
Ecco, la questione del Vangelo di San Giovanni, esemplifica chiaramente la confusione (ed anche l'ignoranza) che affligge l'autore della replica, reso ancor più evidente dalla nota che parla si del vangelo di San Giovanni ma in generale. Direbbe il magistrato-politico di Montenero di Bisacce, CHE C'AZZECA??? La sciocchezza è EVIDENTE, senz'altro, ma non è quella che pensa lei. La nota, tra l'altro, fa capire senz'alcun dubbio che non ha capito nulla di quanto affermato dalla Emmerick, confondendo, credo in buona fede, il Vangelo che, ancora oggi, si legge dopo le letture ed è differente per i differenti periodi dell'Anno Liturgico con quello che veniva recitato alla fine della Santa Messa fino all'introduzione del nuovo rito.

"Si tratta di un'evidente sciocchezza"? Citando il noto giornalista televisivo Antonio Lubrano, la domanda sorge spontanea:
Ma, Lepcismagnus, lei ha mai partecipato ad una Celebrazione Eucaristica, che sia tridentina o attuale?
Probabilmente il passo della Emmerick si riferisce* al fatto che il Vangelo di Giovanni – considerato all’epoca, e per molto tempo ancora, il più “spirituale” [2].– non sarebbe più stato (secondo la stessa Emmerick**) centrale, a sua volta immagine del fatto che lo “spirito” avrebbe, per lei, abbandonato la Chiesa o che una visione “materialistica” e poco “spirituale” vi sarebbe venuta – nella Chiesa – a predominare, ma non può voler dire che il Vangelo di Giovanni non sarebbe stato più letto, “letteralisticamente”***! Infatti, ciò è semplicemente falso.

* "Probabilmente"? Sicuramente, direi, il passo della Emmerick si riferisce al fatto che, con il rito tridentino,  alla fine della Messa si leggeva, sempre, lo stesso passo del Vangelo di San Giovanni e, con il nuovo rito, dal 1969, non lo si legge più.
Tutto questo fu previsto, è bene ricordarlo, nei primi anni dell'ottocento, quando una cosa simile non era ne lontanamente immaginabile.
Quello che è evidente è che oltre a non conoscere la Santa Messa preconciliare, non conosce quella attuale, forse non conosce nemmeno la lingua corrente.
Mi spiego: Nella Messa Tridentina, e fino agli anni '60 del secolo scorso quindi, al termine della stessa e, quindi, dopo l' "ITE, MISSA EST", veniva letto il Prologo del Vangelo di San Giovanni, sempre uguale, immutabile a differenza del Santo Evangelo recitato dopo la/e lettura/e.
Lo riportiamo perché non ci siano dubbi e lo riportiamo in italiano così da facilitarne (speriamo) la comprensione:


"In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è stato fatto di tutto ciò che è stato creato. in Lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini. e la luce splende tra le tenebre, e le tenebre non la compresero. Ci fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni. Questi venne in testimonio, per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era egli la luce, ma per rendere testimonianza alla luce. Era la luce vera, che illumina tutti gli uomini che vengono in questo mondo. Era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di Lui, ma il mondo non lo conobbe. Venne nella sua casa e i suoi non lo accolsero. Ma a quanti lo accolsero diede il potere di diventare figli di Dio, essi che credono nel suo nome: i quali non da sangue, né da voler di carne, né da voler di uomo, ma da Dio sono nati. ci inginocchiamo E il Verbo si fece carne ci alziamo e abitò fra noi; e abbiamo contemplato la sua gloria: gloria come dal Padre al suo Unigénito, pieno di grazia e di verità." 

Questo è il Vangelo che veniva letto alla fine di ogni Celebrazione Eucaristica e, caro Octavius Lepcismagnus,  contrariamente a quanto asserisce con malriposta sicumera, NON VIENE PIÙ LETTO. Le parole della Beata non lasciano adito a dubbio alcuno: La Messa era breve. Il Vangelo di San Giovanni non veniva letto alla fine.” Ed, a parte le sue parole, è un qualcosa facilmente riscontrabile partecipando ad una normale Celebrazione Eucaristica. Cosa che le consiglio caldamente di fare, possibilmente con rito antico.

Dire che nella Messa, detta "di Paolo VI", alla fine, si reciti questo Vangelo, questo si che È UNA COLOSSALE SCIOCCHEZZA!!

Per fortuna Leone XIII introdusse l'obbligatorietà di recitare le "Preci Leonine"   nel 1884 (anche queste alla fine della Celebrazione Eucaristica e durarono anch'esse, ahimè, fino al 1965 con la riforma "paolina"), 60 anni dopo la morte della Beata, così non ne parlò nelle sue visioni altrimenti, forse, Octavius avrebbe contestato anche questo sostenendo che si recitano ancora.

Capisco: lei ha pensato che la Emmerick volesse dire che non si sarebbe più letto il Vangelo di San Giovanni tout court. Ma si parla di "Vangelo di San Giovanni" che "non veniva letto alla fine" e lo si spiega anche nella "ndr", e quindi la confusione è possibile solo se si ignora: 1-l'italiano; 2- la "ndr" 3- il rito di San Pio V o Tridentino; 4-il rito di Paolo VI o novus ordo.

NOTA BENE: Per amor di precisione il Messale Tridentino del 1570 prevedeva per alcuni giorni la recita, come Ultimo Vangelo, anche di brani diversi dal Prologo del Vangelo di S. Giovanni, per esempio quando vi era un'occorrenza liturgica (sovrapposizione di due feste in uno stesso giorno).
Ma la riforma di Giovanni XXIII del Messale Romanum del 1962 (il Messale del rito straordinario "sdoganato" dal Motu Proprio "Summorum Pontificum" di S.S. Papa Benedetto XVI) abolì tale pratica tranne, che in un caso: la II domenica di Passione (Domenica delle Palme), qualora non si fosse tenuta la Processione delle Palme, come Ultimo Vangelo si legge il testo proprio di tale processione, ossia Matteo 21,1-9.


** non faccia dire alla Beata cose che non ha mai detto, la prego.

*** «ma non può voler dire che il Vangelo di Giovanni non sarebbe stato più letto, “letteralisticamente”»Ma è proprio quello che la suora agostiniana ha detto ed ha veduto. Se non avesse fatto confusione, se non ignorasse i due riti (vecchio e nuovo) e se avesse posto una maggiore attenzione a quello che leggeva, lo avrebbe certamente capito.
Chiaro che i passi della Emmerick, dunque, dipingano una situazione di grave “crisi della Chiesa” (né sono affatto i soli, in tal senso), ma che superficialità darne la colpa al solo abbandono del rito tridentino, peraltro identificato con quello originario, quando, invece, il tridentino stesso è stato una modifica delle forme precedenti.


Parlando di superficialità, crediamo  lo sia molto di più dire che la Emmerick dia la colpa della crisi della Chiesa all'abbandono del rito antico: dove lo ha letto?


Premesso che, se si parla di rito tridentino, si dovrebbe almeno conoscerlo. Anche se si parla di profezie effettuate da qualcuno si dovrebbe almeno averne letto qualcosa. "La forma è sostanza" è una delle prime cose che si insegnano ai giovani studenti di giurisprudenza. E lo è ancor di più nel rito "antico", che al tempo della Emmerick (e fino alla riforma di Paolo VI) era quello comunemente usato, dove ogni gesto, ogni parola, ogni movimento del celebrante e degli eventuali ministranti ha un suo preciso significato.



Personalmente credo che abbandonare il vetus ordo ma soprattutto la riforma  Postconciliare, così come è stata attuata, in una parola: la protestantizzazione della Chiesa Cattolica non sia stata una buona cosa ed abbia fatto da apripista a tante altre cose che non vanno nella Chiesa.
Lo scacciare Nostro Signore non solo dall'altare principale delle Chiese ma anche  dai semplici saluti (per essere chiari il famoso "Buonasera" che a tante persone è piaciuto così tanto) non sono una cosa buona.
Se cancelliamo N.S., se si abbandona la retta via, se si comincia a pensare che il Demonio non esiste e che sia solo una concettualizazione del Male, se si eliminano le preghiere per la difesa contro di esso (l'abolizione della lettura delle preci leonine ad esempio), non possiamo meravigliarci né dolerci per gli effetti che tutto questo ha sulla nostra vita e di cui giornalmente i TG ci danno notizia.


Suor Lucia dos Santos
E proprio nel giorno della festa di Pentecoste di quest’anno il teologo tedesco padre Ingo Döllinger, ordinato sacerdote il 25 luglio 1954, già segretario del Vescovo di Augusta, Josef Stimpfle, nonché amico personale di Benedetto XVI, ha dato il permesso di pubblicare a Maike Hickson, sul sito OnePeterFive questo clamoroso annuncio: «Non molto dopo la pubblicazione nel giugno 2000 del Terzo Segreto di Fatima da parte della Congregazione per la Dottrina delle Fede, il Cardinale Joseph Ratzinger disse a padre Döllinger durante una conversazione di persona che c’è una parte del Terzo segreto che non hanno ancora pubblicato! “C’è di più di quello che abbiamo pubblicato” disse Ratzinger. Inoltre disse a Döllinger che la parte pubblicata del segreto è autentica e che la parte inedita del Segreto parla di un cattivo Concilio e di una cattiva Messa che sarebbero arrivati in un futuro prossimo». «Padre Döllinger –  conclude Hickson – mi ha dato il permesso di pubblicare questi fatti nella festa dello Spirito Santo e mi ha dato la sua benedizione». (fonte: http://www.corrispondenzaromana.it/)
In una parola: la “crisi” della Chiesa non nasce da questioni di rituale, per quanto importanti esse siano, ma da una perdita di “presa” sulla società, a sua volta derivata non solo dal “modernismo” – peraltro in fase finale, agonizzante ormai -, vale a dire dalla scarsa capacità di convincimento del messaggio cristiano se non ritorna ad interpellare la coscienza umana e si trasforma sempre in un qualcosa di “surrettizio” [3], di perennemente “aggiunto” ad “altro”, dunque incapace di “camminare sulle sue sole cosce” mentre, invece, a quest’ “altro” (e aggiunto) si dona l’attenzione massima.

da sin. Lúcia dos Santos, Francisco Marto e Jacinta Marto
Tutti questi usi di “visioni” varie nascono, quindi, per “puntellare” una determinata “interpretazione” della Chiesa e della sua “crisi”, solo che talvolta son passi che vengono forzati per seguire quest’interpretazione stessa.

Le "rivelazioni", specialmente quelle mariane, "nascono" per l'infinita misericordia del PADRE, la sua tenera attenzione verso il mondo. Credere che nascano per "puntellare" alcunché, mi sembra molto riduttivo e profondamente errato. Ma lei è libero di credere ciò che vuole, ovviamente.

Non solo, ma, se il vero oggetto della controversia è determinare invece l’ origine della “crisi della Chiesa” – le sue cause “vere” -, è pressoché inutile cercare di usare questa o quella “visione”, che non potrà se non supportare l’idea della “crisi della Chiesa” ma non determinarne le precise origini.

L'Origine dela "Crisi"? Crediamo di aver già fornito una possibile risposta (secondo me). Il modo come è stato attuato il CVII, l'allontanamento di Cristo, anche nelle formule di saluto. "...Poi vidi che tutto ciò che riguardava il Protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza."
Anche qui, consiglierei, invece, una attenta lettura delle profezie della Emmerick (ma anche di quanto rivelato a Lourdes, La Salette etc.).
Si obietterà che, in tali visioni, s’incolpano, della crisi della Chiesa, le “forze del male” e la “corruzione nella Chiesa” stessa.
Questo è tutto vero, ma: 1quando mai non ci sono state le “forze del male” e la “corruzione nella Chiesa”; 2) queste ultime cause sono troppo generiche, qualora si voglia – come poi si vuole (qui è la controversia) – con esattezza scoprire, denotare, circoscrivere la forma precisa delle generiche “forze del male” e “corruzione nella Chiesa”, che ci son sempre state, eppure mai la Chiesa è stata in questa situazione.

"...Poi vidi che tutto ciò che riguardava il Protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione [difatti ora sono tantissimi i cattolici che diventano protestanti o che si lasciano influenzare dalle sette evangeliche, compresi molti sacerdoti]. In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre”. (1820)

mi sembra di una chiarezza cristallina
Conseguentemente, davvero è semplicemente inutile sapere che ci siano “forze del male” e la “corruzione della Chiesa”, perché già si sa che ci sono!

Per sapere che ci sono "forze del male" basta leggere il Vecchio Testamento, è vero. Non sono necessarie le profezie e le apparizioni mariane.

Queste invece, testimonianze dell'amore del Signore verso l'umanità, descrivono accadimenti futuri, alcuni ineluttabili, altri che è possibile evitare attraverso azioni di volta in volta indicate e che generalmente includono penitenze e preghiere.

Qui corre l'obbligo di citare ancora la Beata suora agostiniana:

"Vidi che molti pastori si erano fatti coinvolgere in idee che erano pericolose per la Chiesa. Stavano costruendo una Chiesa grande, strana, e stravagante. Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti ed avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione. Così doveva essere la nuova Chiesa... Ma Dio aveva altri progetti". (22 aprile 1823)




e...

“Vidi anche il rapporto tra i due papi… Vidi quanto sarebbero state nefaste le conseguenze di questa falsa chiesa. L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di ogni tipo venivano nella città [di Roma]. Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità… Allora la visione sembrò estendersi da ogni parte. Intere comunità cattoliche erano oppresse, assediate, confinate e private della loro libertà. Vidi molte chiese che venivano chiuse, dappertutto grandi sofferenze, guerre e spargimento di sangue. Una plebaglia selvaggia e ignorante si dava ad azioni violente. Ma tutto ciò non durò a lungo”

i Due Pontefici. Visti da Suor katharina due secoli fa e che fanno capire chiaramente a quali tempi si riferissero le sue profezie.

...“Vidi ancora una volta che la Chiesa di Pietro era minata da un piano elaborato dalla setta segreta [la massoneria], mentre le bufere la stavano danneggiando..."

Mi sembra sia stata chiarissima.
Il problema, appunto, è denotarne la precisa natura, in vista di un’ eventuale cura.
Allora il dibattito dovrebbe esser condotto sui binari che gli son propri, piuttosto che “esondare” (nel senso “traslato” di “cedere all’impeto di un sentimento”), deviare, debordare su canali insufficienti.
Qualunque cosa si pensi a riguardo di “riforma della Chiesa”, sarebbe un dibattito forse più interessante.
Infatti, se, certamente, il dibattito così condotto non farà cambiare le posizioni, tuttavia, altrettanto certamente, aiuterebbe a chiarirne i veri contorni, a farne venir fuori la vera “posta in gioco” reale, in luogo di scantonare nascostamente bighellonando su, ed in, sentieri secondari.
Octavius Lepcismagnus

Fortunatamente, dopo aver previsto effetti e cause indicando anche rimedi,  giunge alla fine… un messaggio di speranza:

"Ma vidi anche che l’aiuto sarebbe arrivato quando le afflizioni avrebbero raggiunto il loro culmine. Vidi di nuovo la Beata Vergine ascendere sulla Chiesa e stendere il suo manto su di essa. Vidi un Papa che era mite e al tempo stesso molto fermo… Vidi un grande rinnovamento e la Chiesa che si librava in alto nel cielo".

G.R.

NOTE (come già detto sono quelle scritte da Lepsicmagnus presenti nella replica; noterete che parlano del "Vangelo di Giovanni", ne esaltano il valore storico, ricordano che Giovanni 1, 1-18) viene letto a Natale e Capodanno (mentre Gv 1, 1-14 era letto alla fine di OGNI Celebrazione Eucaristica). Tutto vero, ma tutto assolutamente fuori luogo in quanto non smentisce in alcun modo (né potrebbe farlo) la profezia della Emmerick, né avvalora la tesi che la Emmerick si sarebbe sbagliata (ed anche questo non potrebbe farlo in alcun modo). :

[1] ‘Solitamente il vangelo di Giovanni (Gv) è letto durante i cosiddetti “tempi forti”, cioè nei momenti in cui si celebra un grande mistero di Gesù. Ad esempio, si ascolta il Prologo alla messa del giorno di Natale o alla messa di Capodanno; così anche la Passione di Gv viene letta ogni Venerdì Santo, mentre durante la domenica delle Palme sono proclamate le diverse passioni secondo gli altri tre vangeli sinottici. I quattro vangeli canonici sono i più antichi: indubbiamente non esistono apocrifi antichi come loro. Sul numero “quattro” i Padri fecero da subito una forte speculazione’ (cfr. http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/43/2008-10/22-79/2008_materiali_Giovanni%20Vangelo%20spirituale.pdf).

[2] Al contrario, le interpretazioni recenti rivalutano il valore propriamente storico di Giovanni, mentre recenti scoperte hanno inficiato la reputazione del Vangelo di Luca come di quello più “storico” quando, invece, si hanno indizi del fatto che la ricostruzione delle scene della Passione in Giovanni è piuttosto storicamente attendibile. Il link citato nella nota n°1 (qui sopra) riporta l’interpretazione “classica” del Vangelo di Giovanni come del più spirituale.

[3] Vale a dire, che tace intenzionalmente la sua origine.


V. Dominus vobiscum.
R. Et cum spiritu tuo.
Initium  sancti Evangélii secúndum Ioánnem.
R. Gloria tibi, Domine!
Ioann. 1, 1-14. 
Iunctis manibus prosequitur:
In princípio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Hoc erat in princípio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt: et sine ipso factum est nihil, quod factum est: in ipso vita erat, et vita erat lux hóminum: et lux in ténebris lucet, et ténebræ eam non comprehendérunt. 

Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Ioánnes. Hic venit in testimónium, ut testimónium perhibéret de lúmine, ut omnes créderent per illum. Non erat ille lux, sed ut testimónium perhibéret de lúmine. 

Erat lux vera, quæ illúminat omnem hóminem veniéntem in hunc mundum. In mundo erat, et mundus per ipsum factus est, et mundus eum non cognóvit. In própria venit, et sui eum non recepérunt. Quotquot autem recepérunt eum, dedit eis potestátem fílios Dei fíeri, his, qui credunt in nómine eius: qui non ex sanguínibus, neque ex voluntáte carnis, neque ex voluntáte viri, sed ex Deo nati sunt. Genuflectit dicens: Et Verbum caro factum est, Et surgens prosequitur: et habitávit in nobis: et vídimus glóriam eius, glóriam quasi Unigéniti a Patre, plenum grátiæ et veritatis. 
R. Deo gratias.

Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος. 2οὗτος ἦν ἐν ἀρχῇ πρὸς τὸν θεόν. 3πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο, καὶ χωρὶς αὐτοῦ ἐγένετο οὐδὲ ἕν. ὃ γέγονεν 4ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων· 5καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει, καὶ ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν. 6Ἐγένετο ἄνθρωπος ἀπεσταλμένος παρὰ θεοῦ, ὄνομα αὐτῷ Ἰωάννης· 7οὗτος ἦλθεν εἰς μαρτυρίαν, ἵνα μαρτυρήσῃ περὶ τοῦ φωτός, ἵνα πάντες πιστεύσωσιν δι’ αὐτοῦ. 8οὐκ ἦν ἐκεῖνος τὸ φῶς, ἀλλ’ ἵνα μαρτυρήσῃ περὶ τοῦ φωτός. 9ἦν τὸ φῶς τὸ ἀληθινὸν ὃ φωτίζει πάντα ἄνθρωπον ἐρχόμενον εἰς τὸν κόσμον. 10Ἐν τῷ κόσμῳ ἦν, καὶ ὁ κόσμος δι’ αὐτοῦ ἐγένετο, καὶ ὁ κόσμος αὐτὸν οὐκ ἔγνω. 11εἰς τὰ ἴδια ἦλθεν, καὶ οἱ ἴδιοι αὐτὸν οὐ παρέλαβον. 12ὅσοι δὲ ἔλαβον αὐτόν, ἔδωκεν αὐτοῖς ἐξουσίαν τέκνα θεοῦ γενέσθαι, τοῖς πιστεύουσιν εἰς τὸ ὄνομα αὐτοῦ, 13οἳ οὐκ ἐξ αἱμάτων οὐδὲ ἐκ θελήματος σαρκὸς οὐδὲ ἐκ θελήματος ἀνδρὸς ἀλλ’ ἐκ θεοῦ ἐγεννήθησαν. 14Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν, καὶ ἐθεασάμεθα τὴν δόξαν αὐτοῦ, δόξαν ὡς μονογενοῦς παρὰ πατρός, πλήρης χάριτος καὶ ἀληθείας·